
Autore:
Ciardelli Michele nasce a Pisa nel 1972 dove tutt’ora vive. Dopo gli studi tecnico-nautici scopre il desiderio di scrivere
a cui si abbandona con entusiasmo. Legge molto e 2002 partorisce il suo primo libro “La Falena” con il quale partecipa al
concorso “Alberto Tedeschi giallo Mondadori” senza peraltro vincerlo. Per niente scoraggiato si accinge ad una nuova opera
e nel 2004 termina un noir dal titolo di “Sedici rose arancioni”, pubblicato nel 2008.
Nel 2009 finisce il suo ultimo lavoro, un romanzo dal titolo “Due giorni in più”.
Riassunto:
E’ l’ omaggio che faccio a mio padre morto l’8 giugno del 2008 in un libro che è il romanzo personalizzato della sua vita.
Il Destino sembrava aver deciso che per una felicità servisse una tristezza per compensarla: la felicità per l’uscita del mio libro, si contrapponeva all’imminente morte di mio padre.
Mio padre, mentre la casa editrice stampava le copie, entrava in sala operatoria. Un’ora dopo la triste notizia: non c’era più niente da fare.
I dottori avevano sentenziato che mio padre avrebbe vissuto al massimo qualche ora, non di più, permettendo alla mia famiglia di riunirsi e di stringersi davanti al suo capezzale. I figli, le nuore e i nipoti, in tutto diciannove persone, lo guardavano nell’attesa che le sue sofferenze trovassero pace, ma l’attaccamento alla vita di quell’uomo poco più che settantenne lo fecero soffrire due giorni. Appunto Due giorni in più.
Le poche ore preventivate d’attesa erano passate e tutta la famiglia si trovava di fronte al problema della veglia. Ogni figlio avvertiva l’esigenza di farla, ma egoisticamente anche di preservare il dolce ricordo infranto dalla morte ormai incombente.
La famiglia, che fino a quel momento era sempre stata divisa, finalmente si ritrovava. Come se il sacrificio del padre fosse servito allo scopo: quello di far riunire tutta la famiglia al suo cospetto.
Io vivo una situazione surreale: felice per aver trovato finalmente una casa editrice che credesse in me, pubblicando il mio primo libro, ma devastato, svuotato dalla morte ormai prossima di mio padre.
Dopo l’operazione subita, mio padre soffre per due giorni, prima di trovare la meritata pace. In questo periodo faccio in modo che i suoi pensieri
vaghino alla ricerca del suo passato. Come se idealmente avesse deciso di vivere due giorni in più alle poche ore preventivate dalla dottoressa,
per rivivere tutta la sua vita senza censure, senza tralasciare niente. Perché quando una persona sta per morire non bisogna ricordarla per forza
positivamente, ma nel suo complesso. Faccio in modo che la “racconti” lui in prima persona attraverso i ricordi che vibrano nella sua mente;
passando dalla terza persona narrante, di alcuni capitoli che parlano della nostra vita fuori dal reparto di Chirurgia d’Urgenza, alla prima persona.
Personaggi principali:
Giuliano:
Giuliano è il padre. Molti capitoli sono interamente suoi. E sono scritti come lui parlasse in prima persona,
come se fosse la sua anima a parlare di sé. Racconta, dalla nascita alla morte, tutta la sua vita.
Racconta tutte le tappe della vita che l’hanno contraddistinta: dalla sua nascita a quella dei sei figli,
al matrimonio. Passando dalla tragica morte del padre, avvenuta in tempo di guerra, che l’ha portato a diventare uomo a soli nove anni.
Maria Grazia:
È la moglie di Giuliano. La madre dei sei figli che condividono e che li lega indissolubilmente come se fossero un
frammento dell’anello che unisce il loro amore.
Come nella vita non servivano parole perché si capissero: bastavano gli sguardi, gli accenni perché fosse tutto
chiaro nel loro animo. Nonostante la devastante conclusione del loro amore, sembra aver accettato la decisione
del destino, come tappa del loro percorso iniziato nel lontano 1950. Nelle case di San Marco, nell’immediata
periferia di Pisa. Era pervasa da una strana tranquillità che sembrava sostenerla, come se l’anima del marito
le fosse stata sempre vicina, nonostante il corpo, sempre più scarno con il passare delle ore, l’avesse ingabbiata, imprigionata.
Michele:
E’ il figlio che ha pubblicato il suo primo libro. Che per accusare il destino di averlo privato del suo punto di
riferimento, rendere omaggio al padre, raccontando la sua storia. Lo fa in terza persona per non ergersi a miglior
figlio, ma proprio per essere uno di loro: parte integrante di essa.
Alfredo, Stefano, Alessandro, Marco e Antonio:
Sono gli altri cinque figli che, a turno, fanno la veglia al padre. Ognuno con un proprio capitolo che li
riguarda personalmente; dove trovano il modo di parlare di sé, con lui.
Spazio e tempo in cui si svolge il racconto:
La storia vive su due livelli temporali: dalla nascita, nel 1935, alla morte del padre, nel 2008, e
quello del ricovero. I luoghi in cui si svolgono gli episodi avvengono quasi interamente nella periferia di
Pisa, dove si snoda la vita del protagonista.
All’interno dell’ospedale c’era un viavai di macchine e d’ambulanze, mentre il cielo alternava momenti di sereno a piogge torrenziali. Erano i primi giorni di giugno e i sei figli attendevano fuori dal reparto di chirurgia d’urgenza che il destino del padre si compisse.
Erano uno vicino all'altro. Le loro mani quasi si sfioravano e avevano tutti gli occhi incollati al suolo; le loro menti erano un turbine di pensieri che non riuscivano a fermarsi.
Nessuno si decideva ad entrare.
Stefano, il secondogenito, dopo un iniziale tentennamento, prese in mano la situazione: alzò i suoi intensi occhi marroni per cercare vanamente quelli degli altri e, senza dire una parola, varcò la soglia del reparto. Subito dopo, tutti gli altri lo seguirono. L'ultimo ad entrare fu Alfredo, il primogenito, perché sentiva che aveva ancora qualcosa da farsi perdonare dal padre. Non riusciva ad alzare lo sguardo. Entrò quasi pestando i talloni a Michele, il figlio più piccolo, nel tentativo di rimanere nascosto alla visione del padre, mentre Marco, Alessandro e Antonio si erano già avvicinati al suo capezzale.
Il padre era entrato in ospedale due giorni prima, lamentando forti dolori addominali. I dottori l’avevano sottoposto subito ad esami, ma non ne servirono molti per constatare l’infarto intestinale. Per scrupolo fecero altri accertamenti prima di decidere la cura, ma dopo soli due giorni e la comparsa della prima ischemia, avevano dovuto intervenire chirurgicamente. L’operazione durò pressappoco un’ora; giusto il tempo di vedere che la situazione era compromessa: la totale necrosi dell’intestino e le cattive condizioni del cuore, con le sue gravi aritmie cardiache, non lasciavano scampo alle speranze.
Michele si presentò nella stanza dove sedeva la dottoressa che aveva operato il padre, per chiederle con tono asciutto: «Secondo la sua esperienza, per quanto tempo ancora soffrirà?»
La dottoressa abbassò gli occhi sulle sue mani quasi congiunte sul tavolo per cercare le parole giuste, prima di rispondere: «Innanzitutto, cominciamo col dire che da dopo l’intervento, suo padre non soffre più, perché è costantemente sedato dalla morfina…» e dopo una breve pausa: «Poi, sinceramente, non le potrei rispondere con sicurezza, ma dalle condizioni di suo padre…» Fece un’altra pausa; nel frattempo anche Alessandro, il terzogenito, era entrato nella stanza per sentirla sentenziare: «Potrà resistere altre due ore o al massimo qualche ora, non di più!»
I due fratelli non dissero niente, perché non ne avevano le forze. Rimasero ancora un lunghissimo istante come imbambolati, di fronte alla dottoressa, mentre le lacrime scendevano a rigare i loro volti. Successivamente uscirono e tornarono nella stanza del padre, per unirsi agli altri.
Adesso tutta la famiglia era lì, che ascoltava l'assordante silenzio del padre, e piangeva nell’attesa che le sue sofferenze trovassero pace.
Il respiro del padre era simile ad un sibilo, ma aveva la potenza di rimbalzare nelle loro menti come un urlo, un rimprovero: quello d’aver atteso la sua morte per ritrovarsi tutti insieme davanti a lui.
Come se avesse sentito quelle silenziose grida, la madre disse, rivolgendosi a tutti: «Avete visto? Vostro padre è riuscito, con la morte, a fare quello che per tutta la vita e con le parole, non è mai riuscito ad ottenere… Vi ha riunito tutti!»
I figli non risposero. Istintivamente si misero tutti a fissare il padre senza parlare, mentre le lacrime iniziavano a scendere nuovamente copiose.
Qualcuno decise di uscire.
La madre si mise a sedere vicino al letto del marito ed iniziò a fissarlo senza dire niente. Dal suo sguardo sperso nel vuoto, si capiva che stava parlando telepaticamente con lui. Erano insieme da cinquantotto anni e, come altre volte, le parole non servivano: lo sguardo era più eloquente, più esplicito e diretto di qualsiasi discorso.
Il pomeriggio volgeva ormai al termine e un altro acquazzone improvviso cadde. Il tempo trascorreva. Le due ore preventivate dalla dottoressa erano abbondantemente passate, ma la sorte aveva deciso di regalare a tutti un ultimo miracolo: loro padre aveva riaperto gli occhi e batteva stupito le palpebre.
Stefano richiamò tutti quanti nella stanza e loro, con una certa apprensione, si precipitarono.
Con l’arrivo delle nuore e dei nipoti la famiglia di Giuliano Del Giudice era salita a diciannove componenti, ed erano tutti lì, davanti al suo letto.
«È arrivato il momento?» domandò uno dei figli, appena entrato nella stanza.
Gli occhi di Giuliano erano aperti e allucinati; e quando vide tutta la famiglia davanti a sé, capì immediatamente che “la Signora in Nero”, tante volte temuta ed esorcizzata, era arrivata per lui. Li richiuse per un istante, ma subito li riaprì. Provò anche ad alzarsi dal letto, ma tutti gli si avvicinarono nel tentativo di farlo distendere e lui, senza protestare, si sdraiò nuovamente. Dopo un iniziale turbamento, trovò le forze per dire, biascicando le parole per l’assenza della dentiera: «Come mai siete quasi tutti vestiti di nero?» Poi, rivolgendosi a sua moglie, che gli teneva una mano con gli occhi lucidi, aggiunse, indicando un nipote completamente abbigliato di nero: «Mi hai portato anche il becchino?»
Come se non avesse detto niente di strano, si rivolse nuovamente a sua moglie per intimarle: «Grazia, dammi la camicia, ché stasera andiamo a ballare…» facendo ridere tutti.
«Ma guarda… Fino all’ultimo ha pensato a noi. A tirarci su di morale…» sottolineò uno dei presenti senza aggiungere altro, mentre il padre tornava lentamente nell’oblio del sonno.
Stefano provò a ridestarlo quando disse: «Andiamo papà, che c'è del ferro da portare via...» con un sorriso amaro nel volto, rammentando il passatempo preferito di suo padre dopo essere andato in pensione: quello di trovare ferro, alluminio e rame per poi rivenderlo a peso.
Il padre fece il gesto di alzarsi, ma quando Stefano intervenne per calmarlo, lui era entrato ancora una volta in un lungo sonno.
Tutti rimasero fermi qualche altro istante, come se, da un momento all’altro, dovesse accadere ancora qualcosa, ma non avvenne niente. La morfina aveva iniziato a lenire i dolori di quel corpo poco più che settantenne, ma dalla scorza dura e tutti, pigramente, uscirono dalla stanza a testa china, ma con il sorriso sulle labbra.
«Di solito, quando una persona nel suo stato si sveglia, è il preludio all’ultimo atto della vita…» sentenziò Stefano, con aria saccente.
Nessuno se la sentì di criticarlo per il tono che aveva usato in quel momento, perché il dolore era più forte di qualsiasi protesta.
Fuori dalla porta molte parole si accavallavano: alcune prive di senso, altre come monito agli altri, ma tutte avevano in sé la voglia d’urlare: «Perché?» senza purtroppo ottenere risposta.
«Da oggi in poi, bisognerà stare più vicini alla mamma…» disse Stefano, appena uscito dal reparto.
«Io ci sono sempre stato!» esclamò Michele, come se l’avere assolto ai suoi “doveri” di figlio l’avesse eretto su un piedistallo. Oltretutto, ebbe la presunzione di aggiungere: «Caso mai qualcun altro non c’è stato! E quindi ogni riferimento a persona non è affatto casuale.»
Stefano non rispose. Distolse lo sguardo e poco dopo si spostò dal gruppo per fare una telefonata col chiaro intento di trovare rifugio in un’altra conversazione.
Il calare delle tenebre mise tutti di fronte a un dilemma: chi avrebbe fatto la veglia al padre?
Tutti titubavano. Nessuno aveva voglia di farla, ma tutti avevano il desiderio di non venire meno al proprio dovere di figlio.
«Come ci si organizza?» domandò Stefano, rompendo il silenzio.
Senza esitare oltre, Antonio disse: «La prima notte, la faccio io!»
«Domani mattina alle cinque verrò io a darti il cambio. Tanto stanotte sicuramente non dormirò!» esclamò Marco.
«Stanotte ti faccio compagnia...» precisò Stefano.
«Io sto con mamma!» Disse Alessandro, anche se non ce n'era bisogno. Alessandro era il figlio che abitava più vicino ai suoi genitori. Tutti i giorni era a pranzo e a cena da loro e quindi quella precisazione risultò a tutti superflua, ma importante. C'era bisogno di tutti e della voce di tutti: dopo tanti anni iniziavano ad essere una famiglia unita, che si ritrovava per prendere delle decisioni insieme.
Gli unici due che tacquero furono Alfredo e Michele: il più grande e il più piccolo. Alfredo non aveva le forze di dire una sola parola perché aveva lo stato d'animo di una persona che sembrava attendere solo ordini, anche per l'incapacità di darne. Mentre Michele non disse niente per scelta: quella di non vedere il padre spegnersi. Quella d'avere, dopo la morte, in modo molto egoistico, solo bei ricordi.
Organizzata la prima nottata, tutti gli altri se ne andarono: Alfredo con la moglie e i figli a casa loro, mentre Michele, avvisata la moglie, andò con Alessandro e la madre a casa dei loro genitori. Invece Marco, nell'attesa di dare il cambio ad Antonio, si rifugiò con la compagna nel loro nido d'amore.
Adesso la famiglia era nuovamente divisa. La notte e l'impossibilità di poter stare tutti insieme nel reparto, li avevano separati ancora; proprio ora che si erano ritrovati.
Ma il giorno dopo si sarebbero riuniti nuovamente...
Non appena arrivarono a casa dei loro genitori, la madre impose ai figli, Alessandro e Michele, di mangiare qualcosa.
«Mamma non ti preoccupare; niente riesce a togliermi l'appetito.» precisò Michele.
«Io non ho fame!» esclamò Alessandro.
«Ma qualcosa dovrai pur mangiare?» supplicò la madre.
Dopo molti tentennamenti, Alessandro si mise ad ispezionare il frigo e dopo aver visto che era vuoto, decise di mettere una pentola piena d'acqua sul fornello per due spaghetti all'olio. Michele, invece, preparò il caffè, mentre la madre apparecchiava: il tutto, in un irreale silenzio. Per sentire delle voci diverse dalle loro e per distrarsi, decisero d'accendere la televisione, che trasmetteva una partita del campionato europeo di calcio.
La madre non cenò, come al solito, ma fece ugualmente compagnia ai figli che parlavano della gara trasmessa in televisione. Inevitabilmente ogni discorso iniziato, finiva sempre con il riferirsi al padre, mentre la madre non riusciva a dire una sola parola. I suoi piccoli occhi marroni continuavano a fissare nel vuoto; Michele la ridestò quando le chiese se voleva un po' di caffè.
«Ci vuoi anche un po' di latte?», le fece quella domanda superflua per cercare scampo nella quotidianità, nel tentativo di sciogliere la tensione.
Michele riempì altri due bicchieri di caffè e andò in salotto per sedersi in poltrona, quella dove si sedeva sempre il padre, per vedere gli ultimi minuti della partita.
Pochi istanti più tardi, anche la madre e Alessandro giunsero in salotto. I minuti passavano senza che si accorgessero di guardare la televisione come ipnotizzati e con una sensazione di svuotamento e d'impotenza. La tensione nervosa la si poteva sentire, quasi palpare, e la paura che il telefono potesse suonare da un momento all'altro, riempì di lacrime i loro sguardi persi nel vuoto.
Come in trance e senza che nessuno dei tre avesse detto una sola parola, si alzarono, quasi all'unisono e uscirono.
Fuori di casa vennero fermati dai vicini che chiedevano notizie di Giuliano, e Michele rispose, in modo molto deciso: «Bisogna solo aspettare che smetta di soffrire...»
«Ma non ci sono proprio speranze?» domandò uno di loro.
«Purtroppo no!» esclamò Alessandro con lo stesso tono del fratello e con il chiaro intento di fare da scudo alla madre, che continuava a non parlare.
«Ma cos’ha avuto?» s’informò un altro.
«Ha avuto…» Michele stava per rispondere, quando s’intromise la madre per fargli capire che non aveva più bisogno di balie: «Ha avuto un infarto intestinale che gli ha fatto andare in necrosi tutto l’intestino…»
«L’hanno operato?»
«Sì. Ma l'hanno subito richiuso, perché ormai la situazione era compromessa irrimediabilmente.» precisò la madre.
«Quanto ci dispiace…» si affrettò a dire una dei vicini.
«Si figuri a noi!» esclamò a tono Michele.
L’atteggiamento che aveva assunto Michele negli ultimi due giorni di sofferenza del padre, era diventato il suo modo di preservare il dolore. Di renderlo personale. Mentre gli altri fratelli trovavano il modo di sfogarsi, lui cercava di parlare di tutto ciò che non riguardasse suo padre, perché sapeva che qualsiasi parola non avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi.
Alessandro era diverso da Michele. Aveva più rispetto della curiosità altrui, e parlarne in continuazione lo aiutava a soffrire meno, a scaricare la tensione.
Non appena la conversazione con i vicini di casa finì, Alessandro, Michele e la loro madre andarono in ospedale.
«Come va?» furono le prime parole che disse Alessandro appena entrato in reparto, rivolte ai presenti: Stefano, Antonio e sua moglie.
«Come al solito…» rispose Stefano.
Dopo qualche istante Alessandro, Michele e Antonio uscirono dalla stanza per andare alla macchinetta automatica a prendere un caffè.
Si misero a sedere con il caffè bollente in mano ed iniziarono a conversare.
«Ma Stefano ha inghiottito un registratore?» esordì Antonio.
«Perché?» chiese Michele.
«Non sta un minuto zitto!» rispose di getto Antonio, quasi stizzito.
«È il suo modo per esorcizzare la paura, di scaricare il dolore. C’è chi piange e riesce ad alleggerire la tensione e chi, come lui, parla e straparla a ruota libera…» precisò Alessandro.
Calò un attimo di silenzio.
Dopo qualche minuto Alessandro disse amaramente: «Meno male che doveva soffrire solo due ore…»
«Ma papà è forte!» esclamò fiero Antonio.
«Non lo butta a terra neanche un Tir in corsa… Ascoltatemi…» Michele fece una breve pausa per attrarre l’attenzione. «Io vado a casa da mia moglie, visto che è da stamani che non mi vede e, oltretutto, non sa molto della situazione. Vi saluto e telefonatemi, se ci fossero delle novità!»
«Qualunque cosa succeda, ti faremo sapere.» precisò Antonio.
«Salutaci tua moglie e dille di non preoccuparsi perché non c'è niente che possa fare…» aggiunse Alessandro.
Michele uscì dalla sala d’attesa e salutò gli altri, che erano rimasti a vegliare il padre nel reparto. Appena entrato ripeté preoccupato: «Mamma, allora io vado. Se ci fosse qualche novità, avvisatemi…»
«Non ti preoccupare e salutami tua moglie.» rispose la madre.
Stefano, Grazia e la moglie di Antonio erano intenti, prima d’essere interrotti da Michele, in una conversazione scanzonata, nel chiaro intento di sdrammatizzare una situazione che rischiava di travolgere tutti. Il saluto di Michele ebbe la flebile forza d’interrompere per un attimo quelle parole in libertà.
Pochi minuti più tardi anche la madre, la moglie di Antonio e Alessandro se ne andarono.
Stefano e Antonio adesso erano soli a vegliare il padre.
Il respiro sempre più rauco del padre era l’unico suono nella stanza. I due fratelli erano uno vicino all’altro e non distoglievano lo sguardo da lui. Non riuscivano a dire una sola parola. Ogni tanto giravano lo sguardo verso la finestra, ma la visione di un altro stabile rendeva la situazione ancor più desolante e sconfortante.
Dopo un paio d’ore, entrambi uscirono dalla stanza e andarono a prendersi un altro caffè: il terzo della nottata. Con il bicchiere in mano, si misero a parlare in modo svagato. Non c’era voglia di serietà. C’era desiderio d’evasione, di dare un po’ di tregua al cervello, senza peraltro riuscirci.
Terminata la pausa, Antonio tornò a sedersi nella stanza, mentre Stefano uscì dal reparto per andare a fumare un’altra sigaretta: l’ennesima!
Poi, tornò dentro e invitò Antonio ad uscire per andare a fare altrettanto. Senza rispondere, Antonio uscì e andò a fumare.
Il silenzio regnava nella stanza. I due fratelli non parlavano. Si guardavano e ogni tanto, a turno, si avvicinavano al letto del padre per coprirlo o semplicemente per toccarlo.
Si sentivano come impacciati. Ogni gesto sembrava meccanico, innaturale. Era la prima volta che entrambi vegliavano il padre, ma erano consapevoli che quella sarebbe stata l'ultima.
Stefano non ce la faceva più a resistere. Era una situazione surreale, che non sapeva come gestire. Tutte le sue certezze, le sue sicurezze erano state messe a dura prova. Avrebbe voluto urlare, spaccare qualcosa. Avrebbe voluto imprecare, correre, piangere, ma la sua razionalità non glielo permetteva. Pareva un animale in gabbia. Si sedeva, per rialzarsi subito dopo. Camminava per il reparto, poi tornava a sedersi. Usciva per accendersi un’altra sigaretta, poi la gettava a terra per rientrare frettolosamente in camera.
Era esausto. Il sonno aveva preso ad attanagliarlo.
Alle tre, Stefano se ne andò. Come gli altri, dopo un’intera giornata in ospedale e parte della nottata, aveva bisogno di trovare rifugio fra le braccia della propria famiglia: di ricevere il bacio consolatore della moglie che, sicuramente, avrebbe trovato sveglia ad aspettarlo e di vedere i figli dormire, prima d’andare egli stesso a coricarsi.
Adesso c'era Antonio solamente, con il padre. Ben presto una certa ansia iniziò a preoccuparlo. Tutto il buonumore che cercava di infondere negli altri, in quel momento, gli sembrava la cosa più insensata di tutte. Avvertiva un senso di solitudine e il tepore del sonno cominciava a scontrarsi con il desiderio di stare sveglio. Ma sapeva che, in caso di bisogno, avrebbe dovuto farsi trovare pronto.
Ogni tanto suo padre si muoveva e, quando inavvertitamente si toccava il sondino che gli entrava dal naso, Antonio con una certa apprensione andava a spostargli la mano per non compromettere ulteriormente la situazione. Quando lo vedeva scoprirsi, si avvicinava per ricoprirlo, ma ogni gesto si accompagnava a un certo timore. Aveva sempre paura di fare
la cosa sbagliata o che un suo gesto potesse compromettere la vita del padre. Il passare dei minuti e la solitudine non facevano altro che peggiorare il suo stato d’animo. La tensione era diventata palpabile. Quando decise di uscire dalla stanza per cercare rassicurazioni dalla presenza degli infermieri e non li trovò, il panico attanagliò il suo animo.
Girò per le stanze imponendosi di stare calmo, nonostante gocce di sudore gli scendessero lungo la schiena a tradire i suoi intenti. Pensava che gli infermieri fossero tutti a dormire, ma quando li trovò a cambiare una flebo a due pazienti differenti, quasi si vergognò di quei pensieri.
Tornò mestamente a sedere sulla poltrona. Il padre si era scoperto nuovamente e lui, quasi con noncuranza, lo ricoprì.
Il padre gli chiedeva incessantemente di bere, ma Antonio sapeva che non poteva farlo e allora gli bagnò le labbra con il burro di cacao.
La prima volta che aveva provato a farlo, quasi non ci riusciva. Per Antonio, il padre, era sempre stato come un’ icona da guardare, da ammirare, mentre adesso che quel Dio era sceso fra i mortali per l'ultimo saluto, lui non sapeva come gestire la nuova realtà. Provava imbarazzo nel toccarlo, come se, toccandolo, si potesse dissolvere.
Dopo avergli messo il burro di cacao, andò nuovamente a sedere con un sorriso compiaciuto sul viso. Era contento, felice. Aveva superato tutti i suoi timori e ogni parola che la sua mente diceva, pareva che il padre l'ascoltasse e gli rispondesse.
Non avrebbe mai creduto di vivere una sensazione del genere, prima di quel momento. Quello che era successo metteva in dubbio tutte le sue convinzioni. Metteva a dura prova le sue certezze.
Il padre lo aveva sempre visto come una grossa montagna da scalare, di cui avere timore e rispetto, nonostante non fosse mai stato un tiranno. E quella notte, la montagna, Antonio l'aveva scalata. Era arrivato in cima e adesso interiormente piangeva perché l'aveva fatto troppo tardi.
Si alzò nuovamente e gli andò vicino per dirgli, semplicemente: «Grazie!»
Il padre gli rispose con un semplice sorriso, mentre avrebbe voluto parlargli. Allora Antonio prese le mani del padre e le pose sul petto, dove rimasero per i giorni successivi. Adesso il gesto che per tanti anni non aveva mai fatto, era diventato quasi un bisogno: voleva e doveva toccarlo. Non perdeva occasione per farlo. Era arrivato anche ad accarezzargli una mano, in modo confidenziale. Si sentiva estasiato da quelle sensazioni, ma fuori iniziava ad albeggiare. Quindi si avvicinava sempre più il momento in cui sarebbe arrivato il fratello maggiore a dargli il cambio. Guardò l’orologio e vide che erano passate le cinque del mattino: il lungo sogno stava per finire.
Il fratello tardava ad arrivare ed il sonno cominciava a vincerlo.
I suoi occhi marroni, come quelli della madre, dietro occhiali da vista ovalizzati, si stavano lentamente appesantendo. La bocca, con le labbra sottili come quelle del padre, contornata da un folto pizzetto nero, si socchiudeva mettendo in luce denti macchiati dal fumo. Ormai non aveva più energie. Era esausto, ma del fratello maggiore nessuna notizia.
Erano già le sei del mattino.
Antonio, per ingannare il tempo, mise le mani dietro la nuca per giocherellare con l’elastico che gli teneva raccolti i folti e lunghi capelli neri, prima di abbandonarsi a un dolce e meritato sonno. Ma nel momento in cui socchiuse gli occhi, Marco lo ridestò con il suo saluto.
«Niente di nuovo?» domandò Marco.
«No… Hai dormito un po’?»
«Ad intermittenza. Quando ha suonato la sveglia ero già in uno stato di dormiveglia! Ma sono ugualmente voluto rimanere un altro po’ di tempo a letto…»
«Hai fatto bene!» esclamò Antonio, con la mente annebbiata dal sonno.
Mentre Antonio andava a prendere lo scooter per tornare a casa, Marco si avvicinava al letto del padre per osservarlo, come se non l’avesse mai visto prima.
Sotto le luci dell’alba, Marco vide i capelli neri del padre imbiancatisi negli ultimi anni, dopo l’infarto di otto anni prima, spettinati sul cuscino; parte dell’iride verde messa in evidenza dagli occhi semichiusi; la barba lunga di tre giorni e la bocca aperta, priva della dentiera, che rendeva ancora più scarno il viso. L’impressione di trasandatezza che emanava dal suo aspetto lo rattristò.
Al ricordo della sua impeccabilità - sempre con i capelli pettinati, con la barba fatta e pieno di vitalità - due lacrime iniziarono a rigargli il viso, mentre il padre emetteva uno strano vagito ed il petto, per un lunghissimo istante, si fermava. Di colpo, lo sguardo di Marco venne invaso dal terrore Nel momento in cui allungò le mani per toccarlo, il padre riprese a respirare con quegli strani rantolii, calmando in parte le sue paure.
Uscì subito dalla stanza per cercare rassicurazioni nella presenza degli infermieri che trovò, fatti pochi passi, al loro posto.
L’alba ormai era passata e un timido sole cominciava a fare capolino dalle folte nubi che non preannunciavano niente di buono.
Breve trama
Paolo, Andrea, Silvia, Elio, Luca, Barbara e Danyele. Sono i personaggi che animano il racconto. Uno stile
lineare e un paesaggio malinconico e cupo caratterizzano l'avvio della storia che narra le avventure di
un gruppo di amici poco più che adolescenti. Nel momento in cui l'intreccio sembra indirizzato su binari
paralleli e monotoni, ecco che il treno deraglia, le rotaie s'incrociano in una serie di morti inspiegabili
che gettano un'ombra inquietante su Danyele, tormentato da una doppia personalità, figlia di un passato difficile.
E' un miscuglio di passioni, solitudini, angosce, che ruotano vorticosamente attorno alla vita apparentemente
tranquilla di una comunità di provincia, evidenziandone i limiti e le paure. L'andamento, quindi, si fa sempre
più cupo ("le fiamme erano sempre più alte a mano a mano che loro si allontanavano e sembravano esibire una
macabra danza ed il fumo, sempre più nero, investiva il cielo, creando una nuvola a se stante rispetto al
contesto"), contribuendo a creare un'atmosfera oscura che interagisce efficacemente con la personalità di
Danyele. Un dramma a sfondo psicologico, impreziosito da un linguaggio pulito e lineare.
Personaggi principali.
Danyele.
E’ il protagonista di tutta la storia. Inizialmente impacciato dietro i suoi grandi occhiali, poi diventa
ben presto sicuro di sé. Un ragazzo molto volubile che vorrebbe sempre fare la cosa migliore, ma che si
scontra con il proprio carattere difficile. Dove gli avvenimenti della vita lo costringeranno a diventare
grande in fretta, senza esserne preparato. Si troverà ben presto in un vortice di avvenimenti che mineranno
la sua mente e lo porteranno a prendere delle decisioni drastiche.
Barbara.
E’ una ragazza di periferia, attaccata ai valori della vita e della famiglia. L’amore modificherà i suoi
atteggiamenti. L’ardore giovanile la porterà a lasciarsi trasportare nel turbine della passione senza
lasciarsi condizionare dalle inibizioni.
Una ragazza molto intelligente e di una bellezza semplice, senza troppi fronzoli, ma con un unico vezzo:
il rosa. Infatti gli amici la chiamano Pinky per il vestirsi sempre di rosa.
Massimo.
E’ l’amico di tutti. È il più grande di tutti, ma con più problemi di tutto il gruppo. Basso e tarchiato
e con molti problemi caratteriali: volubile, permaloso e ipocondriaco. Passa da momenti di sana euforia
a momenti di depressione acuta. Sempre disponibile con tutti, ma quando entra in uno stato di depressione
acuta, come dicevano nel quartiere, nella sua “settimana rem”, sembrava un dormiente. Sembrava intontito
dal sonno e con poca voglia di vivere.
Elio.
L’esatto contrario di Massimo. Alto, prestante e muscoloso, ma con un difetto che spesso lo porta a
litigare con il gruppo: la sua tirchiaggine. Da lì il suo soprannome: Tir, per la prestanza e come
diminutivo di tirchio.
Andrea.
Il carismatico del gruppo, ma con un vezzo: tingersi i capelli di ogni colore. “Retta” per gli
amici era quello che aveva un ascendente su tutti. Ogni volta che diceva una cosa, tutti lo
ascoltavano con attenzione e nessuno osava contraddirlo.
Luca.
Il più piccolo del gruppo. Per stare con loro, “Tuta” (soprannominato dagli amici per
l’abitudine a portare le tute) cercava sempre di atteggiarsi da grande fino a che non si
innamora di Andrea. La loro storia comincia in modo drammatico e prosegue sotto le luci
della luna senza che il sole conosca mai il loro amore.
Spazio e tempo in cui si svolge il racconto:
La storia si svolge ai giorni nostri fra le mille incertezze e le speranze del nuovo millennio.
I personaggi si muovono nell’ambito del piccolo quartiere di periferia nel quale è cresciuto l’autore.