FOCUS SUGLI AUTORI


(9 - 16 luglio)


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note biografiche dell'autrice

Valentina Bellettini, nata a Rimini nel luglio 1983, è una ragioniera che lavora nell’ambito del commercio e si diletta a scrivere fin da tenere età, considerando la scrittura come aspirazione della propria vita.
Da adolescente ha pubblicato un breve racconto su Internet e in seguito al diploma ha collaborato al Corriere Romagna per qualche mese, il tempo di costatare che ciò che le piaceva davvero non era riportare eventi accaduti, ma inventarne con la propria immaginazione.
Il suo primo libro s’intitola “Profumo d’incenso” ed è stato pubblicato nel maggio 2008 dalla Giraldi Editore.
Nel maggio 2009, un suo racconto, “La voce di Minì”, rientra nella rosa dei finalisti al contest “Scrivi un fantasy e incontra Licia Troisi” promosso dal sito Mondadori.
Nel luglio 2009, una telefonata della Mondadori le comunica che è stata selezionata tra 780 richieste per partecipare al primo Laboratorio di Scrittura Creativa gratuito; in una delle cinque giornate a tema, la sua poesia "Nel vento" è letta ed analizzata dal poeta Maurizio Cucchi.
Il suo primo libro s'intitola "Profumo d'incenso" ed è stato pubblicato nel maggio 2008 dalla Giraldi Editore.

Capitolo 5: "Mummificazione"
( tratto dal libro "Profumo d'incenso" )

Il rumore di un tamburo, ancora quell’odore d’incenso.
Qualcosa la scuoteva e la testa le girava sempre più.
Cominciò a percepire qualcos’altro, una lingua strana, sconosciuta.
Provò ad aprire gli occhi, era tutto sfocato. Mentre sbatteva le palpebre vide: un’ombra, delle mattonelle arancioni, la luce debole di una candela, forse due…
Poi finalmente riuscì ad aprirli del tutto e quando lo sguardo dalle mattonelle si sollevò, urlò con tutto il fiato possibile.
Indietreggiò, ma nel cercare una via di fuga osservò che la stanza sembrava chiudersi in quelle quattro mura; niente porte, nessun’uscita. Trovò riparo in un angolo da dove, rannicchiata ed incredula, iniziò a scrutarlo dall’alto al basso mentre avanzava: aveva piedi affusolati, gambe snelle e la pelle scura, poi un gonnellino bianco, braccia e dita di una lunghezza fuori dalla norma, ed infine, la testa, era simile ad un cane nero, con le orecchie alte ed appuntite. Era lui.
Anubi sussurrava e Marta si chiedeva se non capiva le sue parole perché non riusciva a percepirle – per come parlava piano – o se non le capiva semplicemente perché le erano incomprensibili.
Seppe rispondersi appena fu lei stessa ad aprire bocca: inspiegabilmente, si esprimeva come lui, parlava egiziano. Lei che non sapeva neanche cosa cercasse di dire quel dio, comunicava allo stesso modo.
Egli si avvicinò, e fu così vicino che per un momento Marta si perse nei suoi occhi azzurri – quello spiraglio di luce in contrasto con tutto l’aspetto restante – e a quella distanza riuscì finalmente a capirlo:
“Iside, cosa le è successo? L’ho trovata qui, svenuta. Sono arrivato solo ora per cui non so… come sta? Si sente bene?”
Marta si chiedeva perché mai la chiamasse come la sua dea preferita: “Iside? Io non sono Iside!”
“Era qui per terra, divina. Cadendo, avrà perso momentaneamente la memoria” le poggiò la mano sulla fronte “Ora mi ascolti: io sono Anubi, dio sciacallo di Cinopolis, colui che ha inventato la tecnica dell’imbalsamazione; colui che vive sulla montagna che conduce alla dimora dei morti; colui che possiede l’Ut…”
“L’Ut?”
“Sì, le bende delle mummie. Mi sembra alquanto stordita, sua maestà… In ogni caso, lei è Iside: la grande maga e dea regina. Colei che ha insegnato alle donne l’arte del ricamo e della tessitura, vedova di Osiride e che dopo tante ricerche ha riportato qui, in tutti i suoi pezzi, per ricomporlo col mio aiuto attraverso l’imbalsamazione e restituirlo alla terra dei vivi.”
Marta si alzò: “No, io non sono Iside! E se mi trovo qui, questo deve essere un sogno: ero così tranquilla nella mia cameretta a fare il tema, quando quell’odore d’incenso mi ha fatto perdere i sensi e devo essermi addormentata…”
Anubi la osservava scettico. “… un momento. Io non ho mai comprato l’incenso. A casa non ne abbiamo.”
“Sì che ne ha, come tutti noi qui in Egitto.”
“Ma questa non è la mia casa!”
“Certo che lo è.” Lo sciacallo sbuffò “Divina Iside, deve aver sbattuto seriamente la testa. Mi rincresce ma non abbiamo molto tempo; dobbiamo procedere prima che Seth ed i suoi seguaci ci trovino. Deve pensare a suo marito adesso.”
“Mio marito? Ho solo tredici anni!”
Spazientito Anubi urlò: “Iside! Ritorni in sé! Giudichi lei stessa!”
Con le finissime dita raccolse un vortice scuro dinanzi la sua testa e volteggiando le mani in senso orario creò un disco di pietra ovale, che con un ulteriore giro diventò di vetro: “La prego, osservi...”
Le porse lo specchio e Marta stentò a riconoscersi: aveva lunghi capelli corvini che le raggiungevano metà schiena perfettamente alla pari e sopra la testa, un copricapo simile ad un falco, con le penne dorate che le circondavano il viso; al collo portava il tipico collier delle donne di rango, ossia l’usekh, composto da più giri di perle, e sui polsi come nell’avambraccio portava numerosi braccialetti, il tutto per ornare quell’anonima tunica rossa che la copriva fino alle caviglie. La cosa che più la colpì fu il viso – a parte il contorno degli occhi truccato col kohl nero – l’intera fisionomia del viso era cambiata, compreso il colore della pelle, leggermente più scura, quasi mulatta. Stupita si toccò le guance, e vedendo le mani tremanti, notò che aveva le stesse lunghe dita di Anubi, con la differenza che le unghie erano tinte di un verde smeraldo. Indietreggiò fino ad appoggiarsi contro il muro, e l’altro dio, che non l’aveva persa di vista per un attimo, sentenziò: “Cercheremo di trovare spiegazione su quanto accaduto in mia assenza. Le farò fare una visita per determinare il suo stato di salute, glielo prometto. Ma ora, la supplico, mi dia assistenza per Osiride: dobbiamo procedere prima che sia troppo tardi.”
Marta non sapeva più cosa pensare. L’unica cosa che poteva fare era ubbidire ad Anubi: salvare suo marito.
Il dio sciacallo la prese sottobraccio per sostenerla fino al centro della stanza. Una volta raggiunto, si abbassarono per oltrepassare la tenda vermiglia che gli arrivava a mezzobusto e Marta si spaventò nel vedere il cadavere di Osiride: era sdraiato su di un ripiano che aveva, come poggiatesta, la testa di un leone e all’estremità posteriore ne riportava la coda.
D’istinto, Iside corse ad inginocchiarsi dinanzi al dio ed iniziò a piangere dicendo: “Amore mio, ce la faremo. Resisti ancora e torneremo a regnare felicemente su questa terra”.
Non sapeva perché avesse pronunciato quelle parole; non riusciva nemmeno a spiegarsi le lacrime.
Suo marito Osiride. Rispettosamente regale anche in quel momento, bello e forte come quando si erano innamorati al primo sguardo. Persino in quel momento se ne era innamorata, come se fosse stato il loro primo incontro, anche se si conoscevano da sempre.
Iside si era dimenticata di Marta. Marta non esisteva più, forse non era mai esistita.
Il suo corpo era ricoperto da bende, a loro volta ornate da talismani. Anche il sarcofago era pronto e la somiglianza era incredibile: la sua pelle verde, la bianca corona alle cui estremità brillavano ali dorate, la lunga barba; le sue fredde mani che reggevano gli scettri del pastore e la frusta.
Lo guardava rapita e non poteva fare a meno di ripensare al loro forte amore. Le ritornarono alla mente delle scene in modo così preciso, che dovevano essere per forza, realmente accadute: il primo bacio al tramontar del sole; la successiva proposta di Osiride – “Con l’alba di questo giorno inizia un nuovo regno, il nostro. Iside, se accetterai di sposarmi mi renderai il dio più felice della terra” – ; le giornate ufficiali, trascorse seduti vicini, nei rispettivi troni dorati… erano la coppia più bella ed unita di tutto l’Egitto, invidiata da molti, soprattutto da Seth. Ora ricordava anche la disperata ricerca dello scrigno, i giorni passati come governante nella speranza di riceverlo come compenso per i servigi prestati, la straziante ricerca dei pezzi del suo corpo dopo l’ennesimo tentativo malvagio di Seth…
Quanti brutti momenti passati senza di lui, chiedendosi dove fosse, sognando di ritrovarlo e riabbracciarlo; poi le altrettante delusioni nel cercare di riportarlo in vita inutilmente.
Anubi la prese per un braccio: “Coraggio, regina.” L’aiutò a sollevarsi.
Alla fievole luce delle due candele si celebrò il rito sacro: Anubi procedeva senza fermarsi, ma lentamente, avvolgendo con cautela e precisione il corpo del dio, mentre gli occhi umidi di Iside brillavano pieni di speranza.

La luce
inserito il 18 luglio 2009

Io sono una stella.
Ecco, non pensare ad uno di quei corpi celesti che luccicano nel cielo, io sono fatta di tubi e fili elettrici: sono un'insegna luminosa a forma di stella ma non brillo di luce mia a meno che mi si colleghi ad una presa elettrica.
Sono nata in una fabbrica e credevo d'essere speciale perché tra tutte le decorazioni, il mio corpo aveva questa forma particolare a cinque punte.
Fu emozionante il giorno in cui mi installarono al centro della rotonda cittadina e conservo intensi ricordi di quando mi lasciai cullare dal vento freddo oppure quando i fiocchi di neve mi solleticavano e si scioglievano al contatto col mio corpo. Di giorno osservavo e di sera diventavo la protagonista: illuminavo orgogliosa i visi dei bambini entusiasti nel vedermi e seppur suscitassi meno stupore negli adulti, son certa che la mia presenza non gli era indifferente nell'animo.
L'animo io lo conosco e presto avrei rimpianto di non essere un semplice e freddo oggetto.
Era una nottata particolarmente limpida: stavano immobili e brillavano quasi a farmi l'occhiolino; erano loro, una miriade di stelle dorate, vere. La luce che emanavano era come un’aurea magica; luccicavano birichine ed io mi sentivo derisa ma in segreto, le ammiravo e desideravo ardentemente d'essere una di loro.
Per quale scherzo del destino mi ero trovata in una materia creata dagli uomini e vincolata alla Terra quando potevo essere una creatura di Madre Natura e aleggiare nel cielo sconfinato?
In quella notte, dei fuochi d'artificio smorzarono i miei singhiozzi ed io decisi di non funzionare più.
Come previsto, il più plausibile dei miei desideri si realizzò: gli operai mi calarono sulla terraferma; era inutile cercare il guasto poiché non era solito usare le stesse decorazioni per due anni di seguito e ormai le feste natalizie erano giunte al termine.
Mi riportarono nella fabbrica, in un magazzino buio; avrei voluto che la tortura finisse invece ero ancora sveglia e continuavo ad esistere.
Persi la cognizione del tempo quando un giorno, d'un tratto, vidi una luce abbagliante ed ebbi una vampata di calore: ero io; l'elettricità percorreva i miei tubi così come il sangue scorre nelle vene.
"Mamma, ho trovato una stella, una stella vera!" gridava la bambina saltellando di gioia.
La madre strappò via la piccola perché il posto di lavoro del padre non era un luogo di gioco ma la bambina, in risposta, si mise a piangere; credeva ciecamente che io fossi una realtà piuttosto che una rappresentazione.
Il suo pianto era talmente straziante che sentii nel profondo il desiderio di consolarla con la mia luce; decisi che avrei brillato come le stelle vere ma da vicino, per riportare o accentuare il sorriso sui volti della gente.
La bambina mi aveva acceso, gli umani stessi mi avevano creato a questo scopo: illuminare per rallegrare le strade e diffondere un'atmosfera di festa; ero altrettanto indispensabile quanto quei deliziosi puntini dorati nel cielo!
Usai tutta la mia energia: volevo illuminare ancora, anzi, di più.
Incantate, madre e figlia cessarono di bisticciare e l’intero personale fu attratto dal bagliore: il titolare dell'azienda rimase a bocca aperta; lui, il padre della bimba, mi aveva progettato e fu così sorpreso nel vedermi tornare a splendere! Oggi è una bella giornata di sole e stasera toccherà a me brillare; sono qui che veglio sulle loro teste, proprio qui, sulla sommità dell'azienda d'insegne luminose.
Sono una stella, un'orgogliosa insegna pubblicitaria perché la vera luce non è quella che si vede con gli occhi ma quella che oguno di noi può suscitare nell'anima dell'altro.

Nel vento
modificata il 4 settembre 2009

La pioggia mi sveglia col tichettio sul tetto.
La serranda vibra nervosa ed io la raggiungo, sentendo il bisogno di risollevarla.
Una foglia umida s’incolla sul vetro della finestra e si annebbia del mio respiro.
Cavalcando il vento, soffia il ricordo dell’estate; le mie mani escono dal rifugio per tentare di afferrarlo.
L’aria gelida raffredda le sottili dita ed il ricordo scivola via così come il tempo passato.
Laddove il mio sguardo si posa, tutto appare in modo diverso...
fino al prossimo accenno di sole.

Dorino e la Ninfa (una fiaba in stile classico)
inserita il 13 marzo 2010

Tanto, tanto tempo fa, in un luogo lontano, un bambino camminava a fatica tra le dune del deserto. Era solo e stava camminando da diversi giorni, senza meta nè direzione. Dorino, questo il suo nome, non era un bambino come tanti, era un principe, figlio della regina Aurora ed orfano di padre, quindi, unico e legittimo erede al trono.

Il motivo per cui stava passeggiando nel deserto, con addosso abiti stracciati e capelli scompigliati, piuttosto che seduto sul trono, elegantemente vestito e con la corona adorna, era a causa della strega cattiva Maipiù. Il più grande desiderio di Maipiù era quello d’impedire l’incoronazione di Dorino ed usurpare il trono, trasformando il Regno Lucente nel Regno Buiopesto. Il suo piano malvagio, l’aveva vista, all’inizio, fingersi amabile balia del piccolo, timida ed introversa, poi, il giorno in cui re Sole sparì misteriosamente da una spedizione nella foresta, la strega rivelò la sua vera natura. Fu allora che, con un potente incantesimo oscuro, lanciò Dorino in alto nel cielo, e dopo mille capriole sospeso nell’aria, il principe atterrò sulla sabbia, cadendo rovinosamente dentro una duna.

« Questa duna assomiglia a quella dove sono caduto, ma anche quella e pure quell’altra! » Si sedette, e una lacrima scivolò dall’occhio bagnando la sabbia.

« Dove sono? Giro intorno o vado avanti? Non capisco, qui è tutto uguale ed io mi perdo! » Disse, e una lacrima scivolò dall’occhio bagnando la sabbia.

« Sono stanco e non ho più forze; ho tanta, tanta sete » disse, e una lacrima scivolò dall’occhio bagnando la sabbia.

Si mise la testa fra le ginocchia e pianse, pianse a lungo, poi, d’improvviso, accadde qualcosa: una figura minuta prese forma dalle lacrime scivolate sulla sabbia, l’acqua si coaugulò fino a rivelare una sagoma minuta e femminile.

« Principino, basta piangere. »

Dorino sollevò lo sguardo, incredulo:

« E tu chi sei? Come conosci il mio nome? »

« Io sono una ninfa dell’acqua, sono nata proprio ora, qui, in questo deserto sterile, dalle tue lacrime. »

« Ma come è possibile? »

« L’acqua è la linfa vitale, non lo sai? » Disse la ninfa, e balzò sul palmo della mano di Dorino. « Riguardo chi sei, è presto detto: basta interpretare le linee della mano sinistra per capire che il tuo destino è quello di diventare re. »

« Temo che non sia possibile. »

« Ti sbagli principino, ti aiuterò io. »

La ninfa dell’acqua, ancora nella mano di Dorino, si appoggiò sulle ginocchia e con il minuscolo indice, fece cenno al principe di avvicinarsi:

« Vieni più vicino. »

Così, Dorino ubbidì, e la ninfa gli diede un piccolo bacio sulla guancia: di colpo, al contatto con la sua essenza d’acqua, Dorino si sentì dissetato e gli si alleviò la calura provocata dal sole cocente.

« Ninfa, tu mi hai restituito le forze, ma ora dimmi, qual’è il tuo nome? »

« Io non ho un nome, sarò ciò che volete che io sia, mio principe.. ma mi piacerebbe essere chiamata Rugiada. »

« Così sia » rispose, e la ninfa fece un inchino.

« Ora ti riporterò al castello. »

« Davvero puoi farlo, Rugiada? »

« Certo! Con un po’ di formule magiche, fiducia in se stessi e coraggio. »

Detto questo, la ninfa piombò dentro la sabbia ardente, pur sapendo che fosse davvero pericoloso.

Dalle viscere della terra, si udiva il canto melodioso della piccola creatura:

« Vien da qua l’acqua pura. Ritorna e porta frescura. »

Poco distante da Dorino, un cactus sparì dentro la sabbia ed al suo posto emerse una possente quercia.

« Vien da qua l’acqua pura. Ritorna e porta frescura. »

Dal nulla, continuarono ad affiorare degli alberi, oltre alle querce, anche abeti e pini, poi, la sabbia si trasformò e divenne terra.

« Vien da qua l’acqua pura. Ritorna e porta frescura. »

Un laghetto, scoiattoli e uccellini, poi arrivarono anche fiori e muschio.

L’arido deserto era diventato una foresta lussureggiante.

« L’acqua genera vita » disse Rugiada, guizzando sulla superficie del lago. « Non solo, l’acqua trasporta. » La ninfa balzò sulla testa di Dorino, usò i capelli come funi e gli raggiunse l’orecchio: « Guarda laggiù. »

Il principe seguì l’indicazione, si voltò e vide un altro lago, molto più ampio: nelle sue acque si tuffava una bellissima cascata e proprio dove il getto faceva zampilli, vide una persona che faceva il bagno, bisognosa di rinfrescarsi, e al tempo stesso, avida di sete.

« Padre! » Lo riconobbe Dorino.

« Figlio mio, sei qui! » Il re Sole fece delle larghe bracciate a nuoto finché lo raggiunse. « Credevo che non sarei più riuscito a vederti perché la foresta, meta della mia spedizione, si era rivelata un miraggio; in realtà era un deserto! »

« Stregoneria » suggerì Rugiada all’orecchio del principe.

« Era opera della strega Maipiù! » Esordì Dorino, quindi raccontò al padre l’intera vicenda, dalla scoperta della vera identità della strega, all’incontro con la ninfa dell’acqua che aveva reso possibile questo lieto fine.

« Figlio caro, non è ancora finita: dobbiamo andare a ripendere il nostro posto a corte, sui nostri troni, e dire addio per sempre alla strega Maipiù. »

Rugiada consigliò a Dorino di raggiungere la cascata e risalire il fiume; raggiungendo la fonte, avrebbero trovato i confini del Regno Lucente.



La traversata durò diverse lune, poi, in un’altra nottata, giunsero al castello.

La strega Maipiù sedeva sul trono, la regina Aurora spodestata e rinchiusa in una cella.

Fu dura la lotta tra la strega ed il suo re, ma grazie a Dorino e all’amica ninfa, la famiglia reale ebbe la meglio. Una volta sconfitta, fu Rugiada ad occuparsi di Maipiù: la ninfa modellò le acque di un torrente, le raccolse tra le mani affusolate e le usò per avvolgere la strega, dopodiché la spinse nel fiume, dove fu trasportata dalla furia impetuosa della corrente; non sarebbe più tornata.

Re e regina si abbracciarono, poi coccolarono anche Dorino; il principe era così felice che una lacrima gli scivolò dall’occhio cadendo sul pavimento dove c’era la ninfa. Era una lacrima di gioia e quando questo tipo di emozione cade su di una creaturina simile, accade una potente magia.

La forma di Rugiada s’ingigantì e divenne alta quanto Dorino. Il principe la osservò e vide la materia d’acqua compattarsi fino a rivelare il suo nuovo aspetto: era sempre una ninfa, ma non era più minuscola, sembrava una bambina vera.

Rugiada prese la mano sinistra di Dorino, ora grande quanto la sua, ed osservò le linee del destino: un bel giorno principe Dorino e principessa Rugiada governeranno il Regno delle Acque Dorate e vivranno per sempre felici e contenti.

FINE

La voce di Minì
inserita il 13 marzo 2010

Nel regno delle Terre dell’Immedesimazione esistono tante razze, ma nessuno conosce questa specie: i pissi. Questi misteriosi esserini sono minuscoli come granelli di polvere, talmente candidi e sottili da risultare invisibili, eppure, sono in tutte le storie. Di pissi ne esistono a milioni di miliardi ma hanno rinunciato a formare dei branchi ai tempi dell’eroe Minì.
Minì era un pissi esattamente come gli altri, ma fu l’unico a formulare un proprio pensiero: Minì l’illuminato – come fu soprannominato poi – si chiedeva quale senso avesse starsene lì, tutto il giorno e tutta la notte, nel Crocevia dei Boschi, appiccicato ai suoi simili come soffici batuffoli.
«Lo scopo è sopravvivere!» dicevano i pissi all’unisono prima di sparpagliarsi, librarsi nell’aria, fluttuare, strisciare e infine, riunirsi al gruppo. Questa operazione avveniva pressoché ogni ora, al passaggio di un troll, alla ventata d’aria provocata da un drago, o alla traversata di ogni altra creatura ignara della loro esistenza.
«Ogni giorno la stessa storia, perché non ci spostiamo?» Chiese Minì.
«Sportarsi sarebbe inutile, noi pissi rischiamo la vita in ogni dove.» Rispose un suo vicino, «Oltretutto siamo in tempi di guerra.»
«Certo, ma è sempre tempo di guerra.» Disse Minì.
«E’ la continua lotta tra razze, serve per stabilire chi è il più forte.»
«Per l’onore.»
«Per il denaro.»
«Per amore.»
«Per conquistare terre.»
«Per le divinità.»
«Per il perverso gusto di farlo.»
Minì esordì: «Ora basta: Salverò le Terre dell’Immedesimazione!”
Così dicendo, il piccolo fece un salto, rimbalzò sulla testa di un suo simile e si staccò dal gruppo.
Un pissi vide Minì atterrare vicino a lui: «Dove ti sposti? Nel branco delle Cascate Arcobaleno?»
«No, vado dall’Orco Maggiore.»
«Coosa?» Replicò il pissi e subito, gli altri fecero eco, una melodia ritmicamente ansiosa che seguì Minì in tutte le sue tappe.
Durante il lungo viaggio, Minì apprese che era impossibile persuadere orchi, goblin e troll, perché la loro natura era malvagia; capì che maghi e fate lo ignoravano deliberatamente, consci del proprio potere; vide che i draghi erano così saggi da non aver bisogno di lui; scoprì che nani ed elfi erano coraggiosi e impavidi.
Sembrava proprio che nelle Terre dell’Immedesimazione non ci fosse alcuna creatura disposta ad ascoltarlo.
Un giorno, però, sulla stradina di ghiaia verso il Fiume Neve, notò delle grosse macchie di sangue: non si sa se gli sembrarono grandi in proporzione al suo corpicino o se fossero realmente tracce preoccupanti. Minì seguì le macchie e si ritrovò al cospetto di un figlio d’Adamo: l’uomo indossava una pesante armatura e sedeva in ginocchio sul letto del fiume mentre la bufera di neve si abbatteva su di lui con prepotenza, come se volesse sotterrarlo nel, giust’appunto, Fiume Neve.
«Non posso combattere, come mi è saltato in mente! Non posso rischiare, seppur per i più nobili ideali, di lasciare mia moglie e i nostri cinque figli..» Minì continuò ad ascoltare le parole filtrate tra i denti, «Non sono in grado di affrontare questa battaglia, non sono un esperto d’armi..»
Minì si spinse nell’ardua impresa di raggiungere l’orecchio dell’umano e giunto sulla spalla, gli disse: «Pissipissi..»


Il resto non ci è dato sapere.
L’unica cosa certa è che l’uomo ritrovò coraggio, si sollevò e tornò a combattere, perché ciò significava mirare alla salvezza della sua famiglia; battersi per garantire un’avvenire migliore ai suoi figli.
Fu quello stesso giorno che i pissi si separarono: ognuno scelse un umano e si posò sulla sua spalla per suggerirgli nell’orecchio.
Un ritrovato coraggio, una speranza, un’intuizione.. Dietro ad ogni eroe c’è sempre un pissi: la voce interiore.


[racconto finalista al contest "Scrivi un fantasy e incontra Licia Troisi" promosso dalla Mondadori]