IO

Spoglio dell’umana condizione di essere, di me non resta che un ammasso di carne proiettato verso un incubo angosciante e infinito. Non so chi sono e da dove provengo: mi alzo ogni mattina con la fronte pregna di sudore, dopo una notte trascorsa a scacciare atroci demoni che s’insinuano nei pensieri più reconditi; e ogni mattina sono un uomo diverso, costretto ad affrontare la medesima sorte del giorno precedente. Sono stanco di vivere l’inferno in questa maledetta gabbia di ossa, carne e pelle, che soffoca la mia anima. Chi è che scrive queste parole? Penso di essere già stato chiaro in merito. Forse ciò che vi racconterò vi aiuterà a capire, e magari aiuterà anche me ad inquadrare meglio questo ammasso di carne che la gente chiama uomo.
Ormai non ci faccio più caso alle perenni sevizie cui il fato mi ha abituato. Gradirei però comprendere se anche per voi altri che leggete queste pagine il mondo duri un unico giorno. C’è un’intera storia da narrare, una serie di eventi che si ripetono nel tempo. Non vi starò a raccontare tutte le mie disavventure, le mie sofferenze, il mio desiderio di morire: sarà sufficiente riportare i fatti di una sola giornata, perché essi tornano a riproporsi ciclicamente; e basterà che cominci il resoconto di questa vicenda come se lo vivessi per la prima volta, così saranno gli eventi stessi a descrivere l’ineffabile condanna che aleggia su questa mia dispersa esistenza.
Il mio incubo inizia sempre con un altro incubo: un uomo con la faccia ricoperta di pelle, senza occhi, né bocca e naso, privo di capelli e con abito scuro. È un assassino: vedo un mare di vittime annegare in un oceano di sangue; come un fiume in piena s’abbatte sulle loro membra, strappandole a quei corpi e disperdendole nell’immensi-tà di un’imponente montagna di vite frantumate. Terrificante. Poi, col sangue delle vittime, l’indiavolato omicida scrive per terra questa frase: “Un flagello per ogni martire”. Cosa voglia dire non lo immagino neppure. Ma mi convinco subito che ci sia un legame tra me e l’efferato assassino. Mi sveglio in una stanza da letto, solo e sconsolato. Nessuno è accanto a me; nessuno e lì ad ascoltare i miei sfoghi. Mi sfogo con me stesso, nell’inquieta solitudine che strazia la camera. Mi alzo e mi vesto, dopo essermi ripreso. La casa è vuota, così come la mia mente: non ricordo niente della mia vita, quasi come se fossi nato in que-sto istante. Quante volte nasco e muoio in un istante! Un istante partorito dal nulla che si scompone e ricompone. In bagno, di seguito, mi guardo allo specchio e osservo un volto estraneo. Scende il sudore dalla fronte, riscaldando un freddo viso, che torna immediatamente a raffreddarsi quando le mani versano un poco d’acqua sulla pelle. Mi rinfranco.
Il tavolo della cucina è pieno di buone cose da mangiare. Sembrerebbe che qualcuno abbia preparato per me. Una giovane donna, e credo proprio che sia mia moglie, si presenta alla mia vista.
― Ciao tesoro ― dice con tenerezza. ― Finalmente ti sei svegliato! ―. Annuisco. La colazione è allestita, e devo solamente sedermi e iniziare a passare in rassegna tutte le deliziose pietanze preparate dalla mia dolce metà. Ne scelgo una e la porto alla bocca per affondarci i denti. La colazione è abbondante e ne rimane un bel poco. Mia moglie non la butta: la ripone in frigo. E, mentre lo chiude, mi parla: ― Come al solito ti sei ritirato tardi. Non importa; se non sbaglio hai preso il mattino libero. Non è vero? ―. Chissà che lavoro faccio, se posso prendermi il mattino libero?!
Le dico: ― Il lavoro è sempre più massacrante ―. Non ho idea di quale sia il mio lavoro, e neppure mi stupisco per esserne ignaro. Del resto mi sento un fuggiasco che scappa dalla sua identità.
― Sicuro! Fare il ricercatore è molto stressante ― replica. Poi, con un velo d’ironia, aggiunge: ― Più snervante di una segretaria che deve continuamente pulire il muco ad un moccioso e viziato figlio di papà, che è stato messo a capo di uno dei maggiori colossi dell’elettronica ―. Mia moglie sorride: pare che per lei svolga un lavoro non troppo pesante.
Ora conosco la mia professione. Tuttavia nessun ricordo mi lega a quella casa, all’en-te per cui presto servizio, a mia moglie. Che tristezza dover amare una persona di cui neanche si rammenta il nome. Magari sono uno smemorato. Sì, devo aver preso un colpo inavvertitamente alla testa. Ma non è così. Rimango solo in casa e cerco notizie sul mio passato. Metto le stanze, una dietro l’al-tra, sottosopra; e riesco a reperire informazioni sulle ricerche che svolgo: mi occupo del meteo. Trovo pure l’indirizzo dell’ente dove lavoro.
La radio è accesa. È stata accesa per tutto il tempo senza che l’ascoltassi. Non mi interessano quelle vecchie canzoni. E non mi interesserebbe neppure l’ascolto della radio, se non fosse perché la musica d’improvviso si ferma per dar spazio ad un comunicato: una centrale nucleare è esplosa, e molte anime hanno perso il proprio corpo.
― Che terribile tragedia! ― commento l’accaduto. Ma effettivamente non mi tocca più di tanto, poiché non è la mia vita ad aver smesso di pulsare. Sono quelle frasi di circostanza che fuoriescono dalla bocca più per darle fiato che per sgomento.
― Maledetto assassino! ― urlo con violenza. ― Cane bastardo! ― ripeto ancora con più voce. Vorrei sbriciolare le ossa di quell’uomo tutto pelle in viso, che sputa sull’e-sistenza, che bestemmia sull’amore. Lo ucciderei. Provo rabbia nei suoi confronti, or più che lo rivedo. La sua sagoma mi appare vicino a quella montagna di cadaveri, seppelliti gli uni sotto gli altri. Poi c’è il sangue, lui che ride. Basta! Non lo sopporto! La montagna cresce e non si placa, mentre il sangue scorre giù per il pendio, effondendosi e ferendo l’intero cumulo di morti. Sono immobile e adirato, impaurito e impietosito. Ma cosa posso fare? Quelle vite spente sono vere, almeno mi pare. La convinzione che sia un’illusione sta svanendo, allo stesso modo in cui si dissolve la visione. La mia mente ha ucciso l’uomo tutto pelle. Mi libero di lui, nonostante permangano i timori. Va bene così. Io non ho mai sostenuto di essere un eroe, uno di quelli che, impavidi, affrontano il pericolo. Lascio il rischio a quei baluardi, e tengo per me l’ira contro quel mostro. Bevo un bicchiere d’acqua e sbuffo ansiosamente. Esco fuori e abbraccio l’aria fresca che soffia sui miei capelli, muovendoli di alito in alito. La piacevole sensazione di un naturale respiro di vento che gioca coi miei capelli m’accompagna in cielo, dove da lì scruto il mondo. In questo momento sono Iddio che volge lo sguardo sulla sua prole.
L’aria è pacata, e perciò decido di passeggiare. Incontro un sacco di case simili fra loro, quasi fossero state costruite da vecchie e sapienti mani. Sono belle le abitazioni. E c’è gente, molta gente che passeggia come me. La saluto, ricevendo una cortese risposta dai passanti. Addirittura alcuni di loro mi chiamano per nome; ed io, leg-germente sorpreso, me la rido. Quelle persone non mi sono affatto familiari; eppure mi conforta il pensiero che debba esserlo a loro. Pian piano mi sento meno solo. Cammino a passo lento, per gustarmi la semplice esistenza di altrettante semplici persone: genitori e figli che si accarezzano, giovani fidanzati che si baciano, ragazzini che s’approntano ad affrontare una nuova e dura giornata di scuola. La passeggiata è salubre. Completamente sgravato dall’ira che mi travolgeva fin qualche minuto fa, butto il malessere nella spazzatura, e non penso altro che a vivere. Entro in un locale dove c’è uno strano silenzio. Ordino qualcosa, ma il gestore mi zittisce. Tutti gli occhi sono puntati sul televisore. C’è un’importante notizia che il giornalista sta leggendo: uno tsunami s’è avventato su una sterminata distesa di coste, provocando un olocausto di incalcolabili dimensioni.
― Ancora tu! ― grido a squarciagola, gettandomi su uno dei presenti. Lo afferro con veemenza e gli mollo un pugno. Lui urla, mentre io ne gioisco. Subito mi scaglio contro altri astanti, bestemmiandoli. Sono un forsennato. Loro dicono delle cose; per me è arabo. Non capisco e non intendo capire, giacché in ciascuno di essi ci vedo l’uomo tutto pelle, rigido come un pezzo di legno. Percepisco tante voci, sebbene non ci siano labbra che si muovano: ormai la pazzia si è impossessata della mia mente. Niente può fermarmi, tranne una bottiglia di vetro che il gestore mi spacca in testa. Sono salvo dalla follia, ma in preda al dolore quando mi sveglio all’ospedale, dove mi hanno condotto. Ripresomi dagli spasmi, noto un giornale di fianco ad un anziano malato. Me lo faccio passare e lo leggo. Si parla unicamente di stragi e non c’è una notizia buona. Anche gli spazi dedicati all’umorismo sono occupati da articoli corredati con foto poco felici. Proseguo con gli occhi sorvolando i fogli del giornale. E nell’angolo di una pagina, in basso a sinistra, mi sorprende un articolo: in un remoto posto si sta consumando una faida fra i generali di un governo militare e alcuni ribelli. Questi ultimi, in particolare, avrebbero rubato delle armi batteriologiche. Della veridicità della notizia non ne sono certo; comunque, se fosse vera, è estremamente preoccupante che pochi uomini possano tenere in ostaggio un intero popolo. Una centrale nucleare esplosa, uno tsunami devastante, poi i ribelli e le armi in loro possesso. Non lo so. Ho paura sempre più. L’adrenalina sale, l’ansia cresce. Non riesco a starmene tranquillo. Se prima potesse soltanto sfiorarmi la storia della centrale nucleare, ora un insieme di sciagure è largamente più coinvolgente. Questi disastri li vivo, mediante i miei occhi e le mie orecchie: vedo e sento il male, vedo e sento il panico, vedo e sento me stesso abbandonato alla disperazione di vedere e sentire, e nulla poter fare. C’è un’anima in me. Un’anima che strilla con intensità, che spinge per rompere le pareti della sua prigione, che chiede aiuto inutilmente, in quanto a risponderle v’è un silenzio inumano. Vedo e sento il male, e ciò mi spaventa. Questa nube mi segue ovunque, scaricando una torbida pioggia che perfora le mie membra. Circola la pioggia nelle vene, corrompendo il sangue, infierendo sull’equilibrio. Tali episodi mi sussurrano qualcosa, ossia che la terra è sfibrata e non sopporta l’uomo. Desidera liberarsi dei suoi figli che non ne riconoscono l’autorità materna; ed essi le accorrono in soccorso, sopprimendo i propri fratelli. Piange il suo disprezzo quest’amaro pianeta. Povero uomo che non puoi essere strappato alle grinfie che ti trafiggeranno: non hai idea di quale risentimento hai acceso in colei che ti ciba. Supplica uomo! Supplica la pietà di tua madre!
― È così che va questo posto dimenticato dal Signore ― mi dice l’anziano malato. ― Che si sbranino questi animali, ― continua ― tanto io sono arrivato al bivio: presto imboccherò la strada per l’inferno o il paradiso. Che si sbranino pure questi animali ―.
Per tutti c’è un bivio, per tutti una destinazione. Eccetto per me: io devo vivere nella morte, nel mio inferno quotidiano. Nel contempo, lei mi nutre e si nutre di me. Preferirei digiunare piuttosto che essere nutrito dalla morte.
Un vociare, proveniente dal corridoio, mi spinge ad alzarmi per controllare cosa stia succedendo. Ecco un traffico di camici bianchi, mescolati tra infermieri e dottori, i quali corrono con una certa premura. Discutono energicamente, mischiando le parole a delle smorfie di preoccupazione. Mi faccio un po’ di largo fra il bianco dei camici. Il corridoio è lungo, ravvivato da una candida luce. Aspettano qualcuno i dottori. Da quello che percepisco dai discorsi, dev’essere stata ferita una personalità di prestigio. Dicono persino il nome, seppure per me sia un nome a cui non associo alcuna figura.
Finalmente sbuca dalla porta d’ingresso una lettiga. Sdraiato v’è un uomo vestito con una camicia rossa e un pantalone nero. No, mi confondo: il rosso è per il sangue che ricopre la parte superiore del corpo. Un medico riferisce di alcuni colpi d’arma da fuoco, non specificandola. Scorre il sangue trattenuto dalla camicia. Scorre la vita di questo poveretto, inseguendo il fluente percorso tracciato dal suo sangue.
Intorno a lui si crea un vespaio: ai medici, si sono sommati alcuni curiosi, altri pazienti come me. Non lo distinguo più. ― Dai! Dai! ― incitano i dottori. ― Dai! Resta con me! ― esorta uno dei camici bianchi. Ripetono frasi simili innumerevoli volte. Mi domando se abbiano un eguale atteggiamento con tutti. Mi rispondo di no.
Me ne sto tornando nella mia stanza, quando avverto un ammonimento: ― Crolla! ―.
È il poveretto sulla lettiga che s’è ripreso dallo stato d’incoscienza. Mi giro e mi accosto alla lettiga, facendomi strada fra gli altri pazienti e i camici bianchi. Lo osservo per qualche secondo. Nessuno pronuncia parola. I dottori smettono di esortare. Il tempo si ferma. Lo spazio collassa tra le luci del corridoio e il buio del dubbio. Cosa può crollare? Dove e quando? Semmai sia l’affermazione di uno in preda ad allucinazioni? Sì, ma perché destarsi dallo stato d’incoscienza? Solo per quell’avvertimento? Troppe domande. Troppi dubbi. Non amo le domande che non hanno risposte, e odio i dubbi che alimentano le domande. Eppure devo attendere poco per soddisfare la mia sete di sapere. Non prima però che il poveretto mi guardi e replichi: ― Crolla! Crolla! Crolla! ―. Uno dei medici lo calma, sebbene non ci sia molto da calmare: l’uomo è deceduto, portandosi con sé il segreto di quel “Crolla!”. Rientro nella camera dove c’è il vecchio con il quale divido la stanza. Non so ancora per quanto tempo dovrò rimanere lì. Nessun dottore, nessun infermiere mi presta attenzione. Capisco: l’ospedale ha perduto una personalità importante; e, a prescindere che si potesse fare o non qualcosa per lui, ciò non gioverà all’immagine della struttura.
― Sto imboccando la strada per il paradiso ― mi dice il vecchio. ― Tu sopravvivrai alle macerie: sarà il tuo supplizio ― sentenzia l’anziano signore. Conosce molte cose il vecchio. Potrebbe spiegarmele tutte se soltanto il tempo non fosse corsaro e le sue palpebre non si spegnessero per sempre. Perché mai, poi, doveva fornirmi delucidazioni in merito? Avevamo scambiato solo qualche parola. Non c’era confidenza. E forse neppure qualcosa da intendere da parte mia e da spiegare da parte sua. Ciononostante, alla fine della giornata mi sarà chiaro che il cammino intrapreso da coloro che esalano l’ultimo respiro, il cosiddetto viale del tramonto, è iniziatico. L’essere umano impara più cose in questo percorso che in tutta la sua esistenza: realizza che il tesoro lasciato sulla terra era prezioso; realizza che il vero tesoro era se stesso. Ed è decisa-mente paradossale che nel momento in cui lo si capisce ormai quel tesoro non serva più. Io raccolgo tale sensazione dal viale su cui, giorno dopo giorno, m’avvio. Ma ad aspettarmi non c’è la luce del mattino: l’ombra della notte tiranneggia in fondo al viale. Per me non è mattino. Non lo è mai. Il vecchio, negli ultimi suoi istanti, era stato condotto alla sapienza. Buon per lui, perché io navigo nel desertico universo dell’ignoranza, dove non v’è altro che solitudine. Se sono solo in questo mio cosmo, nemmeno la certezza acquisita dall’anziano malato può essermi d’ausilio. Tuttavia il vecchio sapeva quello che di lì a poco sarebbe accaduto, come del resto pure l’uomo deceduto prima di lui era in grado di conoscere la sorte di noi altri pazienti dell’ospedale.
Il fato s’è riservato il piacere di riunire medici, infermieri e malati sotto la cupola della catastrofe. Non posso descrivere con sicurezza cosa sia successo: questo è l’unico attimo in cui mi prendo una pausa. L’anziano è disteso sul letto. I dottori non si sono preoccupati minimamente di lui. Io dormo ad occhi aperti. Non è raro che m’addor-menti ad occhi aperti. Né vita né morte, né luce né tenebre si sovrappongono al mio sonno. È un sonno diverso, quieto. Il buio della vista spenta è rilassante, poiché la pace mi coccola fra le sue braccia amorevoli. Non voglio più accendere la vista. Devo anch’io aver imboccato il viale. No: è un sorso di pura ed appagante letizia. Nessun viale, nessun tramonto all’orizzonte. E nessun orizzonte si rivela nell’oscurità. Sono nel mio paradiso. Torno a sorridere. Ed è nella pace del buio che lo faccio. Il buio dev’essermi amico, se è così buono da donarmi un alito di speranza. Ma non credo lo sia la luce, se quando riemergo dal sonno le urla spezzano la mia fragile armonia. ― Ah! Mio Dio! ―, è l’unanime coro che s’eleva al mio ritorno dal paradiso. Ed è un coro che canta il tormento, accompagnato dalla cruenta musica della dannazione. L’inferno s’è scagliato sull’ospedale, e noi miseri umani siamo castigati. Comunque ci consente di scappare, giacché è consapevole che non c’è fuga dal suo cuore. Gl’inferi si divertono; ed io li assecondo, correndo disperatamente. Neppure immagino dove i piedi mi stiano guidando. Non ho una meta, bensì una grande fifa che s’è incollata alle mie gambe e non le abbandona. Ve l’ho già detto di non essere un eroe; pertanto non biasimatemi se non assisto alcune persone, strappandole dal banchetto che l’inferno s’appronta ad allestire coi loro corpi. Gl’inferi banchettano, mentre io corro senza badare a ciò che mi lascio alle spalle. I miei occhi s’erano sospinti verso l’ignoto paradiso, ed ora l’ignoto s’è sdraiato sulla mia mente: l’unico motivo per cui scappo sono le grida che inducono le mie gambe ad inseguirsi, più che per la consapevolezza di questa evasione. Perché in fondo di evasione si tratta. L’ascensore non funziona, perciò prendo le scale. Passo dopo passo, gradino dietro gradino, giungo al terzo o al secondo piano della struttura. Le scale le ho scese con fatica: la gente, allarmata, spingeva. Rischio più d’una volta di cadere. Eppure non cado. A precipitare, viceversa, è l’ospedale: uno dei pilastri del pian terreno ha ceduto. A me non importa se è stato il pilastro o qualcos’altro ad avermi esposto al pericolo: devo solamente salvarmi la pelle. Mi strattonano, mi strappano la maglietta, pregandomi d’aiutarli. Io non sono un santo e non esaudisco preghiere. Che sia il Signore ad esaudirli! Così li respingo, convincendomi che quella è gente malata, a cui probabilmente non rimane molto da vivere. Non è vero, ne sono conscio. Ma cosa volete: m’aggrappo anch’io alla vita. Sto per scendere ancora più giù. La confusione s’è letteralmente impossessata della mia ragione. Non ragiono più. ― Dov’è che vai?! ― mi domanda una donna. Più che una domanda, il suo è un richiamo, un rimprovero. ― Sei pazzo! Su, seguimi! ―. Le vado appresso. ― Ecco, da quella parte ― suggerisce, e poi mi afferra la mano. Stiamo dirigendoci incontro ad una finestra. ― Ci sono i soccorritori ― mi rassicura. È vero: i soccorritori sono presenti. Devo dunque allungare il passo. Intanto il peso della struttura comincia ad essere insostenibile per gli altri pilastri del pian terreno. Per quanto reggeranno? Speriamo fin quando almeno non l’avrò scampata.
Mi muovo come un’anguilla fra il disordine. Adesso mi basta stringere la mano di uno dei soccorritori, il quale è davanti alla finestra sostenuto da una scaletta. Appartengo alla razza umana, io; e quella mattina me ne sono ricordato. Ripercorro i miei stessi passi, poiché sento le strilla di due fratellini, malati pure loro. Che stupido, eh! Se fossero stati degli adulti, o anziani, mi sarei piegato alla mia debolezza morale. A-vrei pensato: “S’avvicinano al viale del tramonto”. E avrei allungato la mano al soccorritore. Ma innanzi a due cuccioli d’uomo m’inietto una dose di coraggio, sottraendoli ad una fine spaventosa. Ad ogni modo mi considero un vigliacco, un pusillanime ossessionato dalla propria vita, che ha dimenticato il rispetto per quella altrui. Salvare i fratellini non mi riscatta per tutta la gente indifesa a cui egoisticamente ho negato il mio sostegno. Mi smarrisco nel delicato sorriso dei due bimbi. E, ricambiando il generoso sorriso, li affido ai soccorsi, ai quali di seguito mi offro pure io. Sono indenne!
Il palazzo crollerà da un momento all’altro, e quindi mi allontano dal pericolo. Sono in pena per la giovane dottoressa, che mi ha immesso sulla via del riparo. Lei è un’eroina: a differenza di me è restata ad affrontare l’inferno. Finalmente la vedo. Sì, sta stendendo la mano al soccorritore. “Sarà lei?” m’interrogo. La vista è un po’ appannata, ma sono confortato da alcuni che conoscono la donna. Pare che sia una dottoressa affermata, e aggiungerei anche bella. ― Sì, ― dicono ― è la dottoressa! ―.
Inferno. Funesto inferno. T’alleviamo con le nostre nefandezze. Hai seminato, e noi sfamiamo il tuo seme. Esisti, perché lo permettiamo: tu sei l’inferno, terra; tu che rigeneri il peccato sei l’artefice del tuo martirio. Non lagnarti se sprofondi nel baratro.
Odio l’inferno. Eppure è dinanzi a me. Se soltanto non esistesse! Se non avesse motivo d’esistere! Non lo racconterei. Fai qualcosa, uomo, affinché sia sconfitto. Combattilo: non è invincibile.
Sarei stato lieto di esprimere la mia gratitudine alla dottoressa. C’ho sperato. Purtroppo la poveretta non è stata risparmiata: il soccorritore le ha teso la mano; e le due mani, unite in una solida stretta, sono rimaste attorcigliate fra loro, coperte dalle macerie. L’inferno s’è seppellito sotto le sue medesime ceneri.
La polvere vola alta. Sento ripetutamente tossire. Tossiamo tutti sopra i detriti. “Crolla! Crolla! Crolla!” riecheggia nella mente. È tutto chiaro: l’ospedale è crollato, ed io sopravvissuto agli avanzi. Raccolgo i resti della mia sofferenza e li ricompongo. Non abbandonerò la sofferenza in questo campo dilaniato dal dolore. Ce n’è già abbastanza.
Benché mi isoli dagli altri, non passo molto tempo in solitudine, dato che mia moglie arriva di lì a poco. Coglie il mio sconforto e mi rianima con un abbraccio. Non immagino chi sia; comprendo però tutto il suo amore. Sono amato e amareggiato, mentre mia moglie è lì che mi osserva, proteggendomi col suo sguardo.
Decidiamo di rincasare. In macchina le domando come abbia fatto a raggiungermi in fretta. E lei risponde: ― Ti sei scordato dove lavoro? ―. Mi sorride affettuosamente. Mia moglie lavora vicino all’ospedale, o meglio a ciò che n’è stato. Udendo tutto il frastuono che da lì proveniva, ha preso una pausa e si è recata sul posto. Successivamente s’è accorta di me.
A casa mi siedo sul divano, dopo che mia moglie mi ha preparato una bevanda fresca. Fa caldo e bevo rapidamente. Lei mi chiede se ne voglio un altro bicchiere. Com’è dolce! In seguito ricevo una telefonata. Un amico sollecita la mia presenza all’osser-vatorio. ― Quale osservatorio? ― faccio io. Beh, fortunatamente c’è mia moglie che rischiara una memoria opaca: ― L’osservatorio dell’ente per cui lavori. Ti ci accompagnerò io ―.
Mettiamo l’auto in moto. Guida lei. Premo il pulsante d’accensione della radio. C’è il notiziario. Sembrerebbe che un folle omicida abbia preso in ostaggio una scuola. Vuole farsi esplodere. E poi un incidente, in una città non molto distante dalla mia, ha provocato una strage. Ah, la voce altresì riferisce che delle scosse di terremoto sono state avvertite dalla popolazione della costa dell’ovest. Tragedie su tragedie, e nient’altro. Sono demoralizzato, e perciò spengo la radio. No, non la spengo. Io premo insistentemente, ma la voce continua con altrettanta tenacia. Mi rivolgo a mia moglie, che sorride. ― Perché sorridi? ― le chiedo sperduto. Lei però prosegue col suo sorriso. L’istante susseguente svanisce il suo volto angelico: l’uomo tutto pelle è riapparso. Non mi ritrovo più in auto, ma innanzi a quella montagna, quella solita montagna di corpi smembrati. Sudo. Una fonte rovente di sudore sgorga dalla fronte e si disperde per tutto me stesso. ― Il buio mi è alleato ― dico, e mi consiglio di chiudere le palpebre. La visione tuttavia non si dissolve. Allora strillo contro di lui e mi desto dall’incubo. ― Basta! Non gridare! ― mi scongiura mia moglie. Nel medesimo momento la radio frantuma l’aria: “La terra, da questa mattina presto, seguita costantemente ad inghiottirsi”. Sono stupito. Mi sfugge la città, sebbene il suo nome possa avere una rilevanza minore. Quello che conta è che la metà della sua gente è sparita nel vuoto. Avete inteso perfettamente: una gigantesca voragine ha trascinato famiglie intere nelle viscere della terra. Altre voragini più piccole si sono generate nella stessa mattinata, in diverse città. La radio precisa che non si conoscono le cause alla loro origine. Comunque, secondo le immagini fornite dal satellite, gli abissi s’ingrandisco-no di minuto in minuto. L’uomo, al cospetto di simili disastri, è impotente. Giungiamo all’osservatorio. La pausa di mia moglie è finita da un po’. Ciononostante non si separa da me. Che stupendo legame dev’essere il nostro! Ritengo d’aver spezzato il mio cuore in due: una parte l’ho consegnata a lei, mentre l’altra palpita al fianco della metà che mi ha ceduto questo tesoro di donna. Ho rimosso una parte di me per fissarla a questa splendida anima. Percepisco molte forze. Tuttavia la forza maggiore proviene dall’amore che mi strappa alla freddezza: la mia metà di cuore è gelida, la sento; ma la sua la riscalda. L’amore è un uragano che t’investe. Spazza tutto via: dall’indifferenza alla malinconia, depura i sentimenti da una condizione di passività emotiva. Via spazza anche i contrasti che dilatano il distacco: la lontananza si colma con le fiamme di due fuochi che bruciano le distanze. Questo uragano è pacifico, perché spoglia l’amore dalle sue impurità. Purtroppo quelli reali sono profondamente distruttivi. Ne vedo uno, in una simulazione al computer. L’amico che aveva telefonato me lo mostra. È un collega estremamente preoccupato per il futuro della mia città. E non è l’unico, data l’ap-prensione che manifestano gli altri colleghi. Siamo intorno ad un enorme schermo e osservo le immagini scolpite in moto su di esso: nei prossimi giorni s’abbatterà un violento uragano nell’area urbana. Indubbiamente ci saranno vittime, seppur si crede che i danni all’uomo possano essere limitati. Per gli studiosi la perdita di qualche uomo non è un danno irreparabile. Ma se questi uomini fossero i propri figli? Penso che siano anch’essi in preda al panico, e si cautelano con la coscienza. S’abbracciano la vita, stringendola al petto. ― Abbiamo poco tempo ― dico io. Comprendono dove voglia arrivare. ― È pronto un piano d’evacuazione ― assicura il mio amico. Poi, una donna in età avanzata mi ordina di occuparmi dell’emergenza. Cosa vuole che io faccia? Rido dentro di me: ha dato la torcia ad un cieco per guidarla fuori dalle tenebre. Nondimeno, assieme alla squadra predisposta a riguardo, dovrò esaminare la faccenda. Prima di cominciare mia moglie deve rientrare in ufficio. Ci salutiamo e ci diamo appuntamento a casa. Adesso inizia il mio lavoro. Ci riuniamo in una sala abbastanza ampia, dove pure lì v’è uno schermo. E c’è anche un tavolo con delle sedie ai lati, sulle quali ci accomodiamo. Lo schermo visualizza la mappa della zona che verrà colpita. Parlano una lingua astrusa: è la lingua della scienza, corredata da termini tecnici che in pochi intendono. A me, viceversa, è palese che non sia un buon ricercatore. O forse lo sono. Chissà! Il mio viaggio nell’universo dell’ignoranza non s’arresta. Dopo un po’ m’invitano ad intervenire sulla questione. Sono nel pieno del mio imbarazzo. Cosa dirò? Come me la caverò? Quelli s’aspettano un intervento illuminante. “Fingerò uno svenimento” mi suggerisco. Che codardo! Ormai è inevitabile prendere parola. Devo aprir bocca e darle fiato. Magari pronunciare un discorso. Sì, un discorso andrà bene. “Macché! Cretino! Non sei mica ad una convention” mi rimprovero. Io non rammento veramente nulla del mio passato, però so cos’è la storia: è un’in-terminabile catena di guerre, nate per supportare l’inappagabile sete di sangue del potere. L’uomo trova ripugnante mangiare la carne dei suoi simili. Eppure non si pone alcun dilemma se si tratta di berne il sangue. Va bene. Stendiamo un velo pietoso e soffermiamoci sulla mia idea. Quantunque abbia perso i ricordi e non conosca la storia del mondo, mi basta sapere cos’è la guerra per realizzare che in un passato, remoto o vicino che sia, innegabilmente qualche contenzioso dovrà pur esserci stato. Può darsi un conflitto di proporzioni globali. E difatti c’indovino. ― Conduciamoli in un rifugio sotterraneo ― consiglio. ― Un rifugio? ― ripete il mio capo, leggermente sorpreso. Non immagino nemmeno se ci siano rifugi in città. La mia idea, in ogni caso, s’allaccia alla guerra: qualora s’accenda un conflitto, o qualora stia per consumarsi una catastrofe naturale, le nazioni più ricche costruiscono delle abitazioni sotto il suolo, dove ivi portano la vita, preservandola dalla minaccia in superficie. ― Sì! È geniale! ― esclama uno della squadra. ― È geniale sul serio! ― riecheggia fra i presenti. Il piano d’evacuazione prevedeva la fuga. Io, al contrario, penso che la fuga possa esporre i civili all’impeto della natura. Meglio affrontare al riparo l’emergenza. In città vi sono dei rifugi, così come in altri posti che furono drammatici protagonisti di un’ostilità durata un decennio circa e di dimensione planetaria. Ho ragione sulla capacità dell’uomo di studiarne sempre una nuova. E ho ragione pure sulla sua stupidità: ha concepito dei rifugi per risparmiare vite, quando sarebbe stato sufficiente non impugnare le armi.
L’uragano avrebbe proseguito verso altri luoghi. Mi auguro che anche da quelle parti possano avere delle propizie intuizioni.
Il capo contatta l’esercito, il quale è pervenuto alla mia identica conclusione. Dunque siamo decisi: i civili si nasconderanno dentro la pelle della terra. Ho fatto il mio dovere, e ne sono fiero. Fuori dalla sala ricevo ulteriori complimenti, benché il mio sia stato solamente un tempestivo squarcio d’azzurro nel cielo grigio. Qualsiasi essere che abbia un minimo di criterio è in grado di risolvere un problema. La pazienza è la nave che traghetta alla soluzione.
Il caldo mi stordisce. L’aria è asfissiante. Esageratamente asfissiante. Lo è soltanto per me, poiché vedo tutti vestiti elegantemente, con giacca e cravatta. Sarà inverno se vanno in giro con una giacca. Io, diversamente, ho una maglietta ed un pantalone, di cui non mi sono separato neppure all’ospedale. Il caldo s’appiccica ai vestiti, inumidendoli. Nessuno ha caldo, nessuno suda. C’è qualcosa che non va in me, o qualcosa non va in ciò che m’attornia. Mi faccio versare un po’ d’acqua, che scivola giù per la gola, frenando la sua corsa contro le pareti dello stomaco. L’acqua, col sale o senza sale, nelle viscere del mondo o nel corpo umano, è fonte di sollievo o d’angoscia. Per me è un sollievo. Ma so che non poteva esserlo per molti innocenti ch’eran deceduti a causa dello tsunami di poche ore prima. Debbo però occuparmi d’altro. Ho delle responsabilità nei confronti della popolazione locale, e conseguentemente libero i pensieri tristi da questa cella che chiamano mente, lasciandoli scorrere sul viale del tramonto. Che muoiano! Due colleghi si fanno avanti. Vengono ad annunciarmi qualcosa. Lo comprendo dai loro sguardi, lievemente perplessi. E generalmente la perplessità è un cattivo presagio. Io sono stabilmente perplesso davanti ai miei occhi; gli occhi delle immagini che riflettono la realtà. I visi di questi uomini s’avvicinano. Passandomi la mano sinistra sulla fronte, ne raccolgo tutto il calore. Poi, all’improvviso la medesima mano si tinge di rosso, sostituendo il candido colore che le appartiene. ― Aiutatemi! ― imploro. Il rosso si dilegua assieme alla mano. ― Dov’è la mia mano sinistra?! ― esterno il mio sconcerto. Sono comprensibilmente agitato. I miei occhi non vedono più: la realtà cessa di riflettersi. ― L’oscurità è mia amica ― mi rincuoro. Ma in quell’attimo intuisco che non ho amici, giacché nella foschia del momento spunta la solita faccia tutta di pelle. Non c’è alcuna montagna di cadaveri: solo lui dinanzi a me. Uno contro uno: l’uomo e la paura di confrontarsi coi suoi scheletri. Sgombrate i vostri armadi dagli scheletri che occultate alla coscienza. Fatelo! Altrimenti essi la sbraneranno. I miei, l’hanno già trasformata in una carcassa priva di volontà. Simile ad un’onda che gradualmente s’abbassa per posarsi gentilmente sulla sabbia, alla stessa maniera sparisce l’uomo tutto pelle in viso, malgrado egli non avesse nulla di gentile.
Mi riprendo la realtà. I due colleghi mi spiegano cos’è che ha contribuito a turbare la loro serenità. ― Lo tsunami ha offeso ancora! ― dice uno. ― E pare che la collera degli oceani sia appena iniziata! ― aggiunge l’altro. Una serie di tsunami sta scombussolando la geografia delle terre emerse. L’acqua è un sollievo per la sete umana, nonché un supplizio per il creato, quando esprime il suo rancore.
― Ehi! ― ci richiamano all’attenzione. ― Ehi! Venite qua! ― insistono. Entriamo in una stanza, dove c’è un televisore. Ci sono dei tizi che commentano un fatto. Sarà un fatto grave, visto l’aria fredda che tira. Pallidi, gli astanti s’ammutoliscono. E ad un tratto la televisione mostra lo strazio di vite schiacciate, disseminate nei mesti campi di una terra distante. La voce del giornalista racconta di una sciagura, mentre le immagini procedono come nuvole sospinte dal vento.
Non oso disturbare il silenzio che s’è imposto. Rivolgo il mio pensiero all’uomo tutto pelle e alla sua montagna d’uomini e donne, inghiottiti dalla selvaggia foga del mostro. Adesso è talmente tangibile questo cumulo di macerie dell’esistenza, che mi sembra di poterlo accarezzare: io voglio asciugarne lo scarlatto pianto, ripulirlo dal marcio che l’avvinghia, così come vorrei lavare il mondo dal sangue che versa. Le immagini in televisione narrano di una nefasta vicenda, quella dei ribelli e delle armi batteriologiche. Le avevano rubate le armi, o almeno è quanto scriveva il giornale. E in nome della libertà non hanno esitato ad usarle: un virus si è sfamato con la fragile polpa di uno sconosciuto popolo, che ha atteso lentamente il trapasso, il quale s’è fatto desiderare.
Parlo di morte in queste pagine. Sappiate che non mi turba: io ci coabito col dolore, e non mi lascio avvilire da esso. Vivo un giorno, un giorno di vita nella morte, che s’estende lungo la linea dell’infinito. Non ci godo con la sofferenza, sia chiaro. Anzi, sarei confortato se potessi offrire una valida cura per il malessere che ci attanaglia. Nondimeno, ciò mi è impossibile: se l’uomo si fa scudo della libertà per giustificare la guerra, allora il rimedio viene contagiato dal male. Non v’è cura alla sofferenza. Imparate anche voi a penare. Ora bisogna attivarsi per impedire che l’aria tossica si propaghi. Scienziati da ogni angolo del globo si muovono per scongiurare il peggio. Il diavolo si è materializzato in un gruppo d’esaltati, e buona parte della popolazione terrestre rischia di tramutarsi in un’efferata memoria.
Mi emargino in un ambiente appartato. Non era dunque uno scherzo la notizia sul giornale. Perché tutto questo? Perché tante atrocità? Perché il mondo crolla?
Mi dispiace per il mondo che va in frantumi; e vi dirò che la prima volta che m’infilai in questo tunnel, mi esplosero le membra. Ma vi ripeto che la meccanicità della quotidianità mi ha abituato a tali contesti, senza coinvolgermi più di tanto.
Trascorre una ventina di minuti, forse più o forse meno. Cammino inquieto, cercando una stanza dove possano esservi un televisore e solitudine. Desidero aggiornarmi sulla questione del virus in piena distensione. So di essere impotente, ma mi convinco che il pianeta dovrà pur stancarsi di precipitare nel nulla. La mia speranza è grande e inutile: un nuovo notiziario aggiunge buio alla notte. Afferma: “Pare incontenibile l’intensità delle voragini che ingoiano la terra da stamattina”. Ho proprio ragione: la natura è stufa dell’uomo, e tenta in ogni modo di eliminarlo. Pagherà un caro prezzo, probabilmente: le ferite che si procura la lacereranno, e si ridurrà in cenere. Il cellulare squilla. È mia moglie che urge del mio intervento. Sintetica, mi accenna di un singolare episodio alquanto enigmatico, preannunciandomi che ne avrebbero trattato abbondantemente i mezzi d’informazione. Le sue telegrafiche parole hanno un sapore acre, come il succo d’un limone spremuto in bocca. Nonostante non abbia afferrato bene l’arcano a cui stesse alludendo, fiuto perfettamente un nauseante fetore. Perciò non resta che farmi condurre sul posto dal mio amico.
L’aria è rovente. Il mio amico non avverte l’afa che ci circonda. La mia umida pelle nuota in un infuocato lago d’acqua. Con un clima intensamente torrido, è umanamente possibile che nessuno s’inzuppi con la sua stessa acqua? Le fiamme ardono solo in me?
Ancora interrogativi. Vi ho già manifestato il mio spregio per il dubbio; ed è contraddittorio che questo resoconto affondi in esso. Tuttavia, voi lettori non condannatelo, perché è il protagonista del lungo racconto della vostra vita, la quale scrive pagine dense di risposte. Ma in assenza di dubbi non sussisterebbero nemmeno domande: tra l’uomo e la conoscenza non vi sarebbe alcuna distanza. Riflettete: se l’umanità fosse sapiente, quanti dèi bramerebbero sedersi sul trono del mondo? Eppure non c’è trono che regga il peso della sapienza. Benché gli interrogativi abbondino fra le righe di tale storia, devo sottolineare la rilevanza del dubbio: egli è l’arma che spara all’arro-ganza umana. Io dunque vi narro il dubbio, che coesiste con l’arida ignoranza e la fertile sapienza.
Il mio amico profuma di fresco dopobarba. Lui emana gradevoli odori ed io puzzo; lui è asciutto ed io ho la fronte gocciolante. Sono al limite della gelosia. Perché non posso profumare ed essere asciutto?
― Vorrei essere in un corpo altrui ― gli confido. Non dice nulla. Il suo tacere accresce la mia gelosia: così composto e perbene lui; ed io, affaticato da un respiro ansante, viceversa sono nervoso. Il sentiero che dalla gelosia avvia al delirio è estremamente breve: ― Voglio il tuo corpo asciutto. Io detesto quest’afa! ―.
― Ti va di scherzare?! ―. E mi ride in faccia. Sinceramente sono io a leggerci nel suo volto una risata. Lui però non ride.
― Sei contento?! Io soffro e tu sei bello fresco e rilassato. Io soffro… soffro come un cane! ―. Prova a calmarmi, non riuscendoci. La bomba in me è scoppiata, e nessuno la fermerà. ― Bagnati anche tu, bastardo! ― gli urlo dopo averlo spinto contro un camion in movimento. Il mio amico si ferisce ad una spalla, che sanguina. Pure lui s’è bagnato, ma di sangue. Il malvagio demone che dimora nel mio ventre è riemerso. Tutti ospitiamo un demone in noi: questo che pasce il mio astio non si è mai sopito.
Il camion ha frenato tempestivamente, impedendo al mio collega di subire gravi fratture. Più tardi gli verrà fasciata la spalla, mentre io sono già per la strada che porta a mia moglie, assieme ad un altro che s’è offerto d’accompagnarmi. Ho perso la testa, me ne rendo conto. Comunque mi prometto di stare buono.
Passa circa una trentina di minuti, quando m’appresto ad uscire dall’auto. Mi accorgo della presenza di una grossa nube nera a forma di sfera. Questa gira come il mondo su se stesso. C’è un mucchio di gente attratta dal fenomeno. Una forza racchiusa in una palla; un pianeta di linfa propria che progressivamente s’allarga e ruota sempre con più imponenza e rapidità. Mi pare che mangi il cielo, tanto che s’espande con la sua mole.
La gente che si è accalcata percepisce il principio d’un enorme pericolo. Malgrado ciò, molti astanti rimangono immobili come manichini, affascinati dalla prodigiosa sfera. Dal canto mio, inseguo la donna che m’ama: sento che è l’unica persona che veramente mi stima, e non abbandonerò il tesoro che ho trascinato alla luce dei miei pensieri. ― Amore! ― replico nell’immensità del silenzio. E intanto che impegno le mie risorse nell’individuarla, la palla si è irrobustita. Gli spettatori ancora non fuggono: come incantati dalla nube, tutti la scrutano statici. Che sortilegio avrà mai fatto loro questo portento del mistero? Anch’io e l’altro che è con me siamo stati rapiti dalla sfera. Sì, perché mentre cercavo mia moglie, la nube s’è ingrossata placidamente, ingannando con la sua pacatezza persino i miei fervidi pensieri, inabissatisi nell’inti-mo del mio amore verso la compagna che adoro. L’energia di questa sconfinata palla ci ha catturati e imprigionati entro le sue cinta. Ma che stranezza: dolce è stata la sua stretta, dolce e leggiadra, al punto che nessuno di noi ha avuto modo di capire cosa stesse avvenendo. La limpida energia che ha attraversato la nostra anima l’ha purificata dal putrido che è in lei. Quantunque l’oscurità della nube facesse presagire convulsi momenti di panico, la sua benefica costituzione ne ha smentito le finalità: è qui per redimerci, non dannarci; è qui per spogliare i nostri turbolenti spiriti e vestirli d’una cupa quanto mite ombra che sorregge le nostre esistenze. È incredibile che sia la morte a nutrirmi, il buio a mitigare il mio animo e lo scuro nero ad illuminare la mia mente. È un mondo che si ciba di negatività. Io però so di non avere amici: né polo positivo né polo negativo consoleranno mai le mie angosce. Suppongo che il bene debba essere onesto nei miei confronti: non m’illude e né s’illude di poter sconfiggere le tenebre. Il male, contrariamente, tenta disperatamente d’insinuarsi tra le mie debolezze: ha una propria volontà, e la esercita sul mio precario equilibrio. Con la sua suadente voce continua a sussurrarmi che egli è un amico.
All’interno della sfera, non lontano da me, giace mia moglie. Finalmente l’ho trovata! In ogni caso mi sembra presto per esultare: io, lei e gli altri siamo sospesi in aria. Danziamo nell’aria, in piena concordia con noi stessi. Ma l’oscura nube m’inganna, ve l’ho detto. Pertanto, più provo ad accostarmi a mia moglie, per prenderle la mano, più lei si distanzia. La poverina è incosciente, e non è in grado di stendere la mano, agguantando la mia. Tento allora di destarla dal sonno, supplicandola di aprire gli occhi. Beh, sarebbe stato troppo semplice se ci fossi riuscito. Devo constatare che lì tutti dormono e volteggiano; ed io li vedo nel buio. Come faccio a vedere nel buio? A meno che non sia io stesso il buio, suppongo che debba trattarsi di un cattivo scherzo della mente. Questo non è uno scherzo della mente, bensì il frutto delle mie colpe. Perché dovrò aver compiuto terribili cose, se ricevo una siffatta punizione.
Le tenebre mi sono ostili quanto lo è la luce: mi schiacciano mediante un poderoso raggio di lume, che s’avventa su di me come la folgore su un albero. Mi squarto. Tranne la testa che mantiene i sensi con i quali conservo le facoltà percettive, sono tutto a pezzi: un braccio è sul petto di mia moglie; le gambe, invece, le vedo disegnare una croce; inoltre c’è una sacca, questa dev’essere lo stomaco, che vomita il suo sudicio; e poi noto il cuore che pulsa sangue nel vuoto. No, non nel vuoto, ma su mia moglie e le altre persone. Il mio sangue infamia la loro carne. Il mio cuore è malvagio se sputa il suo prezioso fluido su dei corpi indifesi. ― Basta! Che possa sbranarti la collera degl’inferi! ― lo maledico.
Il mio cuore è spregevole. Che la mia coscienza sia sporca di sangue? Che abbia versato sangue altrui? Non immagino cosa io possa aver commesso: non ho ricordi a cui aggrapparmi per comprendere tutta questa insensata storia. So comunque che il mio cuore pompa sangue all’infinito, macchiando l’innocente carne di mia moglie e delle altre vittime.
La tortura non è terminata. Le mie membra si dissolvono insieme a quella gente. Rientro nella mia solitudine. Subito dopo la sfera diventa un vortice, che assorbe la mia testa. Anch’io m’addormento. Risvegliandomi, avverto il rumore di una marcia. Dietro di me sento molti piedi sbattere su una gialla superficie. ― Che strana dimensione è questa? ― mi chiedo, sebbene non ci sia tempo per rispondere, giacché la marcia è sempre più forte, e il rumore più insopportabile. Vorrei voltarmi per scorgere coloro che stanno battendo i piedi. Poi osservo una polvere alzarsi in volo dal suolo giallo, che s’eleva al di sopra della mia testa. La polvere riflette una folta armata di scheletri. Vi avevo avvisato sugli scheletri che riempiono gli armadi. Ebbene, io non me ne sono mai liberato; e adesso loro vengono a sopprimermi definitivamente. Ci godranno a farmela pagare, ad infierire sugli avanzi di un corpo tumulatosi con le proprie gesta. Io mi sono seppellito da tanto, tantissimo tempo: ho vissuto in una bara e non me ne sono mai curato. La bara doveva tenermi caldo come l’ovatta d’una trapunta. E dovevo essere infreddolito, se ho lasciato che mi riscaldasse.
Gli scheletri non perdonano e procedono indomiti contro la mia testa. È una schiera di possenti ossa che batte il passo speditamente. Attendo che il destino si compia: non ho forze e membra per sottrarmi all’infausta sorte. L’immagine riflessa sulla polvere svanisce gradualmente all’approssimarsi della fatal ora, finché non scompare del tutto. E a quel punto sono accerchiato da un assembrarsi di ossa che mi esaminano, quasi a voler penetrare all’interno del mio cranio, dove custodisco orribili segreti. Eppure essi dovrebbero conoscerli, se è vero che sono degli spettri provenienti dal mio arcano passato. Mi confondono i loro sguardi curiosi, più che accaniti. Uno di questi mi parla in una lingua inesplicabile e bizzarra: non è una raccolta di parole scandite in maniera logica, quanto invece un sillabare ritmico, musicale. Che stia cantando? Chissà! È certo, comunque, che voglia dirmi qualcosa. Io però gli ripeto tenacemente di non comprendere il suo modo di esprimersi. Ma è evidente che nessuno dei due riesce a farsi intendere dall’altro. Quando si parlano lingue diverse si diviene improvvisamente muti.
Lo scheletro è un poco irritato, perché non lo capisco. Lui sillaba con più insistenza. Il suo gesticolare, il suo comunicare è spassoso sul serio. Sto per schiattare, e vorrei ridere a più non posso. Il mio assurdo brio dura un eterno istante: la mia volontà blocca un attimo che volerebbe via con estrema facilità. Purtroppo lo scheletro, con un agghiacciante urlo, restituisce l’istante al tempo che gli tocca. Ecco, questo grido mi è chiaro: da parte sua non c’è più bisogno di sillabare o gesticolare, dato che è palese il rancore provato verso di me. Se potessi, metterei le ali alle orecchie: tre degli scheletri discutono animatamente, spingendosi a vicenda; di seguito incitano i compagni ad attaccare. Prendersela con una povera ed inoffensiva testa! Che uomini sono questi?! Dimenticavo: non sono affatto uomini. Con una rabbia impetuosa, uno di essi affonda le ossa delle dita sul cranio. Lo sento scricchiolare il mio fragile cranio. Le dita si ficcano nel cervello, muovendosi come se fossero alla ricerca di qualcosa. S’addentrano come serpi nella tana. Io non posso arrestarle. Questo maledetto scheletro vuole invadere la mia intimità, scavandomi il cervello.
Le sue luride dita riemergono. Piene di una sostanza vischiosa e scura, le ostenta al suo capo, ossia colui che mi aveva rivolto la parola. Sono spoglio dei miei segreti, esibiti agli altri come un trofeo di caccia. Successivamente me li mette davanti agli occhi, in uno specchio che racconta di me: narra di un uomo posto sulla cima di una montagna, sotto la quale giacciono centinaia di persone; di un uomo che ride ed altri che piangono disperati; di un uomo che non s’immedesima nel calvario di quella gente. Questi ricordi non mi indicano nulla di preciso. E francamente mi stupisco che me li abbiano mostrati. Io non mi riconosco nell’uomo che ride! Non oserei denigrare il pianto umano. Avranno sicuramente sbagliato persona.
Mi spetta la punizione. Il capo dell’armata afferra con le mani la mia testa, e mi fissa inorridito; poi infila le dita nei miei occhi, che periscono. Le strilla non le risparmio. Lui blatera assai. Ma l’unica cosa che colgo è il tremendo dolore a cui sono sottomesso. Le sue dita premono; il mio cervello scoppia; io non muoio. Sono più resistente delle dita e del crudele destino che queste mi avevan riservato. Però quanto soffro! Nessun essere vivente dovrebbe patire una collera talmente brutale. Gli scheletri se ne sono andati. Della testa rimane una gigantesca pozza di sangue: pelle ed ossa si sono disciolti nel suo pallido rossore. Pure il sangue ha perduto la sua verve.
Non avrei potuto scrivere questo resoconto se gli scheletri non fossero stati nient’al-tro che un incubo recondito nelle memorie di una mente tormentata. Non sono morto, né s’è smarrito il mio corpo. Sotto i miei occhi non vedo più il giallo; sopra i miei occhi si ripropone la tenebrosa nube che incombe su di me e gli altri. Di colpo qualcuno mi tocca la schiena: io e mia moglie ci siamo ritrovati. Un intenso abbraccio testimonia il lieto momento. Anche l’uomo che mi ha accompagnato con l’auto è con me. Conveniamo che non sia il caso d’indugiare troppo e rientriamo in macchina. Però devo ammettere che la cupa sfera m’incute una certa tensione. Sebbene stia lì, in cielo, paga dello spavento che ha percosso la mia emotività, il suo furore non tarderà ad investirci. E cosa più d’un violento flusso d’aria nefasta può provocare panico e distruzione? Il mio presentimento non è infondato, poiché una morbida e consolante brezza penetra all’interno dell’auto; ho l’impressione di essere dentro una camera soporifera. La leggiadria del vento mi riporta allo stato di distensione vissuto poc’anzi. So pertanto che il fato si diverte a scherzare, e perciò non abbasso la guardia. Esorto mia moglie e l’altro ad uscire dalla macchina e cercare un luogo più sicuro. Forse pure loro hanno avuto un presagio; fatto sta che non glielo devo ripetere la seconda volta. ― Arriverà il finimondo! Dai, correte! ― invito gli astanti. Le bocche di questi, spalancate, mi suggeriscono che nessuno di essi sia capace di intendere e di volere. Ammaliati dal nero d’una nube, credo che stiano condividendo la medesima esperienza che ha portato gli scheletri chiusi nel mio personale armadio a venir fuori e a strapazzare le membra di un essere vegetale, più che umano. Vedendoli assorti nei propri pensieri, li lascio senza insistere. È chiaro che marginalmente mi possa importare di loro: mi preme la mia vita e quella di mia moglie.
Iniziamo la fuga. Ma in breve mi rendo conto che l’uomo che è con noi è rimasto indietro. Lui s’è fermato poiché accanto alla sfera stanno concentrandosi una serie di fulmini che pare la stiano spaccando. Le folgori tentano di penetrare entro la massa o-scura. Per un solo istante un candido bagliore imbianca la città, ficcandosi di seguito nella pancia della nube e facendo strada pure alle saette.
La brezza aumenta con più vigore. Qualche goccia d’acqua cade giù. Il loro incedere è progressivo. La consistente gradualità della pioggia ci bagna tutti. Mentre noi tre scappiamo, per un’ultima volta i restanti ci appaiono a bocca aperta. Io ho avuto la fortuna di riprendermi dall’incubo, ma quelli non potranno considerarsi protetti dalla sorte.
Abbiamo un discreto vantaggio sulla brezza, la quale anch’essa s’è imposta lentamente: non c’insegue più un leggero vento, bensì un poderoso soffio d’aria. Voltandomi alle spalle vedo la sfera che sta per cedere; i fulmini la libereranno dall’energia che racchiude in sé. Come i pezzi di un puzzle compongono l’immagine, così la nube compare ai miei occhi: tutta frammentata e prossima a scucirsi di dosso l’involucro che la contiene. Mia moglie s’avvicina, mentre l’altro s’affianca alla mia sinistra. Desideriamo che lo sfogo dell’aria ci attraversi e ci spazzi contro il nulla. Poggio stabilmente lo sguardo sulla tetra palla. E ad un tratto l’oscurità esplode all’ombra della luce: i pezzi si staccano dal puzzle e l’energia emessa s’effonde malefica nell’atmosfe-ra, ingoiando e digerendo quei poveracci con la bocca spalancata.
La mostruosa forza si dirige verso di noi. L’energia disperde la pioggia, eliminando l’ostacolo che ci divide; dopodiché, come attratta da una calamita, si lancia su questi tre corpi, in attesa di essere annientati dal vento. Sì, giacché l’energia non è che un freddo e potente vento: l’uragano previsto è giunto, sorprendendoci. L’intera zona viene sterminata. Non c’è più niente. Né case, edifici e persone sono state risparmiate. Tuttavia, mia moglie, l’uomo alla mia sinistra ed io, non veniamo neppure sfiorati dall’impeto disumano dell’uragano. Qualcosa è successo; ed è questo qualcosa a scansare temporaneamente la funesta minaccia. Ovunque mi volti rilevo raffiche d’aria burrascosa, che gira intorno a noi tre. Siamo prigionieri del vento, il quale difficilmente ci lascerà salire sul patibolo senza averci fatto versare del sangue, mischiato al gelido sudore che fuoriesce dalla nostra pelle. Sangue e sudore: la vitalità che sgorga dalle vene, gelata dalla paura di affrontare il destino. Se fosse per me, mi butterei fra le braccia dell’uragano. Ma condannerei la mia amata compagna: con me, lei perderebbe anche la parte di cuore che le ho affidato; solamente con l’altra metà non potrebbe sopravvivere a lungo. E quel poco che vivrebbe, sarebbe solo un interminabile martirio.
Perseverante, il vento s’accanisce con maggior convinzione. Il suo costeggiarsi a noi quasi ci toglie il respiro, come se l’aria avversa consumasse quella che circola nei nostri polmoni. Mia moglie non ne può più e urla a squarciagola. Le grida mi fracassano i timpani. Malgrado ciò sono consapevole che ciascuno ha il suo indice di sopportazione.
L’aria rivale si cela dietro quella che noi respiriamo, e così pare tutto riappacificarsi. Ma cova cattivi intenti l’occulta atmosfera. Mi distacco dal gruppo e vado verso una vasta porzione di superficie, letteralmente spoglia di terra, in quanto un ammasso di detriti umani l’ha sepolta. Mi chiedo se è logico supporre che un uragano talmente devastante non abbia avuto la virilità di portare con sé questi corpi. E come mai sono lì, vicino ai miei occhi? Questo pianeta ha tanta voglia di giocare con me. Io sono la vittima designata alla disfatta e non potrò vincerlo.
Dovremmo stare uniti. Purtroppo anche gli occhi di mia moglie si sono scontrati con l’orribile visione, e scappa via. La inseguiamo, seppur vanamente. Lei prosegue e non arresta la sua corsa. ― Aspettami! ― le dico. Però non ne vuol sapere e fugge. Io che l’amo e voglio proteggerla, perché scappa? Non dovrebbe allontanarsi da chi l’ama: in un mondo spietato bisogna stare al fianco di chi ci vuole bene.
Sono un poco desolato da questa sua condizione di panico che la sta separando da me; e subito dopo lo stato d’afflizione s’aggrava, deformando il mio sentimento in un impulso ferino. Ritengo che abbia finto con le sue premure: è la classica donna che ti mostra le spalle quando più avresti necessità di un sostegno morale.
“Tu non puoi spezzare il nostro legame” mi replico nella mente; ed il pensiero mi ossessiona al punto che i piedi scivolano sul suolo, come se stessero percorrendo una superficie ghiacciata. Neanche l’altro uomo riesce a tenere il passo. Ora che l’ho raggiunta la stringo con violenza. Il piglio che ho stampato sulla faccia è severo e crudele. ― Perché mi guardi così? ― mi chiede preoccupata. ― Ti scongiuro! Non guardarmi in questo modo! ― m’implora. Io ho l’animo agitato, e non intendo più quale sia la differenza tra bene e male. Temo d’aver scambiato mia moglie per un oggetto di possesso: la tengo stretta senza timore di farle male, proprio come se la sua carne non avvertisse alcuna sensazione.
Dinanzi a lei non pronuncio parola. I suoi occhi verdi s’incrociano con le mie labbra rosse: la sua speranza s’infrange contro l’eccessiva passione che nutro per lei. Non doveva fuggire dall’unica persona che pienamente l’adora. E adesso mi costringe a soffocarla col mio amore, così non scapperà più da me.
Non ho mai riflettuto abbastanza, tanto meno in questo frangente. Le mani gliele appoggio alla gola; e l’avrei uccisa se non fosse intervenuto l’altro uomo che, con un mancino, mi colpisce alla nuca. Stordito, mi riprendo alla svelta. Lui e lei corrono. Io sono imbestialito. La rabbia mi mette le ali ai piedi. Ce l’ho in particolare con quello che mi ha impedito di ammazzare mia moglie. Perciò mi getto verso di lui, facendolo stramazzare al suolo. Poi, una serie di pugni lo finiscono definitivamente. Prendo qualcosa da terra. L’uomo accasciato può essere ancora vivo. Tuttavia, nella mano ho una pietra con la quale imperverso sull’avversario: si è risvegliato per la seconda volta il demonio che ospito nel ventre. Io, credetemi, vorrei essere l’angelo dalle bianche vesti; invece è nei miei neri occhi che si conserva il peccato. Non ho più una coscienza e non provo pietà per l’omicidio commesso, né per me stesso. ― Era un poco di buono ― dico a mia moglie, non per giustificarmi quanto piuttosto per rassicurarla. Ma non può più essere al sicuro se sta con me. Dunque deve nuovamente scappare.
Sono stanco d’inseguirla. Allora fisso il cadavere del tizio che ho soppresso. Devo aver già ucciso, se non mi pongo alcun problema di carattere etico nel commettere un assassinio. Ho tirato un petalo ad una rosa secca: un individuo svanisce da un mondo arido, che desidera soltanto perire. Gli ho evitato un ulteriore strazio.
Mi sento imbattibile. Realmente, comunque, sono un debole. I veri uomini, quelli coraggiosi che non s’arrendono alla perversità che alberga nel loro petto, alle rose strap-pano le spine, non i petali. L’implacabile aria riaffiora. Noto un insieme di raffiche spostarsi rapidamente e con grande irruenza. La mia sposa è tallonata dalle scariche di vento. Supplica aiuto. Fin qualche minuto fa, per lei mi sarei gettato nel fuoco dell’inferno. Ma adesso l’ama-rezza nei suoi confronti è smisurata. Eppoi, come potrei strapparla dalle grinfie di questa incalzante folata? Essa è aggressiva e nessuno può sconfiggerne l’immane potere. Però, se non altro, avrei potuto farle compagnia; bensì è morta in piena solitudine: io, che un acceso amore provavo nei suoi riguardi, l’ho abbandonata ad un’impie-tosa fatalità.
Vi racconto di un uomo che soffre se stesso, di un uomo che dice addio ad un inestimabile affetto. Una persona che amavo mi è stata portata via; e il rammarico è ancor più soffocante, poiché non ho fatto nulla per contrastare ciò. L’uragano se ne vola alto, ignorandomi. Non sono stato attraversato dalla sua furia, e forse neanche mia moglie, se solo l’avessi difesa. Penso che questo inferno voglia prolungare la mia agonia. E, se c’è, il motivo lo scoprirò.
Sento che solo metà del mio cuore palpita. Mi rendo conto che un bene prezioso è scivolato dalle mie mani, riducendosi in frantumi. Non mi è concesso neppure raccoglierne i cocci, visto che il vento li ha soffiati in prossimità dell’ignoto.
Seduto, trascorro un po’ di tempo coi miei pensieri, quando inaspettatamente percepisco il rumore d’un elicottero. I soccorsi sono arrivati, finalmente; ed io mi preparo ad essere tratto in salvo. L’elicottero si dirige verso sud, o almeno è questo quello che dice il pilota. Della mia città non v’è che la memoria, velata da una coltre di polvere.
Benché il sud sia un luogo più afoso, è chiaramente più accogliente.
Non abbiamo impiegato assai per raggiungere la città dove i militari hanno arrangiato delle tende, che fungeranno da alloggi per i susseguenti giorni. Anch’io, sceso dall’e-licottero, vengo sistemato in una di queste. La divido assieme ad altri individui. Sarei lieto di scambiare qualche parola con essi. Eppure non c’è anima desiderosa di chiacchierare. Evidentemente ciascuno di loro è sfibrato dalle vicissitudini di queste ore; per cui non c’è voce vogliosa di frammentare il silenzio. Occupo quindi molto tempo a parlare con me stesso. Di rado, poi, esco fuori dall’alloggio e rilevo un numero impressionante di uomini e donne che si muovono come anguille in acqua, da una tenda all’altra. C’è un caos inesprimibile. Che questo sciagurato pianeta abbia in progetto qualcos’altro di losco? Presumo di no. Viceversa, è più ragionevole ipotizzare che i feriti abbisognino di assistenza medica. Ne scorgo a centinaia di persone sul cui volto è dipinto il terrore; sporchi e con gli indumenti stracciati, si lagnano sulle proprie brande, pregne di sangue che stilla dai letti. Da tale storia gradirei bandire il sangue, il quale fluisce a fiumi su queste pagine. Purtroppo devo continuare a descrivere simili lancinanti scene.
Da un po’ che è imbrunito, e la notte non tarderà. Magari sarà capace di offrire quel conforto di cui le vittime dell’uragano, quelle che sono riuscite a sottrarsi per miracolo al suo devastante passaggio, necessitano. Sono convinto che la quiete notturna possa donare sollievo. E così pure io potrò riposare.
La cena la assaggio soltanto: la cucina dell’esercito non è di mio gusto. Prima di coricarmi, cammino per le tende. A testa bassa e con le mani strette dietro la schiena, l’u-na nell’altra, proseguo di tenda in tenda. Ascolto tanti discorsi e ognuno ha la sua disgrazia da raccontare. Rendermi partecipe delle disavventure altrui mi aiuta a dimenticare i miei malumori.
Rientro nell’alloggio a cui mi hanno assegnato. Tutti dormono. Io mi sdraio sulla branda. Quando il sonno comincia a socchiudere i miei occhi, una prepotente figura d’uomo s’interpone tra me e l’agognato riposo. ― Chi sei?! ― chiedo con l’ansia tipica di chi preferirebbe non conoscere la risposta. Qualcuno riparato dall’ombra si fa leggermente avanti, scoprendo la parte inferiore della faccia. Un volto senza bocca è dinanzi a me. Improvvisamente ripiombo nel mio incubo peggiore, perché è ritornato l’uomo tutto pelle in viso. ― Che ci fai qui? ― domando inutilmente. ― Vattene! Vattene via! ― gli urlo. Questa volta ho davvero una fifa enorme: egli si sta avvicinando, e ha qualcosa nella mano sinistra. Sì, deve avere qualcosa custodito nel pugno! Io lo guardo atterrito. Lui procede con lentezza. ― Vattene! ― esclamo di nuovo. Non mi sento più imbattibile: cado vinto al cospetto del più forte.
Questi è ormai vicino. Apre la mano, nella quale vi sono dei vermi. Me li butta in faccia. ― Andate via! Lasciatemi in pace! ― ripeto a più non posso. I vermi mi divorano il viso, mentre io urlo così tanto da soffocare la mia gola. Ma più grido e più i vermi si sfamano. Essi s’insinuano dappertutto. Finanche gli angoli più intimi vengono presi d’assalto. Più mangiano, più crescono queste creature. E la mia carne pare non finire mai. ― Non ce la faccio più! ― scarico la mia pena. Quantunque le strida facessero svegliare pure i morti, nessuno coglie i miei spasimi.
I vermi si dileguano, allo stesso modo in cui sparisce l’uomo tutto pelle in viso. Che tortura ineffabile! Gocciolo come i letti dei feriti. Mi passo la mano sulla fronte, per ripulirla dal marcio sudore. Di seguito cerco uno specchio e mi squadro perbene il viso. Non c’è nulla che non vada nel mio volto. È che i vermi sembravano veri, ma solamente la mia fifa è stata concreta.
Ho bisogno di una boccata d’ossigeno. ― Il terremoto! ― esclamano un paio di individui. Fuori c’è panico e disordine. Fra la gente che s’è riunita in maniera confusa, vi sono i militari che tentano di calmare la folla. Informo uno dell’esercito di essere uno scienziato. Mi fa entrare in una tenda ben rifornita delle più innovative attrezzature. Qui, alcuni discutono di talune immagini inviate dal satellite. Le espressioni di questi uomini sono sfiduciate. Uno di loro dice: ― Il terremoto sta fratturando una vasta regione del nord. Addirittura, l’attività sismica di quell’area potrebbe dilatarsi, coinvolgendo innumerevoli nazioni ―.
Mi accosto al monitor. L’operatore visualizza delle foto scattate dal satellite. La terra presenta delle crepe lunghe chilometri e chilometri. I ricercatori non potevano prevedere una simile calamità. E anche se avessero potuto, sarebbero stati ugualmente incapaci d’intervenire.
Il monitor riceve costantemente immagini che documentano un notevole incremento delle spaccature della crosta terrestre. Queste, poi, da una foto all’altra tendono a dilungarsi, quasi come se corressero sulla superficie. ― Di questo passo, tutti saremo facili prede del sisma ― commenta uno. E aggiungo io: ― Questa è la fine del mondo! ―.
Il satellite mostra pure la situazione delle voragini venutesi a generare stamattina: città intere sono totalmente scomparse. E dello tsunami? Gli oceani si sono ribellati a catena.
Do in escandescenza: ― Carogne! Siamo tutti cibo per la terra. Voi avete destato in lei un indicibile rancore. Siete dei criminali! ―. Io non mi sento responsabile, in quanto nemmeno mi ricordavo chi fossi stamattina. Come può essere cagione di cotante tragedie uno che neanche si ricorda chi è?
Mi scosto dal resto del mondo per isolarmi e rimanere solo con la notte. La luna riverbera i raggi del sole, il quale tace dietro una miriade di astri. Nel limpido buio le tenebre e la luce si sposano in uno sfondo cupo, rischiarato dallo sfavillante splendore di miliardi e miliardi di piccoli punti, immobili nel firmamento. Le stelle tracciano il retto percorso da seguire, semmai si smarrisca la strada amica. Ma io non ho una strada amica da seguire, e le stelle non mi sono affatto d’ausilio. Se però potessero indicarmi una qualsiasi rotta su cui imbarcarmi nel loro placido mare, emigrerei verso ulteriori e inesplorati orizzonti, staccandomi dal lento scorrere del tempo di una feroce giornata criminale. Guai e dispiaceri: solo questo ho ricevuto in poche ore. Neppure in una vita intera uno s’affligge così tanto.
Alla morte non c’è scampo: soltanto se uno è già defunto può prevalere su di lei. Nondimeno, le darò filo da torcere: io non finirò come quelli all’ospedale o gli altri inghiottiti dall’uragano, precipitati nel regno dell’oblio. Se proprio devo crepare, che sia una dipartita dignitosa.
Il firmamento è stupendamente affascinante. E me lo godo tutto, scordandomi delle complicazioni che mi lacerano. Poi, sdraiandomi sull’erba fresca di un rigoglioso prato, mi rilasso in armonia con la natura che cinge il mio corpo. Questo recinto mi protegge da ciò che v’è al di fuori di esso. Ecco, il mio castello di verdi fili mi emargina dall’universo. Non m’interessa quello che accade oltre le mura del mio reame, poiché non appartengo più a quel mondo che esclusivamente sventure a valanga ha saputo confezionare per me.
Questa volta non è un’illusione: non si ripresenteranno gli scheletri a turbare la mia tranquillità, e nessuno ostacolerà questo momento di assoluta quiete. Ritengo di meritare ampiamente un po’ di intatta e virtuosa serenità. E, dopo averla tanto bramata, non ci rinuncerò così facilmente: la difenderò a qualsiasi costo. Oggi ho imparato che l’oro più pregiato risiede nell’ordine del creato. Un patrimonio, questo, che in pochi apprezzano: gli uomini né ascoltano né vedono; hanno perso l’olfatto e il gusto per i migliori odori e sapori; e ciò che toccano, successivamente si spezza. La percezione distorce l’ordine delle cose, originando il caos. Eppure nel silenzio della notte posso finalmente udirne la voce, ammirarne l’aspetto, percepirne l’odore e il sapore, nonché sfiorarlo lievemente, onde evitare che cada al suolo.
L’erba riscalda una pelle che sta raffreddandosi, per poi solleticarla con l’aiuto della brezza, la quale delicatamente la muove ad ogni suo passaggio. Tuttavia il mio reame non riesce ad impedire che il fuoco dell’inferno bruci ancora, dando in pasto alle fiamme l’ordine e la pace dei sensi. In un baleno mi rialzo e noto delle scie rosse ardere le bianche stelle.
Nel pieno della nostra giovinezza speriamo di vivere il più a lungo possibile. È comunque ineluttabile quel tempo in cui, trepidanti, attendiamo la morte. Io, che perennemente la sento pulsare nell’intimo del mio cuore, la desidero proprio come agognavo la vita nei migliori anni della giovinezza. Prego affinché tutto cessi per mano della morte. E capirete il perché di questa preghiera, or che lampi roventi segnano il firmamento: una tempesta di meteoriti si sta rovesciando al suolo, marchiandolo di piccole e grandi cicatrici, che ne ricorderanno per sempre il suo transito. Il mio amato pianeta lacrima spasimo, mediante le piaghe che tanta angoscia procurano. Ed è dallo sterminato spazio che matura questo dolore. Che la terra non abbia più risorse per esprimere su di noi la sua collera, e che perciò abbia chiesto aiuto al vasto cosmo?
Proseguo con lo sguardo nell’alzarlo dopo averlo appena abbassato, inseguendo la traiettoria dei meteoriti. Nel mio reame non m’accollo alcun rischio, quantunque il delirio della gente, uscita dagli alloggi nell’estremo tentativo di sottrarsi alla strage, mi turba seriamente. Nei loro visi è ritratto il dramma umano che si sta consumando. L’ordine perfetto dell’universo, devo ammetterlo, è un totale disordine qualora non riesca più a controllare la sua veemenza.
Ho ripudiato la speranza il giorno in cui mi sono unito alla progenie della terra: è allora che ho smesso d’esistere. Perché non è vita quella che abbisogna di sostentarsi all’ombra della paura. Noi nasciamo con lo spirito sconvolto dal puro e semplice terrore di venire alla luce. E vi posso assicurare che, quando i timori ti succhiano l’ani-ma, non c’è spazio per la speranza.
I meteoriti imperversano in superficie. Tante persone ne rimangono vittime. Quanti umili individui trapassano sotto quell’incandescente e sconosciuta materia! S’è librata dall’infinito cosmo e ha raggiunto questo pianeta, martoriandolo senza alcuna pietà. Che sia composta di metallo, di fuoco, d’aria o d’acqua, poco importa: è soltanto materia assassina.
È davvero penoso udire i lamenti delle mamme che perdono i propri pargoli, o le urla dei fanciulli alla ricerca dei cari. Va bene: esco dal guscio che mi difende e volgo in sostegno d’una madre che combatte per strappare all’aldilà suo figlio. Disgraziatamente, tutto è vano: uno dei meteoriti cancella due vite in un secondo. Dovrò essere prudente, altrimenti sarò colpito anch’io. Per evitarli, mi muoverò a gran velocità. Quindi, come un bimbo che salta sugli scogli e cautamente vigila sui suoi balzi, mi sposto da un punto all’altro con agilità e fermezza. La differenza tra me e un bimbo è solo il fardello degli anni: io, non più un ragazzino, talvolta goffamente infilo uno dei piedi in una delle cicatrici che alterano la consistenza di un’estesa area geografica. In ogni caso, azzardando qualche audace guizzo, me la cavo splendidamente.
Le code dei meteoriti appaiono come delle interminabili gocce di pianto rosso, che incendiano il volto al cielo. Fitta è la pioggia; ma io le sfuggo. Sono l’unico che non si fa catturare. Credo che ci sia una sorta d’alone magico tutt’attorno a me, che scansa il pericolo. Di che tipo sia, è un mistero.
Alle mie spalle lascio una fetta di pane presa a morsi dalla fame: quest’angolo di mondo è il pane, la foga del cosmo è la fame. Mi spingo fino ad un luogo dove una folta vegetazione ne è la padrona incontrastata; e m’incammino per uno dei sentieri, approdando successivamente in una valle circondata da delle elevate vette. Perdo l’orientamento al cospetto di simili alture. Così attigue fra loro, presumibilmente le montagne non forniscono nessuno sbocco. Questa è una gabbia. Dovrò se non altro tentare di cercare uno spiraglio tra i massici montuosi. Benché mi metta all’opera per perseguire il mio intento, non è facile spuntarla sull’obiettivo.
Neanche le alte cime mi nascondono dai fasci luminosi dei meteoriti. Questi si sono brevemente ammutoliti; purtroppo ora tornano a parlare. E affermano d’avermi trovato in mezzo alla sperduta catena di monti. Io li vedo più scintillanti che mai. Mi vogliono a qualsiasi prezzo, e mi avranno. Alcuni di essi colpiscono le montagne, fendendole; e se neppure delle robuste alture sono state in grado di osteggiarli, come posso confidare nella salvezza? Strano: io che pregavo per morire, ora che sto per essere esaudito non mi sento completamente convinto. Forse non sono stanco abbastanza; o magari lo sono. Che mi stia abituando alle sevizie? La confusione mi ha innegabilmente denudato di quel minimo di lucidità, condizionando la mia facoltà d’inten-dere e di volere.
Le cime coprono una diga di ampia portata. I meteoriti hanno abbattuto la barriera che conteneva l’acqua, la quale si presenta davanti ai miei atterriti occhi. Da un lato le incandescenti fiamme provenienti dallo spazio; dall’altro le travolgenti acque di una diga. Ed io, al centro di due virulenti furie, aspetto l’esito dell’impatto.
Inerte, vedo le fiamme avvicinarsi sempre più, come pure il frastuono d’una spumosa onda erge la sua minaccia sulla mia gracilità. Oscuro la vista e, in un attimo, vengo investito dalla colossale onda, che mi scosta giusto in tempo dagli scarlatti meteoriti. Immediatamente perdo i sensi.
Ancora è notte quando mi risveglio. L’acqua mi ha scortato fin dentro le mura di una città. Con le strade bagnate, cammino in un torbido fiume. Domando se ci sia qualcuno; le case che incontro non mi danno risposta. Dopodiché entro in una delle abitazioni e osservo in giro. Mi reco in cucina ed apro le dispense col frigo. Questo mondo maledetto ha portato con sé finanche il cibo. Non c’è niente con cui saziare il mio appetito, né per dissetarmi. Per riempire lo stomaco mi toccherà bere l’acqua che scorre sulle strade di questa magra città. Non mi è concesso bere con calma, perché un rumore lungo e prorompente fracassa i miei timpani. ― Che cos’altro c’è! ― grido. La terra comincia a spaccarsi. ― Dev’essere il terremoto di cui in precedenza ho visto le immagini! ― ipotizzo. Ed ho perfettamente ragione. Per l’ennesima volta devo scappare. Vengo seguito dalle fratture che, a decine, si moltiplicano in tutta l’area. In quel momento mi schiarisco le idee: scriverò la parola fine a questa tragedia, uccidendomi. Non ho più perplessità, e perciò mi abbandono ad una delle crepe generatesi.
C’è un buio tetro che accompagna la mia caduta. Ciononostante m’accorgo che l’o-scurità stessa ha frenato il mio incedere verso l’ignoto. Così comprendo che non conquisterò più il fondo. Non mi rimane che imparare a coesistere col nulla.
Sebbene questo sia il regno delle tenebre, dove tutto è cecità, mediante occhi che non si spengono rilevo alcuni colori: distanti, scorgo un blu ed un rosso estremamente vividi. Entrambi si dirigono verso di me, emanando una brillantezza che accende un viale di luce. È il viale del tramonto. Lo imbocco con fretta: non voglio che i due sfavillanti colori rovinino il mio passaggio ad un’esistenza superiore. Cosicché, con lestezza, me la do a gambe levate.
Quando inizia a farsi sentire, la stanchezza m’indebolisce. Procedendo molto lentamente, infine il blu e il rosso si dichiarano: sono le acque degli oceani, rivoltatesi contro la terraferma, e il fuoco scintillante dei meteoriti. E c’è dell’altro, poiché una folata mi scaraventa nelle braccia di un mulinello, prodotto dal medesimo possente vento. Respingere un siffatto portento è impossibile. Per cui vengo inghiottito dal moto vorticoso delle raffiche.
Il viale s’è dissolto. Al suo posto si sostituisce quella raccapricciante montagna di cadaveri, mentre di fronte a me si materializza l’uomo tutto pelle in viso. A poco a poco la sua perfida faccia s’accinge ad assumere una configurazione. Il mostro non ha più segreti: sono io; sì, proprio io. Ed è come se all’improvviso avessi acquisito un gemello. Ma no! Nessun gemello: quello è il lato negativo che ho occultato a me stesso. Tutti ne posseggono uno; e ciascuno di noi lo maschera come meglio ritiene.
Indicandomi il cumulo di cadaveri, l’uomo che ostenta il suo fiero ghigno dice: ― Un flagello per ogni martire ―. E mi mostra i suoi occhi, dove in un baleno scorre la mia storia, ossia la vicenda di un individuo senza un minimo di misericordia, che ha seminato odio e perversione. Nella mia vita precedente ho commesso crimini inconfessabili. Provo ribrezzo verso la mia persona, e gradirei che qualcuno mi tagliasse la testa. Adesso che conosco la tribolazione sarei disposto a pentirmi. Ma so di non meritare alcuno sconto sulle mie pene.
Un tempo ero un assassino. Un tempo annegai le emozioni nel sangue altrui, trasformandomi in un vegetale privo di sentimenti. La mia esistenza è destinata a distruggersi, similmente al modo in cui io l’ho distrutta agli altri: la punizione è pari al peccato compiuto. Un peccato che alimenterà l’ira degli scheletri isolati nel mio armadio e quella della montagna di cadaveri avvolta in un lenzuolo di morte. Sono all’inferno; e non crediate che la mia sia una metafora per rappresentare questo orribile luogo: io giaccio seriamente nella casa del demonio. Con le mie nefandezze ho infamato la vita terrena, e ora rimpiango d’aver rinnegato l’amore.
Per me, gl’inferi hanno voluto un mondo che si generi e si divori in un giorno, riprendendo nuove sembianze il mattino susseguente. All’alba d’un remoto dì il male s’è destato, e respirando su di me persiste nel bruciare la mia carne. Mai notte calerà su questo inquieto vivere; mai sfavillante lume irradierà le mie ceneri.
Sono molto stanco e socchiudo le ciglia. Il mio sonno è un alternarsi di incubi. Il sole però si ripropone più splendente del solito. Le mie palpebre s’aprono per affrontare le avversità del quotidiano. Mi alzo, mi vesto e scendo a fare colazione, assieme ad una moglie diversa, in un’altra città. Nulla più mi lega alle ventiquattro ore antecedenti. Neppure i disastri che verranno a stravolgermi.
Oggi ho deciso di fermarmi, al fine di buttare giù queste poche pagine. Mentre fuori il mondo si sgretola, io narro le mie vicissitudini. E non importa se mai nessuno sguardo si poserà su questi scritti: io sentivo il bisogno di sfogarmi, di esternare le mie sensazioni più fosche, di rendere più leggera la croce che mi trascino. Necessitavo di una compagna con cui confidarmi, ed è nella penna che l’ho trovata.
Più trascorre il tempo e più rammento dell’omicida che fui. Sono ricordi tristi, che tento di scacciare dalla mente. Cosa può restarmi per il presente, se non proprio i ricordi, questo dannato inferno e il rammarico d’aver dissipato un tesoro assai prezioso: la vita umana.