“È tarda l’ora che le svelte falene, d’ingordigia rimpinzate, d’avarizia fuggon via.
Giovanili ardori e le loro bugie, anziane donne e i loro ultimi scoppiettii dinanzi ad un camino.
Su quel letto, solo insidie e monotonie.
Su quel letto, solo lacrime e patti e guerre e meraviglie.
E non verrà più l’amore, se non con lunghe schiere di turpitudini e delitti.
Ma le acclama. La senilità acclama le stragi.
Dalla finestra, un flebile barlume non rischiarerà il cuscino, e non ricorderà più i dorati campi di grano, e gli aurei capelli di lui.
I vecchi tizzoni sul fuoco che lentamente ardono, e lentamente si eclissano, quelli sì che li ricorderà.”
Pergusa, soave cuna
di diaboliche maestosità,
sì silenti le tue acque,
sì tonanti le sue urla,
al ristoro di pratoline dormienti
e sognanti gigli,
destati dalle braci e dagli sguardi suoi,
i baci, graffiate le sue lodi,
e le caste implorazioni della puerile
fanciulletta, e le corse affannate,
e la cinge, i setosi fianchi
che l’Austero imprigionò,
sì che prigione tramutò
candore e purezza
della sua giovinezza.
Chi mai ha sottratto
il tuo picciolo, ma glorioso
e claro frutto, fecondo seme
di morte stagioni?
Poiché mai
di tanta turpe
il pagano dimonio
fece delle morbide
lenzuola
che tu bagni e rassereni
rossi campi
di vergogne e misteri?
È lei,
dall’eburneo polpaccio,
che trapassa
ampi archi
di dorate libertà,
è lei
che schiava
di bigie catene,
avanza trionfante,
e da Te, Pergusa,
dai letti erbosi
e dai tuoi giochi infantili,
che la pulcra donzelletta
è or la tua donna,
sacrificio iniquo
di voluttà olimpiche.
“Alle Muse,
disperse nella retorica,
sul sepolcro e sul giaciglio
delle carezzevoli parole mie,
raccolte in brocche piene
e vuote bocche,
destate dai timori,
alle Muse,
incoronate d’alloro,
di regine i miei desideri,
ree di rimare
e lasciar cascare tra le righe
mefistofelici rancori,
beatitudini immortali,
alle Muse,
encomi le Muse
la titanica Saffo,
il limpido Omero.
E da tal breve mistero,
sbocci Poesia.”
Svegliati, svegliati
o seducente Fauno,
ch’ancor non è tempo di dormir.
Ché de’ tuo sonno
non rammento
che sogni caduchi
e cento sospir.
E del ventre tuo,
e della tua viltà,
morte le carezze,
e de’ baci
lo stanco languore.
Non duole
il son
del tuo dorato
fischiettare,
all’imbrunire,
quando
or i miei sensi
or i tuoi canti
rimembran
le danze
dei virgini pensier.
È candido
il tuo cor,
o Amor, o Sileno,
e ti bramo,
e vedo
quei tuoi lumi,
che rinfrescano
il mio viso,
ed il riso
all’ondeggiar
delle nostre dita,
fragili arche
su mari sudati.
Svegliati, svegliati
o Satiro dai desideri sopiti.
Le nivee lotte
al riparo dall’aspro pulviscolo
di cuori severi,
brancolando,
dileguandosi,
all’orizzonte,
né più le vediamo.
E che udiamo,
che udiamo?
Dei desii le torbide tempeste,
le limpide nuvole dei vizi.
Giaceranno,
al di là di quelle,
pascoli di devozione,
gemme d’agonia,
giammai le liti
d’amanti, i capi chini.
Figlioletto mio,
padrone dell’arco celeste,
chi ha scorto
tra i cortesi arbusti
lande
anelate dai poeti,
scialacquate dagli stolti?
E dei cipressi
serpeggiando nell’aere
a blandire le nostre sedizioni,
ne faremo nozze,
e l’iridi nostre indugianti
filtreranno
finzioni e rischi,
sospetti.
Genuflessi
a cantar trionfi.
Anziana upupa,
sui sarcofagi
di chi non ha amato
canta.
In vita,
e in morte
deliziali.
E pochi
i sussulti
esasperati
dei colpevoli
fiocchino
e
marcino
degli oziosi
placati
i ricchi
tumulti.
Librati!
E solcavo gli orizzonti, l’oscuro mare della tua chioma percependo e fendendo i flutti dell’onde delle
tue morbide ciglia, ed altro non vi era. Tu, immensa distesa d’incanto, le tue gote vermiglie, dormienti
radure coltivate di baci, e il tuo cereo collo, che di tanti gemiti ne ha fatto ghirlanda, e di nuovo tu,
con la carezzevole bramosia di titillare le mie membra, attentamente vigilando che le dita tue non siano mie,
ma lame vigorose del mio ricco oblio, che celavo dinanzi alle tue gemme, che gl’anziani tuoi amori chiamavano occhi.
E ancora tu, a sfoggiare la tua ingenuità dietro un profondo sorriso, ed io, ad ideare contese tra le nostre lepidi forme,
e la leggiadra linfa incidere le mie intimità. Corone d’alloro forgeranno per te, ed i miei muscoli prostrati strisciando
verso te, acclamando il tuo perdono, poiché fanciullo quale sono, sul tuo capo l’Olimpo scopra, e raggiante non m’arrenda
dal sognare. Chi ha visto? Chi ci ha visto, se non la morbida luce solare, lentamente calare sui nostri visi, e i desii e
l’angosce e l’ombre dei pioppi e i mancati respiri vibranti nelle nostre memorie, così che il chiasso dell’antico rancore
non più solenne sia? Oh, vanità dell’Empireo, oh, disgrazia terrena, che il volere dell’uomo cupido mai desiste
dall’imprigionare le tue auree braccia, armi possenti che ancor di me non han fatto insidia. Pria che Zefiro deterga le
tue imperfezioni, voglio consumarti, come fossi l’ultimo cero che renda limpida la mia stanza, e i ricordi d’una danza
sfrenata siano sol diletti della mente. E il tuo corpo, malvagio cosmo in cui potermi accecare, la mia vista un fervido
fantasticare su deserti mai ammirati, i tuoi fianchi algide dune sulle quali affacciarmi e rinvenire l’ignea fiaccola che
riscaldi le mie mani, quando gl’astri ci sussurrano che pure questa notte dovrò correre su sentieri di parole che mi lasciano
gridare: “Che il dolore in tal buio sia amore”. Fu così che le tue immensità divennero oasi di cristalline acque, nelle quali
trovare me stesso.
Decantando te, ho perduto la mia lucidità, e l’arpa ch’accompagna l’elogio in tua assenza s’estingue,
e resta il villano torpore ch’or mi desta, e riconosco quel tulle che rende le tue vene sorgenti limpide
dalle quali possa assaporare le fatiche d’un giorno, in cui ho ucciso le mie fantasie per foggiare una creatura,
non uomo, non dio. Ma di tanta beatitudine solo il tuo sguardo, folgore miracolosa tanto reale che temo di non potermi
più bruciare, con te.
Vorrei soltanto felicemente lacrimare, e non dubitare.
Vorrei cadere, ma mai appassire.
Vorrei nascondermi nell’anfratto più limitato che vi sia su questa Terra, poiché la tua infinitezza sia
il bocciolo di speranza del ridere appena, quando l’alba non ha un senso e le tenebre sono il più dolce
martirio, ma le più abili registe dei miei pensieri che divengono sostanza, divengono te.