A Carmelo, dal viso cereo, il sudore grondava dalla fronte e gli inumidiva la camicia di flanella, da poco comprata dalla moglie Santuzza alla fiera del paese col ricavato della vendita di due grossissimi capponi, due galletti che, nati nella schiusa di marzo e castrati a giugno, in quel mese di settembre, giorno di fiera, già pesavano quattro chili ciascuno. Il suo sguardo fissava il vuoto, cercava di intravedere colei che d’un colpo gli aveva tolto… quasi negato, il diritto di continuare a vivere una serena e tranquilla vita nel suo paesino di Belmonte Mezzagno. Tranquilla per modo di dire! Il lavoro nei campi lo impegnava dall’alba al tramonto: la vite da potare, il mandorlo, gli uliveti, preparare il semenzaio… La sera, stanco, doveva persino governare l’asino e la capretta “Concettina”, così preferì chiamarla il giorno che l’aveva acquistata da un allevatore di Santa Cristina, un paesino dei dintorni che contava pochissime anime. Sudava, sudava e bisbigliava terrorizzato: «Morirai domani alle 14,15! Domani» continuava a ripetere. Neanche ventiquattr’ore di tempo gli rimanevano oramai da vivere. Santuzza dovette recarsi in chiesa per la messa di zio Lorenzo; era già passato un mese da che egli aveva lasciato il paese per andare all’altro mondo. Ma quale dei mondi a noi lontani avrebbe potuto accogliere l’anima di quella persona greve e gretta di Lorenzo! Carmelo aspettò ancora un po’; poi, raccolte le forze rimastegli, si recò da compare Peppe a cercar conforto e a farsi aiutare ad organizzare, con l’umile stile dei poveri, i suoi oramai prossimi e presunti funerali. L’orologio della Chiesa Madre batteva le 12, scandendo il ritmo del mezzogiorno. Da Peppi non rispondeva nessuno. Bussò ancora, e ad aprire venne comare Minica con le maniche rimboccate; un vecchio e grande grembiule avvolgeva quell’esile figura di donna dai capelli trasandati, sempre indaffarata nelle pulizie domestiche… il primo premio se lo sarebbe certamente aggiudicato se don Giuseppe, il parroco del paese, oltre che per il miglior presepe, avesse istituito un premio per la casa più pulita. Appena aperta la porta, Minica si preoccupò subito del compare che era sudato e aveva un colorito strano. «Entri, compare, cosa le è successo? Che ha? Aspetti che chiamo Peppe, è ancora a letto il dormiglione!». Carmelo si sedette tutto d’un peso sulla poltrona dal colore verde rame, messa lì in un angolo di quella stanza dal pavimento ancora umido e con le sedie rivolte sul tavolo. Guardava continuamente il vecchio orologio da taschino; avrebbe voluto fermarle con tutta la forza dell’anima quelle lancette che incessantemente continuavano a battere il tempo. «Compare Carmelo!» fece Peppe ancora morto di sonno. «Cosa vi è preso, per essere di buon mattino a casa mia?». «Buon mattino!...» ribatté la moglie adirata per quelle lunghe e continue dormite del marito. «C’è gente che s’è già guadagnata il pane a quest’ora! Altro che buon mattino!». Peppe non le dava più ascolto; s’era abituato a quelle continue lagnanze della moglie. «Su, compare, racconti cosa le è successo». «Avreste dovuto vederla la ’gna Maruzza, quella vecchia fattucchiera!» prese a narrare Carmelo, terrorizzato. «Passava per strada un gatto; solo miaooo fece il povero animale, e quella, guardandolo con l’occhio malefico, gli gridò “Muori, perfida bestia!”. Sembrò un tuono, una macchina parve chiamata di proposito e… zamt!!! La povera bestia morì schiacciata! Queste non sono fesserie compare, due giorni ho da vivere, oggi e domani!». «Ma no, compare, cosa dice! Sarà stato il caso a volere che il gatto morisse; ma voi, voi che c’entrate in tutto questo?». «Che c’entro, dice? Dovevate vederla, sembrava una pazza: mi guardò con quegli occhi che sembravano volessero uscirle fuori delle orbite e, additandomi, mi chiamò citrullo e mi ha detto che morirò domani alle 14,15!». «Certo, compare, non è bello sentirsi dire per strada che si hanno due giorni di vita, ma… ed io, io che posso fare? Se potessi… non una, ma due gliene darei, di mano». Minica ascoltava pensierosa quella strana storia; poi, pensò di intervenire: «Senta che facciamo: lei, compare… quand’è che dovrebbe morire?». «Domani, domani alle 14,15!» rispose il compare, quasi piangendo. «Tu, Peppe,» fece Minica «va’ alla Camera del lavoro, e cerca di Concetta: si dice che ne sappia una più del diavolo, vediamo cosa ci consiglia per compare Carmelo». «Cosa? Io, alla Camera del lavoro? Andare lì per farmi sentir dire dai contadini che sono una sanguisuga, ma quando mai!». »Non è che abbiano tutti i torti!» sussurrò Carmelo. «Non è che sia tanto corretto vivere alle spalle del prossimo!». «Ma tu guarda questo morto vivo, sa di dover morire da un momento all’altro, e ha questo rimorso di coscienza… Compare, non vorrà dire d’esser contento d’aver fatto una vita sempre a lavorare?». «Veramente… non lo so, non so che rispondervi». «Ecco!» fece lesto, Peppe, alla moglie. «Vedi? Non lo sa! Ed io, nell’incertezza, dovrei vivere col dubbio s’è giusto o no? Ma quando mai, compare! Bisogna essere tranquilli, siamo in democrazia! Bisogna rispettare le idee degli altri, e allora che lavorino, io no!». Si sentì bussare alla porta, Minica andò ad aprire: era Santuzza, preoccupata, in cerca di Carmelo, il quale, suggestionato da quanto proferitogli dalla fattucchiera, s’era intanto abbandonato sulla vecchia poltrona in attesa che si facessero le 14,15 e quindi di poter partire alla ricerca di quei mondi e dello zio Lorenzo al quale era molto legato. Peppe, per evitare i rimproveri della moglie davanti alla comare, uscì a cercare Concetta. Le ore volavano via, tra il pianto di Santuzza e i conforti di Minica, mentre Carmelo diventava sempre più cereo, e tremava dal freddo, tremava e pregava la Madonna di accoglierlo accanto a lei: era molto devoto alla Vergine. Da piccolo, quando andava a letto, la nonna gli aveva insegnato una breve preghiera, ed egli, prima d’addormentarsi la ripeteva sempre: «Io mi corico in questo letto, con Gesù dentro il mio petto; se io dormo, Egli veglia e se c’è qualcosa mi risveglia». Per cosa avrebbe dovuto svegliarlo ora la Madonna! La morte non è un breve sogno, ma un lunghissimo sonno, un sonno privo di coscienza e volontà, dove l’anima vive nella tranquillità assoluta in attesa di potere assaporare un nuovo corpo che andrà ad abitare. Carmelo sembrava immerso in quella tranquillità, e non dava più segni d’esser sveglio. Minica cercò tante volte di persuadere Santuzza di andare a casa a dormire, dicendole che la notte avrebbe certamente risolto lo strano enigma. «Suvvia, comare!» continuava Minica. «Lei crede a queste fesserie? Sicuramente il compare si sarà fatto suggestionare da quella jettatrice; lo lasci riposare qui tutta la notte, e vedrà che domattina sarà lui stesso a tornare a casa». Santuzza ringraziò la comare per il consiglio fornitole, ma preferì rimanere lì tutta la notte. Peppi rincasò a notte inoltrata, dimenticatosi del compare e di avvisare Concetta perché si recasse a casa sua. Entrò in punta di piedi, si sentiva qualche leggero lamento di Carmelo, mentre le due donne dormivano sedute e con la testa a penzoloni; si recò nella sua stanza e s’addormentò di colpo, russando. Dalle imposte si vedeva albeggiare, Minica si alzò lentamente, adagiò sulle spalle di comare Santuzza uno scialle di lana e andò ad assicurarsi che Peppe fosse rientrato. Il sole era già alto, quando Santuzza si svegliò; preoccupata, guardò il marito che sembrava dormisse, stanco d’essersi lamentato tutta la notte, e gli posò di sopra, lentamente, lo scialle che le aveva messo sulle spalle Minica. Da fuori si sentiva il megafono di un venditore di frutta che passava e il vociare di un bimbo che rincorreva il suo cane. Santuzza svegliò Peppe, rimproverandolo per la leggerezza nei confronti del compare che giaceva sulla poltrona, in preda al panico, aspettando che si facessero le 14,15. Lo incaricò ancora di cercare Concetta e di avvisare padre Giuseppe della situazione che s’era venuta a creare. Peppe uscì brontolando, quasi che l’accaduto lo infastidisse. Le ore volavano via. Santuzza guardò l’orologio appeso alla parete e scoppiò in un pianto convulso: segnava le 13,45. «Solo mezz’ora ho, Carmeluccio mio! Mezz’ora e non potrò più parlarti, sentire la tua voce, ma perché, perché?». Santuzza s’intenerì sentendo la comare, e cercò ancora di rincuorarla… niente! Carmelo quasi non parlava più, tutto sembrava inutile. Peppe arrivò con padre Giuseppe e Concetta, la quale, meravigliata e sdegnata nello stesso tempo per quanto le aveva narrato Peppe, guardò Carmelo e la moglie e li rimproverò dicendo loro che tutto quel trambusto era solo frutto di una grande ignoranza e che a nulla sarebbe servito l’intervento del parroco perché scacciasse il malocchio. Bisognava solo indurre Carmelo a ragionare. Ma come? Si sentì l’orologio della Chiesa Madre battere le 15,30. «Le quindici e trenta?» fece Santuzza meravigliata. «Ma… comare, l’orologio segna le 14,30, come mai quello della chiesa…». «Quello della chiesa è giusto!» fece padre Giuseppe. «Stanotte hanno cambiato l’orario, quindi…». «E ora, che fare?» disse Santuzza alla comare. «Visto che le 14,30 sono passate da un’ora, vuol dire che il mio Carmelo non muore più? Padre, fategli vedere l’orologio, diteglielo che è un miracolo…». «Ma quale miracolo e miracolo!» esclamò Concetta. «L’ora legale è un’invenzione nostra, non dei santi! Ecco, cosa ci voleva: il tempo. Esso si burla di noi, ride delle idiozie, delle nostre usanze, costumi, mentalità…». «Signorina Concetta,» fece Santuzza «allora mio compare l’ha fatta franca?». «Proprio così» confermò lesto padre Giuseppe. «E allora dobbiamo brindare!» gridò Peppe. «Brindare perché mio compare è risorto; su, compare, alzatevi che brindiamo!». «Ma quale brindare e brindare! Io devo morire!» rispose Carmelo ancora mezzo intontito. «Guardate!» intervenne Concetta mostrando l’orologio a Carmelo. «E vi dirò di più: voi, non avete mai avuto niente, solo suggestione, una forte suggestione e nulla più; quindi…». Carmelo si alzò, guardò in aria come se avesse sentito la voce di ’gna Maruzza e fece un velocissimo gestaccio: “Teh!!!, femmina di malaugurio!». «Compare,» esclamò Peppe «parla da solo; un’altra, ora, le è venuta?». «Brindiamo, brindiamo, ché voglio ubriacarmi!» esclamò compare Carmelo, alzando il bicchiere e tirando un forte sospiro di sollievo.
Il caldo afoso di quella mattina d’agosto dava ad intendere che il giorno non avrebbe risparmiato nemmeno chi se ne stava all’ombra, rincantucciato sotto una delle tante barche arenate sulla grande spiaggia di quel piccolo paese che contava poche centinaia di anime: Tonnarella. Un paesino in cui, anni or sono, oltre alla pesca, veniva praticata la raccolta del gelsomino. Ancora prima che spuntasse l’alba, le donne con i loro canti contadini passavano con grosse ceste adagiate sul capo, colme di quel delizioso fiore il cui profumo entrava dalle finestre delle piccole case, inebriando chi, nel dormiveglia, assaporava l’ultimo sonno della notte. All’ombra del Santa Lucia, un vecchio peschereccio ancora tutt’altro che in disarmo, Melo ricuciva le reti sfaldate la notte prima da qualche grosso delfino rimastovi intrappolato durante la pesca alle alici. Il caldo sembrava non infastidirlo proprio; il suo corpo asciutto e stagionato, dal nero colore della pelle, pareva appartenesse alla famiglia Mustafà, una piccola tribù di neri da anni trasferitasi nel piccolo paese a lavorare nei vivai dei dintorni. I giovani lo chiamavano: “Melo il Marocchino”; ma a lui sembrava non importasse proprio di quel nomignolo. Rammendava, con la pazienza che solo i vecchi lupi di mare hanno, quelle reti che di danni ne avevano subiti tanti. Rammendava e raccontava, ai piccoli che si riparavano all’ombra di quella grossa barca, momenti di vita vissuta al largo, nel mare aperto. Essi lo ascoltavano in silenzio, infastiditi solo da qualche moscerino, di quelli che ancora oggi popolano le spiagge. «Zio Melo, raccontaci di quando eri piccolo e volevi prendere il pescespada con la lenza» fece uno dei più piccoli che lo ascoltavano incantati. Quella storia era ormai divenuta leggendaria. Di anni, Melo ne aveva già tanti, anche se nessuno sapeva di preciso quanti. I più sostenevano che già da tempo aveva passato gli ottantacinque. Melo Aprile. Aprile, si diceva, perché il bisnonno fu trovato in fasce in quella spiaggia nel mese di aprile. Raccontava, ritornando indietro nel tempo, e gli si leggeva negli occhi infossati ora il dolore, ora la gioia dei momenti vissuti; spesso riemergeva nel viso raggrinzato un sereno sorriso: «Ero piccolo,» cominciò «appena dodici anni, e già aiutavo la famiglia; quel giorno mi trovavo sulla barca, intento a far scendere in acqua il palancaro…». Qualcuno dei piccoli non capiva. «È un lunghissimo filo di nylon» spiegava loro. «Un filo con tantissimi braccioli lunghi un metro e distanti due metri e mezzo. Trecento braccioli e in ognuno un amo. Un filo lungo ottocento metri circa. Ad ogni amo andavo innescando un pezzettino di sarda, era quella l’esca di quel giorno; altre volte innescavo delle acciughe o piccoli pezzettini di calamaro. Quella mattina, mentre remavo e andavo abbassando in acqua il filo, vidi passare sotto la barca un piccolo pescespada. Era bellissimo, mi si accapponava la pelle al pensiero di vedermelo abboccare da un momento all’altro a uno di quegli ami, tanto era piccolo, mi dicevo; non avevo ben chiare ancora le proporzioni di quel pesce che continuava a giocherellare attorno agli ami che lentamente scendevano a fondo. Finii di mandare giù l’ultimo amo e il pescespada scomparve con esso. Dovevo aspettare almeno un paio d’ore prima di iniziare a tirare il filo sulla barca. Decisi di tornare un po’ a terra, mentre… ecco che rivedo il pesce sotto la barca, mi sembrava di vederlo più grosso stavolta. “Forse era più in superficie?” Mi chiedevo. Cercavo di capire come poterlo catturare. Avevo sulla barca un grossissimo amo mezzo arrugginito, residuo di qualche vecchia pesca a tonni da parte di mio padre, e una cordicella di nylon di circa dieci metri. Vi legai l’amo a doppio nodo e attaccai la cordicella a poppa; presi una delle sarde rimastami, la innescai per intero a quell’amo e lo buttai a mare. Il pesce sembrò essere disturbato da quei continui saliscendi che facevo con la cordicella, e finì che non lo vidi più; aspettai ancora, pensando di vedermelo riapparire dietro l’amo innescato, ma niente. Ripresi a remare verso riva, lasciando in acqua l’amo con tutta la sarda e la cordicella legata sempre a poppa. Avevo dato poche palate, quando sentii un grosso strattone e la barca traballare come se avesse urtato in uno scoglio; non ebbi nemmeno il tempo di pensare che lì, in quel posto, c’era solo sabbia, che la barca cominciò a muoversi all’indietro. Subito capii quello che stava accadendo: “Come poteva” mi domandavo “un piccolo pescespada far muovere quella, anche se pur piccola, barca?”». Zio Melo smise di rammendar la rete, fissò il vuoto e si zittì; gli si leggeva nel volto la paura di allora. «Dai, zio Melo!» spronavano i bambini. «E dopo com’è finita? Perché non continuavi a remare verso terra?». «E come?» intervenivano gli altri rimasti imbambolati. «Ripresi a remare,» continuò zio Melo «ma non riuscivo a guadagnare nemmeno un metro. D’un tratto, la barca cominciò a prendere il largo; i remi, uno mi era caduto in acqua e l’altro dovetti tirarlo in barca. Era come se fossi spinto da un fortissimo vento di scirocco. Cominciai a gridare aiuto, mentre cercavo disperatamente di sciogliere la cordicella che si era aggrovigliata con un piccolo arpione posato a poppa. Nessuno in spiaggia sembrava capire niente di quanto stesse accadendomi. La barca continuava sempre più la sua corsa verso il mare aperto. Non avevo nemmeno come tagliare quella cordicella che continuavo a battere con la sassola, unico attrezzo di cui potevo disporre; niente, la cordicella era spessa quanto l’indice della mia mano, e, se pur avevo dodici anni, capite bene quanto avrei potuto tirare. Cominciai a piangere, qualche lacrima mi inumidiva la bocca secca, secca, sicuramente a causa della gran paura perché non sapevo che fare; mentre, al largo, il mare cominciava ad incresparsi sempre più. Tante volte guardai lassù verso Tindari, implorando la Madonna perché venisse in mio aiuto… Avevo appena tre anni quando mio padre mi aveva condotto al santuario. Eravamo partiti all’alba del giorno 6 del mese di settembre, festa della Madonna, si dovevano percorrere circa 15 km, ed eravamo tutti a piedi scalzi, era così che si andava al santuario, e mia madre, ricordo che si dovette fermare per togliersi dal piede una grossa spina di rovo: quel rovo che, ancora oggi, cresce lungo il viottolo che porta su al monte. A nulla valsero le mie implorazioni. Il vento di scirocco iniziava a soffiare, volevo buttarmi a mare e tenermi aggrappato al remo, unica speranza rimastami, ma la paura di essere attaccato da quel grosso pesce era più forte. Sentii un rumore di motore, non capivo da che parte arrivava; la barca sembrò che perdesse la sua corsa. “Sono salvo!” gridai. Il pesce doveva essersi sboccato. Il mare continuava ad incresparsi sempre più, e le raffiche di vento cominciavano a spingermi acqua addosso; ero inzuppato come un pulcino, non riuscivo a prendere alcuna iniziativa. Il rumore di un motopeschereccio era già vicino, tanto che sentii una voce chiamare: “Melo!”. Era il mio nome! Mai quel nome m’era apparso così bello. Mi girai e vidi mio padre con una ciurma di marinai sul Santa Lucia». «Questo motopeschereccio?» fecero in coro i ragazzi. «Sì, proprio questo. La barca riprese a muoversi, il pesce era ancora lì, e la paura che sembrava avermi abbandonato, mi riprese forte. Gridai loro quanto stesse accadendo e mi dissero di stare fermo, mi assicurarono che a momenti si sarebbe risolto tutto. In men che non si dica, circondarono la barca nella quale mi trovavo con una larga rete e mi lanciarono un grosso coltello perché tagliassi la cordicella; subito eseguii, ed uscii da quella rete, aiutato dall’unico remo rimastomi. Mentre i pescatori tiravano su la rete, mio padre mi aiutò a salire sul motopeschereccio e mi abbracciò forte forte. Legammo la barca al Santa Lucia ed aiutammo gli altri a tirare la rete. Fu una meraviglia generale, quando tirammo in barca quel grosso pesce che si dibatteva furiosamente; aveva ancora l’amo attaccato e la cordicella che gli pendeva dalla grandissima bocca. Qualcuno diceva che avrebbe pesato più di un quintale, e, a sentir loro, c’era da crederci. Rientrammo cantando in coro Vitti ’na crozza. Solo mio padre non cantava, aveva tra le labbra un gelsomino, ne teneva sempre qualcuno in tasca, glielo dava mia madre quando rientrava dai campi. Guardò verso Tindari e mi abbracciò commosso».
Viveva, in una lussuosa villa nei pressi di Belmonte Mezzagno, un ricco commerciante in pelli di nome Vadim. Questi aveva un figlio giovane, il quale, viziato e abituato agli agi che gli concedeva la ricchezza, finì per divenire pigro e inappetente. Tutto ciò che possedeva, per lui, non aveva più valore alcuno; rifiutava anche i cibi più prelibati: «Questo caviale non serve! Queste ostriche non sono per niente buone! Queste ciliegie son marce!». Finì che in breve tempo s’ammalò. Lo visitarono i migliori medici, che, preoccupati, cercavano la causa di quella misteriosa malattia, ma... niente! In giro, tutti seppero dell’accaduto. Agar, un vecchietto dal viso scarno e grinzoso, passeggiava, curvo sotto il peso dei suoi molteplici anni, aspettando di essere ricevuto. A Vadim era stato descritto, da un suo amico, come persona saggia; lo aveva conosciuto, in uno dei suoi tanti viaggi d’affari, in un paesino dell’entroterra palermitano. «Entri!» disse Vadim, con gli occhi arrossati. «È lì, lo vede? Non assaggia più cibo da diversi giorni!». Il vecchietto si avvicinò al lettuccio e, dopo averlo osservato attentamente, disse al padre di non preoccuparsi tanto della salute del figlio, perché lui lo avrebbe aiutato a guarire a condizione che, la cura, il ragazzo la facesse in campagna, nella sua cascina, lontano dai parenti. Vadim non poté far altro che acconsentire e gli affidò il ragazzo. L’indomani, di buonora, nel cortile della villa, il maggiordomo, con in mano dei piccoli involti, scendeva gli ultimi gradini della scalinata; lo seguiva Vadim, che accompagnava in auto il figlio ammalato. Seduto sul sedile posteriore della lussuosa macchina, lo attendeva il vecchietto Agar, mentre, da dietro i vetri, la mamma salutava il ragazzo. Nella piccola fattoria era da poco spuntata l’alba; Agar e sua moglie Lora erano indaffarati a dar da mangiare alle oche. Un pigro sole, con i suoi tenui raggi, accarezzava l’erbetta cristallina. Giù, a valle, si scorgeva la nebbiolina della rugiada che si scioglieva lenta; mentre il gallo salutava il nuovo dì. Dalle imposte socchiuse il ragazzo osservava quel nuovo spiegarsi del giorno. «Andiamo!» gridò Agar, scorgendolo dietro i vetri. «Dobbiamo arare la terra!» continuò. Ma il ragazzo… niente. Quel giorno lo trascorse solo, in casa, senza coccole e senza premure da parte di nessuno. L’indomani, e l’indomani ancora, si ripeté la stessa storia. Il giorno successivo, senza che nessuno gli avesse detto più niente, si alzò e andò anch’egli nei campi. Le grosse zolle della terra arata gli rendevano difficile il cammino. «Prendi quell’orzo!» gridò Agar. Il ragazzo lo prese, e volle sapere come seminare i chicchi lungo il solco che lasciava l’aratro. Il sole, quel giorno, batteva forte; il viso del ragazzo grondava di sudore, la sete e la stanchezza cominciarono a farsi sentire. «Ho fame!» si lamentò. Agar, intento a tener l’aratro trainato da due grossi buoi, fece finta di non sentire. Dopo un po’, il ragazzo gridò più forte: «Ho fame!». «Non è ancora ora» rispose Agar, mentre il vomere scompariva fendendo la terra. All’imbrunire, stanco e con una fame da lupo, il ragazzo lungo la via del ritorno cercava di intravedere la cascina in mezzo agli alberi. «Lo vedi quel fumo?» disse Agar. «Esce dal comignolo e ci dice che nonna Lora sta preparando qualcosa di appetitoso». Appena arrivati, sul rustico tavolo apparecchiato stavano delle grosse ciambelle di pane da poco sfornato e un tegame in terracotta che fumava emanando odore di fagioli, cotenne e salsicciotti caserecci. Il ragazzo fece per andare a sedersi, ma nonna Lora gli indicò la tinozza, pronta con l’acqua calda: avrebbe dovuto prima lavarsi. “Mai!” pensava il ragazzo; ma l’insistenza di nonna Lora non conosceva ragioni. In nessun momento aveva desiderato tanto di sedersi a tavola e mangiare; si lavò in un baleno e divorò tutto come solo un lupo sa fare. Inoltre volle sapere cosa e come era stato cucinato quello che per Agar e Lora era semplice cibo quotidiano. I giorni passavano e il ragazzo divenne, in poco tempo, diverso, tanto che Agar pensò fosse arrivata l’ora di riconsegnarlo ai genitori. Quel giorno arrivò all’improvviso e senza che il ragazzo se lo aspettasse. Il giovane salutò nonna Lora promettendole che sarebbe tornato spesso a trovarla. Si avviò con Agar e, dopo aver percorso un po’ di strada, si girò a osservare ancora la cascina e il comignolo. Pensò agli odori e ai sapori di quelle cose semplici; poi guardò Agar, e, in quel volto increspato, vide emergere un sorriso benevolo. Gli buttò le braccia al collo e abbassò lo sguardo, forse… chissà, per nascondere una piccola e capricciosa lacrima che scorreva giù lungo il suo giovane viso.
Viveva, molto tempo fa, in una lussuosa villa della “Palermo bene”, una donna ricca e vanitosa. Gli agi e i lussi più costosi erano per lei motivo di vita. Non conosceva altro che danaro, gioielli e vestiti di pregiatissime stoffe. Finì che un giorno, non avendo più cosa desiderare, s’ammalò di un grosso male: l’apatia. Non mangiava più, non amava adornarsi come prima soleva fare, tanto che non uscì più nemmeno di casa; si chiuse in una stanza e non volle più ricevere nessuno, ad eccezione dei migliori medici specialisti della città, che la visitarono da capo a piedi, ma... nessuno riuscì a capire quale fosse il suo vero male o le cause che inducevano la ricca signora a rifiutare anche la sua immagine riflessa allo specchio. Molti ebbero a dire che per lei erano morte anche le speranze di guarigione. Nei paesi della provincia si sparse la voce di quel male che affliggeva la ricca signora. Un giorno si presentò, davanti al cancello della villa, una vecchietta curva che si sorreggeva ad un bastone; chiese alla servitù di essere ricevuta dalla padrona. I maggiordomi si guardarono l’un l’altro, curiosi di sapere cosa avrebbe potuto fare quella vecchietta, tuttavia decisero di farla entrare, e la condussero nella stanza dove si trovava la signora. Questa stava seduta in un angolo; a guardarla, sembrava che stesse specchiandosi e chiedere allo specchio, con quegli occhi dallo sguardo assente, i perché della smarrita gioia di vivere. «Mia cara signora, lei non ha niente!» disse la vecchietta, sorridente. «Dimenticanze! Nient’altro che dimenticanze!» continuò. «Non s’è accorta, lungo la sua vita, che fra tutti gli acquisti: cavalli, auto, gioielli... ha dimenticato di fare l’acquisto più bello». «Non è vero! Ho tutto!» esclamò la ricca signora. «Quando pare che dalla vita abbiamo avuto tutto,» continuò la vecchietta «dovremmo, invece, accorgerci di non avere avuto quasi niente!». «Io le dico che a me non manca proprio nulla!» replicò la ricca signora, mentre la vecchietta continuava a guardarla con un sorriso sereno. «Anzi, guardi!» continuò, prendendo una campanella vicino a lei e movendola due volte: subito accorse la cameriera; la mosse tre volte e comparve il maggiordomo. «Come vede,» disse la signora «chiamo, e tutti accorrono; persino il giardiniere e l’autista posso chiamare, sa? Tutti, e tutto!». «Sì?» rispose la vecchietta. «Provi a chiamare, dunque, ciò che le manca: la felicità! Essa non accorrerà mai, perché è dentro di noi». La signora suonò, e suonò ancora..., ma dall’uscio non apparve nessuno; delusa guardò il maggiordomo, la cameriera, che, mortificata, a sua volta, abbassò gli occhi a terra, poi guardò lei, la vecchietta, e, in quel viso increspato, vide apparire un sorriso. Solo allora capì quanto di bello era venuta ad offrirle la vecchietta: un sorriso, un semplice sorriso di felicità.
La neve scendeva fitta quel giorno, e il grigiore di quella giornata uggiosa, rendeva l’animo triste; solo i comignoli gridavano a festa con le loro scoppiettanti scintille. Da dietro i vetri appannati si intravedevano le luci colorate di piccoli alberelli parati a festa, e qualche volto guardare fuori quella neve che sembrava danzare. In strada un bimbo, con le sue scarpette rotte e i piedini inzuppati, tendeva la mano ai passanti premurosi a guardar le vetrine adornate, in quell’aria di festa, incuranti del bimbo mendicante. Da piccolo, ricordo mio nonno quando, adagiato sulle sue braccia, mi diceva di un vecchio proverbio: “ Tutte le feste falle con chi vuoi; Pasqua e Natale falle con i tuoi “; sicuramente egli aveva ragione a dir questo, perché…, aldilà che siano feste comandate come tanti usano definirle, sono giorni che ricordano il risorgere di Cristo, il sorgere di speranze perdute; la natività del nostro Signore, che invita tutti a far nascere nei propri cuori grandi amori…; ed egli è li, con i suoi appena dieci anni e la manina intirizzita dal freddo, a mendicare; fu li che prese vita quel ricordo del nonno “Tutte le feste falle con chi vuoi…” Ma egli, questo piccolo, ha mai conosciuto feste? Chi saranno questi suoi con i quali avrebbe dovuto passarle? La neve continuava a scendere lenta finendo d’imbiancare persino le strade; alcuni bimbi gioiosi, imbacuccati, cominciano a far piccole palle di neve. Da dietro i vetri di una vecchia casa mezza diroccata, una bimba osserva l’accaduto, e, intristita per quel piccolo mendicante, pur non avendo, sotto l’albero al buio, alcun regalo; corre a portargli il dono più bello: l’amore, ma egli, il piccolo non c’è più, è andato via; in fondo la strada intravede il bimbo fra la gente e gli corre dietro. Alla piccola il cuore sembrava scoppiare, e li, lo vede… << Fermati!>> Gli grida quel po’ di fiato rimastole. "Aspetta!" Affannata riparte, mentre l’esile figura gira l’angolo. "Eccomi, son qui!" Ma, appena girato l’angolo non vede nessuno, solo una lunghissima distesa di neve. -Era qui! Non c’è nulla dov’egli avrebbe potuto nascondersi; è strano!- Fece, continuando. -L’ho visto, come può essere scomparso? E le orme? Nemmeno le orme più si vedevano, solo una piccola stellina colorata posata sulla soffice neve, che prese con la piccola mano intirizzita dal freddo, come quella del bimbo mendicante ora sparito nel nulla; la strinse a se portandola vicino al cuore e fu presa di grande calura.
Era da poco spuntata l’alba, e la scogliera quel giorno sembrava posta in modo diverso,
forse a causa della marea; si dice che la luna e il sole influiscano con la loro attrazione a determinarla: bassa, o alta che sia.
Mi chiesi se durante la notte appena trascorsa la luna non avesse avuto proprio la “luna per traverso”, o che col sole...
Il mare, sembrava che non l’avessero proprio disturbato; certo! Avrà litigato col sole! E il mare... sì, era il mare che
rendeva diversa la scogliera.
Avrei voluto chiedere a Ciccio, vecchio gabbiano color cenerognolo, sempre addossato alla cima del grande scoglio,
perché tanto strano appariva quel luogo dove egli, incurante dei nebulosi pensieri,
adagiato, guardava il mio rituale scendere mattiniero. Ciccio sapeva che stavo recandomi a pesca,
lo sapeva ed era contento ogni qualvolta apparivo di buon mattino dall’alto della spiaggia con i remi
in spalla e la cesta col palamito (Attrezzo da pesca costituito da un lungo e grosso filo di nylon con attaccati
sottili filamenti di nylon (lenza) terminanti con un amo), muoveva le ali come a voler battere le mani e subito mi era dietro
la barchetta volando quasi a sfiorarla. Sapeva che ogni tanto, mentre innescavo gli ami mandandoli a fondo,
gli lanciavo una delle sardine pescate il giorno avanti, e che avrebbero dovuto essere esca del piccolo...
si fa per dire, palamito (quattrocento ami).
Mi era compagno di pesca il vecchio Ciccio, non riuscii mai a capire se egli lo facesse per darmi compagnia
o perché sapesse di guadagnarsi dei prelibati bocconcini; io, se devo essere sincero, mi sentivo più sicuro
nel vedermelo accanto. Il mare è un mondo meraviglioso e non si può non amarlo, bisogna che tutti lo conoscano
per apprezzarne di più le sue bellezze naturali e persino i suoi malumori; e, a proposito di malumori, ricordo
quanto dettomi da un vecchio lupo di mare intento a rammendar le reti sulla spiaggia, mentre il mare in bonaccia
invitava i bagnanti a ristorarsi dalla calura estiva. Era terso quel giorno il cielo, ricordo, e non v’era nessun
alito di vento. D’un colpo egli, senza che ve ne fosse la ragione, guardò in aria col suo sguardo profondo che
sembrava penetrare i perché della vita, e con un sereno sorriso mi disse che da lì a poco il mare avrebbe fatto
un rigurgito. Io non feci in tempo a capire quanto voleva dirmi che subito scese il vento; il mare cominciò ad
incresparsi da far paura.
Io lo guardai meravigliato preoccupandomi per chi, inesperto, aveva da poco preso il largo con qualche piccola imbarcazione.
«Non preoccuparti» continuò, con quel suo viso scarno e sereno. È solo un rigurgito.
Quanto più dura la bonaccia, tanto più sente, il mare, di fare questo rigurgito: è come quando ci troviamo
a fare delle lunghe mangiate,» cercava di spiegarmi, mentre io guardavo stupito il suo volto, pregiata opera
di quel grande scultore ch’è il tempo «e poi... sazi, emettiamo un piccolo rutto».
Un grosso strattone mi distolse da quel dolce pensare: che fare, continuare a mandare a fondo gli
ami o tirare per vedere cosa aveva abboccato di grosso? A finire mancavano solo una trentina d’ami;
decisi così di continuare a mandare giù il palamito, e subito ricominciare a tirar su dal primo amo.
Quel giorno sembrava voler promettere bene, cominciai a prendere dei bei pesci; ogni tanto n’affiorava
qualcuno monco, mangiucchiato da qualche calamaro o pesce più grosso, e Ciccio, della disgrazia, sembrava
godere molto: sapeva che il rimasto di quel pesce glielo avrai buttato in pasto, era già diventato un tacito accordo.
Avevo già fatto una bella pesca: orate, qualche merluzzo, spigole... ma di quello strattone
ancora non se ne sapeva nulla; che forse s’era “sboccato”? Ecco che lo risentii! Ci siamo, mi dissi.
Avvicinai il retino per evitare che il pesce a fior d’acqua potesse sfuggire, e continuai a tirare su gli ami
cercando di “dare” lenza quando il pesce si ostinava a salire, mentre io guardavo in fondo cercando di capire cos’era che tirasse tanto.
Il sole cominciava a farsi “sentire”; Ciccio era intento a finire il lauto pasto, quand’ecco che
dal fondo cominciò, tra uno strattone e l’altro, ad intravedersi qualcosa. Mi accorsi così di
aver preso un grosso pesce rondinella: avrà pesato sicuramente cinque chili, ecco il perché dei
grossi strattoni. I colori meravigliosi delle sue ali aperte mi affascinavano tantissimo. Feci
una gran fatica a farlo entrare nel grosso retino, e quando lo adagiai dentro, sul fondo della barca,
rimasi incantato ad osservarlo. Continuai a tirare su gli ami rendendomi conto che non era quello il
punto in cui avevo sentito il robusto strattone; in quel punto rimanevano appena trenta ami da mandare
a fondo, mentre da tirare ce n’erano ancora quasi cento. Ripresi, con la speranza che il grosso pesce non
si fosse sboccato, tolsi dall’amo un altro mezzo pesce che buttai a Ciccio, il quale dall’alto osservava senza che gli sfuggisse niente.
Gli ami venivano su senza esca e con una leggerezza strana, era come se il letto del
palamito lo avessi steso a galla anziché mandarlo a fondo; ma... è «a galla!» urlai,
tanto che Ciccio dall’alto mi guardò meravigliato. Gli ami non venivano su, galleggiavano
tutti; che si fosse rotto il filo legato alla zavorra che fa scendere il palamito a fondo?
Guardai avanti e vidi che galleggiava qualcosa di massiccio; cosa poteva essere, se non dava
nessun segnale? Lentamente raccoglievo gli ami, e mi avvicinavo sempre più a quello che non riuscivo a
capire che pesce fosse; luccicava nel sole settembrino da sembrare... sì, era proprio lei, una manta!
Una grossa manta. Non sapevo che fare, se tirarla in barca o cercare di farla andare; e come, se non prima
avessi tolto l’amo? Non potevo tagliare il bracciolo; le sarebbe rimasto attaccato in bocca l’amo.
Pensai di tirarla su, cercando di non farmi prendere dal pungiglione che aveva in punta, sulla coda.
A stento, aiutandomi anche con i remi, riuscii a metterla in barca: tanto era grossa che prendeva quasi
un quarto di barca; subito le cominciò ad uscire acqua dalla parte bassa, acqua e sangue... sangue?
Non è che... vidi venir fuori, da sotto il gran peso, delle piccolissime mante, ognuna grande quanto
l’apertura di una mano; cinque in tutto, cinque piccole mante che, a guardarle, vorrei che il tempo si fermasse,
per come ferme ed impresse sono rimaste nella mia mente quelle immagini che non mi lasceranno più.
Mi feci animo, presi la grossa manta e la rimisi in acqua; pian piano le misi accanto uno a uno i piccoli che
subito nuotarono, portandosi sotto la loro mamma, come i pulcini alle loro chiocce. Mi guardava, ed io non capivo
se era un saluto o un volermi dire “grazie”; era strano il fatto che rimanesse così tanto immobile.
Ripresi a remare lentamente per finire di raccogliere il resto del palamito, quando vidi che lei mi seguiva con quei
soavi movimenti, mentre sotto, i piccoli, adombrati, seguivano lenti la madre che continuava a fissarmi; non riuscivo
a capire il senso del suo strano atteggiamento. Mi abbassai per prendere un amo che s’era conficcato nella cassetta,
dove tenevo il pescato, e con stupore vidi dietro la cassetta una piccola manta, la sesta, di cui non mi ero accorto prima.
La presi e la adagiai sul mare; la grossa manta aspettò che il piccolo le andasse sotto come gli altri,
e lentamente s’inabissarono nel loro meraviglioso mondo.
Non capii il perché dello strano episodio avvenuto in barca; forse la paura aveva sollecitato in lei il parto,
o... chissà. Una cosa è certa, che quanto successo è stato per me un sogno, un sogno ad occhi aperti che non
dimenticherò mai. Tirai il palamito e remai, con Ciccio che ripeteva il suo verso, chissà, forse un saluto,
l’ultimo, alla felice famigliola marina che come me faceva ritorno a casa.
Quando si è convinti che della vita si è compreso tutto, ci si rende conto di non avere appreso proprio niente.
Un giorno di tanto tempo fa, un signore che stava recandosi in macchina nei pressi di Ficuzza, alla vista di un vecchietto
curvo sul vecchio paniere, intento a raccogliere funghi, si fermò e gli si avvicinò:
«Buon giorno, nonnino!» disse. «Come va, come va la ricerca micologica?».
«Buon giorno a vossignoria! Ma... che ha detto, che ha detto?».
«Oh, niente!» rispose quel signore al vecchietto che conosceva solo campi e boschi.
E finì che, camminandogli accanto, mise in mostra il suo sapere:
«Lo sapete,» disse al buon vecchietto «a che altezza siamo sopra il livello del mare?».
«Non lo so proprio!».
«Lo sapete quant’acqua pompano a Palermo i motori del lago di Piana degli Albanesi?».
«Vossignoria chiede certe cose!...».
Quello continuava a tempestare di domande il vecchietto, che, meravigliato e nello stesso tempo mortificato, inghiottiva,
una dopo l’altra, le tante risposte sconosciute. Tra una domanda e una risposta, finì che ognuno riempì il proprio contenitore di funghi.
«Sapete,» continuò il sapientone con cattedratica oratoria «io ho studiato a..., io sono stato a..., io ho visitato il...; e la
distanza, la distanza che c’è fra Marte e Nettuno, la sapete? E la velocità della luce?».
Il vecchietto ascoltava stupito.
Ritornati sulla strada dove si trovava la lussuosa macchina, si salutarono:
«Arrivederci! Io sono il professor Raveri, docente universitario della cattedra di Ingegneria nucleare di Palermo».
Il vecchietto, sconfortato per non aver saputo dare una risposta, e imbarazzato davanti a tutti quei titoli, divenne più piccolo di quant’era, e sussurrò leggermente:
«Io sono solo Carminu di Belmonte Mezzagno, a servirla!».
E si congedarono. Il vecchietto, arrivato a casa, raccontò tutto quanto alla moglie Concettina, seduta a filar la lana, accanto al braciere acceso:
«Concettina, dovevi sentirlo! Che persona istruita! Non c’era cosa che non sapeva: il mare, le stelle, mi disse pure dell’acqua del lago di Piana degli Albanesi!…».
«E... dimmi una cosa, ma… due funghi, glieli hai dati?».
«Quando mai! Fui così preso da tutto quel sapere, dalle novità che mi raccontava, che l’ho dimenticato; ma, se non sbaglio, anch’egli riempì il sacchetto».
«E di che funghi, di che funghi?».
«A dire il vero… sentivo che parlava, parlava, ma che qualità raccoglieva non ci ho fatto caso; domani gli telefono, sai, mi ha dato anche l’indirizzo».
L’indomani il primo pensiero fu quello di telefonare:
«Pronto! Pronto? Parlo con la famiglia Raveri? Cercavo il dottore… non c’è?... Ah! È morto?... E come?... Per i funghi?».
Posò il telefono e cascò sulla sedia, borbottando:
«Minchione! Concettina, è morto!».
«Morto… chi, il dottore? E come?».
«Per i funghi!».
«Per i funghi?» fece Concettina, meravigliata. «E tu glieli hai controllati se erano buoni, o no?».
«Come facevo, Concettina? Di quante cose sapeva, andavo a pensare che non conosceva proprio i funghi?».
Tintu chidd’omu ca mori pi li funci,
pirchì a stu munnu ’un c’e cristu ca lu chianci.
Doveva stare proprio male, per vederlo triste e col viso pallido, il piccolo Damiano.
Piccolo, per modo di dire, aveva compiuto da poco 10 anni, e il suo peso era già di 35 chili, tanto che gli amici lo avevano battezzato Damianazzo. Pigro, con un faccione rosso come un tuorlo d’uovo di gallina nostrana, che, a guardarlo, ti veniva voglia di schiaffeggiarlo, non perché avesse un cattivo carattere, anzi, ma per il gusto di toccare quelle guance paffute.
Ora, aspettando che arrivassero gli amici, guardava, seduto da dietro i vetri, quasi che volesse contare i grossi fiocchi di neve che scendevano giù lungo la strada come se stessero eseguendo una danza mozartiana.
Francesca (Ciccia per i compagni) era un’esile ragazzina dal viso lentigginoso, vivace (ai vicini di casa, ne combinava di tutti i colori). I gatti, quando la vedevano spuntare in fondo alla strada, scappavano dal terrore: riusciva quasi sempre a prenderne qualcuno. Titti, poverino, si divertiva a prendere il pallido sole di una giornata nevosa, sdraiato a pancia all’aria sulla “jittena”; lei lo acchiappò per la coda e lo fece girare in aria, tanto che, povera bestia, dalla paura in quelle giravolte fece la pipì investendo qualche passante, mentre le donne si premuravano a chiudere gli usci (mezze porte) perché non entrasse quella pioggia d’urine.
Ciccia arrivò puntuale al solito orario; con lei c’era anche Angelino, ragazzo studioso e attento alle spiegazioni che la maestra, «vecchia zitella», come la definiva Ciccia, faceva in classe. Appena arrivati, nonna Lucia li invitò ad entrare facendoli accomodare sugli sgabelli attorno al braciere acceso. A Ciccia asciugò i capelli ancora pieni di neve e poi offrì ai ragazzi infreddoliti della mostarda e un po’ di surrogato caldo.
Nonna Lucia amava quei piccoli quanto amava Damianazzo.
«Oggi,» disse loro «voglio narrarvi Il racconto di massaro Dionisio».
Seduti ed in silenzio, i ragazzi si preparavano a vivere momenti fantastici.
«C’era una volta, tanto tempo fa, massaro Dionisio, che ne combinava di tutti i colori. Un giorno andarono a trovarlo due suoi compari. Quando li scorse in lontananza, disse alla moglie di nascondere sotto il letto la pentola di terracotta piena di pasta, condita con finocchi e sarde; quindi fece entrare i due compari. Appena entrati, i due, siccome era ora di pranzo, chiesero alla comare:
“Oggi non si mangia?”.
“Sì!” fece ella. “Perché?”.
“Siccome è ora di pranzo e di mangiare e non ne vediamo i preparativi...”.
“Perché, avreste intenzioni di mangiare qui voialtri?” fece lesto compare Dionisio.
“Nossignore!” rispose uno dei compari. “Così… ho solamente chiesto se…”.
Massaro Dionisio pensò subito di burlarsi dei compari dicendo loro che non occorreva che la moglie preparasse, perché tanto ci avrebbe pensato la pentola magica.
“Magica?” chiese uno dei due.
“Sì, proprio così! Ch’è? non ci credete, vero? Ora vi mostro un po’!”.
Prese la pentola da sotto il tavolo e disse:
“Pentolina, pentolella, più ti guardo più sei bella, per il bene che mi devi del gran fuoco che ti scanso, su, preparami un bel pranzo!”.
Aprì il coperchio e, col fumo, si levò in aria un buonissimo odore di sarde e finocchietti che riuscì a stuzzicare le papille gustative dei due allocchi, rimasti a guardarsi in faccia meravigliati.
“Dovete venderci questa pentola a qualsiasi costo!” propose il più anziano dei compari.
“Vendere? Ma quale vendere!” rispose massaro Dionisio.
Ma finì che, dopo tanto insistere, cedette ai due compari, vendendo loro la pentola; del resto era questa l’intenzione: burlarsi di loro».
«E quando il compare arrivò a casa, che fece, nonna? Funzionò la pentola? E sua moglie che fece? Che fece, nonna?».
«Aspetta, non correre!» esclamò nonna Lucia a Ciccia, impaziente di sapere la conclusione della storia.
«Arrivati a casa, il compare che aveva comprato la pentola disse alla moglie di buttare quello che aveva preparato da mangiare perché si doveva provare il nuovo recipiente.
“Ho cucinato del capretto al forno!” disse la moglie, seccata. “Perché devo buttarlo via?”.
“Perché lo dico io, e devi darmi ascolto!” ribatté il marito. La donna buttò a malincuore il capretto ai cani, che inghiottirono in un baleno quel bel pranzetto, leccandosi la ciotola e guardando la padrona come a volerle chiedere il motivo di quell’insolito regalo.
“Apparecchia la tavola! E t’accorgerai di quanto succederà” continuò il marito.
La moglie continuava a guardarlo incredula, e guardava anche la pentola, cercando di capire come e che cosa avrebbero potuto mangiare, ora.
Quando la tavola fu bella e apparecchiata, il marito pronunciò quelle parole magiche:
“Pentolina, pentolella, più ti guardo più sei bella, del gran bene che mi devi per il fuoco che ti scanso, su, preparaci un bellissimo pranzo!”.
Niente.
“Preparami un bellissimo pranzo!” continuò Dionisio, sotto gli occhi increduli della moglie che continuava ad osservare la pentola.
Ma nella pentola non succedeva niente. Del resto, cosa avrebbe dovuto preparare quella povera pentola?
L’uomo continuò ancora per diverse volte e, alla fine, rendendosi conto della burla, i due fecero ritorno da compare Dionisio.
Questi, avendo previsto la loro reazione, aveva suggerito alla moglie di mettersi sotto la veste una vescichetta piena di sangue d’agnello da poco sgozzato».
«Per far cosa, nonna?» chiesero i ragazzi incuriositi. «Su, su, dai, racconta!».
«Quando arrivarono i compari, marito e moglie si fecero trovare che litigavano – una finta s’intende –, tanto che quelli non vollero più sapere la ragione dello scherzo della pentola, anzi cercavano di sedare la lite. Ma il diverbio fra marito e moglie si accendeva sempre più.
Dionisio finì che impugnò un coltello e colpì la moglie conficcandoglielo nella vescichetta; in un batter d’occhio, a terra fu pieno di sangue. I due compari restarono più sconvolti che sorpresi:
“Ma cosa hai fatto, compare Dionisio? Hai ucciso tua moglie! E ora?”.
“Ora cosa? rispose adirato massaro Dionisio. “Dovevo pur farle capire come si discute! Era testarda! Credeva di poter fare sempre ciò che diceva lei!”.
“Ma cosa devi farle capire, ora che l’hai uccisa!”.
“Ma che uccisa e uccisa!” fece Dionisio, certo dei fatti suoi. “Se è per questo, non datevene peso; adesso vi faccio vedere una cosa”.
Tirò fuori della tasca un fischietto, e, suonando... come d’incanto, la moglie incominciò ad alzarsi.
“Che cosa!?” gridarono, sbalorditi e guardandosi in faccia, i due compari con ancora la pentola in mano.
“Questo” disse massaro Dionisio, indicando il fischietto, è magico!…
“E tu,” disse uno dei due compari, continuando, “se ora vuoi veramente rimediare al torto della pentola, ci devi vendere questo fischietto!”.
“Giusto! Ce lo devi vendere! aggiunse lesto l’altro compare”.
Massaro Dionisio fece come per dire di no; poi, allungò la mano e si fece dare i soldi per il fischietto, e li rimproverò dicendo che, se la pentola non aveva funzionato, dovevano prendersela con loro stessi, perché sicuramente non avevano pronunziato bene le parole magiche.
I due si guardarono smarriti, lasciarono la pentola sul tavolo e andarono via contenti con quel fischietto in mano, ripromettendosi, lungo la strada, che, non appena arrivati a casa, avrebbero principiato una calorosa lite con le rispettive mogli, una bella scenata, insomma, per poter provare il fischietto».
«E cosa hanno fatto? Cosa hanno fatto, nonna Lucia?».
«Non puoi saltare avanti, Ciccia! Devi avere pazienza, o vuoi che ti racconti solo la fine?».
«No, no, nonna Lucia» rispose Angelino. «La vogliamo sentire tutta la storia! Sta’ zitta Ciccia! Dai, dai, nonna!».
Damianazzo, che la storia l’aveva già sentita più volte, si divertiva a rosicchiare delle fave che faceva abbrustolire sulla brace. Ogni tanto nonna Lucia, con della cenere, doveva coprirne qualcuna che, dimenticata da Damianazzo, bruciando faceva fumo.
A casa del primo compare, in men che non si dica, nacque una rissa con la moglie, la quale, senza capirne il perché e la ragione, si vide arrivare una coltellata dal marito. La poveretta cadde per terra in una pozza di sangue, mentre l’uomo, lesto, tirò dalla tasca il fischietto e cominciò a soffiargli dentro; ma… invano.
Ritornarono dal compare con intenzioni tutt’altro che amichevoli, stavolta. Arrivati, lo presero e, senza spiegazioni, lo infilarono dentro un sacco, lo legarono, e decisero di andare a buttarlo a mare.
S’incamminarono. Durante il viaggio, fecero sosta in una locanda, lasciarono il sacco fuori ed entrarono per rifocillarsi un po’ e riposarsi, stanchi per quel gran fardello portato sulle spalle già da diverse ore.
Massaro Dionisio incominciò a lamentarsi: “Non la voglio la figlia del re! Fatemi uscire! Non voglio sposare la principessa!” continuava a gridare.
Si trovò a passare, lungo quella strada di campagna, un piccolo capraio, il quale, incuriosito da quei lamenti, si avvicinò e chiese all’uomo dentro al sacco il motivo per il quale non avrebbe voluto in sposa la figlia del re; quegli rispose che non avrebbe sposato per nessuna cosa al mondo una principessa impostagli da altri.
“La sposo io!” disse il capraio. «Senti, anzi, sai che facciamo? Ti do le mie caprette e tu mi fai entrare lì dentro al posto tuo”.
E così fecero. Usciti dalla locanda, i due compari, ignari dell’accaduto, si ricaricarono il sacco sulle spalle e s’avviarono, meravigliati di sentir venir fuori da dentro al sacco: “Voglio sposare la figlia del re! La sposo, la principessa!”.
“Adesso, adesso te la diamo noi la figlia del re! Stiamo arrivando al castello!” risposero ironici i due compari, che, guardandosi in faccia, scoppiarono a ridere.
Arrivarono finalmente a mare, legarono al sacco una grossissima pietra e lo mandarono al fondo.
Tranquilli, rifecero la strada del ritorno, contenti finalmente di essersi definitivamente liberati del compare burlone, che quindi non li avrebbe più derisi. Ma... giunti vicino al paese, scorsero, stupefatti, massaro Dionisio che suonava un flauto, seduto su una grossa pietra a guardia delle caprette che pascolavano.
“Com’è possibile?” esclamò uno dei compari. “Lo abbiamo buttato a mare, lo abbiamo pure visto annegare, e ora si trova qua?”.
“Eh, quanto siete stati fessi ed io sfortunato!” chiarì massaro Dionisio. “Mi avete buttato dove l’acqua era bassa! e mi è toccato di prendere queste quattro caprette; se invece mi aveste gettato nell’acqua un po’ più alta, avrei sicuramente preso una gran mandria di buoi!”.
I due si guardarono in faccia, salutarono compare Dionisio e scomparvero correndo verso la spiaggia; sicuri che stavolta si sarebbero veramente arricchiti buttandosi in alto mare».
«Ancora, nonna! Ancora!» reclamarono Ciccia e Angelino.
Damianazzo continuava a rosicchiare, mentre il fumo di qualche fava bruciata saliva, arricchendo lo scenario di quella favola di un tempo andato.
La scienza non ha fine;
l’ignoranza può non aver confini.
Stanco, dormiva disteso sotto la grande quercia; Igor, un vecchio segugio dal pelo crespo, suo fedele amico, ansava con la lingua penzoloni. La calura estiva si faceva sentire; e in quel corpo, abituato a sfidare persino le intemperie, ma oramai debole e consumato dagli anni, l’afa aveva oramai avuto il sopravvento.
“Carminiddu”, lo chiamavano in paese, non perché avesse un’esile figura, anzi riusciva con le sue enormi e poderose braccia a cingere persino una secolare quercia che adombrava quasi mezzo tumulo di terra. Quel “Carminiddu”, diminutivo di Carmelo, uso consueto di storpiare i nomi nei paesi del Meridione, specie nel paesino di Belmonte Mezzagno, e farli divenire sempre più piccoli, era sicuramente dovuto all’innata cultura contadina dell’economia. Il senso del risparmio era quasi un’ossessione per la gente del luogo.
Il suo primo nome avrebbe dovuto essere Cristoforo, come quello del nonno paterno; Carminiddu gli era sicuramente arrivato da mamma Teresa per via della devozione alla madonna del Carmelo: donna pia, dall’animo puro, quasi in via di beatificazione.
«Bisogna lavorare, lavorare e amare il prossimo senza dimenticare di lodare e servire Dio» non si stancava mai di ripeterlo al suo Carminiddu, il quale cresceva sempre più timorato da Dio, e, nello stesso tempo, orgoglioso, orgoglioso e fiero di essere un buon soldato di Cristo.
Il senso dell’economia in lui era oramai diventato un chiodo fisso: gli avanzi non andavano gettati, quale che fosse stata la loro origine. Quante volte il pane rimasto del giorno prima si conservava avvolto in un tovagliolo di stoffa per il giorno dopo e per altri a venire!
«C’è il corpo di nostro Signore Gesù Cristo, nel pane; non bisogna gettarlo per terra» ripeteva Teresa nel veder tozzi di pane in strada, buttato da gente che poteva permettersi simili sfarzi.
Persino durante la raccolta delle olive, Carminiddu dava grande esempio di economia. Col sacco pieno si chinava a raccattare un’oliva, lungo il tortuoso viottolo che conduceva al magazzino, evitando così di calpestarla, la metteva dentro una delle due grosse tasche, quasi sempre rattoppate, e, orgoglioso, la buttava in mezzo alle altre, una grossa montagna di olive messa in attesa di essere trasportata al frantoio per la macina; e pensare
che se ne calpestavano tante durante la raccolta, ma quella lì sul viottolo, per Carminiddu, stanco sotto il pesante fardello e col rischio anche di una maldestra caduta, rappresentava il vero frutto dell’economia, il non lasciare per strada il bene che Iddio ci dona: essa, quindi, doveva essere presa ad ogni costo.
Ricevette un duro colpo per la perdita di mamma Teresa. Il padre gli era venuto a mancare quando ancora andava alle elementari, in seconda precisamente, perché fu a quel punto che ebbe a lasciare gli studi; studi per modo di dire, era riuscito appena a saper scrivere il suo nome, e lui era già abbastanza fiero di questo e quasi s’inorgogliva nel vedere invece i suoi coetanei, in età avanzata, apporre il segno della croce nei documenti.
Sarebbe potuto diventare sacrestano della Chiesa Madre se lo avesse voluto; don Luigi ne sarebbe rimasto molto contento se Carminiddu avesse accettato, quando glielo aveva chiesto. Lui, niente, preferiva lavorare nei campi e stare a contatto con la natura, quella vera, dove si può ancora assaporare il tubare dell’allodola in amore, il raglio dell’asino stonato, lo squittire delle rondini al tramonto, gli odori dei fiorellini di prato appena sbocciati e tante altre bellezze che solo madre natura sa regalarti.
Quel dì del mese d’agosto si faceva sentire, e all’ombra della possente quercia, l’appiccicosa calura infastidiva come non mai prima; persino il dispettoso frinire della cicala smise di sentirsi, tanto che Igor riuscì a prendere sonno ai piedi del suo padrone.
Un raggio di sole, creatosi un leggero varco tra i fitti rami, andò a posarsi sulla fronte di Carminiddu, destandolo.
I grandi occhi scuri, nel viso scarno ed increspato, fissavano ora il vuoto, sfogliando pagine di vita vissuta, mentre sul pero, accanto, una gazza, assaporando un frutto ancora acerbo, guardava Carminiddu, frastornato da quel capriccioso raggio di sole.
“Amare il prossimo”, si ripeteva, solo e abbandonato da tutti. È facile dire prossimo; il difficile è esserlo. Quanto amore donato, quanto aiuto dato, quante volte un pezzo di pane ebbe a dividerlo in due, in tre, per donarlo a quel prossimo, senza assaggiarne un boccone… e ora, era lì, solo, dimenticato persino da chi aveva vestito i suoi panni in uno degli inverni rigidi.
A Carminiddu le forze sembrava stessero per abbandonarlo; Igor capì quanto stava per accadere e cominciò – latrando – a leccare le mani del suo padrone. La gazza sembrava leggesse negli occhi tristi dell’uomo l’amara delusione della sua umile vita, e non sapeva che fare; smise di beccare il frutto e si mise a pensare come potere intervenire per alleviare quello sconforto, l’ultimo.
Non si può morire pensando che nessuno ti ama, che qualcuno non ti stia vicino in quel breve passaggio di frontiera che è la morte, bisognerà fare qualcosa, pensò lesta la gazza, e cominciò, nel suo linguaggio, a chiamare più animali che poteva. Sembrò un miracolo: in un batter d’occhio, sotto la grande quercia si radunò un numerosissimo gruppo d’ogni genere d’animali, improvvisando un bellissimo concerto. L’uomo raccolse le ultime forze e guardò tutti: dal coniglio allo scoiattolo, dall’allodola al cuculo.
Poi abbassò lo sguardo, ed una lacrima bagnò Igor, intento a leccare il corpo di Carminiddu, che sussurrava grazie, spegnendo gli occhi commossi, nel vedersi circondato da quel grande e sincero amore d’animali.
Un sommo poeta che se ne stava all’ombra di una grande quercia a meditare e mettere in versi le strofe della vita, s’incuriosì nel veder passare un vecchietto curvo e scarno e coi soli vestiti che gli dette madre natura. Teneva in mano un lanternino con una leggera fiammella che sembrava danzare a ritmo di quel pungente venticello settembrino; solo un polveroso brandello nero che gli bendava gli occhi era l’unico cencio a tenere addosso.
- Chi sei? Gli chiese stupito il poeta distratto oramai dal suo saggio pensare.
- Non senti vergogna per questo tuo nudo errare? – Continuò.
- L’unica vergogna che provo la nascondo con questa benda che da qualche tempo mi è compagna di viaggio.
Il saggio poeta rimase a guardare cercando di dare risposta a quelle parole alquanto strane; forse avranno voluto dire che egli stesso, non vedendosi, copriva le sue stesse vergogne; e insistette per avere conferma.
- E allora vestiti!
- Il solo vestito che metterei è quello della ragione; ma già mi ha abbandonato da tempo.
- Ecco spiegato il mistero! – Esclamò in silenzio. – Quindi… è pazzo!
E… mentre commiserava quel povero vecchio, sentì che sussurrava ancora qualcosa.
- La vergogna alla quale mi nascondo non è il mio corpo, o la vita che tanto imbellisci nei tuo versi, ma l’appartenere alla razza umana, per questo preferisco non vederne la causa: povertà, sofferenza, soprusi…
- E questo lanternino? – rispose stupito e dispiaciuto nello stesso tempo nell’averlo pensato insano di mente.
- Questo lanternino che mi porto appresso serve a custodire questa oramai tenue fiammella che rappresenta il nostro esistere, l’unica ragione vera della vita che dura sino a quando essa è finita.
E scompari lentamente in fondo a quel tortuoso sentiero, mentre il poeta pensava già al nuovo poema da comporre.