note biografiche sull' autore

Valter Giraudo è nato a Torino nel 1962, dove attualmente vive e lavora.
Collabora come giornalista indipendente con diversi periodici.
E’ autore e coordinatore di alcuni siti e blog.
E’ autore di vignette e testi satirici ed umoristici, che firma con lo pseudonimo di “Valterinik”.
In qualità di Iridologo-Naturopata, è autore di un libro di medicina naturale e vari articoli inerenti a tale tema. Per passione scrive racconti e romanzi noir.
La sua fede Buddista ha sicuramente influenzato il suo modo di scrivere portandolo a creare valore e a vedere le cose sotto una nuova prospettiva.

Venti secondi

Sento una lama vibrare. Poi sento qualcosa di pesante che cade. La stanza in cui mi trovo comincia a roteare all’improvviso. Poi, così come aveva avuto inizio, quel vortice termina di colpo. Dei passi. Una voce flebile mi sussurra: "Hai solo venti secondi." Quei tacchi, quelle caviglie. Li riconosco. Appartengono alla donna che amo: Barbara. Cerco di sorridere al pensiero ma non riesco. Venti secondi. Io e Barbara ci siamo spinti oltre. Questa volta abbiamo sbagliato. L'estremo. L'estremo è errore, è orrore. Tutte le esperienze che abbiamo vissuto insieme mi stanno crollando addosso tutte in una volta, come una valanga, spezzoni di vita. La mia vita. Sto morendo. Venti secondi. Quanti ne saranno già passati? Cosa diceva quell'articolo della rivista? Ah! Sì. Una testa continua a vedere per venti secondi dopo che è stata staccata dal corpo. Abbiamo provato anche questo, amore mio. È vero. Io ti vedo ridere davanti al mio corpo mutilato, sei sempre stata perversa, ma io lo sono di più. Anche adesso che sta calando il buio, e che dei venti secondi me ne restano cinque, io sono così perverso che trovo la forza e l'ultimo respiro per gridarti: "Ancora."

L' ultima sonata

Era ormai tarda sera. Sotto le luci della festa vociava, scorreva, si agitava la folla. Si divertiva la folla. Lui, come al solito schivo, si fermò ai margini della piazza: un’ombra silenziosa nell’oceano dell’umana indifferenza. Ma ci era abituato. Da molto tempo, oramai, era un uomo invisibile… Uomo? Diciamo solo “invisibile”… Si guardò attorno, un attimo, poi tirò fuori il violino dalla custodia, lo liberò in fretta dal suo sudario di tela, con le lunghe mani artritiche di vecchio mendicante. La gente attorno non sentiva, non vedeva. Tutto normale, come sempre. “Ma questa volta no!” - si disse – “Questa volta dovranno prestarmi orecchio. Questa volta non potranno essere indifferenti. Perché è grande musica, quella che suonerò stasera. Musica da resuscitare i morti!” Accordò lo strumento. Qualcuno lo urtò. Nessuno gli chiese scusa per quell’episodio, come per tutte le altre volte. Ma non importava, adesso più che mai. Scivolò lento l’archetto sulle quattro corde. Un miagolio flebile, lungo. “Sei una promessa, gli aveva detto un giorno il suo maestro. Hai talento, certo diventerai...” Ricordi ormai sbiaditi sfiorarono per un attimo la sua memoria . . . “Diventerai . . . Nulla! Ecco cosa sono diventato: un nulla! Un nulla mischiato alla gente comune, esaltato dall’indifferenza della gente comune. Bastarda sorte, te ne freghi del talento! Ma questa sera sarà la “mia sera”. Sarà la mia più grande esecuzione! Questa volta si accorgeranno di me, volenti o nolenti!” Strideva l’archetto, rapido, feroce. Ad un tratto, qualcuno gridò, da qualche parte della piazza. La terra iniziò a tremare, dapprima lentamente, poi sempre più forte, sino a spaccarsi, finché… eccoli!!! Esseri immondi risalivano, affioranti dalla terra che si spaccava sotto i piedi della folla urlante. Venivano fuori da ogni parte, confluivano ciondolando verso la piazza, guidati dalla musica. Lui adesso sentiva rumore di mascelle potenti, odore pungente di carne fresca di macello. Il terrore disperato degli uomini. Nessun dio ad ascoltarne l’agonia. Nessun dio a fermare questa tragedia. L’archetto impazziva. Musica maestrale, spettrale. Loro mangiavano, mangiavano a tempo. Poi la voce del violino si fece fioca, si spense lentamente in un bisbiglio sottile. Essi gli erano attorno, in attesa. Ai loro piedi, un cimitero di ossa rosicchiate e brandelli di carne umana. Lui guardò in fondo a quelle fauci putride e sanguinolente, scrutò nell’oscuro delle loro orbite cave, lesse in loro lo stesso suo essere nulla. Sorrise e infine, con dolore, s’inchinò a salutare il suo pubblico. Tacque il violino, pago di sangue e musica.

Tutto può succedere

Oggi c'è umidità. Piove, e tutto il paesaggio circostante è tinto di grigio per via della foschia e della nebbiolina che aleggia tutto intorno. I cantieri sono chiusi, nessuno lavora all'aperto quando piove. E io sono qui alla fermata dell'autobus, senza un riparo, senza un ombrello. Il mio zaino è già fradicio, e scommetto che anche tutti i libri sono bagnati, con gli angoli rovinati. Tiro su col naso. Oltre a piovere, fa anche freddo, e il cielo plumbeo non tira certamente su il morale. Finalmente arriva l'autobus che mi porterà a casa. Appena si ferma mi fiondo dentro, all'asciutto, bramoso di un riparo e un po’ di tepore. Mi guardo in giro, alla ricerca di un posto libero vicino a qualcuno che conosco. Trovo Alì tutto solo, seduto nei posti da quattro. Mi affretto a sedermi vicino a lui. Oggi ha una brutta cera, e la cosa non tira su il morale. "Ciao, come va?" - gli chiedo, stancamente, cercando di imitare il suo stato d'animo. Lui fa spallucce, poi dice: "Niente di nuovo, un giorno uguale agli altri..." "Come al solito." – replico io. Guardo fuori dal finestrino, poi gli dico, senza guardarlo: "Domani, se non sbaglio, esci alle due, perciò non ci vediamo." Lui sbadiglia. "Sonno?" gli chiedo. "Sì, ma non fa niente. Tanto non dormirò più, non soffrirò più, anzi sarò un eroe." "Che cav..." – tento di esclamare. Ma non riesco a finire la frase. Alì apre il giubbotto, rivelando una fila di candelotti di dinamite, e preme un pulsante. L'ultimo fotogramma che il mio cervello percepisce è una luce al centro del corpo di Alì, e i suoi pezzi che si separano e schizzano ovunque, insieme ai resti del bus e di tutti i suoi passeggeri, me compreso.

La settima vittima

La prima vittima, un’anziana donna, la prese con l’inganno. - Vuole per caso un aiuto per portare la spesa? - le chiese gentilmente. Lei accettò, stupita e ammaliata da tanta gentilezza. Arrivati a casa di lei, la violentò ripetutamente nel buio, poi la uccise e le mangiò il cuore. Per seconda, una bellissima ragazza dai capelli rossi, scelta a caso sulla banchina della metropolitana, tra la folla. Una semplice spintarella sui binari e via, carne rosa divenuta poltiglia. La terza, ancora un gioco da bambini: bionda autostoppista, in cerca di avventura. E avventura trovò… Fu vivisezionata e torturata. Oramai è solo più cibo per cani. Venne la quarta, verdi occhioni adolescenti che soffrivano di solitudine e cercavano conforto. La conobbe tramite una chat-line. La invitò a casa e, dopo averla posseduta più e più volte, l’uccise a morsi, strappandole i sogni con i denti. Poi quinta e sesta vittima, alunna e maestra elementare, insieme. Fu sesso rubato, violento, sadico, seguito da un tuffo in fondo al fiume. Per ogni morte, fremendo di piacere, ascoltava il suono della vita evaporare. Godeva di quei momenti unici, irripetibili. Lo facevano sentire potente, invincibile, padrone della vita. Infine giunse lei, bella, misteriosa, provocante; la incontrò di notte, in discoteca. Ne fu subito ammaliato e la volle come amante. Ma quando, dopo l’amplesso, lui alzò la lama per colpirla, fu un istante troppo lento: i canini assetati di lei si conficcarono nel suo collo e lo consumarono nel vento.

Sera d'aprile
inserita il 25 aprile 2009

Batte la luna soavemente
di là dai vetri
sul mio vaso di primule.
Senza vederla la penso
come una grande primula anch’essa
stupita
sola
nel prato azzurro del cielo.