Sono diplomata in Giornalismo Radiotelevisivo, giornalista, ho collaborato per diverse testate giornalistiche locali.
Ho partecipato a due concorsi giornalistici che ho vinto. Il primo, presso un’emittente locale, prevedeva la realizzazione di un telegiornale per ragazzi nell’ambito di un progetto previsto dalla provincia.
Il secondo, un concorso letterario-giornalistico, mi ha permesso di partecipare ad uno stage di quattro mesi presso l’ADNKRONOS sezione cultura di Roma.
Inoltre, per due anni ho frequentato a
Roma un corso di giornalismo ed ho avuto come insegnanti le migliori firme del giornalismo italiano.
Ho partecipato a diversi premi letterari. Sono stata segnalata più volte, alcuni
suoi racconti sono stati pubblicati nelle antologie dei premi. Ho scritto tre libri: Bubble, Bubble! Dodici racconti, Conchiglia… e altri racconti (Casa editrice Montedit)
e il romanzo fantasy d’esordio La bambola di vetro (Casa editrice Montedit). Ho scritto anche una fiaba “La sabbia delle streghe - La leggenda di Primrose”.
Cindy aveva tredici anni, i capelli lunghi, castani, e gli occhi, dello stesso colore, di forma leggermente allungata, incorniciati da una simmetrica arcata sopraccigliare. Sul viso a forma di confetto, la pelle liscia era appena rosata sulle guance e sul naso dritto e piccolo.
Quella sera, indossava pantaloni di lanetta bianca e un maglione rosa. Avrebbe festeggiato il Natale in famiglia: lei, la madre, il padre e la nonna.
Durante la cena, nessuno parlava e il silenzio era scandito dal ticchettio dell’orologio e dal lampeggiare delle luci colorate dell’albero. Dopo si recarono in chiesa per assistere alla messa. Ritornata a casa, Cindy spacchettò i regali. Fra questi ricevette una favola, intitolata “Bianco come la neve”. Sul letto incominciò a leggerla:
“Gennis ! Gennis!” chiamò a gran voce la madre.
“Si? Sto venendo,” rispose la ragazza un po’ spazientita, correndo per il corridoio e guardando dalla finestra. ”Che bello! Sta nevicando! Voglio uscire fuori per fare dei pupazzi di neve…oh! Ma dove è Levine? Levine!
Levine, il gatto di Gennis, di colore grigio, spuntò da una porta e, dopo essersi stiracchiato ed aver emesso un lungo miagolio, si strusciò sulle gambe della sua padroncina che lo prese in braccia. Il micio sbadigliò soddisfatto, e la guardò con i suoi occhi verdi.
“Dove sei stato? Non avrai combinato qualche guaio, spero?” gli chiese, accarezzandolo.
Levine apprezzò le coccole e socchiuse gli occhi, assumendo una faccia sorniona. Fece ondeggiare la coda ed abbassò le orecchie.
“Andiamo!” continuò Gennis, uscendo fuori di casa, non curante che la madre continuava a chiamarla.
La neve aveva ricoperto ogni cosa: strade, lampioni, marciapiedi, automobili. Vide i passanti che, infreddoliti, si stringevano di più nei loro cappotti e che camminavano svelti per le vie.
“Oh! Levine! Guarda quanta!” esclamò con entusiasmo, mentre il gatto con un balzo fu a terra e con la zampina spingeva la soffice e gelida neve, nel vano tentativo di capire che cosa fosse.
Gennis iniziò a fare un pupazzo di neve. Per adornarlo gli aveva messo al collo una cravatta del padre di colore rossa a pois bianchi, in testa un cappello nero, una tracolla verde spento attorno al corpo e bottoni neri a mo’ di camicia. Per naso una carota e altri due bottoni per occhi. Completò la figura con un bastone di legno, che mise accanto.
L’indomani ne fece un altro. Così adornò il secondo con un cappello di lana verde e bianco, al collo gli mise una sciarpa dello stesso colore, una tracolla e un paio di guanti verdi. Al suo fianco una scopa.
La vigilia di Natale ne costruì un terzo. Questa volta, però, lo vestì elegantemente. Gli mise, infatti, un cilindro per cappello, una giacca da smoking, un cravattino bianco come la neve, un fazzoletto nella tasca della giacca e un bastone da passeggio.
La notte di Natale, Gennis, prima di andare a letto, li guardò dalla finestra. Poi, alzati gli occhi al cielo, vide qualcosa che brillava. Non era una stella, sembrava una scia luminosa che attraversava la candida e lucente luna. Posò di nuovo lo sguardo sui tre e sgranò gli occhi: non poteva crederci: parlavano.
Scese veloce per le scale, voleva ascoltare i loro discorsi. Levine, dopo essersi stiracchiato ed avere sbadigliato pigramente, la seguì. I suoi occhi apparvero luminescenti nell’oscurità. Non appena fu vicina, gli giunsero chiare e distinte le parole che si scambiavano.
“J. McDermott, che ne dice?, queste carote saranno sufficienti per la cena di Natale?”Domandò il pupazzo con la cravatta rossa a pois bianchi a quello vestito elegantemente, con una scatola di cartone in mano.
“Certo, mio buon Hinkle. Saranno più che sufficienti. Siamo solo noi,” rispose J. McDermott.
“Oh! Non vedo l’ora di aprire il mio regalo, zio Hinkle” disse il pupazzo con il berretto verde, seduto sopra un bidone della spazzatura e con un piccolo pacchetto in mano.
“Allen” protestò Hinkle “aspetta un altro po’ . Prima ceniamo. Oh! Guarda… c’è un nuovo arrivato! Ehi! Micio, vuoi unirti alla nostra allegra tavolata?”
“Oh!” Pensò Gennis sbigottita “ ma è Levine!”
“Non sia sciocco Hinkle, gli animali non sono ammessi alle tavole eleganti. Quando ero nell’alta società…”
“J. McDermott, non ricominci con i suoi racconti barbosi sull’alta società” lo interruppe Hinkle, rivolgendo la parola al gatto.
“Come ti chiami?”
“Levine.”
“Vuoi unirti a noi?”
“Non posso, sono troppo umano...”
“Umano? che cosa è? un nuovo cibo in scatola?”
“No. Io ho la mia padroncina che mi vuole bene ed è lei che provvede a me.”
“E questo è umano?”
“No. Umano si riferisce agli uomini.”
“Che cosa sono gli uomini?” Domandò con curiosità il piccolo Allen.
“Sanno camminare a due zampe, sanno parlare, pensano ed hanno dei sentimenti. Sono superiori a noi animali perché hanno la ragione al posto dell’istinto.” Rispose Levine sbattendo i suoi grandi occhi luminescenti.
“Hai molta cultura in materia” intervenne J. McDermott, appoggiando il bastone sulla soffice neve.
“Vivo da qualche tempo con loro, e mi trovo bene. La mia padroncina è adorabile!”
“Sapete cosa vorrei trovare in questo pacco? L’umanità. Che dici, zio Hinkle, Babbo Natale può regalarmela?”
“Certo!”Rispose Hinkle “certo!”
“Andiamo Hinkle, non faccia il babbeo! Sa benissimo che Allen in quella scatola non la troverà mai...” disse J. McDermott, appoggiandosi ad un bidone della spazzatura e tenendo il corpo eretto.
“Babbo Natale porterà ad Allen l’umanità!”Insistette Hinkle.
“Ma come farà a metterla nella scatola?” Domandò Levine.
“Uniremo tutte le scatole del quartiere e ne costruiremo una enorme!” Rispose Hinkle.
Gennis, i tre pupazzi e Levine alzarono gli occhi, e videro qualcosa che brillava. Una scia luminosa attraversava la candida e lucente luna.
“Oh! Guarda il cielo! Babbo Natale se ne sta andando. Non ce l’abbiamo fatta! Avremmo dovuto pensarci prima,” disse sconsolato J. McDermott.
“Forse il prossimo anno avrai ciò che desideri, Allen” disse Hinkle, incoraggiandolo.
Allen aprì la scatola e la trovò vuota. Mise dentro una bottiglia di vetro, che era all’angolo del bidone della spazzatura, dove stava seduto.
“Metterò questa, così il prossimo anno troverò qualcosa e non dovrò essere più triste perché è vuota, ma perché nessuno ha creduto che mai potesse essere piena.”
(terzo classificato al premio letterario "C'era una volta ...")