Ramata è la foglia
che di poesia in poesia si posa
a scandire il tempo degli uomini.
Teso è l'arco a colpir la luna
da oltre 200.000 anni!
ma la terra ci appartiene,
e noi ad essa.
Sulla soglia degli slanci
il nostro essere si consuma,
nel nè dentro-nè fuori
del nostro non-luogo.
Costante è il mutevole inganno,
alvei rigurgitanti potenzialità
irrealizzabili,
ironico destino di semi-Dei.
Lì è la nostra urgenza
al cosmo sconosciuta,
lì la nostra grandezza,
che di poesia in poesia
si rinnova.
Assolto il più dei miei doveri,
e nonostante l'autoinflitto senso di inconcludenza,
affronto con affettata indifferenza
il buio, che ingoia la misure delle cose
al giorno conosciute.
Morbidezze sprecate sul letto vacante
che attende di ricordarmi l'avanzare degli anni,
e nell'oscurità che vanifica le difese
la solitudine aggrava la malattia.
Mi stendo sull'altare con spirito sacrificale,
ineluttabile destino di sgomento;
l'attesa del salvifico oblio, nell'ora più vuota,
si muta presto in tormento,
in assenza di un odore altro da me.
Acque rapide di un fiume senza sponde,
nessun appiglio per sfuggire all'ovvietà:
il lenzuolo non basta a coprire testa e piedi.
Raggomitolate paure infantili
sbattono contro il soffitto troppo basso,
e il grido muto soffoca nel silenzio.
Posso solo abbandonarmi
alla clemenza della notte,
affidando la mia anima ad angeli di stelle,
caldo alito che asciuga le lacrime
che secche saranno sul cuscino di domani.
Il pendolo ruba le cose all'oggi
prima ancora che questo concluda,
accade così che il domani
contenga sempre quel tanto di passato
che non passa mai.
Disfa la trama il tiratore del filo,
paziente raccoglie i balocchi
e spazza via i segni del nostro passare;
tutto fa scorrere in un letto ordinato,
deciso ad accompagnarci alla meta.
E la marmorea morte arriva per gradi,
battiti di ciglia al polso della vita
segnano il passo suo, lento e freddo
come neve leggera che senza fretta cade
sicura di toccar terreno.
Non c'è modo di aspettare
chi indietro rimane,
è senza fermate il viaggio;
l'ultimo chiuda la porta.
Scarti umani
gettati ai tavolini,
come mozziconi al limite
calpestati dall'indifferenza.
Macchie disciolte
su giacche sgualcite dal destino,
rughe seccate
su pensieri stanchi,
cornici di barbe dimenticate.
Un caffè abbandonato
da chi lo chiese per abitudine
cessa di fumare rassegnato
agli occhi vitrei sul vuoto.
L'angolo infondo al buio,
zona franca di un fumatore
che ghigna la consapevolezza
di una verità insostenibile.
Muco sputato a terra,
-'sti extracomunitari di merda
tornassero a casa loro-,
bersaglio di rabbia
borbottata al muro di nessuno.
Quotidiani urlanti strategie
sfogliati per sbaglio,
ma utili al ricordo
del giorno mese anno,
come se facesse differeza.
Quando nessuna scusa rimane
e si deve tornare alla casa vuota,
l'ultimo pensiero
va alla speranza
-dammi un gratta e vinci, và,
che ci vediamo domani-.
Fino a qui
sono giunta con affanno.
Pensieri più gravosi
ad incurvarmi le spalle,
sguardo più duro
a solcarmi la fronte,
memorie affollate,
sussurro di volti e odori,
fruscio di colori e ombre,
domande,
risposte,
domande senza risposte...
mi fermo per un momento.
Inspiro solo l'indispensabile,
le labbra inerti flettono
in una smorfia che mi sfigura;
naufraga lo sguardo all'orizzonte
nell'inutile ricerca del senso perduto.
Nulla di questa stanchezza
sembra risvegliare un'emozione;
solo l'inevitabile disillusione
che indolenzisce,
quale prezzo amaro
dell' adultità.
Brandelli di pelle dell' ennesima muta
sparsi sulla mia strada,
dietro, orme pesanti e scure.
Attimi dilatati dalla paura di me:
la porta va chiusa!
Vomito gli ultimi ricordi rimasti,
catarsi forzata della mente,
brividi di astinenza
ad espellere il veleno che mi addolora,
sudo sangue dall'anima
ma devo.
Attesa..., è nascita o morte?
Peggio è solamente il nulla.
Hai mai fatto l'amore tra i filari
di asprigno indaco d'uva,
mentre il sole cola il suo succo
sul muschio in lontananza
e il celeste sfuma in viola
su un secco ocra di grano?
Edera d'incenso le sue braccia
in cui immergo unghie e respiro,
amaranto sanguigno di mosto
che penetra le narici.
Assaggio polpa purpurea
di labbra assetate,
e danzo il mio piacere
sul tabacco del suo corpo.
Io, messaggera di poesia,
cammino scalza sull'ombra sua sacra,
volo con uccelli perlati
che tagliano l'aria corallo,
e coperta solo d'ambra dorata
grido alle future stelle
il nome suo!
Il treno corre.
Una grigia cornice
su estranei frammenti di quotidianità,
resi opachi dalla condensa.
Frugo, avida di segreti,
fra le geometrie delle ombre,
in sfuggenti anfratti come nature morte,
e ricordo il sapore delle fragole.
Il treno corre.
Furtivo lo sguardo
fra le fessure di consunti portoni;
vite appese ai fili come panni ad asciugare.
Rumore di ferro,
una carrozza riposa sul binario accanto,
ricoperta di ruggine;
ricordo un tramonto dello stesso colore.
Il treno corre,
e, al contrario, corrono la terra secca
e le umide nuvole,
alberi dondolano un saluto di vento,
e ne indovino l'odore.
Una girandola di cane e coda
ignora un bimbo che a terra piange;
e ricordo campanelli di ninna nanne.
Il treno corre.
Incroci di binari mescolano direzioni e vite,
indistinto girone di anime sperse.
Grovigli senza via d'uscita,
salite e discese in ordine casuale,
miliardi di strade fittamente solitarie,
ognuna con un luogo da attraversare.
Il treno corre.
Su questa piatta terra libera,
sotto questo cielo terso e infinito,
scorrono, senza alcun merito,
i miei fortunati binari,
e dal posto che mi è stato assegnato
osservo la straordinaria varietà umana,
e con essa me.
E il treno corre.....
All'ombra di antichi templi,
celata tra falsi idoli,
simulacro del divino,
si è fatta mito.
Lucente riflesso
di una realtà opaca,
coraggiosa tensione
dell'intelletto umano,
si è fatta spirito.
Materia che evapora
verso il cielo degli Dei,
squarcio nell'universo dato,
tuono di anime terrene,
si è fatta eco.
Ciò che di noi resterà
tra le macerie del fallimento,
tra i rossi petali del nostro sangue,
tra le pagine non scritte del destino,
Lei
si farà ricordo.
Ho nostalgia di un tempo che non fù mai
se non nella mia mente,
nei giardini della mia fantasia,
dove la parola è un dono da tenere in serbo
per quando il silenzio fuori è troppo forte
e il peso dell'invisibile tale
da schiacciare carne e anima, mescolandoli.
Autoesilio, nei vicoli tortuosi dei miei pensieri,
dove ogni ricordo ha un lontano sapore di rugiada
(ma vivissimo, come l'esplodere di un temporale)
e ogni convinzione è prigioniera solo di se stessa.
Lì mi cullo nella malinconia di una vita
vissuta solo nei dintorni di ogni cosa.
Microcosmo dentro, cellule di stelle,
infinito infinitesimale in cui perdermi;
scaffali di polverosi desideri disattesi
che ancora attendono
nel bianco o nero della loro follia.
Fuori, giochi beffardi di segni profetici
a creare l'illusione di un destino
che non giunge mai a compimento.
Ma qual è la vera follia:
chiedermi ancora chi sono
o volerlo sapere veramente?
Ho amato invano
tante volte
quante si può perdere la speranza;
ho amato per errore
ai margini di una vita
che non era la mia;
ho sprecato amore
come foglie al vento
che soffia in direzioni sbagliate;
ho amato senza motivo
fino a strapparmi l'anima,
persa in un dolore incomprensibile.
E ho imparato
che gli amori che mi lasciano sola
sono quelli di cui posso fare a meno.
Ma nessun Dio voglia
che la dignità e l'orgoglio di questo sentimento
vengano oscurati nemmeno in parte
dai suoi tanti fallimenti,
dei quali io sono testimone
e segno
ostinato e vivo.
Ho lasciato la felicità nell'altra giacca,
insieme a Mary Poppins e Stanlio e Ollio.
Nello spazio fra un desiderio e una speranza
si è annidato un silenzio infrangibile,
che sa di estati operaie a Cesenatico
e gelati da 100 lire.
Nel baule dei ricordi
si è ammuffita la voglia di vivere,
la fantasia dei progetti è ingiallita di naftalina,
ci si stanca ad aspettare treni.
Il buco nero del tempo
ha inghiottito l'ingenuità invecchiata,
e l'allegria è risucchiata dal quotidiano,
ma poteva andare peggio.
Ho ancora appuntamenti a cui mancare,
tacchi da romprere quando piove,
promesse marinare da dimenticare,
luoghi da raggiungere e giacche da recuperare.
Mio compito
è amarti più di quanto tu m'ami,
mia volontà
è amarti più di quanto io ami me stessa,
se in ciò fallissi mi odierei.
Tuo compito
è bramarmi al di sopra di ogn'altra cosa,
tua forza
è desiderarmi al limite della follia,
solo così ti apparterrei.
Dominami,
così ch'io possa amarti totalmente
odiandoti.
C'è un vuoto, fuori,
che si estende dentro.
Ho sempre più osservato
che vissuto,
e quand'anche ho lottato
ho sbagliato nemico.
Al nulla ho preferito il soffrire,
maggiore -non migliore- compagnia,
ma dal baratto
qualcosa mi aspettavo.
Continuo a portare me stessa
agli appuntamenti, (tu chi mi hai portato?)
ma c'è una piega della vita
che proprio non mi riesce
di penetrare.
Che farmene di un tesoro
sigillato nel profondo enigma
di piramidi millenarie?
Conquista fine a se stessa...
Eppure,
finchè riesco a fare del mio dolore
poesia,
sono viva quanto basta.
Vedo occhi alieni
selezionare abilmente il visibile.
Odo suoni sconnessi
distrarre minuziosamente dal vero.
Assisto a talentuose interpretazioni
d'indifferenza,
e non comprendo.
Angosciati dal futile,
scivoliamo senza resistenza
verso un limbo autistico
più greve della morte.
Taccio impotente
di fronte a rovine che dovrebbero appartenermi,
manifestazione evidente
della resa incondizionata.
Comincia,
rituale lotta dell'essere cosciente
diffidente del sonno incontrollabile.
Bulbi a roteare di stanchezza onirica,
eco sfumata di vicini inquieti
e di gatti scappati da fiabe cupe,
mandibole allentate a simulare la morte,
omogeneo tepore
simbiosi di corpo e odorate lenzuola.
Ed ecco il pensiero si oppone,
-la prossima estate porto mio figlio a...
cerca un pertugio,
-tu... no, tu no!
arranca con volontà propria,
un motivetto si insinua ma abortisce...
ma infine naufraga
fra le onde del buio.
E io salpo,
con bianche vesti di un'altra me ritrovata
che fluttuano nell'aria fresca di una visione
che promette.... promette...
sempre più vagamente...
che il viaggio avrà.....
un lontano ritorno...
Vesti burattine indossano la dannata ombra
per vicoli irriconoscenti trascinandola,
fiochi movimenti orizzontali
a cantilena di morte
il polveroso respiro di non-vivo essere.
Corteccioso volto di apolide profeta
straniero fin'anche a se stesso,
stretto in angoli pisciati per maledizione,
è alitato lamento fuori coro
l'incubatore del seme di un frutto impossibile.
Irriso folle invisibilmente stigmatizzato,
vagante latore di incognita segreta
chiave dell'umano,
eroico incompiuto destino
in ciò solo adempiente.
Tollerato soltanto per licenza poetica,
è condanna a irrilevante assenza
necessaria ai posteri,
monito della natura all'anima che anela!
Non ho più occhi per te,
che mi rigurgiti dentro,
rinnego il corpo che ti chiama
e gli rammento il fango
lasciato sull' ombra sua
dopo maschere d'amore
subdolamente celanti
la fame cruda del tuo fine unico.
Parole umiliate dalla menzogna,
buttate lì a riempire il tempo
da ipocrita mendicante
di ciò cui non sai dar valore;
tu, involucro firmato arroganza:
prendere è meglio che dare,
essere amati meglio che amare,
alibi in prestito dalla banalità.
Scacciarti dal mio inferno
è ormai scopo abituale,
il che decreta la mia sconfitta;
mi consumo potando emozioni,
a disinnescare sentimenti
pericolosi quanto mal posti,
e rifiutando ciò che tossicamente desidero;
ma trovo la giusta prospettiva, salvifica:
e lo chiamo Dignità, questo silenzio che mi accompagna.
Arrotondato vento turco,
sgombra nubi astratte
nell'acidulo argento diurno.
Uccelli rari a simular stagioni
rasentano rami arresi
al mancar di linfa.
Stropicciato sole indulge
e spalma carezze alate,
tepor di cartapesta.
Assonnato rivolo allunga
dita mentee tra le ninfe,
acqueo solletico al suo passare.
Bionde chiome di fieno
bruciano odor di mar dolce
nel campo spogliato.
Britannica l'erba suona,
antico canto a rimembrare
il tempo della mia pace.
E nel ventre del momento
mie ossa, mia carne, mio sangue,
son vivo corpo su viva terra.
Mastico noia sciolta, in cucina,
da un'attesa cronica instupidita,
facendo sfilare impegni e desideri
e guardandoli appostata in folle,
infastidita dal non vederli concretizzarsi da sè.
Scioccamente lo sguardo deambula
cercando un porto che non intende trovare
e finge affacendamento con la moka
per non palesare l'importuna mortificazione
del peso vuoto dell'inconcludenza.
Aroma nero di caffè a distrarre i sensi
sopra al gusto untuoso dell'inerzia
e nicotina amara, ad ammantare
l'impaludata consistenza
della passività ingiustificata.
Ansimo la fatica del non trovar nulla da fare,
seccante autocastigo che nega ogni piacere,
neppure i fiori profumano stamane!
Da chi appresi l'arte dell'autoflagellazione
preferisco non rammentare.
Dietro l'angolo dello stomaco,
scende, verso sera,
un silenzio solenne di incenso.
Nella cattedrale delle mie stanze,
al flebile lume delle candele,
pellegrinano verso l'altare i sensi:
sollevato respiro scioglie i nodi,
disvela misteri anzitempo impenetrabili,
e affreschi d'antro buio trapelano.
Economie di emozioni risalgono
ora libere la fune dei ricordi,
e tacciono parole improprie
nel sacro luogo ove solo disteso sorriso
può significare.
Al fuoco fatuo della mia esistenza
sacrifico le di ieri ansie,
e dell'ormai leggera nuda terra
faccio soffice culla di rotolata pietra.
Devo solo arrivare a sera
nelle larghezze orfane di profondità
di questo inferno senza prospettiva,
devo solo arrivare a sera.
Devo solo arrivare a sera
nella logica slegata da sintassi
di questo discorso spoglio di parole,
devo solo arrivare a sera.
Devo solo arrivare a sera
nella ragione folle priva di domande
di questa equazione sprovvista di uguale,
devo solo arrivare a sera.
Devo solo arrivare a sera
nella teoria senz'altre ipotesi
di questa legge fuor di parlamento,
devo solo arrivare a sera.
Irrecuperabili frammenti
sbriciolati nel guscio presto vacuo,
irreversibili tracce di me
sotto pelle di calce occultatrice,
impotenti testimonianze
di quotidiane battaglie all'impercettibile.
Disincantato sguardo oramai
rivela la dozzinalità di momenti
un tempo apparsi meritori di cornice,
crudelmente spogli ora dell' illusione
restan soltanto disarmati riflessi
di sfocati sorrisi da imballare.
Sconosciute carezze violeranno
le bianche pareti del mio mondo
di celati segreti eternamente custodi,
e rinnovati passi calpesteranno l'angolo
del mio ultimo tiepido natale,
di umane emozioni sbiadito sepolcro.
Ordinarie memorie sanguinano
allo scricchiolio consunto
del serrarsi dell'ultimo portone,
di giorni ermetico archivio
incurante del mio non aver ancora concluso
i progetti fatti con sincera intenzione.
Volto le spalle, quindi, con rabbia feroce
per ciò che dietro lascio
e davanti più non ho,
ma non sciupo parola d'addio!
per vano orgoglio senza resa
al congedo non ancora definitivo.
Ritorni di pensiero giravolte
dal bianco al nero
in un zip tocco un'altra corda
un bottone una porta
il dentro chiude al fuori
e tengo duro, tanto dove sta scritto
che hanno ragione loro?
torno al ricordo rotondo
e mi adatto mi fletto al vero
del volere che ruota il mondo,
perdersi non conviene
c'è il dirupo freno
inverto all' indietro e vedo
inarcarto il ponte del rientro,
rovescio le tasche della regola
e trovo la chiave cercata
il risvolto del pensiero
lo afferro e riemergo:
un pezzo di orizzonte curvo
l'ho dentro anch'io allora
ritorno e capovolgo,
son fatte per volare
le ali!
Si avvinghia alle caviglie
l'edera,
lentamente risale
millimetri di pelle,
discreto cancro
si impossessa del corpo
vincendone la volontà,
pezzo dopo pezzo,
finchè la disperazione
si tramuta in ciò
che nessun vivente
può sopportare:
la dantesca scoperta
del Dio inesistente.
Non c'è ritorno
da tal rivelazione,
perchè insopportabile
è il peso
del più vuoto nulla.
Ma priva di bivi
è la strada
che poco meno che arrendevolmente
percorro,
e mi meraviglia la vita,
col suo malleabile perdurare,
comunque.
La sala del tè, i tortelloni al cioccolato,
paiono ricordi di un'altra vita
incatenati al suolo d'asfalto,
macigno al piede del suicida del lago,
fissità del movimento perpetuo,
rumore di cose solo immaginate,
morto pensiero.
E dovrà ricominciare d'accapo il figlio
per fermo restare,
nella notte dei tempi si perde
l'ingiustizia cieca dell'essere,
nonostante gli scritti millenari,
parole col sangue
inutilmente versato.
Lacera l'Io
l'abisso che separa
il dentro dal fuori,
filo spezzato
che disunisce il noi da noi,
solitudini luccicanti di strass
inquiete rinnovano il trucco,
precario equilibrio
di rabbia su tacchi a spillo,
smaltata paura
ostenta il rosso e distrae
l'Io dal me.
Non produce beni mercificabili
l'inquieta irrequietezza dell'incessante indagare,
non fornisce precise risposte razionali
la perenne compulsione del tendere oltre;
per difesa mi occulto dietro espressioni viste in giro,
mi chiudo a pensarmi tra i grandi malati,
non scoprirò il fianco dell'anima
all'arrogante materialismo borghese
che fa di un poeta un disadattato!
Molti dormono,
i più fortunati ad occhi chiusi,
gli altri ad occhi aperti
rassegnati a pensieri urgenti
e stanchi;
e passano, dietro quei vitrei,
rabbie e solitudini
che il giorno placa e riempie,
ma che la sera, in treno,
non perdona.
Non v'è punto d'origine motivante,
nè meta ultima rispondente,
ma solo uno scorrere ordinato
di caotici non-sensi.
Eppure,
in questo errare vergognoso,
si cela l'ombra
di un' agognata dignità.
Se ami e lui t'ama,
che cos' hai da lamentare?
Non comprendi, stupida,
di aver ricevuto il più raro dei doni?
Io t'odio perchè ami chi t'ama,
di un odio furioso e indecente,
perchè nulla vali più di me,
nulla hai fatto,
nulla meriti più di me!
Tu, che nemmeno t'accorgi
che la tua vita ha un senso
che la mia non ha.
Vorrei farmi recapitare
al polo opposto alla quotidianità,
ove disvelare volti occhi profili
che ora intuisco solamente,
limarne i contorni distratti
intravederne i destini,
spiarne vergognosamente
le abitudini parallele,
che nulla sanno di me e di te;
vorrei pestare strade inedite,
ingoiarne distanze,
sezionarne ciottoli e angoli,
e ad ogni passo del tempo
sentire dolorosamente, profondamente,
che sarà l'ultimo e irripetibile,
e conservarne emozionata il ricordo
in comunione con te.
Tana di parole e morbida musica,
profumano dolcezze nel rifugio,
rallentano battiti amari,
condensano emozioni vaporose
intorno al nucleo di colore nuovo.
Mi chiudo in neutra placenta,
ricarico lo spreco di svendute energie,
fisiologica difesa di senso smarrito,
'chè il pensiero ha preso un'altra strada
e mi sono persa nell'assurdo.
Arrabbiato Io chiama stupefatto
dal mio silenzio, che grida
ma non segue, perché segue regole altre
slegate da ambizioni e talenti,
e imbruttiscono lo specchio dei sogni.
Osservo, ad ogni respiro, le comparse
nel carpe diem delle loro esibizioni
e con ansiosa invidia mi domando
cosa sarà quel che loro hanno compreso
e io non ho.
Al guardarci è evidente
l'appartenere alla stessa razza,
eppure non v'è nulla che mi sia più estraneo
di mio fratello.
Osservo con attenzione quasi ossessiva
ogni loro gesto e movimento,
che pare così banale e ovvio, così normale!
con sgomento constato la sicurezza, la precisione,
la lucida razionalità al cui cospetto
la mia pazzia, pallida, si ritrae.
Osservo e monitoro il pericolo,
sempre in agguato,
di poter essere riconosciuta come folle;
non credo potrei sopportare l'esilio
da cotanta odiata umanità!