note biografiche dell'autore

Mauro Monteverdi nato a Palermo, classe '64.
Professione impiegato.
Mi sono avvicinato alla scrittura un pò tardi, scoprendo un modo nuovo anche per affrontare le situazioni che la vita mi mette davanti, uso la scrittura come terapia, il mio scrivere è essenzialemnte istintivo, ho scritto anche un paio di soggetti per un cortometraggio ed un lungometraggio,poesie in vernacolo siciliano.

La notte più lunga

E' sera. Silenzio.
Sguardi fugaci.
Bisbigli mezze frasi
i piccoli non devono capire.
Umori ed emozioni
si rincorrono per le stanze.
La cucina senza odori
mesta al buio tace.
Pigiama
piedi scalzi
freddo sotto i piedi
rimproveri
a letto presto
è maggio
ma fa ancora freddo.
Assenza
distacco
lontananza
parole che ancora non comprendo.
E poi il sonno
all'improvviso mi chiude gli occhi.
E' la notte
quella piu' lunga
per chi la vive la stessa
per chi non sa.
La notte del non ritorno
del distacco
del lungo viaggio
l'addio senza avviso.
E nel sonno
ti cerco
ti chiamo
ma non rispondi.
Già sei andato
con il vestito più bello
senza valigia
senza incombenze
senza speranze
senza sogni
senza di me.
La mattina.
Non la solita mattina
quella senza i soliti odori
senza i cani che abbaiano
senza caffè per te
senza latte e biscotti per me.
Il sole ancora si nasconde
la luce entra
sembra speranza
ma è vana.
Mi hanno svegliato
mi dicono che mi vuoi vedere
forse non sei ancora andato via.
Nove anni nove passi
mi dividono dalla tua stanza
sono dentro ormai
il cuore è pieno di fervore
ma sei immobile
dentro il tuo bel vestito marrone
con la cravatta più bella
quella di seta
un sorriso lieve sul tuo volto
come una carezza
la liberazione dal male
che ti ha portato via.
Piango
ti chiamo
ti supplico
ma tu sei già in viaggio
un viaggio senza ritorno.

"A mio padre" 07.06.2002

A mia madre
inserito il 7 maggio 2009

Mi svegliai, la stanza era avvolta da una luce chiara intensa, come la prima luce del mattino. Mi alzai, non mi rendevo conto di quanto avessi dormito, ero convinto che fosse mattino, uscii dalla stanza e, dopo aver notato che in casa non c'era nessuno, mi incamminai lungo il corridoio con la stessa luce del risveglio.

Arrivai in fondo alla finestra spostai le tende ed un sole immenso stava lentamente tramontando dietro la collina di fronte a me, solo allora mi ricordai che avevo dormito un'intero pomeriggio e che giorni addietro sofrii maledettamente per un molare precocemente cariato, cercando conforto un po da tutti, anche dai cani dik e sirena, due pastori tedeschi compagni di giochi e fedeli guardiani.

Mentre ammiravo quell'immenso sole di primavera scomparire, dalla stradina di fronte casa passò paola con la bici, fresca e bella come sempre, mi salutò mandandomi un bacio ed io risposi con un timido sorriso.

Tutto sembrava come in un sogno, l'aria, la luce, il sonno ancora in agguato nei miei occhi.
Erano giorni quelli dove tutto era sospeso a qualcosa di invisibile, di impercettibile, qualcosa che ancora non capivo, e vivevo con la mia spensieratezza dei nove anni, tra campi di girasoli,stradine sterrate di campagna, e rovi di more, dove io, mio fratello e mia cugina ci fermavamo a farne incetta.

Girasoli altissimi, campi di grano, le dolci colline, i mattini con i suoi silenzi e profumi, il nonno con le sue bestemmie, la mamma con le sue raccomandazioni, i dolci della nonna, i litigi con mia cugina, le notti con gli ululati dei cani ed il vento tra gli alberi. Quel piccolo pezzo d'umbria era la mia prima infanzia.

Da quella finestra rividi attimi di vita di tutti i giorni, i soliti movimenti. Poi tutto cambiava. Vedevo scorrere tutto lentamente in un modo innaturale, le facce diventavano tese, gli sguardi fugaci e silenziosi, un continuo andirivieni di gente, tra giochi d'ombre del sole fra le nuvole ancora minacciose di quell'inizio maggio '73.

Mi vennero in mente numerosi astanti, facce che non avevo mai visto prima, divise grige tra abiti civili, ed una vecchietta ricurva dal lavoro dei campi che io in quei giorni andavo a trovare. Il ricordo si fece più chiaro, come la luce attorno a me.

Entrai nella camera accanto con la finestra che dava sull'orto, ed accanto alla siepe vicino l'aia e sotto il nido delle tortore, stavano sedute mia madre, mia nonna e mia zia.
Osservai la scena attentamente. Mia nonna guardava verso i campi di fronte a lei, lo sguardo perso nel vuoto, in un punto indefinito, dove non avrei potuto mai raggiungerla. Mia zia leggeva attentamente. Mia madre con il capo chino lavorava a maglia, sicuramente sarebbe stato un'indumento per me o per i miei fratelli. Ma quella posizione mi ricordò che la vita si era fermata nei giorni addietro.

Mia madre seduta accanto al corpo senza vita di mio padre, in silenzio, un lungo ed ininterrotto pianto di dolore, dignitose lacrime che le solcavano il viso ancora giovane. Mi accorsi che erano vestite a lutto, ma il suo dolore era dentro e si leggeva dagli occhi. La chiamai, ed un sorriso schiarì il suo volto ed illuminò i miei occhi.

" I palummeddi ri mari"
inserita il 10 maggio 2009

E quannu sciùscia ù maistrali
si viri ù mari incrispari,
arrifrisca n'anticchia
e luntanu, luntanu, si senti cantari,
comu nà litania rì vuci bianchi
cà i picciriddi fà arrùspigghiari
rì sta bonaccia r' aùstu infirnali.
All' impruvvisu arrivanu a migliaia
assicutannusi unu cù n' avutru,
s' affannanu pà amùri r' arrivari
e ri mòriri senza nènti capiri,
supra lì scogghi si virinu svaniri
i poveri palummeddi rì mari.

LE COLOMBELLE DEL MARE
E quando soffia il maestrale
si vede il mare incresparsi,
rinfresca un pò
e lontano, lontano, si sente cantare,
come una lìtania di voci bianche
che i bambini fà svegliare
da questa bonaccia d' agosto infernale.
Da lontano arrivano a migliaia
inseguendosi l'uno con l'altro,
si affannano per amore di arrivare
e di morire senza capire il perchè,
sopra li scogli si vedono svanire
le povere colombelle di mare.

Fede
inserita il 10 maggio 2009

Spiaggia solitaria al tramonto colombaia a cielo aperto, un gabbiano ferito si aggira confuso, è costretto a migrare con parabole incerte sopra uno scoglio lontano. Sembra essersi smarrito. Di fronte a noi l'orizzonte assente, la città sparita dietro un cielo opaco. Il Pellegrino, naturale e nobile bastione di roccia nuda e macchia mediterranea, sembra proteggerci dalle nostre ancestrali paure, anch'esso appare stanco di tanta arsura, sembra sfinito, adagiato su se stesso. Tutto è avvolto di grigio, impenetrabile cortina di calura nasconde, giocando al ricordo, di antiche estati roventi, di luce e nitidi orizzonti, quando era roccia anche la fede ora incerta, come questo cielo stinto.

Preludio
inserita il 10 maggio 2009

E nell'aria sento la voce dei tuoi occhi,
quel verdeggiare in onde che mi trasportano
nell'andirivieni del tuo mare dentro.

Quel battito di ciglia che scuote il desiderio,
avviluppato dai tuoi sensi perdo la ragione,
sedotto dal tuo moto, sento lo sciabordìo del sangue nelle vene.

La tua pelle ha riflessi di luce ambrata,
il colore della paglia bruna,
e l'odore intenso di terra umida.

C'è burrasca sotto la tua pelle,
io, in balia come una barca senza remi
infine naufrago sulla tua isola.

Siamo terra e fuoco,
vento e acqua,
inferno e paradiso.

NOMI E COGNOMI (lungometraggio)
periodo: fine anni '70/80/90
inserito il 16 maggio 2009

Due fratelli, Vincenzo e Michele divisi da dieci anni d'età,
vivono in una borgata della periferia di Palermo. La famiglia
vive di un solo reddito quello del padre, pensionato muratore
che, nel periodo del sacco di Palermo, ha lavorato senza solu-
zione di continuità con una famiglia già sulle spalle da man-
tenere, il piccolo Vincenzo che cresceva, e le esigenze della
famiglia che aumentavano, accettava, come era d'uso diffuso
in quel periodo, di lavorare in nero, senza alcun diritto ricono-
sciuto, malattia, ferie, sistemi di sicurezza inesistenti,
senza alcuna regola. Ormai da anni in pensione e malato
invalido, per via di numerose fratture frutto di altrettanti
incidenti sul lavoro, assiste impotente all'evoluzione della
sua famiglia. La moglie, a sua insaputa, una volta la settimana,
con la scusa di andare a trovare sua madre, lavora a servizio,
per arrotondare l'esigua pensione d’invalidità.
Vincenzo, 24 anni lavora facendo diversi lavoretti
saltuari, è un ottimo meccanico, ma ha lasciato l'officina
per uno screzio con il principale. Di carattere difficile, aveva
delle discrete qualità a scuola, ma per via di una sempre più
accentuata idiosincrasia per le istituzioni e tutto ciò che è
Stato, lo hanno portato ad abbandonare la scuola e ad avere
sempre dei problemi sul lavoro con i padroni, non volendo
accettare determinate situazioni che già aveva vissuto
tramite suo padre. Michele è appena adolescente, va a scuola
e promette bene, ed ha una grande passione; il calcio, è una
promessa ed è già negli allievi del Palermo calcio. Da quando
Vincenzo ha lasciato l'officina, si vede sempre meno in giro.
Gli scontri verbali con suo padre ormai sono all'ordine del
giorno e sempre più violenti. Scontri generazionali, dove
l'uno gli ricorda all'altro che alla sua età già manteneva
la famiglia e lavorava come uno schiavo, l'altro che non vuole
assolutamente fare la fine di suo padre. Il disagio di Vincenzo
era via via maturato nel corso degli anni, vedendo il padre
ammalarsi, invecchiare precocemente, nella totale indifferen-
di chi, per primo lo stato, doveva proteggere dalle ingiustizie
dei padroni. Una ribellione inversa, cresce sempre più forte in lui,
già da tempo vicino ad ambienti mafiosi, finisce per assoggettarvi.
Per diversi giorni sparisce dalla circolazione, salvo poi farsi
vivo senza preavviso, con una moto nuova fiammante, e vestiti
alla moda. Gli scontri con il padre sono sempre più frequenti,
capendo che il figlio abbia ormai preso una strada senza uscita.
Avviene uno scontro molto duro dove il padre, per le conseguenze
della discussione, ha un malore, è un sintomo della malattia che
nel giro di pochi mesi lo porterà alla morte. La madre accetta suo
malgrado i soldi che Vincenzo gli porta dalle sue improvvise assenze,
che gli permettono di sistemare tante situazioni economiche
createsi nel tempo. All'inizio del 1982 il padre muore, confidando
alla moglie il dispiacere di non poter vedere un giorno il figlio
Michele calciatore, e Vincenzo con il suo lavoro da bravo operaio,
serio e rispettoso, come era stato lui per una vita. Dopo la morte
del padre, Vincenzo sparisce di nuovo, è una vera e propria
latitanza, salvo un giorno apparire al campo di allenamento del
fratello che lo vede correre e palleggiare a sua insaputa.
A casa gli è vietato andare, ma fa arrivare tramite persone
fidate i soldi alla madre che le permettono di eliminare tutti
i debiti accumulati dalla famiglia. A Palermo intanto è iniziata
la guerra di mafia. Michele, sedicenne, è più di una promessa,
tanto che alcune società del nord lo vorrebbero, ma non se la
sente di lasciare sola su madre. Vincenzo sempre più di rado
si fa vedere, e sempre tramite persone di fiducia fa pervenire
alla madre ed al fratello un mazzo di chiavi di una appartamento
nuovo, molto più grande dell'alloggio popolare dove hanno sempre
abitato. Nel quartiere, Vincenzo è un fantasma, si sussurra, si sospetta,
ma nessuno osa dire chiaramente la parola Killer. Un soldato alla guerra
nel tempo di pace. Le voci arrivano al fratello, che nel frattempo,
ha soli diciotto anni, ha debuttato nella prima squadra. Tranne
qualche dirigente, nella sua squadra nessuno sa di suo fratello,
ma sa benissimo che non durerà molto, ed in qualche modo verrà
tutto fuori. Vincenzo nella fase più cruenta della guerra di mafia,
è rimasto latitante per quasi un'anno, la guerra di mafia è ormai
giunta alla fine, gli equilibri si sono assestati, ma un soldato
rimane sempre un soldato, ed aspetta nuovi ordini, nascosto
in appartamenti sicuri. Michele chiede più insistentemente
alla madre di suo fratello, da dove vengano tutti quei soldi,
l'appartamento, ed i mobili costosi comprati dalla madre.
La madre, sentendo le voci nel quartiere, ha sempre cercato
di non credere a quello che si dice del figlio, ma davanti a
Michele, dopo una drammatica discussione cede tra le lacrime,
Michele, pur avendo una lettera tra le mani di una grossa società
del nord che vorrebbe ingaggiarlo, la strappa, rassicurandola
che non l'avrebbe lasciata sola. Intanto è diventato un
titolare inamovibile della sua squadra, fa gola a molte
squadre, ed è già nella nazionale under 21. Intanto a
Palermo è iniziato l'attacco più cruento della mafia allo
stato. Vincenzo ormai è latitante ma non ricercato,
gli investigatori sospettano poco e nulla sul suo conto, è un soldato, un
fantasma che appare nel momento giusto al posto giusto
per un esecuzione per poi ritornare ad eclissarsi, e nussun
pentito ha fatto mai il suo nome. Ha sulle spalle oltre quaranta
omicidi e altrettanti partecipazioni ad attentati. Michele
in due campionati di serie B ha realizzato trenta reti.
Ma la serie A non arriva in nessuno dei due campionati,
e malgrado le offerte che piovono da tutte le parti, da Palermo
non si muove, soprattutto ora che la madre è malata, ed
alla fine dell'89 muore. Vincenzo ai funerali non può presenziare
perchè latitante, e gli inquirenti cominciano ad avere in mano
più di un sospetto, qualcuno ha fatto il suo nome.
Non può mettersi in contatto personalmente con
suo fratello, ma fa pervenire una busta con una breve missiva
due righe dove esprime il suo dolore per la madre
e l'impossibilità di vederla per l'ultima volta, e il rammarico
di non poter vedere lui e poterlo abbracciare, ma che comunque,
segue molto da vicino le sue gesta calcistiche. Michele strappa
la lettera. Ora è solo in quella casa che non sente sua, e, con
i suoi guadagni compra e ristruttura la vecchia casa dove sono
cresciuti insieme ai suoi. Michele completa il suo terzo campionato,
è letteralmente esploso e festeggia la sua cinquantesima rete
in tre anni. Vincenzo, nel rispetto del suo carattere poco incline
al comando, non accetta una promozione sul campo, ma preferisce
rimanere un soldato ed è pronto ad una nuova azione, l'ennesima
esecuzione. Michele accetta il trasferimento in un grande club
del nord, che a venticinque anni può aprirgli la strada per la nazionale.
Vincenzo apprende dai giornali. Dalle solite persone
Fidate gli dice che vuole incontrarlo, ma lui rifiuta, e fa
pervenire a lui una missiva. Vincenzo legge la lettera. Ne rimane
colpito. Si apre una breccia nel suo animo, ma continua
nella sua strada, da latitante sicuro nella sua città libero
sempre di muoversi, ma di non avvicinarsi mai troppo a suo
fratello. Le donne nella sua vita sono una apparizione fugace,
ne ha avute molte ma non si è mai legato con nessuna. Michele
da circa tre anni, sta con una ragazza e sperano di sposarsi al
più presto, sa della vita di suo fratello perchè lui gliene ha parlato

sempre.

Anni 90"

Michele è a Milano da due anni, ha disputato due campionati,
ed alla fine del secondo anno è arrivata la convocazione in
nazionale, a ventotto anni è il traguardo di una vita da calciatore.
Terrà una festa in casa sua dove festeggerà con alcuni
compagni ed amici, tra cui qualcuno salito apposta da Palermo.
Durante la festa, Michele rivede alcuni amici del quartiere che
non vedeva da anni, ma non si insospettisce più di tanto, e
viene condotto con una scusa in una delle stanze,
dove ad attenderlo troverà suo fratello Vincenzo. L'incontro è
carico di tensione, il silenzio viene rotto da Vincenzo che si
complimenta per la convocazione in nazionale, ricordandogli
di averlo seguito sempre, fin da ragazzo, e di ricordarsi
tutti i suoi gol, e quelli più importanti, ma Michele lo interrompe
bruscamente, ricordandogli se aveva letto la lettera e se avesse
preso o meno la decisione. Ripiomba il silenzio, ma non dura molto,
Michele esce dalla stanza, senza prima avergli detto di aspettare
una decisione importante. Vincenzo esce dalla casa come un
fantasma come ne è entrato, Michele si accorge che
anche alcuni suoi amici di infanzia non ci sono più.

Stragi del 92"
A Palermo tra il Maggio ed il luglio di quell'anno avviene
l'attacco più cruento del potere mafioso.
Michele raggiunge Palermo alla fine del suo terzo campionato
in serie A ci sono dei parenti da andare a trovare, ovviamente
è molto conosciuto e non mancano attestati d'affetto
da parte non solo dei parenti ma anche della gente comune.
Lui vive alla luce del sole. Vincenzo no, vive sempre più
nell'ombra, ora che il livello d'azione si è alzato notevolmente,
non hanno più bisogno dei soldati, si sente escluso,
ormai è sostituito dal tritolo, ora per lo scopo possono
ammazzare anche gente innocente, sventrare autostrade,
far saltare in aria palazzi, ammazzare chiunque pur di
raggiungere l'obbiettivo. Prima ancora delle
stragi cominciava a balenargli in testa questa decisione,
troppi rimorsi, troppi morti sulla coscienza, ed un fratello
da riabbracciare, forse, si chiedeva, era ancora in tempo.

Verso la fine dello stesso anno, si presenta alla Questura
di Palermo chiedendo di parlare direttamente con il questore.
Si presenta con documenti falsi, un'identità fittizia, una
delle tante fornitagli dall'organizzazione , nei tanti anni trascorsi
a nascondersi e prepararsi per gli attentati.
Lui non si proclama pentito ma semplicemente dissociato,
e una mossa per garantire il fratello da possibili ritorsioni,
ma anche perchè non accetta nessun aiuto dallo stato ne
tantomeno protezione dallo stesso stato in cui lui non ha
mai creduto. Il suo pentimento lo porta dentro di se.
Gli inquirenti, venendo a conoscenza della sua vera identità,
cercano di convincerlo a pentirsi per poter tutelare meglio
suo fratello con lo scandalo e le difficoltà che potrebbe
creargli ormai stimato ed ammirato calciatore, ma se fornisse
fatti e circostanze, e soprattutto nomi e cognomi
saprebbero come tutelare suo fratello.
Ma lui non cede. si dichiara solo ed esclusivamente dissociato.
Le autorità competenti, vista la parentela con il famoso
calciatore, evitano il diffondere della notizia prevedendo
l’esplosione mediatica che ne scaturirebbe, e dà alla stampa
un nominativo falso. Non essendo un boss, ne tantomeno di rango,
non fa in se molta notizia, ma nelle conoscenze più strette
e nel Quartiere dove i due fratelli sono cresciuti la notizia
arriva subito, ma è di quelle notizie che passano sussurandosi
di bocca in bocca senza sentimento, ormai i tempi sono cambiati,
i ventenni degli anni "70 sono diventati adulti, hanno figli che
vanno a scuola e che fin dalle scuole elementari, hanno
manifestato contro la mafia. Nel quartiere si respira un'aria
diversa, c'è più coscienza.

Passa ancora un'altro anno, Vincenzo è rinchiuso in un
carcere di massima sicurezza, non ha detto molto di quello
che sa, si è addossato solo di una decina di omicidi quelli più
ecclatanti, nel nome di un falso ideale, di ribellione verso
uno stato ritenuto da lui assente e da combattere
nella sua terra.

Ovviamente Michele viene messo al corrente della decisione
di suo fratello, ma non l'ho ritiene soddisfacente. Tramite
canali segreti fa pervenire a suo fratello una lettera.
Vincenzo la legge. Michele gli dice di essere contento che
lui abbia preso questa decisione, seppur in ritardo, ma
deve fare assolutamente un altro passo in avanti, saltare
completamente a piedi pari dalla parte della legalità,
riconoscere lo stato, seppure con le sue storture, come
unico e massimo riferimento di giustizia e legalità. ricordandogli
di aver vissuto, anche se in periodi diversi, nella stessa casa,
nella stessa famiglia, lo stesso quartiere, che si ritiene
fortunato delle doti avute, ma comunque le ha sudate e
conquistate con fatica, del grande sforzo interiore,
e mal celato, di accettare un fratello che si diceva in giro
fosse un killer di mafia, un fratello che non l'ha mai avuto
al suo fianco quando credeva di non farcela, e che adesso
era arrivato il momento di recuperare il tempo perso.
Nomi e Cognomi. Doveva fare Nomi e Cognomi di tutti
quelli da lui uccisi, solo così avrebbe potuto saldare il debito
con la sua coscienza, e con il proprio nome e cognome
firmare le carte della confessione, anche a costo di rischiare
la carriera e la vita per lui.

Vincenzo nella sua mente, è in un punto di non ritorno, per
giorni rifiuta il cibo, per un po di tempo prende in seria
considerazione di togliersi la vita. Come estremo ratio a
salvaguardia del fratello, A Michele arriva la convocazione
per i prossimi mondiali, i suoi primi mondiali. La lista dei
convocati appare in tv e Vincenzo legge il nome e
cognome di suo fratello. E si ricorda della lettera.
Vincenzo dopo un ricovero per debilitazione organica,
prende la decisione che gli ha chiesto suo fratello Michele.
Siamo a pochi giorni dal ritiro della nazionale per i mondiali.

Michele sa della notizia tramite il suo legale. Pochi giorni
dopo la sua confessione i giornali riportano la notizia con
nome e cognome di quaranta omicidi diretti, e altri coinvolgimenti
indiretti di cui alcuni eccellenti avvenuti nel periodo della guerra
di mafia 70/80.
Scatta l'allontanamento dal carcere in un altro super carcere,
e di conseguenza la protezione dei familiari tra cui suo fratello
Michele. I giornali ora che hanno avuto il via libera dalle istituzioni,
si lasciano andare al solito sciacallaggio giornalistico, del resto
la notizia fa gola. Un campione affermato del calcio ha un fratello
killer di mafia con più di quaranta omicidi sulla coscienza,
inventando storie assurde sulla famiglia dei due fratelli,
il padre ritenuto vecchio boss del quartiere, e tante altre
storielle ,come chissà quali raccomandazioni abbia avuto
Michele per entrare nel mondo del calcio, e tante altre strane
e ingiuriose storie, quello che prima era solo velatamente
sospettato, ora era chiaro e lampante, con nome e cognome
del protagonista e dei suoi atti criminali, accumunando
anche Michele ormai famoso per le sue gesta sportive.
Ma Michele pubblicamente rifiuta la protezione dello stato
perchè ritiene che lo stato, a cui lui ha creduto fermamente,
cosi come suo padre, deve garantire chi, come suo fratello,
seppure in ritardo, ha deciso di passare dalla sua parte, lui
non ha nulla da temere e pubblicamente dichiara di essere
orgoglioso della decisione di suo fratello.

Alla fine del mondiale dove risulterà tra i più forti giocatori
di quella edizione, Michele si incontra con suo fratello
Vincenzo in una località segreta, il processo mediatico scaturito
dalle confessioni di Vincenzo è finito, i due possono cominciare
un rapporto mai nato.

COME N'ACIEDDUZZU
inserita il 16 maggio 2009

OCCHI CA FIRRIANU VELOCI
CA TI TALIANU SGRANATI
OCCHI VIRDI E GRANNI
OCCHI RI NOVANT'ANNI.

COME N'ACIEDDUZZU, NICO NICO
ASSITTATA N'TA NA SEGGIA
U CORPU FERITU RA MALATIA,
MA L'OCCHI SUNNU U SPECCHIU RI L'ARMA.

SI VIRI A SOFFERENZA,
I RULURI
I GIOIE
E L'OCCHI CHINI RI LACRIMI
PI UN FIGGHIU CON C'E' CCHIU'.

S'ADDUMANO LUCCICANTI
PUI LI RICORDI RI PICCIRIDDA,
TRA LI VRAZZA RI TO PATRI,
ERI NA REGINA.

ORA SI COMU N'ACIEDDUZZU
RINTRA NA AGGIA
SUPRA NU TRESPULU,
C'ON CANTA CCHIU'!

CU UN FILU RI VUCI
MI PARRI E TI RACCUNTI
RI TO ANNI RI GIOVENTU',
VULATI VIA TRA A GUERRA
E NOVI FIGGHI.

ORA PARI NA CANNILA
CA LENTA LENTA S'ASTUTA,
MA L'OCCHI SU VIVI,
HANNU A LUCI RA TO TERRA.

Stidda Lucente
inserita il 16 maggio 2009

Assittata supra sta seggia
addiventavu invisibile
mi passanu ri r' avanti
e re comu su n'ci fussi.

A me pedde e sicca e ruvida
appiccicata na ste quattro ossa
ai picciriddi fazzu scantari
mi talianu, e currunu via chiancennu.

Ma quannu ero giovane
ero bedda, biunna
pedde ri luna,
occhi virdi, beddizza rara.

Stidda lucente
brillava pure ri jornu,
stidda in funnu u mari
pi l'occhi ca sannu taliare.

E ri lu mari arrivò un piscaturi
forte e curaggiosu
m' afferrò cu le so mani granni e forti
e ne so riti s'imprigionò u me cori.

U pensu supra la varca
cu la lenza tra li mani
i riti chini ri li beni ri Dio
o i bestemmie pi li Santi.

Ora li mi anni li passu assittata
e ra finestra taliu u mari,
e arripensu u piscaturi
ca mi vinni ad amari.

La Fontanella
inserito il 9 luglio 2009

La salita era ripida. Maledettamente ripida. Al termine di essa si arrivava sempre con un nodo in gola, sia che si faceva a piedi, sia in macchina. Sembrava un'espiazione ai nostri peccati.
Il cancello di ferro semi aperto era lì, davanti a noi, Il mondo dei morti ci attendeva nel nostro viaggio quotidiano. Accanto a circa quattro passi, c'era la fontanella. L'unica fonte di vita di quel luogo.

La cappella stretta era il nostro luogo di preghiera e di lacrime.
Un bacio alla foto, ricordi che si rincorrono in una giostra di emozioni e di rimpianti. Troppo giovane per morire in un giorno di maggio, troppo poco è il tempo che è passato dall'ultimo bacio.
Conto solo nove anni della mia vita, ed ancora non ho capito cos'è la morte. Forse è un viaggio, dove si sa quando si parte, ma non si sa quando si torna. Forse è un sogno, dove non ci si sveglia mai.
Forse domani tornerai. Forse. Forse mai.Fuori dalla buia cappella, c'era un balconcino che dava sulla campagna sottostante. Eravamo nel punto più alto del paese.In fondo si vedeva il lago, il Trasimeno. Le case mi sembravano finte talmente erano piccole ai miei occhi. Cercavo la casa dei nonni. Eccola lì, un puntino bianco nell'immenso mare verde della campagna Umbra. E da lì immaginavo la vita di tutti i giorni dentro la casa. Il nonno al lavoro tra i campi, la nonna in cucina a preparare il pranzo, mia cugina nella sua camera a giocare con le bambole, mio fratello con il vecchio motore del nonno, i cani che si rincorrono, mentre il più piccolo dei mei fratelli era qui con noi che teneva la mano di mia madre. Aveva solo tre anni. I fiori, colorati profumati, simbolo d'amore. Eterno amore. Bisognava cambiare l'acqua nelle brocche portafiori.
E' lì, alla fontanella, mentre scorreva l'acqua, osservavo mia madre nei suoi movimenti. Tutto l'amore possibile, racchiuso in semplici gesti.
Con cura sciacquava dapprima le brocche, e poi tagliava gli steli ai fiori.
Schizzi d'acqua bagnavano tutto intorno. L'espressione di chi ancora non si rassegna alla realtà. Sembrava incantata a guardare quel filo d'acqua che scendeva, irregolare, dalla fontanella. Ma nella sua mente scorreva tutta la sua vita fino a quel giorno di maggio. Troppo giovane per rimanere sola.
Troppe le lacrime versate. Pochi gli anni felici.Per me era l'unico, innocente divertimento quando si andava al cimitero.Così gli riempivo d'acqua il resto delle brocche delle tombe degli altri parenti presenti nella cappella. Schizzi d'acqua impazziti mi bagnavano le scarpe, mio padre da lassù, dove dicevano che era andato, avrebbe riso nel vedermi.

La fontanella. E sullo sfondo i colori della campagna, spruzzate di giallo di girasoli tra sfumature di verde, un gioco cromatico che si specchiava a valle sul grande lago, grigio ed immobile, pescatori all'impiedi sulle barche. Come un quadro di Monet.

Il canto dei passeri, distese di ulivi, tortuosi sentieri di campagna, dove mi perdevo con la bici negli assolati pomeriggi, tra pini e maestose querce all'ombra delle quali mi fermavo a riprendere fiato, e poi abeti, castagni e con gli immancabili cipressi tutti intorno Il silenzio l'unico vero padrone. La fontanella, l'unica fonte di vita, di movimento, di allegria, in un luogo di assenza, di morte.
Gelida scorreva anche se a primavera. Ma era acqua che serviva non solo per i fiori dei defunti.

Era la vita che scorreva ancora tra i giorni senza di lui.

Una sola volta
inserito l'11 agosto 2009

Dopo tanti anni il ricordo di quella notte è ancora presente nella sua vita,è stata davvero una notte magica, unica, raccontava ad un' amico, che mai più si potrebbe ripetere. Aveva addirittura pensato, complice il tempo che era passato, che non fosse mai successo, frutto di un sogno, come quando non si vuol credere che qualcosa di profondamente bello possa accadere.

Il treno era lì, binario unico di una piccola stazione di provincia. Veniva da Vienna, si fermò cinque minuti a raccogliere l'unica anima vivente con un biglietto di ritorno nelle mani, una valigia con poche cose, e i resti di giorni vuoti e freddi. Aveva l'imbarazzo della scelta, scelse uno scompartimento a caso, forse il meno sporco, si sedette come al solito vicino al finestrino, una pacca sulla spalla dall'amico che lo aveva accompagnato, e il treno si mosse lentamente scorrendo via via tutte le luci della piccola stazione, ritrovandosi ben presto nel buio della notte. Era quello che voleva, ormai da un pò di tempo la sua vita era radicalmente cambiata. Si sentiva solo, perchè era solo dentro, non riusciva a distaccarsi da tutto quello che gli era successo poche settimane prima, pensava solo a quel giorno, quel maledetto giorno in cui lei prese sua figlia e la portò via da lui. La cosa che più gli faceva male, e che si sentiva responsabile, perchè spinta da lui ad andarsene, da tutta una situazione che negli ultimi mesi era diventata pesante, dove il silenzio, i rancori, e qualcos'altro che ancora gli sfuggiva aveva finito per creare una convivenza insostenibile. Si era irrimediabilmente addossato tutte le colpe di quel matrimonio ormai fallito.

Passarono un paio d'ore, e fumate alcune sigarette, sapeva benissimo che non avrebbe chiuso occhio quella notte, così come tante altre negli ultimi tempi, il treno non lo faceva mai dormire, tra luci di gruppi di case che spuntavano improvvisi come lampi nella notte, e i pensieri che si rincorrevano più veloci che mai. Provò a farsi trasportare dallo sferragliare del treno, che da un pò di tempo aveva preso a correre più velocemente, evitando di pensare al recente passato. Ci riuscì per poco, e lì, vennero a galla i ricordi più belli, il sorriso unico e dolce di sua figlia, gli amici, i viaggi, ma un'improvvisa frenata lo fece tornare alla realtà. Nel frattempo erano saliti alcuni passeggeri, chi avrebbe mai viaggiato per il diciassette di agosto, si chiese, dove praticamente tutti erano al mare, infatti salirono pochissime persone, tra cui una coppietta, e dietro loro una ragazza bruna, alta. Lo scompartimento era al buio, per volere di tutti, tutti avvertivano l'esigenza di dormire, ma nessuno ci riusciva. Dopo alcuni minuti la coppietta si accorse che c'erano degli scompartimenti vuoti e pensarono bene di uscire, restarono soli, lei stava esattamente seduta di fronte, anche lei amava guardare fuori, e dopo un'iniziale imbarazzo, si parlarono.

Era salita a Bologna, era diretta a Reggio Calabria, con il suo carico di paure ed angosce che ben presto gli confidò, così, come si affidano i propri ricordi alle persone più care, sentirono un'esigenza unìsona di liberarsi di tutto ciò che li opprimeva, complice il buio. Ogni tanto delle luci illuminavano i volti, scorgendo appena i lineamenti, ma nessuno dei due avvertiva l'esigenza di guardare l'altro per cercare di vedere come fosse fatto, non interessava la fisicità, ma le loro anime, gridavano aiuto, e le ascoltarono.

A Reggio l'aspettava il tribunale dei minori, il quale aveva affidato il figlio ai nonni, e sperava di riaverlo, in tutto ciò c'era la sua tormentata storia d'amore con un'uomo d bologna, il padre del bambino, di buona famiglia, ma con il vizio della cocaina, che si era dovuta vendere i mobili di casa per far fronte ai debiti per colpa del suo vizio, e a poco a poco, lei ed il lorofiglio, si erano allontanati da lui, ed in mezzo tanti altri casini e per ultimo, il tribunale, che gli aveva tolto il figlio, ma ripeteva sempre che in fondo lo amava, perchè era buono e gli avrebbe dato un'altra possibilità, malgrado gliene avesse già dato in passato. Lui, con un'iniziale distacco, raccontò che era andato via per qualche giorno da una situazione dove non riusciva a trovare una via d'uscita, dove gli sembrava di impazzire. Si lasciò andare. Al buio dello scompartimento, di fronte ad una donna sconosciuta liberò le sue angosce e le sue paure, che chiudeva ermeticamente dentro di sè come un peccato incoffesabile, come una colpa incaccellabile. Gli disse che i suoi nervi lo avevano tradito, la situazione gli era sfuggita di mano senza rendersene conto, non avrebbe mai creduto di dire questo ad una donna, eppure ci riuscì. Ci fù un'inziale pausa, uno strano silenzio, un silenzio dopo qualcosa di compiuto, e, nello stesso tempo, di qualcosa che doveva ancora accadere. Tutte e due avevano parlato di sè con il cuore in mano, senza scuse, senza troppi raggiri, e senza incredibilmente, quel dolore che li aveva portati su quel treno, e che dopo sarebbe ritornato inesorabilmente con la vita di tutti i giorni.

Lei capìì con l'intutito di una donna, e gli disse che non c'era niente di peggio in una coppia quando uno rema contro, allontandosi veramente e lasciando solo chi ti sta accanto. "La coppia si fà in due" gli disse, quindi, lo aveva ammonito, di non addossarsi tutte le colpe, e di cercare se poteva, con calma, di capire cosa voleva, e soprattutto cosa valeva di più veramente per lui. In quel momento gli venne in mente solo la sua piccola che aveva lasciato lontano dai suoi occhi, e dai suoi occhi, si disse, doveva ricomincare. Si sentì sollevato, quella misteriosa ragazza aveva capito tutto, lo colpì la serenita di giudizio, aveva passato situazioni penose, ma la forza e l'amore che aveva dentro, e per quell'uomo, se lo sognava tutto per sè.

E le ore passavano. Del controllore nessuna traccia. Più passava il tempo, più il tempo stesso non esisteva, era come se il treno fluttuasse in un'altra dimensione, rapito da due anime in cerca dello stesso sogno. Non c'erano più stazioni, nè persone, la notte era il luogo, il buio il loro complice.

La conversazione, una volta liberatosi dalle angherie, si inoltrò in percorsi più leggeri ma non per questo meno interessanti, e il modo diventava sempre più confidenziale, era come se, disinfettate le proprie ferite, incosciamente si sentivano più vicini. Il male comune era stato ormai liberato da catene invisibili. I sobbalzi improvvisi gli fecero ricordare che erano ancora sul treno. Sentì il bisogno di fumare una sigaretta, gli chiese se ciò gli avrebbe dato fastidio, lo fece fare, e a sua volta le offrì una sigaretta, dapprima lei rifiutò, poi, ripensandoci accettò, confidandogli che aveva smesso da parecchio tempo, lui invece, aveva ripreso da poco, aveva resistito ai giorni che gli erano piovuti addosso, e in un giorno più bastardo degli altri, aveva ripreso. Nei bagliori di luce delle sigarette, i volti giocavano a scoprirsi. Fumare era un'altro modo per avvcinarsi ancora di più. Lei gli confidò ridendo, che in verità non aveva mai fumato, lui aveva intuito, ed aveva accettato perchè gli disse che fino a poco prima si erano detto di tutto confidandosi reciprocamente, e accettando la sigaretta era un modo per continuare la loro originale amicizia. Raccontarono le reciproche prime esperienze d'amore, nel frattempo fumarono un'altra sigaretta, e attraverso la fiamma dell'accendino scorse un frammento di lei, gli parve per un'istante come se la conosceva da sempre, come la sua terra, come le persone a lui più care, come i giorni già vissuti, come i desideri sperati. Cantarono alcune canzoni a bassa voce, e fra tante, lui intonò una canzone che tra le altre parole, parlava di un uomo "perso" su di un treno che precipita, lei la ritenne proprio azzeccata, visto dove si trovavano, e gli chiese di ricantarla. Nel momento di spegnere le sigarette, involontariamente lo fecero nello stesso momento, nell'unico posacenere che si trova a metà tra i due sedili. Avvicinandosi pericolosamente, sentirono i loro respiri, sempre più vicini, sempre più intensi. Si sfiorarono le labbra, assaporarono il loro gusto agrodolce, di anni infinitamente lunghi, passati a rincorrere i loro rispettivi sogni, che adesso stavano precipitando insieme a quel treno, e quel treno li aveva fatti incontrare. Per una volta sola. Si staccarono lentamente, i respiri si intrecciarono inesorabilmente ai pensieri, rimasero sempre pericolosamente vicini, e si guardarono. Da fuori il finestrino entrò un'improvviso fascio di luce, lui scoprì il suo sguardo malinconico e il dolore che aveva dentro, e lo riconobbe.

Si riappoggiarono allo schienale della poltrona, e ritornarono al buio. Dopo pochi minuti passati in silenzio, ritornarono nelle loro menti i giorni che li attendevano. Lei si sdraiò nel sedile sperando nell'intento di addormentarsi qualche ora. Lui rimase sveglio ancora per un pò, guardava fuori il finestrino era tornato il buio che ormai conosceva da un bel pò di tempo, ogni tanto la guardava, e scorgeva appena i suoi lunghi capelli neri, e già pensava a quanto fosse accaduto. Gli parve dal respiro che si era addormentata, e pensando che potesse sentire freddo, prese la sua giacca e la coprì, in quel momento si sentì felice di quel gesto perchè gli ricordava quando rimboccava,le lenzuola a sua figlia, lei lo sentì avvicinare e non si mosse, ringraziandolo con voce calda e soddisfatta. Appoggiando la testa, il sonno ghermì anche lui. Le prime luci del mattino lo svegliarono, amava quei colori tenui e soffusi, con il mare all'orizzonte, ma il treno che lentamente rallentava, faceva presagire che erano ormai giunti a Reggio Calabria, lei era ancora distesa. Il treno era,quasi fermo, aveva poco tempo per scendere, così la scosse leggermente per avvisarla, lei di scatto si alzò, gli diede la giacca ringraziandolo, farfugliò qualche parola ancora paralizzata dal sonno, e con i capelli sparsi sul volto, prese di corsa l'unico borsone che aveva, il treno nel frattempo si era già fermato da qualche minuto, ed uscì dallo scompartimento così come apparve, all'improvviso. In controluce, appena fuori dallo scompartimento, la sua figura appariva come un sogno, lo salutò fermandosi, come a voler dire qualcosa, cercando di raccogliere qualche pensiero. Si guardarono un'attimo, sembrò eterno, ripercorsero in quel breve lasso di tempo, le ore passate insieme, una notte che aveva stillato sale e miele, e non sapevano neanche i loro rispettivi nomi. Scomparve tra la poca gente che scese, portandosi una parte di lui che aveva volentieri donato.

Alle sue spalle il controllore gli chiese il biglietto, dopo quattordici ore di viaggio si era fatto vivo. Non sapeva sè odiarlo o ringraziarlo, se fosse venuto durante la notte accendendo la luce si sarebbero rivelati i volti, e avrebbe potuto vedere con chi aveva parlato con semplicità ed armonia di situazioni che lo opprimevano, poi ripensandoci lo assolse, perchè si sarebbe dissolta la magìa che si era creata quella notte. Nascosti dalle tenebre le loro anime si erano incontrate. Una sola volta nella loro vita.

OLE' E ANCORA SANGUE
inserito il 17 settembre 2009

Ancora una fermata e saremo fuori dal metrò. Fermata Las Ventas. Il coridoio è lungo ma ecco in fondo le scale. Non c'è caldo quaggiù. Gli ultimi gradini sotto i nostri piedi, e già si intravede il cielo azzurro sullo sfondo. Ed eccoci qua, erano giorni che ne parlavamo, non potevamo non venire qui, è quasi d'obbligo, ci eravamo detti. La Plaza de Toros. Ignari turisti non sufficientemente documentati.

Il sole rovente della splendida e regale Madrid, ci accoglie in questa famosissima piazza. Lo stadio si erge di fronte a noi imponente nella sua antica struttura, fatta di mattonelle rosse, qui è un continuo richiamo con il rosso. Giriamo intorno allo stadio, la biglietteria con delle splendide ragazze, offre i biglietti di diversa classificazione a seconda anche della posizione all'interno dello stadio, se all'ombra o al sole. Noi ignari, acquistiamo due biglietti n.46 e 47- baco 7-fila 11-premio 975 pesetas. Contenti dei nostri biglietti ci allontaniamo, è quasi l'ora di pranzo, alla corrida mancano ancora diverse ore.

Ci siamo allontanati a malincuore dalla "nostra" Plaza Major, il cuore di Madrid, un cuore che pulsa emozioni forti, intense, odori inebrianti, dove la notte diventa magica, con spettacoli d'artisti di strada, e gitani che ballano il flamenco.

Il sole è una spada infuocata che si posa sopra le nostre teste. Cerchiamo un posto all'ombra del maestoso stadio, costruito nel 1929 nell'era pre-franchista. A poco a poco arrivano i venditori ambulanti, ognuno ha il suo posto assegnato. Bancarelle dove vendono di tutto, caramelle, patatine, semenza, arachidi, bandierine, cartoline, gadget vari e ricordini. Nel giro di poche ore nell'enorme piazzale attorno lo stadio è tutto pronto. Circa un'ora prima aprono i cancelli, noi credendo di non trovare posto, entriamo.

Prima di entrare nell'arena, "il colorito" personale dello stadio ci indica dov'è l'entrata relativa al nostro biglietto, e ci accorgiamo di essere entrati allo stadio dalla parte sbagliata. Camminiamo per il lunghissimo corridoio circolare e sterrato dello stadio, puzza di terriccio e di sudore, assalgono le nostre narici, lunghe code ma non per entrare, ma come scopriamo dopo, per comprare i cuscini.

Il personale è autorizzato a condurre le personae al posto loro assegnato, così fanno con noi, e finalmente ci sediamo. Siamo dentro la famosa Arena, nella più antica Plaza de Toros del mondo.
Lo stadio nei suoi scomodi gradini di cemento, mi ricorda gli stadi di calcio degli anni settanta. Ci mordiamo le dita per non aver preso i cuscini. Sopra le gradinate di cemento, ci sono i palchetti coperti, e sopra ancora un'altra fila di palchetti. Al centro dell'arena c'è il palco reale, tutto dipinto di bianco.

L'ora è per le sei. Mancano cinque minuti all'inizio, e ci accorgiamo che lo stadio e mezzo vuoto, e se non fosse che quasi la totalità delle persone sono ammassate dove c'è l'ombra, lo stadio risulterebbe malinconicamente vacante. E oggi per giunta è domenica. Accanto a noi una miriade di occhi a mandorla, diversi tedeschi, ma soprattutto pochi, pochissimi spagnoli, di cui un gruppetto di mezza età seduti proprio dietro di noi.

Squillo di trombe, entrano gli attori, sfilano tutti i toreri, i banderillos, i picadores sui cavalli, con le loro micidiali lance, uno sventolio di mantelli rossi e fucsia, accolti festanti dalle trombe della banda, appostata sopra l'ingresso dei toreri.

Girano attorno allo stadio festante, noi ancora ignari di ciò che accadrà guardiamo contenti di tanto calore e colore. Un'uomo con un cartello fissato al centro dell'arena gira su se stesso, su di esso c'è scritto il peso del primo toro: 504 chili!

Silenzio dopo lo squillo delle trombe. Un grido si alza dalle gradinate dell'arena. Un'uomo sulla sessantina, grida ad alta voce:"ESA ES LA PRIMERA PLAZA DE TOROS DEL MUNDO"!

Aprono il cancello sta per entrare sua maestà. Il toro. Eccolo, entra di gran carriera, ma dopo un pò è come smarrito. I banderillos appostati dietro i muretti, lo chiamano, il toro incomincia a correre, a testa bassa, l'uomo si nasconde, ma lui non si ferma va dall'altro, ora è proprio sotto di noi, è maestoso, un'ammasso nero di carne e muscoli.
Ma ecco che all'improvviso sembra quasi volersene andare, ma poi ritorna su di un torero a gran valocità. Dopo diverse sfuriate sui toreri, squillo di trombe, entrano i picadores, i cavalieri con le loro lunghissime lance. Il toro vede l'animale e lo carica, il cavallo è protetto fino alle caviglie, il toro nel caricarlo riceve la sua prima punizione. Il picador dall'alto del suo cavallo centra il toro proprio sul dorso. E' la prima ferita. La festa continua. E tra le grida dei supersititi spagnoli che sono con noi, c'è quello di un'anziano che raccomanda e sfotte i giovani banderillos, con voce rauca e possente. I banderillos sono quattro, hanno tra le mani dei micidiali, e solo all'apparenza, innocui pugnali. Si mettono al centro dell'arena, chiamano il toro e poi con fare veloce e determinato, devono centrare l'animale sempre nello stesso punto dove viene colpito dai picadores, per poi fuggire all'istante, prima che il toro li infilzi. Nel momento in cui il toro si avvicina a noi ci accorgiamo che incomincia copiosamente a sanguinare. Ti guardo. Piangi. Non vorresti esserci. Io sono preso dallo spettacolo, mi sono fatto coinvolgere.

Entra finalmente il torero, E' lì al centro dell'arena. Il toro lo guarda sembra rispettarlo da avversario leale, lo aspetta. Incominciano gli olè. Lo svolazzare del mantello rosso, rosso sangue. Un continuo movimento, preciso, attento. Il toro ripetutamente lo sfiora, si gira lo carica, si ferma, lo guarda, sembra fissarlo. Ancora olè, e un'altro ancora, ancora sangue giù per il dorso del toro.

Ci accorgiamo che nel mantello nasconde la spada. Mi giro, le tue lacrime mi sembrano di sangue. Siamo al culmine. Si sentono i lamenti laceranti del povero toro, stordito da i quattro toreri che lo circondano svolazzandogli in continuazione sotto gli occhi i loro mantelli. Il torero è pronto per il colpo finale. Heeee! si sente gridare all'unisono. Centrato in pieno appena sopra la testa dalla lunga spada. Il toro stramazza al suolo in un ultimo straziante lamento. E tra le grida festanti dei pochi spagnoli ma soprattutto giapponesi.
Il torero infligge l'ultima umiliazione al povero toro. Il taglio dell'orecchio da donare alla bella amata. Entra un carrozza trainata da quattro cavalli, legano il toro e lo trascinano via, tra gli applausi della gente. E le tue lacrime.

Entra il secondo toro. Speriamo in una conclusione diversa. Abbiamo capito ormai, il toro è solo contro tutti. Il toro è al centro dell'arena, dopo aver già passato le tremende torture del suo predecessore ora è solo con il torero di turno. La gente grida olè, olè. E ancora sangue.

Il torero dà le spalle al toro per prendere gli applausi della gente. Il toro leale non ne approfitta, sembra seguire un copione già visto, Aspetta il suo destino. La morte. Entra la carrozza con i cavalli. E tu mi chiedi di andare via, i tuoi occhi sono rossi di lacrime e rabbia. Io ancora incosciamente resisto, forse mi illudo in un'altra soluzione, che il finale non sia tutto uguale. Povero illuso. E così il terzo, anche se un torero inciampando riceve una bella infilzata, niente di grave, ma almeno a te spunta un sorriso tra le lacrime. E così il quarto, il quinto, il sesto. Tutto uguale. Tutto già visto. La mattanza è finita. In silenzio usciamo, scendiamo i gradini. Sembrano macchiati di sangue.

Siamo fuori. La gente sfolla alla spicciolata, in silenzio. Una malinconia collettiva sembra essersi impossessata della gente. Non ci guardiamo. Occhi bassi. Un forte senso di colpa, per quanto abbiamo assistito, ci impedisce di guardarci negli occhi. Un silenzio irreale avvolge il cielo all'imbrunire. E'calato il sole, il sole di Spagna, dietro uno scenario di sangue.

E' notte ormai nel nostro albergo, abbiamo ancora nelle orecchie i lamenti laceranti dei tori moribondi, e gli olè della gente. Olè e ancora olè. E ancora sangue.