A casa

La raccolta di poesie “A casa” è il ritorno a Firenze, la mia città, per incontrarla ancora una volta nella sua bellezza, nelle contraddizioni di oggi, nelle speranze per il domani. E’ anche, naturalmente, l’incontro con me stesso, il rapporto con la storia vissuta nella città. Emergono le molte sfaccettature del vivere quotidiano, dalla gioia alla tristezza, al dolore che nei versi della poesia sono resi con registri differenti, ricercando, di volta in volta, la connessione che pare più naturale fra parola e suono.
Questa ricerca sulla città presenta una pluralità di toni e di punti di osservazione come l’amore per Firenze (Attraverso le piazze, L’oro del fiume), le origini (Il Casone dei poveri), le violenze all’ambiente sociale e naturale (La Stazione, La piena dell’Arno), i momenti di gioia che ci fanno sorridere d’improvviso (L’orchestra volante, Strade in festa), le delusioni e le ferite che portiamo con noi anche quando siamo lontani, in altri luoghi, come il ricordo delle stragi e il sangue delle vittime innocenti (Oltre l’Appennino, Le colline di un altro mondo, Facce di bimbi).
Può capitare nella vita di tutti i giorni che lo sguardo si posi sulla bellezza e l’armonia delle colline ma succede che riemergono da lontane pieghe della memoria, immagini che sanguinano ancora dentro di noi. Nel tempio della ricerca di senso con il linguaggio della poesia, si affacciano queste immagini, parti inseparabili del nostro essere.

Roberto Mosi

Santa Croce

Geometrie leggere evaporano
da piazza Santa Croce

linee dritte fuggono
dalle strade affollate di case

il cerchio vociante
dei bambini la sera

le ellissi stridule delle rondini
in volo radente

il punto di marmo vestito
delle vesti di Dante

il quadrato dei turisti seduto
sulla scalinata

il segmento blu libero
dalla retorica della Chiesa

la linea retta della palla
calciata al centro della piazza

l’arco della luna riflesso
nel pallore della facciata.

Attraverso le piazze

Attraverso le piazze di Firenze
ricerco pagine della storia
raccolgo immagini della vita,
per segnalibro l’idea della bellezza.

L' Annunziata

Novanta passi è lunga la piazza
trenta le colonne, otto bambini
in fasce, tondi bianchi di smalto,
sessanta le api per il Granduca.

Sotto la loggia degli Innocenti,
salotto oggi lucidato a museo,
la ruota, la prima figlia esposta
aveva il nome Agata Smeralda.

Cantano le acque delle fontane.
Sotto la loggia dei Serviti lunga
la fila dei poveri per la minestra,
giovani fumano pensosi, il viso
trafitto da schegge d’argento.
Nell’ombra corpi stesi fra nere
coperte, dal cassonetto aperto
vampate penetranti di tanfo,
la donna cerca cose dal fondo.
Sulla strada di casa attraverso
la sera piazza dell’Annunziata.

Santo Spirito

Le grigie tende dei banchi
svolazzano gonfie di vento,
i vestiti appesi roteano
come allegri pupazzi,
onde bianche di spuma
attraversano la piazza,
si agitano nastri nei capelli
delle donne, il fare lento
della domenica mattina.

Danza un vortice di foglie
sulla pietra dove cadde
colpito Potente: “Non
appoggiate le biciclette
al muro”, dice il cartello
sotto le tre grandi schegge
di granata infisse nel muro.

La facciata della Chiesa
apre le ampie ali contratte
nell’armonia delle volute:
raggi traversi di sole
accendono strisce di colore,
il ricordo di luci disegnate
la sera, scomposte, ricomposte
nelle figure del caleidoscopio.

Il mercato dei cenci

Volano via i nomi
dalla mente, le celle
abbandonate hanno
ancora l’immagine
delle cose una volta
appese alle pareti.

Per ricordare un nome
vago nel labirinto,
se il nome riemerge
è festa, l’incontro
con l’amico ritrovato.

Al centro s’innalza
la dimora dell’Io
fra poco, fra molto,
volerà il suo nome.

Si raccoglierà qualche
ricordo da portare
al mercato dei cenci.

La stazione

E’ arrivato dai paesi dell’Est
lo stormo di uccelli migratori,
la notte dormono in stazione,
negli angoli più bui della città.

All’alba raccolgono gli averi
nascondono i cenci fra i rami
in mezzo ai nidi dei piccioni,
sopra i chioschi delle aranciate.

Uccelli vestiti da spazzino
afferrano i sacchi al mattino,
la sera si cerca un altro riparo
ai nidi delle rondini più vicino.

Porta San Gallo

L’anello delle macchine rota
incessante nel cesto della piazza,
marmellata puzzolente di auto
sospesa sulla nebbia azzurrina,
squassata dal rombo dei motori.

La freccia avvelenata dal centro
del vortice trafigge l’antica porta,
le ombre dei portici, colpisce
inesorabile il cuore di Firenze.

Il casone dei poveri

Alle porte di Firenze
s’innalza il castello
dei miei antenati,
il Casone dei poveri.

Passo oggi veloce
davanti al portone
dipinto di nero.

Un giorno salirò le scale
di pietra: nella cucina
la nonna in piedi come
una regina, il soffietto
e la forchetta in mano,
il profumo delle patate
sul fornello a carbone.

Respiro forte l’aria
di questa reggia, i panni
sbiaditi ad asciugare
il bagno sulla terrazza
il lavatoio nel cortile.

La nonna riprende il filo
del suo racconto, parla
di giorni d’allegria,
parla di quando ospiti
a tavola, da principesse,
la fame e la miseria.

La manifattura tabacchi

Tosca mi guida per un varco
dall’argine del fosso macinante
dentro la fabbrica abbandonata,
guscio vuoto di antica eleganza.
Sedici compagne attendono
al centro del piazzale, uscite
dai sedici fabbricati a raggiera
dove sono custodi del silenzio.

Ogni donna narra una storia,
Federiga ricorda un’immagine:
il portone della fabbrica si apre,
una foresta di mimose avanza,
le sigaraie escono cantando
per la festa dell’otto marzo.
Si accende il viso di Delia:
la sirena, è lo sciopero, sassi
sui fascisti entrati nel piazzale.

Parole sulla vita di ogni giorno,
la sirena e la corsa per timbrare,
il pianto affamato dei lattanti,
il girare vorticoso delle macchine
l’affanno per raggiungere il cottimo.

Federiga e le compagne tornano
a difendere il silenzio della fabbrica.
Tosca mi porta al varco nel muro,
fra i cespugli sull’argine del fosso:
“Parla delle idee che abbiamo
vissuto, tessi il filo della memoria”.

Scorrono le acque fumanti
del fosso, nere talpe si dirigono
verso il Centro, sulla discarica
giace il manichino, la maglia
rosa, Dream-like memory, topi
si agitano nelle cavità degli occhi.

L'anello dei viali
inserita il 19 maggio 2009

Le piazze del Centro
respirano aria livida di paura,
alle vetrine barriere per scudo,
sul cartello: “chiuso per lusso”.

La polizia in assetto di guerra,
il gracidare stridulo delle radio.

L’anello dei viali
ride dell’allegria dei giovani
giunti dagli angoli del mondo
per dipingere il sogno della pace.

Dieci novembre, duemila e due.

Le giubbe rosse
inserita il 19 maggio 2009

Il salotto buono di Firenze
mi appare in bianco e nero,
i colori delle storie di Vasco:
le tute blu arrivano da Rifredi
la polizia è schierata, sbuca
dai portici la camionetta
picchiano forte i manganelli,
si grida in coro pane e lavoro.

Sono sbarrate le Giubbe
Rosse, i poeti scomparsi,
la musica è delle sirene,
i versi le urla degli operai.

Le pietre della piazza
inserita il 19 maggio 2009

Alle nove si accende
sulle pietre della piazza
l’insegna luminosa.

Le sabbie dei giardini
fioriscono di profumi,
il falco si tuffa nel blu
del mare d’oriente,
un pesce fra gli artigli.

Nel campo beduino
le ragazze ballano
occhi neri d’antracite,
ogni respiro circonda
la veste nera del cielo.


Alle nove della sera
si spenge sulle pietre
l’insegna luminosa.

Porta al Prato
inserita il 19 maggio 2009

Vola in grandi cerchi l’aeroplano
di carta lanciato dalla terrazza,
un foglio ripiegato, con i versi
della poesia, un colpo di vento
solleva il muso in alto, in alto,
Marta batte le mani, ride felice.

L’aeroplano d’argento arriva
improvviso, il rumore squassa
la corte, trema la casa: “Nonna
valigia” un grido, poi le bombe
sulle officine di Porta al Prato.

Sull’asfalto della strada plana
l’aeroplano di carta, lo raccoglie
un ragazzo, legge i versi stupito:

“Vola in grandi cerchi l’aeroplano
di carta lanciato dalla terrazza,
un foglio ripiegato, con i versi
della poesia, un colpo di vento
solleva il muso in alto, in alto,
Marta batte le mani, ride felice.”

Le cure
inserita il 19 maggio 2009

Sessanta olive nere
novembre ha regalato
sul balcone sospeso
fra Fiesole e Le Cure.

Sessanta olive nere
coglie Marta dall’olivo
una ad una, le mani
grandi come le foglie.

Sessanta olive nere
da spremere per l’olio
color dell’oro, per gli
animali della fattoria.
Sei cucchiai d’olio
per il papero e il bue
il cavallo e l’asinello
e per la pipì del cane!

L'orchestra volante
inserita il 19 maggio 2009

Scivola la bicicletta,
attraversa le piazze,
Marta è sul sellino
davanti, il casco
rosa, cantiamo forte
e voialtri bersaglieri.

Ad ogni strofa suona
la tromba, facciamo
un’orchestra volante,
la gente ci guarda,
ride, scuote la testa.

Mi sembra che le ruote
si stacchino da terra,
si alzino in alto, è tutto
vero o siamo nel sogno?

Il vicolo delle Brache
inserita l' 11 giugno 2009

Raffiche di vento
sferzano la strada,
trema la finestra
accesa per la veglia
al moribondo.

All’angolo della piazza
Federigo vestito
da cerimonia, pronto
a correre per primo.

Sopra lo spiovere
scuro del tetto
un angelo bianco
muove le ali, vicino
un angelo nero,
la coda sporgente.

All’alba la corsa
per afferrare
l’anima, il corpo.

D'agosto
inserita l' 11 giugno 2009

L’agosto porta il silenzio
l’ascensore è immobile
gli appartamenti vuoti.

L’agosto porta il temporale
le cantine sono allagate
uno strato di melma nera.

L’agosto porta messaggi
dalla Norvegia, Marta
ha visto giocare le foche.

L’agosto porta il rumore
ingigantito degli orologi
nelle stanze sonnolenti.

L’agosto porta le ombre
dei ricordi legati dai fili
annodati dalla nostalgia.

Le rificolone
inserita l' 11 giugno 2009

Ona ona
oh che bella rificolona


Alta la rificolona,
sibilano intorno
cannucce di carta,
urlano esaltati
i ragazzi, batterie
di munizioni pronte
porgono le mamme.

La rificolona prende
fuoco, un rosso falò,
sull’asfalto rimane
un tizzone annerito.

Ona ona
oh che bella rificolona.

La via del carcere
inserita l' 11 giugno 2009

Segna il nostro passaggio
il rumore dei chiavistelli
delle grandi porte di ferro.

La luce è quella degli sguardi
che si incrociano, interrogano,
prendono le misure dell’altro.

Il calore è nella voce di Paola,
al centro del refettorio canta
accompagnata dalla chitarra.

Nelle canzoni che si sciolgono
nel coro delle voci in cerchio,
il ricordo di amori lontani.

La commozione nelle parole
di una mamma che dedica
una canzone al figlio recluso.

La bellezza nel volto delle ragazze
piovute da mondi lontani
che battono, lievi, le mani.

La speranza nel gesto della donna
che chiede a Paola di provare
gli accordi dell’ultima canzone.

La visita ha il colore della musica.

Le strade di San Salvi
inserita l'11 giugno 2009

Maria alla finestra chiama
i passanti, urla ai rumori,
parla di storie d’amore.

Gira la ruota della vita,
nei reparti del manicomio
eri l’infermiera che tenevi
le chiavi della pazzia.

Abiti il mondo dei folli,
le tue parole incrociano
i versi di Alda Merini,
la nostalgia dell’amore
invade i ricordi di donne
legate alle corde dei letti,
per cura gli elettroshok,
l’acqua gelida delle docce.

La finestra d’improvviso
si chiude, rimane il rumore
sospeso sui gas dei motori.

“L’invasione degli storni” - Postfazione
Dialogo tra l’autore e la Cornacchia della Valle dell’Inferno
inserita il 3 febbraio 2012

Autore – Sei il primo personaggio che appare sulla scena della Valle dell’Inferno, il primo atto de L’invasione degli storni, indaffarato e un po’ agitato.
Cornacchia – Mi piace la parte. Sono un animale solitario, si dice intelligente, linguacciuto. Sono anche un po’ mago, mi piace la cabala e gioco volentieri con i numeri.
A. – Sembra che ti diverta.
C. – Ma certo! Non sai, nel tuo caso, la faccia buffa che avevi quando sei arrivato, dopo che sei caduto nel labirinto che congiunge la città alla Valle.
A. – Sembri innamorata di questa Valle, nascosta fra i monti dell’Appennino, incavata come dal colpo di lancia di un gigante.
C. – Sì, mi piace stare qui. La mia voce è potente, cra, cra, cra. Rimbomba contro le pareti, l’eco rimbalza in tutte le direzioni, sembra il gracchiare di un branco di cornacchie, una cornacchiaia, si dice: non mi sento più sola. Il fondo della Valle - negli anfratti e nelle gore del torrente - è pieno di cianfrusaglie, dei resti scenici lasciati dalla Storia. E poi ci sono le discariche di rifiuti pieni di bocconcini. Devo dire, però . . .
A. – Che cosa?
C. – Negli ultimi anni c’è stato un impazzimento generale. E' stata scavata a fianco della Valle un’enorme galleria per i treni veloci. Si è violentata la terra e ora molte sorgenti sono all’asciutto, si fanno battute di caccia per uccidere gli animali del bosco. E’ giunto poi fino alla Valle l’eco dell’attentato ai Georgofili, a Firenze. Mi presi un bello spavento, le penne sul dorso sono diventate grigie. Il Gigante dell’Appennino, nel Parco di Pratolino, si svegliò dal sonno di secoli. C’è un’esplosione di follia generale che non ha niente a che vedere con la follia innocente di quel poeta famoso di Marradi.
A. – L’hai conosciuto?
C. – L’ho visto diverse volte, vestito di pelli di pecora. L’ultima volta passò in compagnia di una signora, sul sentiero in alto che porta a Casetta di Tiara.
A. – Perché mi hai lasciato uscire dalla Valle dell’Inferno?
C. – Ho conosciuto la tua storia e ho capito che il tuo viaggio doveva continuare. Gabriella, la tua musa ispiratrice, mi aveva raccontato tutto.
A. – Conosci le altre tappe?
C. – Sì. Gli storni me ne hanno parlato.
A. – E cosa ti hanno raccontato?
C. – Gli storni che abitano sulle colline di Careggi, dalle parti di Via del Purgatorio, ti hanno visto dietro i vetri della finestra dell’ospedale nei giorni della malattia. Ti hanno visto precipitare sul fondo e poi rinascere a una vita nuova.
A. – I racconti volano! Ti lascio ora ai tuoi calcoli, la fila dei nuovi arrivati diventa sempre più lunga.
C.– Sì, mi sono lasciata prendere dalle chiacchiere. Un'ultima cosa. Gli storni che abitano le colline di Bellosguardo, vicino all’arena estiva “Chiar di luna”, ti hanno visto la sera arrivare al cinema e immergerti nel sogno di Nuovo Cinema Paradiso e di tanti altri film. Devi tornare a trovarmi con un sacco di racconti, di storie di film, di versi. Il tuo è un viaggio alla ricerca della speranza e la speranza è contagiosa.