In questa nebbia
piena di dolore
nel nostro nodo
desolato e angusto,
per nulla stanchi
di celare i volti
dopo la corsa
verso il mio cortile,
cercammo un riparo
e trovammo solo croci.
Quanti letti vuoti
ha portato la guerra
che non se ne andò
nemmeno
dopo l’ultimo sparo.
Voglio augurarti un sogno
pieno di libertà e di gioia,
come un enorme
palpito
che sale verso il cielo.
Ti regalo una nuvola
dentro la quale
perderti,
perché voglio cercarti
ancora.
Tu mi hai mostrato
i segni di quel mistero
grande,
ed ora sono qui
a guardarti,
mentre le labbra chiuse
non riescono ad esprimere
quanto mi danza
in cuore.
Vorrei che tu gustassi
il bene che ti voglio,
come si gusta un frutto
maturo e saporito.
Tu sei per me
una tiepida carezza
nel freddo della sera.
Come grappoli
d’uva matura
i tuoi sorrisi raccolgo
e m’inebrio
col nettare della tua
bellezza.
Ti ho rubato
la malinconia
che ti apparteneva
da un solo minuto.
Ti sorprenderò
avvolgendoti
l’anima
come un ricordo
dolce e malinconico
e avvicinandomi
a te,
dal profondo cuore,
terrò per mano
la tua semplicità.
Hai sciolto le mie ali di cera
con la tua limpida poesia
incarnata nella materia
e flagellata, ma non disfatta
dalle sbarre di un manicomio.
Ti porterò con me
nel mio giaciglio silenzioso
e quando le parole
cominceranno ad essere ricurve,
come canne al vento,
sotto il peso dell’inutile gioco
di labbra in movimento e
di passioni futili,
ti cullerò i pensieri.
Tu sai cos’é la sofferenza
e l’hai pesata tutta,
come si pesa l’oro
dopo averlo faticosamente
trovato nel fiume della vita.
Tu ami l’arte di vivere
e vivi con arte in questo
mondo privo di idealità.
Tu sogni che ogni fiore,
che la terra germoglia,
cresca fino al cielo
e dal cielo ci prenda,
coi suoi petali d’amore
per renderci tutti più belli.
Mi sei venuta incontro,
aggrappata alla tua bellezza,
ed hai scavato
nella mia primavera
un solco di libertà,
inconsapevole e delicato.
Variopinto sospiro
tanto a lungo atteso,
cenere incauta e
dimora di speranza,
mi hai raggiunto
in un caldo mattino
e come un fiore
appena sbocciato,
ti raccoglierò per amarti.
Un nuovo giorno
apre le sue braccia
al silenzio
e tu sei
prigioniero della
noia
togli la tua mano
dalle labbra
e sposta
il tuo perdono
dalla bocca
al cuore.
Bianche mani
dita lunghe e slanciate
come colli di aironi
in volo,
capaci di accarezzare
un sogno
e poi lasciarsi cadere
nel nulla,
fino a perdere i silenzi
che il tempo
non può più trattenere.
Vi leggerò
come si legge un dolore
accovacciato
sopra il vostro destino,
fino quando
unite in preghiera,
vi sentirò gridare a Dio
una domanda
sgorgata dalle viscere
del vostro bisogno.
Potrei appena
guardarti negli occhi
umidi di pianto
e ricordare i nostri
giorni migliori.
Potrei perfino
ascoltare i tuoi
lamenti e le tue
notti insonni e
dedicarti un canto
tenero e malinconico.
Potrei, e lo farò
certamente,
coccolarti per farti
dormire serena.
Potrei aprirti
la finestra
per farti sentire
il canto
del fiume che scorre.
Potrei spegnerti
la lampada appena
ti addormenti.
Ma credo
di non poterti seguire
quando domattina
partirai molto presto.
Come una musica
appena ascoltata,
come una lettera mai
spedita e già arrivata,
come una camminata
tra gente annoiata,
il nostro amore
si piega in due
per non cedere al vento
che lo vuole spezzare,
che lo vuole portare
oltre la porta stretta.
Come scintilla
scoccata nel buio,
come rumore
assordante di notte,
come un bel canto
intonato a più voci,
così le mie mani
apriranno il tuo scrigno
per cercare il mio sogno
fuggito stanotte e
mai più ritrovato.
La mia timidezza è
una lampada accesa
che rischiara la stanza
della mia solitudine e
riempie i miei viali
di cose curiose
e per nulla scontate.
Certamente ogni volta
che mi guardo
allo specchio
vedo spazi infiniti che
vorrei colmare di ricordi
e mani da stringere
e pareti da dipingere.
La mia timidezza
è come un ricciolo
che fugge il pettine
per rimaner se stesso.
La mia timidezza
è un dono di Dio,
non l’ho voluta io.
Ti ho vista uscir
da un incubo
correndo verso destra,
la mano insanguinata
e il cuor batteva forte
quasi stesse scoppiando.
Ti chiesi dove andavi,
ma tu non rispondesti
e incominciando a piangere
gridasti cose assurde.
Un uomo ti seguiva
per dirti di fermarti
e urlando a squarciagola
ti disse è solo un sogno.
Ti risvegliasti madida
e affranta come mai
il cuore ancora in fremito
e le tue labbra gelide
ti rivolgesti a me
ed io ti abbracciai forte
cancellando ogni paura.
Le ragazze hanno gambe
bellissime e non vogliono
perdere tempo
camminando dietro il loro vociare,
nelle piazze bagnate di pioggia
si riuniscono e guardano intorno
per cercare
la via da percorrere
e sentirsi più belle che mai.
Le ragazze hanno il cuore che batte
per un lui che la notte non torna,
ma non sembrano affatto pentirsi
e lo tengono stretto al domani.
Le ragazze ora sono già donne
a cui piace guardarsi allo specchio
per capire se dentro quel manto
riusciranno a volersi più bene.
Un segno,
un segno di vita,
il primo segno di vita
nel mio grembo.
Questa notte ho sentito
il primo fremito di vita
nel mio grembo,
divenuto il luogo
scelto da Dio
per generare un figlio,
per generare il Figlio,
per generare l’umanità intera.
Quale tremore e
quanto tormento
m’ingombrano l’animo
e mi pervadono il cuore
per questo avvenimento.
Dovrò contenere nel mio grembo
Colui che tutti noi contiene,
dovrò allattare al mio seno
Colui che può sfamare tutta l’umanità,
dovrò tenere tra le braccia
Colui che il mondo intero sorregge.
E’ per una nascita
dai profeti predetta,
una nascita
si,
una nascita
dall’Angelo annunciata,
una nascita
si,
la nascita
di Cristo Gesù
da Dio promessa
e nel mio grembo
divenuta carne.
Raggi di primavera
hanno sfiorato
l’angolo del mio mattino
e sei apparsa tu,
dentro la mia presenza,
come infinito reso
possibile.
Ti ho attesa, sotto
la polvere del tempo,
impallidito e naufrago
oltre quel bel sorriso
che mi ha sospeso
in volo.
Non cercherò alcun
palpito che non sia
del tuo cuore.
Quanta rugiada ho visto
stamane sulla riva del prato
che mi pareva un mare
di gocce allineate
e silenziose
per non svegliare
il giorno nascosto dietro
l’alba.
Vestito di solitudine e
tristezza cammino e penso
alla giornata non ancora
adulta, ma pronta
a cominciar la corsa.
Ci sarà spazio per
la fatica, il dolore e la gioia
oppure avanzerà la linea
del confine oltre la noia,
ma sarà comunque una
sfida appassionata e
per nulla scontata perché
si tratta di un dono gratuito
e pieno di stupore fatto
quotidianamente per
essere vissuto con amore.
Sono come la polvere
che sta
aspettando
il vento
per fare un viaggio
oltre la tua
visuale.
Anch’io, ieri, nascosto tra la folla,
sotto un cielo bagnato di tristezza,
ho gridato “crucifige”
e oggi sono qui
a pesare
il mio silenzio in questa
stanza desolata e avara di luce.
Sento freddo quando l’odore acre
della notte mi raggiunge
ed il gorgo
della colpa
preme forte sulle tempie e mi opprime
nella gola,
rubandomi il respiro.
Le mie mani nerborute hanno forgiato
questi chiodi di metallo e gli hanno inferto
mille colpi
per trafiggere,
senza riuscire a sconfiggere,
la carne del tuo corpo, o Cristo
e portarla in cima al mondo attraverso
la tua croce.
Guardo il peso dei miei abiti macchiati
del tuo sangue
e sento grandine gelata sul mio volto
e vorrei fuggir lontano
dalla mia
coerenza umana,
ma capisco che anche questo
è il colore del dolore
che hai usato per dipingere
la volontà del Padre.
Non chiederò
alle tue mani
di applaudire
un desiderio
che mi attanaglia
il corpo,
rendendomi schiavo
del primo battito
di un cuore
non mio.
Ma chiederò
implorando,
un sorso
di rugiada,
per dissetare
l’anima
e dipanare un nodo
che preme
sul coraggio
della mia fede antica.
Non pensarmi
stanotte,
non tenermi
con te,
non aprirmi
il tuo respiro.
Sono sassi
le mie mani
quando il peso
del mio limite
mi scava
nei profondi
contorni
del rimorso.
Aprirò un sogno
per cullarti
e farti stare bene
quando
tornerò da te.
Sei sincera e io
ti parlo da uomo,
il tuo domani è pieghevole
come la stella
che ti ho regalato
e che ancora non hai visto.
Porterò dentro la casa
un altro legno
da bruciare nel
del nostro fuoco.
Ho preparato un
silenzio che arriverà
oltre la stanza dipinta di neve
e proverò a danzarti accanto
adesso che
i tuoi occhi sono tornati
a spalancarsi come prima
della caduta.
Tieniti pronta per la partenza
di domattina.
Tra una stazione
e l’ altra
io apro il mio sguardo
e ti trovo.
Tra una ragione
e l’ altra
io apro la mia mente
e ti provo.
Tra un’ emozione
e l’ altra
io apro le mie braccia
e ti muovo.
Tra una passione
e l’ altra
io ti desidero.
Tra un’illusione
e l’ altra
io ti considero.
Tra un mancamento
e l’ altro
io ti mantengo.
Tra un sentimento
e l’ altro
io ti sostengo.
Tra un pentimento
e l’ altro
io ti ritengo.
Il sogno che ho visto
la notte scorsa,
ha corso il rischio di essere
arrestato per schiamazzi notturni.
Niente blu questa notte
nel cielo,
il pittore ha usato colori più chiari
per paura di non riuscire a dormire.
La mia voglia di libertà,
saltava
da una nuvola all’altra,
come un canguro impazzito,
cercando di non perdere
nemmeno una nota
del concerto appena iniziato.
Adesso è tutto più chiaro
e tu ne conosci certamente
il motivo,
visto che dopo aver tolto
il tuo nome dall’elenco delle persone
pronte per la partenza,
mi hai detto che c’era ancora
molta polvere sul tuo orologio.
Ti prego riempi di solitudine
la tua valigia,
così potrò tenerti compagnia,
ma non scordare di annaffiare
i fiori
perché le nostre rose hanno capito tutto.
Potrei chiamarti
per nome,
ma preferisco
amarti,
quando le ombre
della sera
aprono il sipario
per dare inizio al canto.
Volevo spingerti
nel mare di Dio
per farti nuotare
nella fede
e renderti più forte
di me,
ma tu, con uno scatto
di vano orgoglio
ti sei aggrappato
al ramo
della tua presunzione
e sei affogato
nella tua finta libertà.
Voglio contare i passi
che mi separano
dal tuo cuore
e aggiungere i respiri
che mi uniscono
al tuo amore.
Voglio salire piano
la china del tuo invito
per sentirmi inondato
dal tuo silenzio profumato.
Voglio sentire i battiti
della tua lontananza
e cominciare un canto
che si trasformi in danza.
Voglio non sia un imbroglio
questo ciliegio in fiore
colorato di passione come
come l’urlo del mio amore.
Con fatica saprò
rispettare
la mia povertà,
penetrando il suono
di mille contraddizioni
che scavano
nell’anima un solco
e lasciano poco spazio al cuore.
Tu che mi stai aspettando,
controlla
le lancette del tuo orologio
e dai forza ancora una volta
a questo bel tempo
che ti avvolge,
tentando di spegnerti.
Io conosco
il grido di misericordia
che hai conficcato nella mia carne,
come un tesoro nascosto,
sotto la terra della dimenticanza
e ascolto
e tremo.
Nasce la voglia
di ricominciare
un nuovo giorno,
dentro la densità
del vivere,
scoprendosi attori capaci
di recitare una parte,
che ci appartiene
fin dal primo respiro.
Vedo uscire dai tuoi
occhi perdenti
uno sguardo intimorito.
Ora tu sei
come un cane randagio,
in fuga da tutto,
tremante e spaventato,
dopo una notte intera
a rovistare
nelle immondizie
della povera gente.
Tutto il nostro sole
chiuso dentro un sogno,
come le more
sui rovi all’imbrunire,
cercano il cielo e
non lo trovano mai.
Tutte le ragazze
hanno perso la speranza
di varcare
la soglia della felicità
e malgrado ciò,
ridono forte,
girando la testa controvento.
Tutto il mio gelato
sta cadendo sull’asfalto,
mentre le mani
cercano un riparo,
oltre le tende
del tuo solido cuore,
che quasi per gioco
mi ha rapito anni fa.
Tutto o niente è uguale,
quando non si pensa
che oltre la collina
ci si può far male,
per la troppa paura
di sentirsi un re,
caduto in ginocchio,
davanti alla corona
della vanità.
Oggi ho voglia di starmene solo
accovacciato su questo tormento,
che il passo rapido del corpo che piange
non può nemmeno tenere con se.
Oggi ho bisogno di chiedere scusa,
per un errore che sfonda il mio orgoglio
e sente greve l’angoscia che è in me.
Troverò una ragione per scegliere,
tra la nuova occasione di esserci
e la voglia di andarmene via.
Conterò le stazioni che mancano
all’abbraccio infinito del perdono,
per non perdermi dentro un ingorgo
di continui ritorni al passato.
Tu sei la mia sete di compimento,
anche quando i miei occhi ormai chiusi
e le spalle appoggiate sul letto,
danno l’ultimo canto alla notte
che mi toglie il respiro e la pena.
Verdi come le foglie,
i miei timori ombreggiano
queste giornate madide,
in un agosto carico
di statico tormento.
Sole non mi riscalda,
arriverà la notte a cancellarlo.
Passi che si susseguono,
aprono un varco di compassione
per rinfrancare un sentimento
di solidarietà verso chi soffre.
Ho fumato tutte le mie sigarette
e ora non posso più aspettarti.
Ho chiesto al mio orologio
di pazientare ancora,
ma le lancette in coro,
hanno risposto, no.
Quando sarò tornato,
ti porgerò un regalo,
capace di stupirti
e di portarti in alto,
così che la tua gioia
possa aprirsi, ridendo,
in abbraccio splendido
e pieno di complicità.
Una, due,
tre gocce,
un cuore,
un amore,
un rumore e
la porta si apre
sul mondo,
sul mio mondo,
sulla mia tenera
voglia di aprirmi
a qualcuno cui manca
un affetto,
a qualcuno cui manca
il rispetto,
a qualcuno cui preme
capire
da quale stagione
arriva il dolore.
Appoggio il mio dolore
sulla nuda terra
e le domande
ai miei perché,
stanno scavando
dentro le ragioni
della vita
alla ricerca di una verità
da amare.
Cominceremo domattina,
a ripercorrere
quel tratto ormai profondo
e senza luce,
che divide in due
il cielo della ribellione,
dal predominio
del peccato sulla verità.
A Te che sei
l’essenza della vita,
io donerò tutto il mio tempo
con coraggio,
sperando come spera
un seme nella terra,
di germogliare
in una nuova primavera.
Rivedo il tuo profilo,
nell’ombra sul muro,
accanto al grande specchio
sul quale amavi disegnare
il tuo volto senza trucco,
aggiungendo rughe
tracciate con la matita,
come onde impazzite,
alla ricerca di una spiaggia
sulla quale sdraiarsi a riposare,
dopo un viaggio nell’oceano
di una vita senza porti.
Fuori dal limbo delle mie emozioni,
le curve ridiventano arti sospesi
nel nuovo cortile del tempo,
in attesa di decisioni da prendere.
Tu impallidirai seguendo
i contrasti del cielo di mattina
e i nuovi padroni del mondo,
ti apriranno la porta
invitandoti ad entrare.
Cerchiamo assieme un riparo
al nostro bisogno di goffe
e ingombranti geometrie vocali,
impregnate di banalità,
che impediscono
i movimenti dell’anima.
Non sopporto la mimica
del pensiero astruso,
e neppure i fiori senza profumo,
perché le mie narici hanno
lo stesso diritto dei miei occhi.
E tu,
per cortesia,
ricordami di respirare…
È questa inerzia mobile
che mi costringe al passo
verso un di più inatteso,
quando le ore sterili
porgono gli occhi a pagine
piegate al mio lamento,
corroso dal sospetto,
che ormai sia tutto inutile.
Mi indicherai il sentiero….
Ti seguirò fino alla fine.
Queste parole gravide,
piene di splendida ragione,
mi ghermiranno l’anima
per riempirla di letizia,
spianando le montagne
e prosciugando i fiumi,
donandomi una gioia,
per me prima impensabile
e ora tanto godibile.
Alle mie mani sporche di vita
regalerò dei guanti,
non voglio più valigie pesanti
da portare in giro per il mondo,
ma solo angoli di notte
da abbracciare guardandoti negli occhi.
Ai miei piedi stanchi
non darò scarpe comode,
perché voglio fermarmi
a ridere della mia solitudine
truccata da allegria, nascosta
dietro un cumulo di alibi pesanti.
Ai miei sogni di notte,
toglierò il cuscino da sotto la testa,
perché svegliandomi all’improvviso,
possa gustare la realtà senza passare
dall’ufficio raccomandazioni.
Alla mia fantasia chiederò
una marcia in più,
per riuscire a vedere
su questo prato verde,
papaveri rossi in posa per la foto.