Il mio nome è Rosella Rapa, sono nata a Torino nel 1959, ed ora vivo nei suoi dintorni.
Amo i contrasti, l'insolito, le stravaganze, e tutto ciò che e' inconsueto, per non dire unico. Così vorrei la mia vita, e, nel mio piccolo, ho provato.
Laureata in fisica Nucleare, ma con una tesi in Cosmo-Geo-Fisica, esperta in Informatica, insegnante di matematica e Fisica, scrivo e disegno per passione fin da piccina. Il mio sogno sarebbe stato quello di diventare disegnatrice di fumetti, ma… quando dovetti scegliere una strada per percorrere seriamente la vita, dovetti abbandonarlo.
Mi piace disegnare, a matita, e dipingere su stoffa; m’interessano la psicologia, la storia, i libri, le canzoni, l’opera lirica, il mito Arturiano, la Fantascienza d’altri tempi, e molte altre cose. Amo la Natura, in particolare la Montagna, con i suoi silenzi ed i suoi paesaggi sempre diversi, ma mi piace molto viaggiare, ed ho visitato già diversi paesi, soprattutto in Europa, con qualche puntatina più distante. Sono una lettrice appassionata, ma degli autori più famosi so molto poco: in libreria le mie preferenze vanno a saggi, libri di storia, preferibilmente medievale, amo le grandi scrittrici dell’800, che colleziono, e cerco attivamente autori emergenti, o dilettanti.
Mi hanno definita in molti modi davvero: scrittrice, narratrice, poetessa, poeta, pittrice, attrice, psicologa, zia originale … ma la definizione che mi piace di più l’ ha coniata su misura per me un’amica: “volontaria della cultura”. Sì, perché mi piace diffondere, non tenere la cultura stretta in circoli chiusi.
Al momento lavoro in Internet, collaborando con vari siti, in cui dissemino un po’ di tutto: fiabe, poesie, racconti brevissimi, narrativa, racconti fantasy, recensioni, e poesie.
La poesia è stata per me un’esperienza recente: scrissi per caso alcune filastrocche, un’insegnante (che non mi conosceva) le presentò in classe ai suoi bambini… e fu un successo. Questo mi incoraggiò a scriverne altre: divertenti, scanzonate, in rima; poi passai a poesie più serie. Ancora oggi rimando stupita di quanto siano lette.
La Narrativa Fantasy è il mio genere preferito: ho scritto molti racconti, che vanno dal fantasy canonico al surreale-onirico; alcuni sono molto brevi, meno di una pagina, altri sono piuttosto lunghi, e li pubblico a puntate.
Con alcuni racconti fantasy ho pubblicato un libro: Draghi & Computer. Spero di poterne pubblicare ancora, ma il mio sogno sarebbe quello di pubblicare veri romanzi, sempre Fantasy, che ho anche già scritto e mostrato agli amici. Tuttavia il Fantasy non è di facile pubblicazione.
Le fiabe sono nate per mia figlia e i miei nipoti: raccontavo storie di magia per intrattenerli, quando erano piccini; per essere sicura di raccontarle sempre nel modo giusto, cominciai a scriverle. Ora i bambini sono cresciuti, ma le fiabe sono rimaste: per altri bambini, e per chiunque ami sognare.
Le recensioni, in realtà, le facevo sin da ragazzina: quando un libro mi piaceva, ne riportavo su un diario un breve commento. Negli ultimi anni, arrivando a conoscere altri autori “nuovi”, come me, ho pensato di fare cosa gradita cercando di recensire questi libri sconosciuti al grande pubblico. Sono rimasta molto soddisfatta, perché, quasi sempre, gli autori mi confermano che riesco a cogliere lo spirito del libro.
Sugli argomenti che amo maggiormente (il Fantasy e i viaggi) ho scritto anche degli articoli.
Per raccogliere tutti i miei lavori, sparsi un po’ ovunque, e per dare un poco di visibilità al mio unico libro, ho ideato un sito tutto mio, che gestisco da sola: www.rosellarapa.it .
Infine, se volete sapere qualcosa sul mio carattere potrei dirvi che i miei peggiori difetti sono: la distrazione cronica, il pessimismo (che può anche sfociare in depressione) e l’essere piuttosto permalosa. Per contro, ritengo di essere abbastanza socievole, aperta alle nuove idee, disponibile al dialogo, sincera.
Penso di avervi raccontato un po’ tutto di me.
Sono stata troppo prolissa? Ebbene, al contrario del sale, che si può sempre aggiungere alle pietanze, ma difficilmente togliere, le parole in eccesso possono essere facilmente eliminate.
Elisa la Splendida era la Stellina più bianca e più lucente di tutta la Via Lattea.
Era una Stellina molto simpatica: cantava e ballava, tenendosi per mano con le sue mille e mille sorelle, ed insieme traversavano il cielo facendo sognare grandi e piccini.
Talvolta, guardando giù, Elisa vedeva lontano lontano altre Stelle, tutte infila, come loro.
" Vorrei tanto conoscere quelle Stelline laggiù!. " pensava " Chissà quante belle storie avranno da raccontare, e chissà come sarebbero contente di ascoltare le mie canzoni!".
La Luna, vecchia e Saggia, le ricordava :
Tranquilla, Elisa, godi quello che hai, resta con le tue sorelline. -
Elisa restava tranquilla per un pochino, poi, quando la Luna non c' era, continuava impaziente a guardare l' altra Via Lattea, che le sorrideva.
Una Notte, molto Buia, non resistette più: sfuggì di mano alle sorelle, prese la rincorsa, e viaaa !!!! Si buttò giù, oltre l' infinito.
E volò, e volò, e volò …… finchè ciunfete ! Cascò in qualcosa di duro e appiccicaticcio che non conosceva. Che spavento ! Tenendo gli occhi chiusi stretti stretti per la paura, continuò a sentirsi cadere, sempre più piano, sempre più lentamente; ad un certo punto … PUF, e si fermò sul morbido. Terrorizzata, sentì strani rumori : muoversi muoversi, voci agitate intorno a lei, corse frenetiche. Piano piano, con cautela, aprì un occhietto, poi l' altro ….
Che Meraviglia !!!
Movimento, luci, colori ! Elisa la splendida non aveva mai visto, dall' altro del cielo stellato, i colori del Mare; lei conosceva soltanto il bianco lucente delle stelle, e il blu scuro della Notte. Fra tutti gli esseri che la circondavano, il più bello era davanti a lei, giallo e luminoso, con una piccola corona in capo, e la codina tutta arricciata. Era lungo e sottile, e stava dritto molto fieramente.
Io sono Cavalreuccio, il re dell' Oceano Più Caldo. - spiegò. - Bellissima principessa staniera, vuoi essere mia moglie ? -
Elisa rimase così esterrefatta, che non riuscì neppure a parlare. Chiuse gli occhietti, sbattè le cicglia, e gli abitanti marini presero tutto questo come un sì. La fecero salire su una carrozza di conchiglia, trascinata da due pesci d' argento, e la portarono nella magnifica reggia di Corallo, dove gli archipolipetti continuavano a costruire senza sosta sale e saloni ogni giorno più belli e scintillanti, pieni di colonne, decori e incastri sempre diversi.
Elisa era molto felice, insieme al suo sposo Cavalreuccio: ebbero tanti figlioletti, Stelline e Cavallucci, di ogni colore. Alcuni si fermarono con loro, nell' regno Oceano Più Caldo, altri cominciarono a viaggiare, per conoscere i Sette mari di cui tanto si parlava.
Un giorno, cinque cavallucci bianchi tornarono entusiasti.
Abbiamo trovato un mare sottile sottile, tanto sottile che non si poteva nemmeno stare diritti. Oltre il Mare c' era un'altra cosa sottile e leggera, di un azzurro chiaro e trasparente: poi è accaduta una cosa magnifica. L' azzurro è diventato tutto scuro, più scuro del mare, e sono comparsi tantissimi puntini, bianchi e lucenti. Sembravano ancora più lucenti di mamma. -
Elisa si sentì stringere il cuore : il cielo ! Come aveva potuto dimenticare il suo cielo, le sue sorelle, il suo passato ? Fu presa dalla nostalgia, e dalla vogia di rivederlo, almeno per una volta.
Cavalreuccio l' ammonì.
Attenta, mia Splendida Elisa, non farti trascinare : qui è casa tua, ormai, hai tanti bambini, e tutti ti vogliono bene. -
Elisa ascoltò una volta, poi un' altra; poi, un giorno che Cvalreuccio era lontano, in visista ad un altro re, zitta zitta, si allontanò dal palazzo di Corallo e cominciò a salire, salire, sempre più alto a cercare l' azzurro.
Ma … Aimè ! Fu catturata !
Rimase impigliata in una rete di pescatori, che gettarono prima in mezzo ai pesci, poi fu scaraventata su una spiaggia, dove finì bruciata dal sole e ridotta in finissima sabbia. La sabbia fu calpestata, raccolta, trasportata, dispersa. Volò via con il Vento, ed infine ricadde sulla Terra.
Passarono mille e mille anni, ma Elisa non se ne accorse nemmeno. Non si accorse di passare di spiaggia in spiaggia, di terra in terra; finchè un giorno aprì gli occhi, e vide … vide tutte le sue sorelle, su in alto, bellissime e lucenti, milioni di puntini luminosi nella Via Lattea, bianca e splendida come sempre.
Elisa chiamò disperata :
Sorelline, sorelline, venite a prendermi !!! -
Non possiamo, non possiamo! - risposero le Stelline, piangendo tutte insieme.
Piansero tanto, e le loro lacrime caddero giù, dal cielo fin sopra la terra, bianche e scintillanti. Coprirono quaisi tutto, con un manto bianchissimo che brillava alla luce della Luna, rischiarando il cielo blu. Elisa si addormentò di nuovo,e quando finalmente si svegliò sentì una carezza vellutata su di lei.
Elisa, sono Cavalreuccio ! –
Una farfalla, con le ali gialle come il sole, le aveva dato un bacio, e l' aveva destata.
Siamo tutti qui ! - spiegò il nuovo Cavalreuccio. - Ci sono le genziane, blu come il cielo di notte, le genzianelle, appena più chiare, come le onde, gli anemoni che conoscevi tanto bene, con tutti i loro colori, e ancora tanti, tantissimi fiori e farfalle per farti compagnia. Guardati intorno: ci sono anche le tue sorelle ! -
Elisa si mosse un pochino : si accorse di avere uno stelo, che poteva piegare, per guardare di qua e di la, e poi in alto, verso il cielo, il sole, la luna e la Via Lattea. Accanto a lei c' erano … sì, incredibile, c' erano proprio delle Stelle, bianche e vellutate, splendide come non mai. Con un vestitino di pelo, per resistere alle notti più fredde, e cantare con le altre sorelle rimaste in alto. Non bisogna mai raccoglierle, perché sono molto rare, e crescono solo sulle montagne alte, altissime, per arrivare a toccare il cielo : sono le Stelle Alpine.
Un giorno, la bella addormentata decise di andare a far visita a Biancaneve, nella casetta dei sette nani.
Così, la regina cattiva non riuscì a portare le sue mele avvelenate, e se andò a mangiare la cioccolata dalla strega di Hansel e Gretel, insieme a tutte le altre streghe del bosco.
Il Principe Azzurro, che come al solito se ne andava a zonzo senza aver niente da fare, vide sul sentiero un cestino pieno di bellissime mele, e se le mangiò tutte, anche la mela avvelenata.
Fu così che cadde addormentato.
“Santo Cielo! “
Disse la Strega di Raperonzolo mettendosi le mani nei capelli, e, per svegliarlo, gli diede un bacio.
Il principe si svegliò, e non appena aprì gli occhi, vide … la strega ! Brutta, vecchia:
“AHHHHHHHH”
Gridò. E scappò via più veloce del vento.
Corse per tutto il bosco, corse per tutto il prato, corse per tutta la spiaggia; arrivato al mare trovò una barchetta e ci saltò sopra, mettendosi a remare.
Ma fu catturato dai pirati.
Scoppiò una terribile tempesta: la nave ondeggiava, barcollava, affondava. Per fortuna, tutte le sirenette si tuffarono, nuotando fra le onde.
E salvarono tutti i pirati.
Il principe, rimasto a galla, solo sull’ultimo pezzetto della nave affogata, con molta fatica raggiunse un’isola Deserta.
E si addormentò.
Tutte le principesse delle fiabe partirono per salvare il principe Azzurro, su una grande nave dorata: quando raggiunsero l’Isola deserta, scesero di corsa.
E’ mio ! – cominciarono a gridare. – NO ! E’ mio, l’ho visto prima io ! –
Si misero a litigare, a graffiarsi, a tirarsi i capelli: facevano tanto rumore che il principe si svegliò, e nel vedere tutte quelle principesse … coi vestiti stracciati, i capelli spettinati, che gridavano tutte insieme, lui fece:
“AHHHHHHHH”
E si gettò in acqua.
Nuotava, nuotava, nuotava … ma, poverino, era tanto stanco, e stava per affogare: per fortuna arrivarono dei Delfini a salvarlo, e lo portarono via, lontano, nel paese dei Delfini. Lì il principe azzurro salì sulla Montagna più alta, dove riuscì a stare finalmente tranquillo.
Questa fiaba è piena di sciocchezze, ma se andate in vacanza in montagna, guardate bene le vecchie case, e troverete, nel paesino più nascosto, lo stemma del Principe Delfino.
C'era una volta un principe senza fiaba, che vagava disperato nel paese delle fiabe, alla ricerca di una storia dove poter fare la sua comparsa anche lui.
Non era facile, però: la Bella Addormentata aveva già il suo principe, e così Biancaneve, Cenerentola, Pelle d'Asino, la Sirenetta ... c'erano fin troppi
principi nel paese delle fiabe. Allora tentò il tutto per tutto: salì sul suo cavallo magico, e volò fino sulla terra, per ascoltare le fiabe che le mamme
narravano ai loro bambini, sperando di trovarne un’adatta per lui.
Tutto inutile: non solo erano sempre le stesse fiabe, ma erano sempre più piene di principi e re, e magari si trattava di principi coraggiosissimi, capaci di combattere draghi spaventosi e tutto il resto.
Sconsolato, una sera si fermò vicino ad una stanzetta con la luce fioca, dove una mamma e la sua bambina stavano sole in silenzio. La mamma veramente non era proprio in silenzio:
piangeva piano, e ogni tanto provava a dire qualche parola, ma non le riusciva di raccontare nessuna fiaba, perché la bambina era tanto malata, e la mamma, sempre più triste, non
riusciva a ricordare più nulla.
" Quanto sono stupido, a preoccuparmi tanto per una fiaba. " pensò il principe.
" Questa mamma ha motivi di tristezza assai più seri dei miei; ma, se posso, proverò ad aiutarla. "
Per tranquillizzarla un po', prese un pizzico di polverina del sonno, e gliela passò sugli occhi: non appena la mamma li ebbe chiusi, si avvicinò alla culla e prese in braccio la bimba.
- Vuoi venire con me, e volare con il mio cavallo magico ? - chiese gentilmente.
- Ehh, Guh !! - rispose la bimba contenta, e partirono insieme.
Volarono su, fin nel cielo più alto, fino dalle stelle; e tutte le stelline che incontravano li salutavano allegre.
Che bella bambina ! - dicevano le stelle. - E' la bambina più bella che abbiamo mai visto !!
Posso prenderla in braccio ? -
Il principe rise, e lasciò che la stellina più giovane prendesse in braccio la bimba; e subito tutte le altre furono lì attorno a ridere e a scherzare, perché le stelle sono sempre molto allegre, e trovavano il principe molto carino e simpatico, e il suo cavallo doveva essere certo il più veloce del cielo.
- Cos'è tutto questo chiasso ? - esclamò d'improvviso la Luna, illuminando la notte con il suo faccione tondo, e vide la bimba che giocava in mezzo alle stelline, ridendo come loro.
- Via tutte, sciocchine! - s'arrabbiò la Luna - Le bambine così piccole a quest'ora devono dormire: ci penserò io. - E tutto d'un tratto, da quella grassona che era, si fece bellissima
e sottile come una modella, e con la forma giusta per prendere in braccio la bimba e cullarla dolcemente, mentre le stelline in coro intonavano la ninna nanna. Era un coro così dolce
che la bambina s'addormentò subito, e s'addormentarono anche il principe ed il suo cavallo magico; dormivano così profondamente che si accorsero appena del rumore che fece il sole,
sbadigliando per alzarsi : se ne accorsero invece le stelline, che subito presero a strillare :
- Il sole, il sole ! Scappiamo via, abbiamo fatto tardi ! -
- Sempre così, queste monelle ! - brontolò la Luna. - Cantano e ballano, e non pensano mai a niente. Per fortuna ci sono qui io: presto, bel principe, la piccina deve tornare a
casa prima che la mamma si svegli. -
- Si, signora Luna. - rispose il principe, con un inchino, perché, essendo un principe, era molto educato. Riprese la bimba, e, veloce più del vento, la riportò sulla terra, dove
la mise nella culla, un istante prima che la mamma aprisse gli occhi.
- Ehe ! Ahh, Ohh !!! - disse la bimba, per raccontare alla mamma dov'era stata quella notte, ma la mamma non l'ascoltò neppure.
- Piccola mia, stai bene ! - gridò tutta contenta. - Sei guarita, finalmente !!! -
La prese in braccio, la riempì di baci, e cominciò a cantare. Il principe strizzò l'occhio al suo cavallo.
- Qualche bacetto spetterebbe anche a noi. Questa mamma è proprio carina -
- Andiamo a riposare ! - lo sgridò il cavallo magico. - Ci siamo stancati anche troppo. -
- Va bene, va bene. - acconsentì il principe. - ma questa sera torniamo, per aiutare un'altra mamma con un bambino malato: c'è più soddisfazione che a cercare una fiaba vuota. -
Il cavallo magico nitrì energicamente, per far capire che era d'accordo; e quella sera trovarono un bambino ancora più malato, e lo portarono sul fondo del mare, dove i cavallucci
marini si misero in cerchio a fare la giostra solo per lui, mentre le ostriche e i granchi suonavano la musica con i loro gusci.
Da quella volta, il principe senza fiaba continua a tornare sulla terra, per portare i bimbi malati nei posti più belli del mondo delle fiabe; ed i bambini sono così contenti che
quando tornano sono guariti, e non si ammalano più. Un giorno venne anche per la mia bambina …e per mamma Rosella. E' una mamma un po' distratta, e pasticciona, ma ogni tanto scrive
le fiabe, e ne ha trovata una anche per lui.
Come nascono le storie ?
Sono portate dalle fatine. No, non è possibile non aver mai visto, o almeno sentito, una fatina. Ecco come incontrai la “mia” piccola fata.
Le fatine, si sa, volano di fiore in fiore nel paese delle Fate, cantando allegramente e raccontandosi bellissime fiabe; ma un giorno, una fatina avventurosa,
decise di andare a raccontare le sue fiabe più belle in paesi lontani, dove nessuno le conosceva.
Arrivò così nel paese di zucchero, dove tutto é bianco e dolce; le montagne sono grandi mucchi di zucchero, e le nuvole sono di zucchero filato.
Ma lì, non abitava nessuno: se qualcuno arrivava, dopo un po', a mangiare solo zucchero, gli veniva il mal di pancia, ed era costretto a scappare via.
Allora la fatina andò nel paese SempreVerde, dove tutto era bello, e verde: l’erbetta, gli alberi, i pini …. Ma gli alberi non potevano mai far vedere una corteccia marrone,
e cercavano con ogni mezzo di farsi ricoprire, dall’edera dal muschio, dalle foglie, per sembrare arbusti giovani e sempreverdi ; la terra, scura, non poteva mai mostrarsi,
se si scopriva un pochettino, subito erbacce cattive la ricoprivano, perché loro erano verdi e lei no. I fiori non potevano spuntare, perché sono colorati ; nemmeno l’arcobaleno
poteva farsi vede, perché non è tutto verde.
Disgustata, la fatina se ne andò.
Provò allora il Paese Azzurro, sotto le Onde del Mare.
Questo sì, era bello davvero, con i coralli, le alghe, i pesciolini di tutti i colori, i cavallucci e le stelle : però, nessuno poteva parlare.
La fatina provò a dire qualcosa all’orecchio di un pesce, ma uscirono solo bolle, e nessuno capiva nulla.
La fatina volò via, e provò timida a viaggiare sulla Terra : quante cose strane !
C’ era tanto, tanto rumore, da non sentirci più … per fortuna, trovò una mamma con i capelli corti, che cullava la sua bambina ; e le raccontò tutta la sua storia.
Da quel giorno, la fatina viene sempre a trovarmi. Ogni giorno, con una storia nuova.
Sono Nata e cresciuta in città: una grande, gloriosa città del nord; grigia, fumosa, solida, con antichi palazzi e nobili monumenti, e strade affollate. Tante volte,
tante davvero, immersa nella nebbia: e io amo la nebbia. La nebbia sfuma i contorni, attutisce i suoni, blocca le parole, ferma il traffico, e lascia spazio ai sogni,
al pensiero, all'emozione. Occorre tutto questo per parlare con le anime delle antiche pietre, quelle che erano già qui, prima di noi, dei nostri nonni, dei nostri avi ….
Ma, in questo paese senza identità, la nebbia non c'è. Mai. Così, cominciai a vagare tra campagne troppo pulite, latrati di cani rabbiosi, villini senz'anima e catapecchie
abbandonate; una delle quali si faceva chiamare pomposamente "castello". Ridacchiavo tra me e me. Ammasso di calcinacci informi, buono solo per ospitare topi: un orrore
da scordare. Eppure … cos'era stato? Uno spiffero? Un gemito? Scossi le spalle: la pietra morta non può più parlare.
Il lamento lo sentii un mattino, lancinante, nelle tempie, un vero grido di dolore: cosa stava accadendo? Aprii la finestra: NEBBIA. Impossibile, nebbia qui, nel
paese del primo sole, dopo le pianure. Quell'anno era arrivata, invece, e con l'intenzione di restare. Una dannazione, per le mie vecchie cicatrici, ricordo di
cadute e operazioni. Ma non resistetti alla tentazione di provare il brivido della VERA nebbia, perciò uscii a piedi.
Avevo un bel cappellino, una gonna lunga, e un ombrello a fiori; sciarpa guanti, e stivaletti con i lacci. Scesi lungo il corso degli anni, e mi fermai all'inizio
del secolo, quello vero, quello passato: lì il castello, se pur malridotto, poteva ancora sentirmi. Mi sedetti in un angolo, sopra un muretto basso, e attesi.
Nessuno parlava, nessuno si muoveva, con quella nebbia, in quella stagione. Niente auto, niente fretta, e niente scuola. I rintocchi del vecchio campanile svegliarono
l'antico maniero: sbadigliò, tossendo ed ansimando, in una specie di rantolo. Attesi un poco, poi mi presentai.
Buongiorno, Messer Maniero. Lieta di fare la vostra conoscenza. Io sono … una Sognatrice. -
Mmmm …. - brontolò il castello, parlando nel suo antico idioma. - Siete straniera: da dove venite? -
Dalla capitale. -
Quella vecchia, o quella nuova ? -
A dire il vero … era quella nuova, ma oggi è già vecchia. -
Spostata di nuovo? -
Sì. - confermai. - Due volte. -
Che Mondo! - brontolò il castello. - Non c'è da stupirsi che vada tutto in rovina. Presto me n'andrò anch'io … nel mondo che verrà non c'è più posto per quelli come me.
Presto le stalle saranno vuote, con questi carri che camminano da soli, e buttano fumo puzzolente senza fermarsi mai … niente cavalli, niente stallieri, niente padroni.
Non serve più il fieno e neppure la paglia. E non servo più nemmeno io. Cucine economiche al posto dei focolari, e intonaco, calcestruzzo, graniglia dappertutto ….
Le mie ferite sono così tante che neppure un miracolo potrebbe rimarginarle, e i miei padroni, mi odiano … lo sento, lo capisco, vogliono disfarsi di me, farmi a pezzi. -
E' il destino delle Antiche Mura. - ricordai, per consolarlo un po'. - Resistere per generazioni e generazioni, per poi cadere sotto i colpi di una sola, improvvida e
strafottente. Ma io sono venuta qui, oggi, per convincerti a resistere ancora. -
Non riuscirò. Non per molto. -
Riuscirai, se ti manterrai saldo nelle tue convinzioni, abbandonandoti con fiducia al sonno profondo che si sta impadronendo di te. Non resistergli; lascialo fare,
ti eviterà di subire troppi dolori: ma ci saranno tante cose che vedrai e udrai ugualmente, per raccontarmele quando tornerò. Passeranno circa cento anni, e tornerò. -
Cento anni? - ridacchiò il maniero. - Troverai qualche pietra sfatta, se sarai fortunata. Sono finito, capisci, finito! Non ho più un nome, non ho più un casato, non
sono nessuno. Finirò smembrato pezzo a pezzo nelle case dei bifolchi!-
Resisti. - ripetei ancora, sicura. E dormi. Dormi a lungo …. Molto a lungo. -
Come dicevo, quell'anno la nebbia persistette impavida. Lasciai trascorrere una settimana, e poi tornai, questa volta in jeans e cappuccio, senza scendere gli scalini
del tempo. Non c'era nessuno, tra la nebbia fitta, ed il Vecchio mi riconobbe subito.
Sei tornata presto. - ansimò. - ma come sei cambiata. -
Ho scavalcato più di 90 anni: noi Sognatori possiamo fare questo, ed altro. Potremmo anche tornare insieme ai giorni della tua passata grandezza; ma non so se mi piaceresti.
Saresti uguale a tanti altri che ho conosciuto: freddi, scostanti, boriosi. Invece, ai miei occhi, tu sei bello. -
Devi vederci proprio male! -
Non me la presi.
E' vero. Vedo malissimo: forse per questo, sono una Sognatrice. -
E allora? - bofonchiò seccato il maniero. –
Era più scontroso, più acido, ed enormemente più stanco di cento anni prima. Volevo scuoterlo, distrarlo: non potevo accettare che morisse così, sotto i miei occhi. -
Io posso sognare anche il futuro, non solo il passato: vorresti sognare un po' con me? -
Cosa dovrei sognare? Altri buchi orrendi? Altro puzzo di quel veleno che chiamate gasolio? Altra musica che fa solo rumore, altri bifolchi vestiti da vampiri nel mio
giardino? No, grazie! -
Il mio sogno è diverso: sale antiche, ripulite dall'intonaco dozzinale, pietre vive, capaci di parlare con forza alle nuove generazioni; antiche finestre riportate
alla luce, e, chissà, qualche affresco, qualche trave ben conservata. Balli in costume nei tuoi giardini, quadri e stampe antiche appesi alle pareti, e i pavimenti
rifatti tanto bene da sembrare millenari. Allora, vuoi sognare con me? -
Perché ? - domandò lui, diffidente.
Perché io sono sola: molto sola. Non ho nessuno qui, che mi accompagni nei miei sogni; e in questo ridente paese, la NEBBIA non viene mai! -
Senza nebbia, è quasi impossibile sognare. -
Ma, in due forse ce la faremo: al crepuscolo, in una notte d'inverno, nel tramonto dopo un giorno di pioggia … si può provare. -
Il maniero tossicchiò.
Il tuo è un sogno irrealizzabile. -
Probabile: ma sono questi i sogni più belli non credi? E poi, non tutto è perduto: i tempi cambiano. -
A chi lo dici giovane umana, a chi lo dici. - trasse un profondo respiro, poi si lanciò in un invito. - Torna a trovarmi. -
Era più di quanto avessi sperato.
Dalla mia finestra ti vedo bene: metterò un segnale, che solo tu saprai riconoscere.
OK ! -
Che genere di linguaggio è mai codesto, messer maniero? Un gergo da ragazzacci vestiti come vampiri! - lo sgridai ridendo.
Sono stanco d'essere solo un vecchio rudere. - reagì lui, ritrovando tutta la sua possanza. - Resisterò sopportando la musica moderna, le pizze e le automobili.
Ho sopportato ben altro. Sogneremo nella Nebbia, e qualcosa mi annuncia che con te farò viaggi bellissimi.
OK -
Risposi io: il patto era stretto.
In questo nuovo secolo, appena iniziato, la Nebbia non è tornata più.
Tutti i giorni saluto il mio amico, dalla finestra, o passandoci accanto. Ma non abbiamo potuto più sognare.
Se amate qualcuno, aiutatelo a sognare.
Un tempo i profeti vivevano liberi, circondati dal rispetto dei semplici; onorati, a volte, quando il desiderio di conoscere il Divino era più forte del richiamo del Potere.
Io ero un profeta.
Ero condannato a vedere, vedere oltre le porte chiuse, oltre i cancelli dell'eternità.
Ora il Nulla.
Osservo il Nulla, e non posso impedirmi di provare angoscia, sebbene sia consapevole che anche il mio Terrore, è Nulla.
Non vedo.
Continuo a ripetermi che forse il dono si è spento affievolito; ma esso, implacabile, alza la sua voce.
Ed io vedo.
Vedo la fine, la morte e la putrefazione; vedo la nascita e la bellezza, vedo quanto sono e saranno effimere, costrette ad un inutile volo.
Vedo la gioia e la felicità dei giovani; la tristezza ed il grigiore dei vecchi. Vedo la cosciente rassegnazione di chi ha vissuto, e la sciocca dissipatezza di chi si affaccia sul mondo.
Ma oltre non vedo.
I cancelli sono chiusi. Crollano a terra in una nube di polvere, ed io sono cieco.
Io vedo il nulla.
Ho vissuto migliaia e migliaia di anni, centinaia e centinaia di vite ; ed è per questo che ora, sebbene sembri di giovane aspetto, ogni mattino apro
gli occhi e sento un’ immane stanchezza dentro di me, scrutando un cielo che non mi mostra più alcun colore, un futuro che non può più celare alcun suono.
Anche voi, al pari di me, avete vissuto : imprese magnifiche e disperate tragedie ; esistenze regali ed abiezioni disumane ; sì, anche voi siete migrati
di era in era, di paese in paese ; ma voi, oh fortunati, non rammentate nulla. Per questo vivete felicemente immersi nei vostri giorni, istante dopo
istante, in un modo che credete vi appartenga, come voi appartnete a lui.
Io, invece, ricordo.
Ricordo gli universi infiniti, i cieli immensi, gli antri oscuri, le guerre più atroci, i miracoli più incredibili.
Sprazzi di vita si rincorrono nella mia mente, tormentano i miei sonni, stancano i miei giorni.
Sì, io ricordo.
Ebbene, ora racconterò, perché possiate ricordare anche voi ….
Sono io, La Sognatrice, l’amante delle nebbie, colei che ama scendere i gradini del tempo, per trovare amici e risposte
che il Mondo ha dimenticato. Io non dimentico e non dimenticherò mai.
Ma l’Amica nebbia, tempo fa, sembrò, giocarmi uno strano scherzo.
Passeggiavo tranquilla, con i miei libri sotto il braccio. D’improvviso, senza che me ne rendessi conto, la strada si
fece più stretta, impervia; ma io continuai, instancabile. La salita portava sulla cima d’un erta collina. Stanca, mi riposai.
Davanti a me comparve, dal nulla, un portone, un enorme portone chiuso. Osservai meglio, e il grande portale si mutò in un
cancello chiuso da un pesante lucchetto. Ai suoi lati una cancellata immensa, infinita, continuava, senza mostrarmi la fine.
Intravidi qualcosa, tra le nebbie che improvvisamente sorsero in quella che era stata una giornata di tiepido sole. Monumenti,
simboli, copertine … tutti universalmente noti, e tutti completamente sconosciuti.
Scossi con forza la cancellata, ma non volle aprirsi. Allora mi voltai, per vedere la strada percorsa. Laggiù, lontano, era una
gran folla, il cui vocio continuo mi annoiava … mi chiusi le orecchie coprendole con le mani, per non sentirlo più, mai più: e
d’improvviso un gran quiete mi avvolse.
Rimasi sola, davanti al cancello che non voleva aprirsi. Iniziai a costeggiare la cancellata, e al di là scorsi lapidi sconnesse,
come in un vecchio cimitero inglese. La nebbia mi avvolse completamente. Amica Nebbia, ti compresi. Mi invitavi ad entrare,
sussurrandomi che v’erano altri ingressi, che sarebbe bastato lasciarsi andare al sogno, alla malia … o magia.
Fui sopraffatta bruscamente. Un gelido soffio di vento spazzò via ogni cosa: la nebbia, la cancellata, i segni del tempo che fu.
Ora sono sola sulla collina: sotto di me, il brusio del vociare sconnesso. Devo camminare ancora. Salire ancora. Finché la Nebbia
non tornerà a mostrarsi.
Lo farà? Me lo domando ogni giorno.
Nella solitudine bugiarda, ottenuta ingoiando due pasticche per un mal di testa che non c'era, passò in rassegna la platea del giorno dopo, e contò mentalmente i posti vuoti.
Vuoti come le pagine di un diario che non scriveva più. Ancora una volta: qualche applauso stentato, una serie di fughe veloci, e il
silenzio polveroso del vecchio palcoscenico. Ormai l'insuccesso era così abituale, che non riusciva nemmeno più a farla piangere.
Non sarebbe cambiato neppure con la TV.
Una TV locale, una stupidissima rete senza storia, e senza nome. Ma, per gli amici, e la gente del quartiere, era un evento. Il
regista si era montato, e lei, prima attrice, si era preparata con impegno. Lei, che veniva da una famiglia di artisti squattrinati
e falliti, costretti dalla vita ad accettare, più o meno consapevolmente, lavori squallidi per poter sopravvivere, aveva finalmente
la sua grande occasione. L'unica, vera, reale opportunità che si presentava per uscire dall'anonimato. Poteva essere il momento del
riscatto; non solo per lei, ma per tutta la famiglia, per gli amici, il gruppo unito fin dall'infanzia ….
Ma la persecuzione antica aveva colpito ancora. Forse l'errore era stato quello di scegliere proprio la data del suo compleanno:
avrebbe dovuto saperlo che mai uno era riuscito bene; data infausta e tante volte maledetta, ricordo di tristi giornate terminate fra lacrime di piccina.
Era cresciuta, e aveva dimenticato. Poteva essere un modo per riconciliarsi con il mondo, per appianare qualche piccolo screzio;
una festa, una vera festa.
Poi erano arrivate le telefonate. Un trasloco, un problema con il marito; addirittura tre funerali. Incredibile, eppure era vero.
Tre lutti nel giro di nemmeno una settimana. Tristi notizie da chi aveva il papà in ospedale, bimbi malati; e per finire la separazione
improvvisa di una delle coppie più conosciute. Tutti questi amici non sarebbero venuti.
Altri non avevano neppure risposto. Troppo occupati, distratti, o del tutto indifferenti. Altri si erano mostrati visibilmente seccati;
forse perché l'offerta di un biglietto scontato non sembrava un regalo, ma solo una richiesta di fondi. L'ennesima.
La foto per la pubblicità era venuta un disastro: scattata di corsa, mostrava impietosa i segni del tempo e della stanchezza. Andava
distrutta, come si distruggevano poco a poco i brandelli di un'esperienza sempre più inutile. Il piccolo aveva la gara di nuoto, e
naturalmente sarebbe andato il padre ad accompagnarlo. La figlia, ormai grande, non poteva certo perdersi l'appuntamento in discoteca,
con le amiche e il ragazzino.
Ancora una volta, una soltanto; fino al termine del contratto, che non poteva permettersi di sciogliere. Poi ….
Poi nulla. L'anonima quotidianità sarebbe ripresa, sempre più sciatta, sempre più informe. Ma questa volta nessuno più l'avrebbe disturbata.
Ormai era giunto il momento del silenzio. La sua foto, quella bella, di quand'era giovane, poteva aggiungersi tranquilla a quelle dei suoi antenati.
Un'altra generazione aveva fallito.
Mi chiamano poeta.
Poetessa, no. Non lo sono mai stata.
Ho solo scritto qualche rima baciata,
La bocca di una donna in cerca d'amore,
Che riceve invece soltanto dolore.
Dipingerò con la mia tavolozza
Le nere torri che corrono verso il cielo
Quando il sole indora le cime degli alberi
Ed arrossa le nuvole scomposte
Dipingerò la verde quiete dei prati
Ed il bianco candore della neve
La limpidezza di una fonte che sgorga dalla rroccia
Amore, in un cuore solitario.
Dipingerò i mille palpiti dei fiori
Gemme nel sogno di un bambino
Ma non posso dipingere il loro profumo
Né il soave mormorio della cascata
O il calore di un raggio di sole
E la frescura inebriante della brezza mattutina.
Posso soltanto provare a ricordare
E dirti che io c'ero
Per ammirare il miracolo divino
Del nuovo giorno che nasce.
Ho trascorso una vita ribelle
lottando anche contro le stelle.
Ora vorrei riposare,
senza l'assillo di dovermi svegliare.
Dormivo.
ho sognato una storia,
e mi è tornata la memoria.
Ora sono qui,
con il mio PC,
amico sincero,
mai menzognero.
Come lo specchio Incantato,
mi mostra impietoso il mio fato.
Costretta a sembrare bella,
mi serve almeno una stampella.
Costretta a non fermarmi,
una stampella dovrà sostenermi.
Perché? grido angosciata,
da troppi anni sono malata.
Volto lo sguardo e comprendo:
mia figlia, un dono stupendo.
Lo puoi fare d’Autunno,
Un principe Guerriero:
Scegli un giorno senza nebbia,
Per un animo sincero
Con i gusci delle noci
Gli darai un’armatura,
Con le bacche più rosse,
Un cuore senza paura.
Gli farai una spada,
Con del vento tagliente,
Con i colori delle foglie,
Un mantello resistente.
Dalle castagne, con i ricci,
Gli farai l’arco e le frecce;
E con l’Uva, che allegria !
Il carattere, per magia,
Sarà forte, un po’ frizzante,
Di coraggio spumeggiante.
E col miele, già si sa,
Gli darai anche bontà.
Vorrei che tu mi dicessi :
“Vai pure, Amore,
Potremo continuare,
Anche senza di te”.
Ma tu, insisti a dire
“Ti Amo, ho bisogno di te”.
E non posso lasciarti.
Vorrei che lei mi dicesse
“Vai pure, mamma,
Ormai ho imparato tutto, da te.”
Invece lei mi abbraccia,
troppo grande per non capire
troppo giovane per restare sola.
E non posso lasciarla.
La pagina è bianca,
La penna è stanca.
Addio, Poesia,
Cara amica mia.
Ormai sei partita:
Da me sei fuggita!
Anch’io devo andare.
Un lavoro ho da fare.
E se un giorno tornerò:
Io, racconti scriverò.
" Addio fiorellino, presto tornerò "
promise il principe, e s'involò.
Dolce la brezza dell'aria serale
l'invitava nel roseo suo volare
il raggio è breve, ma il farfallino non sa
che la sua vita più breve ancor sarà.
Triste nella notte la margherita
piange il principe che l'ha tradita.
La bellezza sfiorisce; il tempo non perdona:
non è rimasto nè oro nè corona;
solo la radice rimane silenziosa
laggiù dove tutto riposa.
Ma un seme orfano, è caduto!
Al piccolo assetato, non negare aiuto.