Tutto iniziò - e finì - su un'autocorriera della linea Kayseri-Karaman-
Konya. Un veicolo lento, lurido, polveroso. Fu la prima volta che vidi
una donna velata con tanto di chador e soprabitino antracite. In tutti
quei mesi di soggiorno tra Istanbul e Ankara non mi era mai capitato.
Certo, il lavoro mi aveva assorbito così tanto da non uscire che a sera
tardi, con gli occhi e la mente che non vedevano per strada se non
figure furtive, presto risucchiate dalle ombre della notte incipiente.
Cosa ci facessi su un'autocorriera della linea Kayseri-Karaman-
Konya, fu un particolare così superfluo da averlo quasi subito
dimenticato. Come mi era capitato già più di una volta, era
presumibile che portassi dei documenti riservati dalla nostra
Ambasciata al Consolato di Istanbul o viceversa. Ma per quale motivo
fossi salito sull'autocorriera diretta a Sud anziché a Nord, e dove
conservassi questi documenti, se nella tasca della giacca o nella
valigetta che in seguito abbandonai sulla retina portaoggetti, questo
non saprei dirlo. Ero pervaso dal mistero di quel volto velato, da
quegli occhi - unico accenno a un'identità - che lampeggiavano in
mezzo a tutta quella pesantezza di drappi scuri. Mi era apparso come
in sogno, alla stazione di Ankara. E ne avevo seguìto l'odore. Sì, avevo
seguito l'odore di quel corpo, che era come l'odore del bazar delle
Spezie di Istanbul, dove lo zafferano, lo zenzero e il cardamomo si
vendono a sacchi. E quel caddesi che dal mercato delle spezie conduce
al Gran bazar, dove le grida, gli idiomi, i colori perdono quei pochi
connotati occidentali di cui è pregno il resto della città. Il molleggio
dell'autocorriera era sfibrante. Il veicolo arrancava aprendosi la
strada in mezzo a una steppa. Desertica e affocata.
A Niğde la donna velata si alzò e scese. La seguii. Non mi
interessava dove andasse, chi fosse, a quale rischio mi esponesse
l'ostinazione del mio desiderio. Davvero, non potevo impedirmi di
seguirla. Attraversai la piazza principale e imboccai una via che
conduceva fuori dall'abitato. E lì torme di visioni incominciarono ad
assalirmi.
Mentre la pedinavo sul ciglio della strada polverosa, il sole mi
abbacinò. Socchiusi gli occhi e spiai l'andatura di quell'essere davanti
a me, avvolto nei suoi abiti impregnati di spezie. La seguivo come si
segue una grossa chiocciola, tutta appesantita dal suo fardello. La
immaginavo nuda, sotto i drappi pesanti, con una densa bava di
chiocciola che le colava in mezzo alle gambe, e io che la seguivo,
seguivo quella traccia come un segugio una cagna in calore. Qualcosa
in me si irrigidiva, si faceva caldo e pulsante. Sudavo. La gente che
incrociavo mi guardava sospetta. Si chiedeva cosa facesse un
Occidentale in una strada assolata e polverosa della Cappadocia, in
una zona al di fuori degli itinerari turistici. Non conosceva il mio
scopo preciso. Non conosceva il gusto dell'inseguimento in sé. Non
conosceva il godimento che io provavo nell'immaginarmi nudo quel
corpo di donna, altrimenti così coperto e così vietato. A dire il vero,
neppure io conoscevo la ragione di tutto ciò perché si trattava della
prima volta che mi capitava una cosa simile. L'unica certezza è che
finalmente avevo uno scopo nella vita: inseguire quella donna,
scoprire chi fosse, dove andasse, cosa facesse.
Coniai un'espressione d'insofferenza che mi piacque moltissimo e
decisi che da allora l'avrei adoperata persino a sproposito:
- Merda turca!
E me la sentii in bocca. Quella della donna che inseguivo,
naturalmente. Avrei insomma accettato anche un atto di coprofagia
purché fosse roba sua, purché avesse avuto contatto con il suo corpo.
All'angolo di un casolare, la donna svoltò e iniziò a percorrere una
via secondaria. Il pietrisco scricchiolava sotto le nostre suole e nel
silenzio del paesaggio affocato la donna dovette udire i miei passi.
Non si girò ma prese a camminare più in fretta. I suoi occhi erano così
acuti che potevano scrutare anche dietro la nuca. Trecentosessanta
gradi di visuale. Non male. I nostri passi continuavano a smuovere il
pietrisco. Il mio corpo voleva sciogliersi sotto il sole. Anche il suo,
credo. Sotto i drappi pesanti. Lumaca lumachina, fa la bava e si
trascina. Si trascinava veloce, adesso, diretta verso un gruppo di case
in fondo alla strada. Case con muri intonacati e sbiancati di fresco.
Biancoaccecanti. Forse disabitate. Non pensavo a nulla in particolare,
sotto quel sole, su quella strada fatta di polvere e di sassi.
Camminavo, camminavo con un solo obiettivo: seguirla. Forse
neppure raggiungerla: semplicemente seguirla. Come un destino.
Come una condanna. Forse non dovevo affatto raggiungerla, perché
se l'avessi fatto l'avrei magari strangolata, seviziata, scannata. Oppure
le avrei strappato il chador e semplicemente guardata, mentre lei,
inorridita dal sacrilegio, avrebbe tremato. Forse le sue carni molli e
sudate mi avrebbero fatto ribrezzo, come gli escrementi di un cane.
- Merda turca!
Camminavo e l'arsura mi stringeva la gola. Il sudore fermentava
sulle palpebre, le ciglia tremolanti. Quasi non la vedevo più, là avanti,
ma sentivo che lei camminava spedita. Giunta al gruppo di case svoltò
ancheggiando. Quando arrivai all'angolo, era sparita. In quel punto, ai
lati della strada, c'erano due case, le porte che si aprivano quasi una di
fronte all'altra. Lei era entrata in una delle due. Già, ma quale?
Osservai attentamente. Forse la polvere depositata avrebbe potuto
aiutarmi. Niente, niente, le maniglie delle due porte ne erano
entrambe ricoperte. Qualcuno aveva aperto dall'interno. Su tutt'e due
le soglie, impronte di scarpe. - Era il destino. Il destino mi spingeva
in quell'inseguimento e il destino mi avrebbe fatto scegliere. Senza
pensarci su troppo, abbassai una delle due maniglie. La porta si aprì
con un sottile lamento.
Mi investì una ventata di fresco. Abbacinato com'ero dalla luce,
dentro non vidi che buio. Mi inoltrai alla cieca e, non accorgendomi
del gradino, mi sbilanciai in avanti. Chiusi la porta alle spalle e attesi
che i miei occhi si adattassero all'ambiente. - Merda turca! Per
quanto mi sforzassi non distinguevo un accidente. Eccetto un
rettangolo chiaro, immobile, verso quello che supponevo il fondo
della stanza. Mi avvicinai. Il rettangolo respirava. Qualcosa si mosse e
scorsi il bianco di due occhi. Non vedevo da che parte fossero
orientate le pupille, che dovevano essere nerissime. Suppongo che mi
fissassero. Non pensai a nulla, in quel momento. Non mi chiesi nulla.
Né cosa facessi all'interno di quella stanza, in un paese di cui non
ricordavo più neppure il nome, né tanto meno chi respirasse raccolto
su quel rettangolo chiaro. Mi sedetti nel buio accanto a quegli occhi.
Li vidi luccicare. Era lei. Le mie mani tastarono dei drappi pesanti, dei
bottoni, infine il chador. Ma altre due mani, sottili e nervose, mi
impedirono di alzarlo. Mi guidarono piuttosto verso i drappi che
avvolgevano il corpo e mi aiutarono a sollevarli. Il calore della sua
pelle contrastava con la frescura della stanza. Disse alcune parole che
non capii. Ma i suoi occhi mandarono un lampo. Non so più quel che
avvenne né quanto tempo trascorse. Fu un vortice di sensazioni che
culminò in uno stato di profonda spossatezza. Ricordo infine una
tazza di tè tiepido, delle parole sussurrate. L'odore della sua pelle, dei
suoi vestiti pesanti, della polvere che si era depositata sugli oggetti
della stanza - che continuavo a non vedere ma di cui presentivo
l'ingombro. Mi alzai. I suoi occhi brillarono. No, non potevo restare.
Dove, poi? Con chi? Di chi erano quegli occhi, di cui vedevo a
malapena e soltanto il bianco? Sì, dovevano essere nerissimi. Il bianco
sparì e ricomparve. Li aveva chiusi un secondo per esprimere un
saluto doloroso. Aprii la porta e senza voltarmi mi immersi nel
torrente di luce che avvolgeva la strada. Da far male agli occhi. Era
stato un sogno, continuavo a ripetermi. L'incontro alla stazione di
Ankara, l'autocorriera, l'inseguimento, l'oscurità della stanza, gli
odori, già, tutti quegli odori: spezie, oli, profumi, polvere, sudore, tè
aromatico. Camminavo in fretta. Volevo lasciarmi alle spalle ogni
nostalgia. Man mano che la mia vista si abituava alla luce, mi
accorgevo che per strada non c'era anima viva. Tutt'intorno silenzio. Il
sapore del tè sotto il palato. Le mie scarpe scricchiolavano sul
pietrisco. Prima di svoltare mi sembrò che un'ombra mi seguisse.
Poteva essere lei. No, solo un'impressione. Volli aumentare
l'andatura. Poi, fermandomi di colpo, restai in ascolto. Alcuni passi. Si
fermarono anche loro. Silenzio. Ripetei la prova. Quando mi fermai,
di nuovo alcuni passi, come un'eco. Infine silenzio.
Camminavo lungo il ciglio polveroso della strada. Il sole, questa
volta, era alle spalle. Ne sentivo l'alito caldo sul collo. L'ombra del mio
corpo si dimenava davanti a me come se volesse fuggire da me stesso,
arrivare alla fermata dell'autocorriera prima del tempo e lasciare
subito Niğde (ecco, mi era tornato alla mente il nome del paese).
Lungo la via nessuno, salvo un cane randagio, magrissimo e
stralunato dall'arsura.
Prima di entrare nella piazza, gettai un occhio alle spalle. Una
figura lontana era apparsa a circa metà della strada. Non so dire se
uomo o donna, il sole era troppo forte. Certo avrebbe potuto essere
anche lei. Oppure un suo familiare. Oppure un vicino di casa. Ma non
c'era tempo: l'autocorriera si era appena fermata con un cigolio di
freni. Non volli neppure conoscere la destinazione. Vi saltai sopra e
mi buttai a sedere. I sedili erano duri, con rivestimenti di velluto reso
lucido dall'usura. Tirai un sospiro di sollievo mentre con uno strappo
rumoroso il veicolo si rimetteva in moto.
Aveva percorso qualche metro, quando all'improvviso la portiera
davanti a me si aprì e tre persone arrancarono per salire. Ci fu una
sorta di tafferuglio, una spinta, una frenata, una valigia addosso, una
mano che afferrava il mio avambraccio. Nella confusione qualcosa
d'acciaio balenò. - Merda turca! Non udii più nulla, mentre un fiotto
di liquido caldo mi infiammava il ventre e una cortina di oscurità mi
scendeva sugli occhi. Non ebbi il tempo di capire. Ero già morto.