L'ODORE DEL PANE

SCHEDA DEL LIBRO

L'ODORE DEL PANE romanzo di Sandro Orlandi
collana “Le Fenici” Edizioni Montag, Tolentino (MC)
prima edizione, febbraio 2010

Un’indagine che si dipana nel presente, alla ricerca di una verità nascosta nel passato. La storia di due paesi trentini vessati dai dominatori francesi e austriaci agli inizi dell’Ottocento. Un omicidio raccapricciante che la tenacia di due sensitive farà emergere in tutto il suo mosaico di malvagità, sentimenti, connivenze e opportunismo. Orlandi guida il lettore, con sapienza storica e invidiabile senso narrativo, nei meandri di una vicenda che solo in parte è finzione, ma che sa condurre lungo il sentiero di un giallo che si rivelerà essere molto di più.

per acquistarlo: Edizioni Montag

PREFAZIONE

Se siete amanti della montagna sicuramente vi sarà capitato, in inverno, ma forse più probabilmente in estate, di percorrere la strada che, portando da Rocca Pietora al massiccio della Marmolada, ed esattamente a Malga Ciapéla, passa in Val Pettorina. E’ una valle stretta tra due alti monti, Sas de Roi e Sasso Bianco e quindi poco soleggiata ma molto suggestiva. Sulla destra, dopo una stretta curva, si individua un crocifisso di legno, caratteristico di quelle zone montane. Da lì parte una mulattiera che salendo s’insinua nel fogliame fitto di un bosco verdissimo.
Percorrendo il sentiero fino in fondo, in buone due ore si sale fino ai millecinquecento metri dai novecento di base. Si giunge così in una radura dove, tra il fitto della vegetazione compaiono, come per magia, alcune case antiche di secoli, abbandonate e diroccate. Di fronte a questo agglomerato di setto-otto case, al di là di un vallo costituito dal letto di un vecchio fiume ormai in secca, ve n’è un altro, diroccato anch’esso, della stessa grandezza e della stessa età. Si tratta delle vestigia di due antichi villaggi, due paesi minuscoli: Albe e Valliér.
Sembra che le prime case risalgano ai primi dell’ottocento ma nessuno sa bene quando sono state abbandonate e perché.
Si sa che già durante la seconda guerra mondiale le case erano in rovina , e che da tempo nessuno più si avventurava per quel tratturo, tanto che vennero usate dai partigiani e dalle popolazioni della valle come rifugi bellici. Molti tetti sono sfondati, molti fienili crollati, come pure alcuni muri non portanti, ma, malgrado questo, percorrendo la breve strada principale e passando in mezzo a ciò che rimane degli edifici, si avverte distintamente qualcosa: un atmosfera intensa e suggestiva che spinge ad immaginare antiche e spietate contrapposizioni, una vita semplice e povera, ma condita dal furore antico e dall’orgoglio di gente fiera ed indomita. In quei territori infatti, all’epoca austriaci e francesi si davano letteralmente il cambio al potere, contendendosi il territorio, e la popolazione era soggiogata, fatta ostaggio, mortificata e vessata dagli eserciti oppressori. La stessa unità d’Italia nel trentino e nel veneto arrivò più tardi e più tardivi, ovviamente, furono gli effetti di questa nei paesini di alta montagna, già isolati di per sé. Ricerche fatte sugli avvenimenti che si susseguirono dal 1800 in poi parlano di rivolte contadine sedate nel sangue, di occupazioni militari e di fame, di ruberie di potenti a danno dei più deboli, di potere esercitato senza scrupolo alcuno dai signorotti locali, magari alleatisi, per vile tornaconto, con gli usurpatori. Contemporaneamente saliva il malcontento popolare, e nasceva, nella vecchia Milano, influenzata già dal respiro dell’Europa di allora, e dalla pur lontanissima Ville Lumiere, l’afflato rivoluzionario, che finì per far sbocciare e velocemente propagare il pensiero anarchico, concretizzandosi nella nascita delle prime cellule politiche ribelli. Tutto questo nei primi dell’ottocento e cioè nel periodo in cui, secondo le testimonianze, sorsero i due villaggi di Albe e Vallièr. In questo contesto è facile immaginare una storia di intrighi e vendette, di inganni e angherie, di attentati e rivolte e, su questo sfondo, la vita degli umili e sottomessi contadini locali, che, spinti dalla fame e dalle mortificazioni, si ribellarono come poterono, aggregandosi in piccoli gruppi, precursori dei moti rivoluzionari, per combattere il nemico usurpatore di turno.
E’ facile anche immaginare che alcuni individui di pochi scrupoli abbiano tentato di approfittare della situazione per lucro o puro esercizio di potere.
Alcuni nomi riportati in questo romanzo sono veri, come pure alcuni eventi e soprattutto alcuni luoghi. Ma, per quanto riguarda il fatto delittuoso attorno ai quali ruota la storia dei nostri personaggi e, naturalmente, i fenomeni soprannaturali che permeano la narrazione, questi devono ritenersi assolutamente immaginari ed usciti dalla fantasia esagerata dell’autore.
Per quanto riguarda fatti, personaggi e luoghi realmente esistiti, rimando alla bibliografia in appendice, per quanto riguarda invece il resto, devo necessariamente ringraziare coloro che, armati di molta pazienza, hanno saputo ascoltarmi e incoraggiarmi, anche in momenti in cui il mio pensiero si faceva confuso e delirante.

leggi le recensioni di Miriam Mastrovito e Tinti Baldini sul nostro forum

LE API DI PAULETTE

Raccolta di racconti
Casa Editrice "Il Filo”, Roma 2008
Collana Nuove Voci – Confini

Prefazione di Giuliana Angeli

Cinque racconti sospesi tra passato e presente, realtà e fantasia. Grazia nel tratteggiare gli animi femminili, pietas nel descrivere le vicende di ognuno. Quanto può essere duro per una ragazza di sedici anni disfarsi del bambino che porta in grembo, e fin dove può arrivare il suo senso di colpa (Il vestito rosso)? Come si misura il coraggio di sopravvivere per una donna anziana rimasta sola, falsamente protetta dalla quotidianità domestica (Fortunata)?
E un uomo scacciato da tutti, con l’accusa di recare il male, quale segreto nasconde (Le api di Paulette)? Può un anziano rivivere la gioia della propria infanzia e dimenticarsi dell’angoscia per la morte imminente (La cornice)? Ne Il carro, infine lo scenario che inneggia alla Resistenza dà risalto alla violenza e alla disumanità insita in ogni guerra di ieri, di oggi e di domani. Amore, giustizia, tolleranza, solitudine, ricordi: questi i temi tratteggiati nei racconti; temi che s’intrecciano l’uno nell’altro dando vita a un caleidoscopio di voci e di umori.

Recensione a cura di Erika Zanfoni

Insolito. Come raro. O poco comune.
Ecco lo stile di Sandro Orlandi autore di questo agile libello edito dalla Casa Editrice “Il Filo”, facente capo alla poetessa Alda Merini.
E chi ha deciso di pubblicare questa piccola e gustosa Opera ha visto davvero bene.
Ha visto cosa si cela tra le parole e tra le sensazioni ed i colori che permeano la lettura del lavoro di Sandro Orlandi, percezioni filtrate attraverso gli occhi del lettore al quale pervengono immagini talvolta forti come pugni nello stomaco, talvolta diafane ed impalpabili nella loro leggerezza ed armonica grazia. Cinque racconti, più o meno brevi, ma di rara intensità. Dal caldo, caldissimo al freddo, freddissimo, sensazioni vigorose impregnano una pagina e l’altra ancora, senza mai lasciare una sensazione di speranza e di fiducia lì dietro l’angolo, a due passi dal un devastante adesso. Un libro da leggere, ma soprattutto da prestare, da regalare, da passare di mano in mano come le vite dei personaggi transitano dinanzi agli occhi del lettore che non può che rimanere incantato al loro cospetto. Una rassegna di personaggi e di stati dell’anima che come pochi rappresentano gli avvenimenti in un unicum tra figure e sfondi, indissolubilmente fusi insieme.

VibrArte Coordinamento Artisti Salentini

Recensione del critico letterario Nicla Morletti

Una raccolta esemplare di racconti editi in cui regnano sovrani sentimenti ed emozioni.
In un sottile filo che lega esistenze, luoghi ed eventi, gira la ruota del destino: si susseguono ricordi, pare di udire voci, rumori e suoni.
Vincono l’amore, la giustizia, la tolleranza, anche là dove le vicende si tingono di dolce malinconia e solitudine del cuore. Destano l’animo impreparato del lettore la delicatezza e anche la fragilità dei sedici anni di una ragazza che all’improvviso scopre di essere madre. Cosa farà? Terrà il suo bambino? E ancora una donna anziana, rimasta perdutamente sola. Come riuscire a proseguire nel cammino della vita? La gioia dell’infanzia e l’angoscia per la morte imminente. La giovinezza e la vecchiaia.
Il principio e la fine. Tutti temi che fanno riflettere su questa nostra ineluttabile esistenza terrena.
Un ottimo libro di racconti in cui l’autore scava a fondo nei sentimenti nel caleidoscopio della vita.

Mio figlio

Erano tutti molto gentili. Quando sono arrivato una giovane ragazza, un’infermiera, credo, mi ha accompagnato da Daniele prendendomi sottobraccio. A dir la verità mi stringeva un po’ troppo, così mi è sembrato, come se avesse paura che scappassi via, o che cadessi. Certo ormai non cammino più tanto bene e si vede, ma non ho certo bisogno che qualcuno mi sostenga, a meno che non ci sia un pericolo. Ad ogni modo mi ha portato da lui.
Mio figlio era in un letto particolare, che non avevo mai visto. Era grande e con un sacco di comandi elettrici a fianco, sapete no?
Con quei comandi che fanno di tutto: alzano, spostano di lato, solo la schiena, ora la testa e così via.
Poi aveva un monitor, (mi pare si chiami così) sopra la testa che faceva il tipico rumore del cuore. Daniele sembrava dormire.
Infatti non si è accorto che ero arrivato. Ho capito subito che era per le medicine che stava così. Ho fatto l’infermiere sotto le armi e qualcosa ne so.
Certo non ero veramente infermiere. Io aiutavo soltanto, ma certe situazioni, certe facce, certi momenti me li ricordo ancora, anche se sono passati sono passati…beh, accidenti! Sessantasei anni? Dio mio! Comunque me li ricordo ancora, sì. Per questo mi sono un po’ preoccupato quando la signorina, sì insomma, l’infermiera giovane e carina, gli si è avvicinata e, scuotendo la testa, ha interrotto il flusso della flebo. Ma che ne so io, in fondo faccio il falegname, cioè, lo facevo, e quindi, mi sono detto che non era certo perché non ce ne era più bisogno. Forse, mi sono detto, era perché dovevano cambiargliela. Comunque Daniele dormiva.
Mi sono avvicinato e gli ho detto “Dani, papà è qui con te, va tutto bene, mi senti Dani?” Era per le medicine che stava così, infatti non mi ha risposto. E’ rimasto immobile. Allora mi sono ricordato di quando giocavamo insieme alla guerra. Lui faceva il nemico ed io quello che gli aveva sparato. Lo so che di solito un padre e un figlio non giocano a queste cose, ma a Dani piaceva tanto. Così lui si lasciava cadere a terra e io gli urlavo “alzati sporco tedesco, alzati che voglio ucciderti di nuovo” ma lui rimaneva immobile, fino a che non gli veniva da ridere e si alzava. Ecco.
A un certo punto però è arrivato un dottore anziano. Non come me, più giovane certo. Avrà avuto una sessantina d’anni. Mi prende per un braccio e mi fa “Signor Clementi, venga, venga con me.” Io volevo restare con Dani, volevo essere lì quando si risvegliava, ma lui mi voleva per forza portare via da lì. Alla fine gliel’ ho detto “no dottore, io resto qui, con mio figlio. Voglio essere vicino a lui quando si sveglia. Vede dottore è lui che pensa a me ormai, da quando la mia Ester se n’è andata, è lui che mi è sempre vicino. Mi coccola come fossi un bambino. E’ tanto caro e perciò ora voglio stargli vicino.
Se si sveglia e non mi vede si sente solo, ne sono sicuro, certo lo so che non è più un bambino. Ha quasi cinquantanove anni, ma non vuol dire sa? Siamo rimasti solo lui ed io ormai. Non abbiamo più nessuno che badi a noi.” E quel dottore mi sorride, un po’ tristemente, e mi dice che ormai Dani non ha più bisogno di niente “Vede?” mi fa “vede il monitor?” e io vedo che non c’è che una linea e il battito del suo cuore…ma sono le medicine…”sono le medicine vero dottore?” Sono tornato a casa. L’infermiera, tanto cara, oltre che carina, mi ha voluto a tutti i costi accompagnare e, non ci crederete, ha voluto addirittura farmi la camomilla, quella che Dani mi preparava tutte le sere prima di mettermi al letto. Ero tanto stanco e così ho subito chiuso gli occhi.
Prima di addormentarmi però ho pensato che sono davvero tutti molto gentili in quell’ospedale, tanto. Ma domani vado a riprendermi il mio Dani. Ora basta tenerlo lì. Sta bene ormai ed è ora che esca. Ce ne andremo via insieme e magari, perché no?
Lo convinco ad andarcene al mare, a vedere le barche al molo, come piace a lui e come piace anche a me.
Sì: domani vado e me lo porto via…me lo porto via…con me!
E’ veramente un gran bravo ragazzo Dani, credetemi, ed è… mio figlio!