Mauro Monteverdi nato a Palermo, classe '64.
Professione impiegato.
Mi sono avvicinato alla scrittura un pò tardi, scoprendo un modo nuovo anche per affrontare le
situazioni che la vita mi mette davanti, uso la scrittura come terapia, il mio scrivere è essenzialemnte istintivo,
ho scritto anche un paio di soggetti per un cortometraggio ed un lungometraggio,poesie in vernacolo siciliano.
E' sera. Silenzio.
Sguardi fugaci.
Bisbigli mezze frasi
i piccoli non devono capire.
Umori ed emozioni
si rincorrono per le stanze.
La cucina senza odori
mesta al buio tace.
Pigiama
piedi scalzi
freddo sotto i piedi
rimproveri
a letto presto
è maggio
ma fa ancora freddo.
Assenza
distacco
lontananza
parole che ancora non comprendo.
E poi il sonno
all'improvviso mi chiude gli occhi.
E' la notte
quella piu' lunga
per chi la vive
la stessa
per chi non sa.
La notte del non ritorno
del distacco
del lungo viaggio
l'addio senza avviso.
E nel sonno
ti cerco
ti chiamo
ma non rispondi.
Già sei andato
con il vestito più bello
senza valigia
senza incombenze
senza speranze
senza sogni
senza di me.
La mattina.
Non la solita mattina
quella senza i soliti odori
senza i cani che abbaiano
senza caffè per te
senza latte e biscotti per me.
Il sole ancora si nasconde
la luce entra
sembra speranza
ma è vana.
Mi hanno svegliato
mi dicono che mi vuoi vedere
forse non sei ancora andato via.
Nove anni nove passi
mi dividono dalla tua stanza
sono dentro ormai
il cuore è pieno di fervore
ma sei immobile
dentro il tuo bel vestito marrone
con la cravatta più bella
quella di seta
un sorriso lieve sul tuo volto
come una carezza
la liberazione dal male
che ti ha portato via.
Piango
ti chiamo
ti supplico
ma tu sei già in viaggio
un viaggio senza ritorno.
"A mio padre" 07.06.2002
Mi svegliai, la stanza era avvolta da una luce chiara intensa, come la prima luce del mattino.
Mi alzai, non mi rendevo conto di quanto avessi dormito, ero convinto che fosse mattino, uscii dalla stanza e,
dopo aver notato che in casa non c'era nessuno, mi incamminai lungo il corridoio con la stessa luce del risveglio.
Arrivai in fondo alla finestra spostai le tende ed un sole immenso stava lentamente tramontando dietro la collina di fronte
a me, solo allora mi ricordai che avevo dormito un'intero pomeriggio e che giorni addietro sofrii maledettamente per un
molare precocemente cariato, cercando conforto un po da tutti, anche dai cani dik e sirena, due pastori tedeschi compagni
di giochi e fedeli guardiani.
Mentre ammiravo quell'immenso sole di primavera scomparire, dalla stradina di fronte casa passò paola con la bici, fresca
e bella come sempre, mi salutò mandandomi un bacio ed io risposi con un timido sorriso.
Tutto sembrava come in un sogno, l'aria, la luce, il sonno ancora in agguato nei miei occhi.
Erano giorni quelli dove tutto era sospeso a qualcosa di invisibile, di impercettibile, qualcosa che ancora non capivo,
e vivevo con la mia spensieratezza dei nove anni, tra campi di girasoli,stradine sterrate di campagna, e rovi di more,
dove io, mio fratello e mia cugina ci fermavamo a farne incetta.
Girasoli altissimi, campi di grano, le dolci colline, i mattini con i suoi silenzi e profumi, il nonno
con le sue bestemmie, la mamma con le sue raccomandazioni, i dolci della nonna, i litigi con mia cugina,
le notti con gli ululati dei cani ed il vento tra gli alberi. Quel piccolo pezzo d'umbria era la mia prima infanzia.
Da quella finestra rividi attimi di vita di tutti i giorni, i soliti movimenti. Poi tutto cambiava. Vedevo scorrere
tutto lentamente in un modo innaturale, le facce diventavano tese, gli sguardi fugaci e silenziosi, un continuo andirivieni
di gente, tra giochi d'ombre del sole fra le nuvole ancora minacciose di quell'inizio maggio '73.
Mi vennero in mente numerosi astanti, facce che non avevo mai visto prima, divise grige tra abiti civili, ed una vecchietta
ricurva dal lavoro dei campi che io in quei giorni andavo a trovare. Il ricordo si fece più chiaro, come la luce attorno a me.
Entrai nella camera accanto con la finestra che dava sull'orto, ed accanto alla siepe vicino l'aia e sotto il nido
delle tortore, stavano sedute mia madre, mia nonna e mia zia.
Osservai la scena attentamente. Mia nonna guardava verso i campi di fronte a lei, lo sguardo perso nel vuoto, in
un punto indefinito, dove non avrei potuto mai raggiungerla. Mia zia leggeva attentamente. Mia madre con il capo
chino lavorava a maglia, sicuramente sarebbe stato un'indumento per me o per i miei fratelli. Ma quella posizione
mi ricordò che la vita si era fermata nei giorni addietro.
Mia madre seduta accanto al corpo senza vita di mio padre, in silenzio, un lungo ed ininterrotto pianto di dolore,
dignitose lacrime che le solcavano il viso ancora giovane. Mi accorsi che erano vestite a lutto, ma il suo dolore era
dentro e si leggeva dagli occhi. La chiamai, ed un sorriso schiarì il suo volto ed illuminò i miei occhi.
E quannu sciùscia ù maistrali
si viri ù mari incrispari,
arrifrisca n'anticchia
e luntanu, luntanu, si senti cantari,
comu nà litania rì vuci bianchi
cà i picciriddi fà arrùspigghiari
rì sta bonaccia r' aùstu infirnali.
All' impruvvisu arrivanu a migliaia
assicutannusi unu cù n' avutru,
s' affannanu pà amùri r' arrivari
e ri mòriri senza nènti capiri,
supra lì scogghi si virinu svaniri
i poveri palummeddi rì mari.
LE COLOMBELLE DEL MARE
E quando soffia il maestrale
si vede il mare incresparsi,
rinfresca un pò
e lontano, lontano, si sente cantare,
come una lìtania di voci bianche
che i bambini fà svegliare
da questa bonaccia d' agosto infernale.
Da lontano arrivano a migliaia
inseguendosi l'uno con l'altro,
si affannano per amore di arrivare
e di morire senza capire il perchè,
sopra li scogli si vedono svanire
le povere colombelle di mare.
Spiaggia solitaria al tramonto colombaia a cielo aperto, un gabbiano ferito si aggira confuso, è costretto a migrare con parabole incerte sopra uno scoglio lontano. Sembra essersi smarrito. Di fronte a noi l'orizzonte assente, la città sparita dietro un cielo opaco. Il Pellegrino, naturale e nobile bastione di roccia nuda e macchia mediterranea, sembra proteggerci dalle nostre ancestrali paure, anch'esso appare stanco di tanta arsura, sembra sfinito, adagiato su se stesso. Tutto è avvolto di grigio, impenetrabile cortina di calura nasconde, giocando al ricordo, di antiche estati roventi, di luce e nitidi orizzonti, quando era roccia anche la fede ora incerta, come questo cielo stinto.
E nell'aria sento la voce dei tuoi occhi,
quel verdeggiare in onde che mi trasportano
nell'andirivieni del tuo mare dentro.
Quel battito di ciglia che scuote il desiderio,
avviluppato dai tuoi sensi perdo la ragione,
sedotto dal tuo moto, sento lo sciabordìo del sangue nelle vene.
La tua pelle ha riflessi di luce ambrata,
il colore della paglia bruna,
e l'odore intenso di terra umida.
C'è burrasca sotto la tua pelle,
io, in balia come una barca senza remi
infine naufrago sulla tua isola.
Siamo terra e fuoco,
vento e acqua,
inferno e paradiso.
Due fratelli, Vincenzo e Michele divisi da dieci anni d'età,
vivono in una borgata della periferia di Palermo. La famiglia
vive di un solo reddito quello del padre, pensionato muratore
che, nel periodo del sacco di Palermo, ha lavorato senza solu-
zione di continuità con una famiglia già sulle spalle da man-
tenere, il piccolo Vincenzo che cresceva, e le esigenze della
famiglia che aumentavano, accettava, come era d'uso diffuso
in quel periodo, di lavorare in nero, senza alcun diritto ricono-
sciuto, malattia, ferie, sistemi di sicurezza inesistenti,
senza alcuna regola. Ormai da anni in pensione e malato
invalido, per via di numerose fratture frutto di altrettanti
incidenti sul lavoro, assiste impotente all'evoluzione della
sua famiglia. La moglie, a sua insaputa, una volta la settimana,
con la scusa di andare a trovare sua madre, lavora a servizio,
per arrotondare l'esigua pensione d’invalidità.
Vincenzo, 24 anni lavora facendo diversi lavoretti
saltuari, è un ottimo meccanico, ma ha lasciato l'officina
per uno screzio con il principale. Di carattere difficile, aveva
delle discrete qualità a scuola, ma per via di una sempre più
accentuata idiosincrasia per le istituzioni e tutto ciò che è
Stato, lo hanno portato ad abbandonare la scuola e ad avere
sempre dei problemi sul lavoro con i padroni, non volendo
accettare determinate situazioni che già aveva vissuto
tramite suo padre. Michele è appena adolescente, va a scuola
e promette bene, ed ha una grande passione; il calcio, è una
promessa ed è già negli allievi del Palermo calcio. Da quando
Vincenzo ha lasciato l'officina, si vede sempre meno in giro.
Gli scontri verbali con suo padre ormai sono all'ordine del
giorno e sempre più violenti. Scontri generazionali, dove
l'uno gli ricorda all'altro che alla sua età già manteneva
la famiglia e lavorava come uno schiavo, l'altro che non vuole
assolutamente fare la fine di suo padre. Il disagio di Vincenzo
era via via maturato nel corso degli anni, vedendo il padre
ammalarsi, invecchiare precocemente, nella totale indifferen-
di chi, per primo lo stato, doveva proteggere dalle ingiustizie
dei padroni. Una ribellione inversa, cresce sempre più forte in lui,
già da tempo vicino ad ambienti mafiosi, finisce per assoggettarvi.
Per diversi giorni sparisce dalla circolazione, salvo poi farsi
vivo senza preavviso, con una moto nuova fiammante, e vestiti
alla moda. Gli scontri con il padre sono sempre più frequenti,
capendo che il figlio abbia ormai preso una strada senza uscita.
Avviene uno scontro molto duro dove il padre, per le conseguenze
della discussione, ha un malore, è un sintomo della malattia che
nel giro di pochi mesi lo porterà alla morte. La madre accetta suo
malgrado i soldi che Vincenzo gli porta dalle sue improvvise assenze,
che gli permettono di sistemare tante situazioni economiche
createsi nel tempo. All'inizio del 1982 il padre muore, confidando
alla moglie il dispiacere di non poter vedere un giorno il figlio
Michele calciatore, e Vincenzo con il suo lavoro da bravo operaio,
serio e rispettoso, come era stato lui per una vita. Dopo la morte
del padre, Vincenzo sparisce di nuovo, è una vera e propria
latitanza, salvo un giorno apparire al campo di allenamento del
fratello che lo vede correre e palleggiare a sua insaputa.
A casa gli è vietato andare, ma fa arrivare tramite persone
fidate i soldi alla madre che le permettono di eliminare tutti
i debiti accumulati dalla famiglia. A Palermo intanto è iniziata
la guerra di mafia. Michele, sedicenne, è più di una promessa,
tanto che alcune società del nord lo vorrebbero, ma non se la
sente di lasciare sola su madre. Vincenzo sempre più di rado
si fa vedere, e sempre tramite persone di fiducia fa pervenire
alla madre ed al fratello un mazzo di chiavi di una appartamento
nuovo, molto più grande dell'alloggio popolare dove hanno sempre
abitato. Nel quartiere, Vincenzo è un fantasma, si sussurra, si sospetta,
ma nessuno osa dire chiaramente la parola Killer. Un soldato alla guerra
nel tempo di pace. Le voci arrivano al fratello, che nel frattempo,
ha soli diciotto anni, ha debuttato nella prima squadra. Tranne
qualche dirigente, nella sua squadra nessuno sa di suo fratello,
ma sa benissimo che non durerà molto, ed in qualche modo verrà
tutto fuori. Vincenzo nella fase più cruenta della guerra di mafia,
è rimasto latitante per quasi un'anno, la guerra di mafia è ormai
giunta alla fine, gli equilibri si sono assestati, ma un soldato
rimane sempre un soldato, ed aspetta nuovi ordini, nascosto
in appartamenti sicuri. Michele chiede più insistentemente
alla madre di suo fratello, da dove vengano tutti quei soldi,
l'appartamento, ed i mobili costosi comprati dalla madre.
La madre, sentendo le voci nel quartiere, ha sempre cercato
di non credere a quello che si dice del figlio, ma davanti a
Michele, dopo una drammatica discussione cede tra le lacrime,
Michele, pur avendo una lettera tra le mani di una grossa società
del nord che vorrebbe ingaggiarlo, la strappa, rassicurandola
che non l'avrebbe lasciata sola. Intanto è diventato un
titolare inamovibile della sua squadra, fa gola a molte
squadre, ed è già nella nazionale under 21. Intanto a
Palermo è iniziato l'attacco più cruento della mafia allo
stato. Vincenzo ormai è latitante ma non ricercato,
gli investigatori sospettano poco e nulla sul suo conto, è un soldato, un
fantasma che appare nel momento giusto al posto giusto
per un esecuzione per poi ritornare ad eclissarsi, e nussun
pentito ha fatto mai il suo nome. Ha sulle spalle oltre quaranta
omicidi e altrettanti partecipazioni ad attentati. Michele
in due campionati di serie B ha realizzato trenta reti.
Ma la serie A non arriva in nessuno dei due campionati,
e malgrado le offerte che piovono da tutte le parti, da Palermo
non si muove, soprattutto ora che la madre è malata, ed
alla fine dell'89 muore. Vincenzo ai funerali non può presenziare
perchè latitante, e gli inquirenti cominciano ad avere in mano
più di un sospetto, qualcuno ha fatto il suo nome.
Non può mettersi in contatto personalmente con
suo fratello, ma fa pervenire una busta con una breve missiva
due righe dove esprime il suo dolore per la madre
e l'impossibilità di vederla per l'ultima volta, e il rammarico
di non poter vedere lui e poterlo abbracciare, ma che comunque,
segue molto da vicino le sue gesta calcistiche. Michele strappa
la lettera. Ora è solo in quella casa che non sente sua, e, con
i suoi guadagni compra e ristruttura la vecchia casa dove sono
cresciuti insieme ai suoi. Michele completa il suo terzo campionato,
è letteralmente esploso e festeggia la sua cinquantesima rete
in tre anni. Vincenzo, nel rispetto del suo carattere poco incline
al comando, non accetta una promozione sul campo, ma preferisce
rimanere un soldato ed è pronto ad una nuova azione, l'ennesima
esecuzione. Michele accetta il trasferimento in un grande club
del nord, che a venticinque anni può aprirgli la strada per la nazionale.
Vincenzo apprende dai giornali. Dalle solite persone
Fidate gli dice che vuole incontrarlo, ma lui rifiuta, e fa
pervenire a lui una missiva. Vincenzo legge la lettera. Ne rimane
colpito. Si apre una breccia nel suo animo, ma continua
nella sua strada, da latitante sicuro nella sua città libero
sempre di muoversi, ma di non avvicinarsi mai troppo a suo
fratello. Le donne nella sua vita sono una apparizione fugace,
ne ha avute molte ma non si è mai legato con nessuna. Michele
da circa tre anni, sta con una ragazza e sperano di sposarsi al
più presto, sa della vita di suo fratello perchè lui gliene ha parlato
sempre.
Anni 90"
Michele è a Milano da due anni, ha disputato due campionati,
ed alla fine del secondo anno è arrivata la convocazione in
nazionale, a ventotto anni è il traguardo di una vita da calciatore.
Terrà una festa in casa sua dove festeggerà con alcuni
compagni ed amici, tra cui qualcuno salito apposta da Palermo.
Durante la festa, Michele rivede alcuni amici del quartiere che
non vedeva da anni, ma non si insospettisce più di tanto, e
viene condotto con una scusa in una delle stanze,
dove ad attenderlo troverà suo fratello Vincenzo. L'incontro è
carico di tensione, il silenzio viene rotto da Vincenzo che si
complimenta per la convocazione in nazionale, ricordandogli
di averlo seguito sempre, fin da ragazzo, e di ricordarsi
tutti i suoi gol, e quelli più importanti, ma Michele lo interrompe
bruscamente, ricordandogli se aveva letto la lettera e se avesse
preso o meno la decisione. Ripiomba il silenzio, ma non dura molto,
Michele esce dalla stanza, senza prima avergli detto di aspettare
una decisione importante. Vincenzo esce dalla casa come un
fantasma come ne è entrato, Michele si accorge che
anche alcuni suoi amici di infanzia non ci sono più.
Stragi del 92"
A Palermo tra il Maggio ed il luglio di quell'anno avviene
l'attacco più cruento del potere mafioso.
Michele raggiunge Palermo alla fine del suo terzo campionato
in serie A ci sono dei parenti da andare a trovare, ovviamente
è molto conosciuto e non mancano attestati d'affetto
da parte non solo dei parenti ma anche della gente comune.
Lui vive alla luce del sole. Vincenzo no, vive sempre più
nell'ombra, ora che il livello d'azione si è alzato notevolmente,
non hanno più bisogno dei soldati, si sente escluso,
ormai è sostituito dal tritolo, ora per lo scopo possono
ammazzare anche gente innocente, sventrare autostrade,
far saltare in aria palazzi, ammazzare chiunque pur di
raggiungere l'obbiettivo. Prima ancora delle
stragi cominciava a balenargli in testa questa decisione,
troppi rimorsi, troppi morti sulla coscienza, ed un fratello
da riabbracciare, forse, si chiedeva, era ancora in tempo.
Verso la fine dello stesso anno, si presenta alla Questura
di Palermo chiedendo di parlare direttamente con il questore.
Si presenta con documenti falsi, un'identità fittizia, una
delle tante fornitagli dall'organizzazione , nei tanti anni trascorsi
a nascondersi e prepararsi per gli attentati.
Lui non si proclama pentito ma semplicemente dissociato,
e una mossa per garantire il fratello da possibili ritorsioni,
ma anche perchè non accetta nessun aiuto dallo stato ne
tantomeno protezione dallo stesso stato in cui lui non ha
mai creduto. Il suo pentimento lo porta dentro di se.
Gli inquirenti, venendo a conoscenza della sua vera identità,
cercano di convincerlo a pentirsi per poter tutelare meglio
suo fratello con lo scandalo e le difficoltà che potrebbe
creargli ormai stimato ed ammirato calciatore, ma se fornisse
fatti e circostanze, e soprattutto nomi e cognomi
saprebbero come tutelare suo fratello.
Ma lui non cede. si dichiara solo ed esclusivamente dissociato.
Le autorità competenti, vista la parentela con il famoso
calciatore, evitano il diffondere della notizia prevedendo
l’esplosione mediatica che ne scaturirebbe, e dà alla stampa
un nominativo falso. Non essendo un boss, ne tantomeno di rango,
non fa in se molta notizia, ma nelle conoscenze più strette
e nel Quartiere dove i due fratelli sono cresciuti la notizia
arriva subito, ma è di quelle notizie che passano sussurandosi
di bocca in bocca senza sentimento, ormai i tempi sono cambiati,
i ventenni degli anni "70 sono diventati adulti, hanno figli che
vanno a scuola e che fin dalle scuole elementari, hanno
manifestato contro la mafia. Nel quartiere si respira un'aria
diversa, c'è più coscienza.
Passa ancora un'altro anno, Vincenzo è rinchiuso in un
carcere di massima sicurezza, non ha detto molto di quello
che sa, si è addossato solo di una decina di omicidi quelli più
ecclatanti, nel nome di un falso ideale, di ribellione verso
uno stato ritenuto da lui assente e da combattere
nella sua terra.
Ovviamente Michele viene messo al corrente della decisione
di suo fratello, ma non l'ho ritiene soddisfacente. Tramite
canali segreti fa pervenire a suo fratello una lettera.
Vincenzo la legge. Michele gli dice di essere contento che
lui abbia preso questa decisione, seppur in ritardo, ma
deve fare assolutamente un altro passo in avanti, saltare
completamente a piedi pari dalla parte della legalità,
riconoscere lo stato, seppure con le sue storture, come
unico e massimo riferimento di giustizia e legalità. ricordandogli
di aver vissuto, anche se in periodi diversi, nella stessa casa,
nella stessa famiglia, lo stesso quartiere, che si ritiene
fortunato delle doti avute, ma comunque le ha sudate e
conquistate con fatica, del grande sforzo interiore,
e mal celato, di accettare un fratello che si diceva in giro
fosse un killer di mafia, un fratello che non l'ha mai avuto
al suo fianco quando credeva di non farcela, e che adesso
era arrivato il momento di recuperare il tempo perso.
Nomi e Cognomi. Doveva fare Nomi e Cognomi di tutti
quelli da lui uccisi, solo così avrebbe potuto saldare il debito
con la sua coscienza, e con il proprio nome e cognome
firmare le carte della confessione, anche a costo di rischiare
la carriera e la vita per lui.
Vincenzo nella sua mente, è in un punto di non ritorno, per
giorni rifiuta il cibo, per un po di tempo prende in seria
considerazione di togliersi la vita. Come estremo ratio a
salvaguardia del fratello, A Michele arriva la convocazione
per i prossimi mondiali, i suoi primi mondiali. La lista dei
convocati appare in tv e Vincenzo legge il nome e
cognome di suo fratello. E si ricorda della lettera.
Vincenzo dopo un ricovero per debilitazione organica,
prende la decisione che gli ha chiesto suo fratello Michele.
Siamo a pochi giorni dal ritiro della nazionale per i mondiali.
Michele sa della notizia tramite il suo legale. Pochi giorni
dopo la sua confessione i giornali riportano la notizia con
nome e cognome di quaranta omicidi diretti, e altri coinvolgimenti
indiretti di cui alcuni eccellenti avvenuti nel periodo della guerra
di mafia 70/80.
Scatta l'allontanamento dal carcere in un altro super carcere,
e di conseguenza la protezione dei familiari tra cui suo fratello
Michele. I giornali ora che hanno avuto il via libera dalle istituzioni,
si lasciano andare al solito sciacallaggio giornalistico, del resto
la notizia fa gola. Un campione affermato del calcio ha un fratello
killer di mafia con più di quaranta omicidi sulla coscienza,
inventando storie assurde sulla famiglia dei due fratelli,
il padre ritenuto vecchio boss del quartiere, e tante altre
storielle ,come chissà quali raccomandazioni abbia avuto
Michele per entrare nel mondo del calcio, e tante altre strane
e ingiuriose storie, quello che prima era solo velatamente
sospettato, ora era chiaro e lampante, con nome e cognome
del protagonista e dei suoi atti criminali, accumunando
anche Michele ormai famoso per le sue gesta sportive.
Ma Michele pubblicamente rifiuta la protezione dello stato
perchè ritiene che lo stato, a cui lui ha creduto fermamente,
cosi come suo padre, deve garantire chi, come suo fratello,
seppure in ritardo, ha deciso di passare dalla sua parte, lui
non ha nulla da temere e pubblicamente dichiara di essere
orgoglioso della decisione di suo fratello.
Alla fine del mondiale dove risulterà tra i più forti giocatori
di quella edizione, Michele si incontra con suo fratello
Vincenzo in una località segreta, il processo mediatico scaturito
dalle confessioni di Vincenzo è finito, i due possono cominciare
un rapporto mai nato.
OCCHI CA FIRRIANU VELOCI
CA TI TALIANU SGRANATI
OCCHI VIRDI E GRANNI
OCCHI RI NOVANT'ANNI.
COME N'ACIEDDUZZU, NICO NICO
ASSITTATA N'TA NA SEGGIA
U CORPU FERITU RA MALATIA,
MA L'OCCHI SUNNU U SPECCHIU RI L'ARMA.
SI VIRI A SOFFERENZA,
I RULURI
I GIOIE
E L'OCCHI CHINI RI LACRIMI
PI UN FIGGHIU CON C'E' CCHIU'.
S'ADDUMANO LUCCICANTI
PUI LI RICORDI RI PICCIRIDDA,
TRA LI VRAZZA RI TO PATRI,
ERI NA REGINA.
ORA SI COMU N'ACIEDDUZZU
RINTRA NA AGGIA
SUPRA NU TRESPULU,
C'ON CANTA CCHIU'!
CU UN FILU RI VUCI
MI PARRI E TI RACCUNTI
RI TO ANNI RI GIOVENTU',
VULATI VIA TRA A GUERRA
E NOVI FIGGHI.
ORA PARI NA CANNILA
CA LENTA LENTA S'ASTUTA,
MA L'OCCHI SU VIVI,
HANNU A LUCI RA TO TERRA.
Assittata supra sta seggia
addiventavu invisibile
mi passanu ri r' avanti
e re comu su n'ci fussi.
A me pedde e sicca e ruvida
appiccicata na ste quattro ossa
ai picciriddi fazzu scantari
mi talianu, e currunu via chiancennu.
Ma quannu ero giovane
ero bedda, biunna
pedde ri luna,
occhi virdi, beddizza rara.
Stidda lucente
brillava pure ri jornu,
stidda in funnu u mari
pi l'occhi ca sannu taliare.
E ri lu mari arrivò un piscaturi
forte e curaggiosu
m' afferrò cu le so mani granni e forti
e ne so riti s'imprigionò u me cori.
U pensu supra la varca
cu la lenza tra li mani
i riti chini ri li beni ri Dio
o i bestemmie pi li Santi.
Ora li mi anni li passu assittata
e ra finestra taliu u mari,
e arripensu u piscaturi
ca mi vinni ad amari.
La salita era ripida. Maledettamente ripida. Al termine di essa
si arrivava sempre con un nodo in gola, sia che si faceva a piedi,
sia in macchina. Sembrava un'espiazione ai nostri peccati.
Il cancello di ferro semi aperto era lì, davanti a noi, Il mondo
dei morti ci attendeva nel nostro viaggio quotidiano. Accanto
a circa quattro passi, c'era la fontanella. L'unica fonte di vita
di quel luogo.
La cappella stretta era il nostro luogo di preghiera e di lacrime.
Un bacio alla foto, ricordi che si rincorrono in una giostra di
emozioni e di rimpianti. Troppo giovane per morire in un giorno
di maggio, troppo poco è il tempo che è passato dall'ultimo bacio.
Conto solo nove anni della mia vita, ed ancora non ho capito cos'è
la morte. Forse è un viaggio, dove si sa quando si parte, ma non si
sa quando si torna. Forse è un sogno, dove non ci si sveglia mai.
Forse domani tornerai. Forse. Forse mai.Fuori dalla buia cappella,
c'era un balconcino che dava sulla campagna sottostante. Eravamo nel punto più
alto del paese.In fondo si vedeva il lago, il Trasimeno. Le case mi sembravano
finte talmente erano piccole ai miei occhi. Cercavo la casa dei nonni. Eccola lì,
un puntino bianco nell'immenso mare verde della campagna Umbra. E da lì immaginavo
la vita di tutti i giorni dentro la casa. Il nonno al lavoro tra i campi, la nonna
in cucina a preparare il pranzo, mia cugina nella sua camera a giocare con le bambole, mio fratello
con il vecchio motore del nonno, i cani che si rincorrono, mentre il
più piccolo dei mei fratelli era qui con noi che teneva la mano di
mia madre. Aveva solo tre anni. I fiori, colorati profumati, simbolo
d'amore. Eterno amore. Bisognava cambiare l'acqua nelle brocche
portafiori.
E' lì, alla fontanella, mentre scorreva l'acqua, osservavo mia madre
nei suoi movimenti. Tutto l'amore possibile, racchiuso in semplici gesti.
Con cura sciacquava dapprima le brocche, e poi tagliava gli steli ai fiori.
Schizzi d'acqua bagnavano tutto intorno. L'espressione di chi ancora non si
rassegna alla realtà. Sembrava incantata a guardare quel filo d'acqua che
scendeva, irregolare, dalla fontanella. Ma nella sua mente scorreva tutta
la sua vita fino a quel giorno di maggio. Troppo giovane per rimanere sola.
Troppe le lacrime versate. Pochi gli anni felici.Per me era l'unico, innocente
divertimento quando si andava al cimitero.Così gli riempivo d'acqua il resto
delle brocche delle tombe degli altri parenti presenti nella cappella. Schizzi
d'acqua impazziti mi bagnavano le scarpe, mio padre da lassù, dove dicevano
che era andato, avrebbe riso nel vedermi.
La fontanella. E sullo sfondo i colori della campagna, spruzzate di
giallo di girasoli tra sfumature di verde, un gioco cromatico che si
specchiava a valle sul grande lago, grigio ed immobile, pescatori
all'impiedi sulle barche. Come un quadro di Monet.
Il canto dei passeri, distese di ulivi, tortuosi sentieri di campagna,
dove mi perdevo con la bici negli assolati pomeriggi, tra pini
e maestose querce all'ombra delle quali mi fermavo a riprendere
fiato, e poi abeti, castagni e con gli immancabili cipressi tutti intorno
Il silenzio l'unico vero padrone. La fontanella, l'unica fonte di vita,
di movimento, di allegria, in un luogo di assenza, di morte.
Gelida scorreva anche se a primavera. Ma era acqua che serviva
non solo per i fiori dei defunti.
Era la vita che scorreva ancora tra i giorni senza di lui.
Dopo tanti anni il ricordo di quella notte è ancora presente nella sua vita,è stata davvero una
notte magica, unica, raccontava ad un' amico, che mai più si potrebbe ripetere. Aveva addirittura
pensato, complice il tempo che era passato, che non fosse mai successo, frutto di un sogno, come
quando non si vuol credere che qualcosa di profondamente bello possa accadere.
Il treno era lì, binario unico di una piccola stazione di provincia. Veniva da Vienna, si fermò
cinque minuti a raccogliere l'unica anima vivente con un biglietto di ritorno nelle mani, una
valigia con poche cose, e i resti di giorni vuoti e freddi. Aveva l'imbarazzo della scelta, scelse
uno scompartimento a caso, forse il meno sporco, si sedette come al solito vicino al finestrino,
una pacca sulla spalla dall'amico che lo aveva accompagnato, e il treno si mosse lentamente scorrendo
via via tutte le luci della piccola stazione, ritrovandosi ben presto nel buio della notte. Era quello
che voleva, ormai da un pò di tempo la sua vita era radicalmente cambiata. Si sentiva solo, perchè era
solo dentro, non riusciva a distaccarsi da tutto quello che gli era successo poche settimane prima,
pensava solo a quel giorno, quel maledetto giorno in cui lei prese sua figlia e la portò via da lui. La cosa
che più gli faceva male, e che si sentiva responsabile, perchè spinta da lui ad andarsene, da tutta
una situazione che negli ultimi mesi era diventata pesante, dove il silenzio, i rancori, e qualcos'altro che ancora gli sfuggiva
aveva finito per creare una convivenza insostenibile. Si era irrimediabilmente addossato tutte le
colpe di quel matrimonio ormai fallito.
Passarono un paio d'ore, e fumate alcune sigarette, sapeva benissimo che non avrebbe chiuso occhio
quella notte, così come tante altre negli ultimi tempi, il treno non lo faceva mai dormire, tra
luci di gruppi di case che spuntavano
improvvisi come lampi nella notte, e i pensieri che si rincorrevano più veloci che mai. Provò a
farsi trasportare dallo sferragliare del treno, che da un pò di tempo aveva preso a correre più velocemente, evitando di pensare al recente
passato. Ci riuscì per poco, e lì, vennero a galla i ricordi più belli, il sorriso unico e dolce
di sua figlia, gli amici, i viaggi, ma un'improvvisa frenata lo fece tornare alla realtà. Nel frattempo
erano saliti alcuni passeggeri, chi avrebbe
mai viaggiato per il diciassette di agosto, si chiese, dove praticamente tutti erano al mare,
infatti salirono pochissime persone, tra cui una coppietta, e dietro loro una ragazza bruna,
alta. Lo scompartimento era al buio, per volere
di tutti, tutti avvertivano l'esigenza di dormire, ma nessuno ci riusciva. Dopo alcuni minuti
la coppietta si accorse che c'erano degli scompartimenti vuoti e pensarono bene di uscire, restarono
soli, lei stava esattamente seduta di fronte, anche lei amava guardare fuori, e dopo un'iniziale imbarazzo, si parlarono.
Era salita a Bologna, era diretta a Reggio Calabria, con il suo carico di paure ed angosce che ben
presto gli confidò, così, come si affidano i propri ricordi alle persone più care, sentirono un'esigenza
unìsona di liberarsi di tutto ciò che li opprimeva, complice il buio. Ogni tanto delle luci illuminavano i
volti, scorgendo appena i lineamenti, ma nessuno dei due avvertiva l'esigenza di guardare l'altro per cercare
di vedere come fosse fatto, non interessava la fisicità, ma le loro anime, gridavano aiuto, e le ascoltarono.
A Reggio l'aspettava il tribunale dei minori, il quale aveva affidato il figlio ai nonni, e sperava di riaverlo, in tutto ciò c'era la sua tormentata storia d'amore con un'uomo d bologna, il padre del bambino, di buona famiglia, ma con il vizio della cocaina, che si era dovuta vendere i mobili di casa per far fronte ai debiti per colpa del suo vizio, e a poco a poco, lei ed il lorofiglio, si erano allontanati da lui, ed in mezzo tanti altri casini e per ultimo,
il tribunale, che gli aveva tolto il figlio, ma ripeteva sempre che in fondo lo amava, perchè era buono e gli avrebbe dato un'altra possibilità, malgrado gliene avesse già dato in passato.
Lui, con un'iniziale distacco, raccontò che era andato via per qualche giorno da una situazione dove non riusciva a trovare una via d'uscita, dove gli sembrava di impazzire. Si lasciò andare. Al buio dello scompartimento, di fronte ad una donna sconosciuta liberò le sue angosce e le sue paure, che chiudeva ermeticamente dentro di sè come un peccato incoffesabile, come
una colpa incaccellabile. Gli disse che i suoi nervi lo avevano tradito, la situazione gli era sfuggita di mano senza rendersene conto, non avrebbe mai creduto di dire questo ad una donna, eppure ci riuscì. Ci fù un'inziale pausa, uno strano silenzio, un silenzio dopo qualcosa di compiuto, e, nello stesso tempo, di qualcosa che doveva ancora accadere. Tutte e due avevano parlato di sè con il cuore in mano, senza scuse, senza troppi raggiri, e senza incredibilmente, quel dolore che li aveva portati su
quel treno, e che dopo sarebbe ritornato inesorabilmente con la vita di tutti i giorni.
Lei capìì con l'intutito di una donna, e gli disse che non c'era niente di peggio in
una coppia quando uno rema contro, allontandosi veramente e lasciando solo chi ti sta
accanto. "La coppia si fà in due" gli disse, quindi, lo aveva ammonito, di non addossarsi
tutte le colpe, e di cercare se poteva, con calma, di capire cosa voleva, e soprattutto cosa
valeva di più veramente per lui. In quel momento gli venne in mente solo la sua piccola che
aveva lasciato lontano dai suoi occhi, e dai suoi occhi, si disse, doveva ricomincare.
Si sentì sollevato, quella misteriosa ragazza aveva capito tutto, lo colpì la serenita di giudizio,
aveva passato situazioni penose, ma la forza e l'amore che aveva dentro, e per quell'uomo, se lo sognava tutto per sè.
E le ore passavano. Del controllore nessuna traccia. Più passava il tempo, più il tempo stesso non esisteva,
era come se il treno fluttuasse in un'altra dimensione, rapito da due anime in cerca dello stesso sogno. Non c'erano
più stazioni, nè persone, la notte era il luogo, il buio il loro complice.
La conversazione, una volta liberatosi dalle angherie, si inoltrò in percorsi più leggeri ma non per questo meno interessanti, e il modo diventava sempre più confidenziale, era come se, disinfettate le proprie ferite, incosciamente
si sentivano più vicini. Il male comune era stato ormai liberato da catene invisibili. I sobbalzi improvvisi gli fecero ricordare che erano ancora sul treno. Sentì il bisogno di fumare una sigaretta, gli chiese se ciò gli avrebbe dato fastidio, lo fece fare, e a sua volta le offrì una sigaretta, dapprima lei rifiutò, poi, ripensandoci accettò, confidandogli che aveva smesso da parecchio tempo, lui invece, aveva ripreso da poco, aveva resistito ai giorni che gli erano piovuti addosso, e in un giorno più bastardo degli altri, aveva
ripreso. Nei bagliori di luce delle sigarette, i volti giocavano a scoprirsi. Fumare era un'altro modo per avvcinarsi ancora di più. Lei gli confidò ridendo, che in verità non aveva mai fumato, lui aveva intuito, ed aveva accettato perchè gli disse che fino a poco prima si erano detto di tutto confidandosi reciprocamente, e accettando la sigaretta era un modo per continuare la
loro originale amicizia. Raccontarono le reciproche prime esperienze d'amore, nel frattempo fumarono un'altra sigaretta, e attraverso la fiamma dell'accendino scorse un frammento di lei, gli parve per un'istante come se la conosceva da
sempre, come la sua terra, come le persone a lui più care, come i giorni già vissuti, come i desideri sperati. Cantarono alcune canzoni a bassa voce, e fra tante, lui intonò una canzone che tra le altre parole, parlava di un uomo "perso" su di un treno che precipita, lei la ritenne proprio azzeccata, visto
dove si trovavano, e gli chiese di ricantarla. Nel momento di spegnere le sigarette, involontariamente lo fecero nello stesso momento, nell'unico
posacenere che si trova a metà tra i due sedili. Avvicinandosi pericolosamente, sentirono i loro respiri, sempre più vicini, sempre più intensi. Si sfiorarono le labbra, assaporarono il loro gusto agrodolce, di anni infinitamente lunghi,
passati a rincorrere i loro rispettivi sogni, che adesso stavano precipitando insieme a quel treno, e quel treno li aveva fatti incontrare. Per una volta sola. Si staccarono lentamente, i respiri si intrecciarono inesorabilmente ai pensieri, rimasero sempre pericolosamente vicini, e si guardarono. Da fuori
il finestrino entrò un'improvviso fascio di luce, lui scoprì il suo sguardo malinconico e il dolore che aveva dentro, e lo riconobbe.
Si riappoggiarono allo schienale della poltrona, e ritornarono al buio. Dopo pochi minuti passati in silenzio, ritornarono nelle loro menti i giorni che li attendevano. Lei si sdraiò nel sedile sperando nell'intento di addormentarsi qualche ora. Lui rimase sveglio ancora per un pò, guardava fuori il finestrino
era tornato il buio che ormai conosceva da un bel pò di tempo, ogni tanto la guardava, e scorgeva appena i suoi lunghi capelli neri, e già pensava a quanto fosse accaduto. Gli parve dal respiro che si era addormentata, e pensando che potesse sentire freddo, prese la sua giacca e la coprì, in quel momento si sentì felice di quel gesto perchè gli ricordava quando rimboccava,le lenzuola a sua figlia, lei lo sentì avvicinare e non si mosse, ringraziandolo
con voce calda e soddisfatta. Appoggiando la testa, il sonno ghermì anche lui. Le prime luci del mattino lo svegliarono, amava quei colori tenui e soffusi, con il mare all'orizzonte, ma il treno che lentamente rallentava, faceva presagire
che erano ormai giunti a Reggio Calabria, lei era ancora distesa. Il treno era,quasi fermo, aveva poco tempo per scendere, così la scosse leggermente per avvisarla, lei di scatto si alzò, gli diede la giacca ringraziandolo, farfugliò qualche parola ancora paralizzata dal sonno, e con i capelli sparsi sul volto, prese di corsa l'unico borsone che aveva, il treno nel frattempo si era già
fermato da qualche minuto, ed uscì dallo scompartimento così come apparve, all'improvviso. In controluce, appena fuori dallo scompartimento, la sua figura appariva come un sogno, lo salutò fermandosi, come a voler dire qualcosa, cercando di raccogliere qualche pensiero. Si guardarono un'attimo, sembrò eterno, ripercorsero in quel breve lasso di tempo, le ore passate insieme,
una notte che aveva stillato sale e miele, e non sapevano neanche i loro rispettivi nomi. Scomparve tra la poca gente che scese, portandosi una parte di lui che aveva volentieri donato.
Alle sue spalle il controllore gli chiese il biglietto, dopo quattordici ore di viaggio si era fatto vivo. Non sapeva sè odiarlo o ringraziarlo, se fosse venuto durante la notte accendendo la luce si sarebbero rivelati i volti, e avrebbe potuto vedere con chi aveva parlato con semplicità ed armonia di situazioni che lo opprimevano, poi ripensandoci lo assolse, perchè si sarebbe dissolta la magìa che si era creata quella notte. Nascosti dalle tenebre le loro anime si erano incontrate. Una sola volta nella loro vita.
Ancora una fermata e saremo fuori dal metrò. Fermata Las Ventas. Il coridoio è lungo ma ecco in fondo le scale. Non c'è caldo quaggiù.
Gli ultimi gradini sotto i nostri piedi, e già si intravede il cielo azzurro sullo sfondo. Ed eccoci qua, erano giorni che ne parlavamo,
non potevamo non venire qui, è quasi d'obbligo, ci eravamo detti. La Plaza de Toros. Ignari turisti non sufficientemente documentati.
Il sole rovente della splendida e regale Madrid, ci accoglie in questa famosissima piazza. Lo stadio si erge di fronte a noi imponente
nella sua antica struttura, fatta di mattonelle rosse, qui è un continuo richiamo con il rosso. Giriamo intorno allo stadio, la biglietteria
con delle splendide ragazze, offre i biglietti di diversa classificazione a seconda anche della posizione all'interno dello stadio, se
all'ombra o al sole. Noi ignari, acquistiamo due biglietti n.46 e 47- baco 7-fila 11-premio 975 pesetas. Contenti dei nostri biglietti
ci allontaniamo, è quasi l'ora di pranzo, alla corrida mancano ancora diverse ore.
Ci siamo allontanati a malincuore dalla "nostra" Plaza Major, il cuore di Madrid, un cuore che pulsa emozioni forti, intense, odori
inebrianti, dove la notte diventa magica, con spettacoli d'artisti di strada, e gitani che ballano il flamenco.
Il sole è una spada infuocata che si posa sopra le nostre teste. Cerchiamo un posto all'ombra del maestoso stadio, costruito nel 1929
nell'era pre-franchista. A poco a poco arrivano i venditori ambulanti, ognuno ha il suo posto assegnato. Bancarelle dove vendono di
tutto, caramelle, patatine, semenza, arachidi, bandierine, cartoline, gadget vari e ricordini. Nel giro di poche ore nell'enorme
piazzale attorno lo stadio è tutto pronto. Circa un'ora prima aprono i cancelli, noi credendo di non trovare posto, entriamo.
Prima di entrare nell'arena, "il colorito" personale dello stadio ci indica dov'è l'entrata relativa al nostro biglietto, e ci
accorgiamo di essere entrati allo stadio dalla parte sbagliata. Camminiamo per il lunghissimo corridoio circolare e sterrato
dello stadio, puzza di terriccio e di sudore, assalgono le nostre narici, lunghe code ma non per entrare, ma come scopriamo dopo, per comprare i cuscini.
Il personale è autorizzato a condurre le personae al posto loro assegnato, così fanno con noi, e finalmente ci sediamo. Siamo
dentro la famosa Arena, nella più antica Plaza de Toros del mondo.
Lo stadio nei suoi scomodi gradini di cemento, mi ricorda gli stadi di calcio degli anni settanta. Ci mordiamo le dita per non
aver preso i cuscini. Sopra le gradinate di cemento, ci sono i palchetti coperti, e sopra ancora un'altra fila di palchetti.
Al centro dell'arena c'è il palco reale, tutto dipinto di bianco.
L'ora è per le sei. Mancano cinque minuti all'inizio, e ci accorgiamo che lo stadio
e mezzo vuoto, e se non fosse che quasi la totalità delle persone sono ammassate dove c'è l'ombra, lo stadio risulterebbe
malinconicamente vacante. E oggi per giunta è domenica. Accanto a noi una miriade di occhi a mandorla, diversi tedeschi,
ma soprattutto pochi, pochissimi spagnoli, di cui un gruppetto di mezza età seduti proprio dietro di noi.
Squillo di trombe, entrano gli attori, sfilano tutti i toreri, i banderillos, i picadores sui cavalli, con le loro micidiali
lance, uno sventolio di mantelli rossi e fucsia, accolti festanti dalle trombe della banda, appostata sopra l'ingresso dei toreri.
Girano attorno allo stadio festante, noi ancora ignari di ciò che accadrà guardiamo contenti di tanto calore e colore.
Un'uomo con un cartello fissato al centro dell'arena gira su se stesso, su di esso c'è scritto il peso del primo toro: 504 chili!
Silenzio dopo lo squillo delle trombe. Un grido si alza dalle gradinate dell'arena.
Un'uomo sulla sessantina, grida ad alta voce:"ESA ES LA PRIMERA PLAZA DE TOROS DEL MUNDO"!
Aprono il cancello sta per entrare sua maestà. Il toro.
Eccolo, entra di gran carriera, ma dopo un pò è come smarrito. I banderillos appostati dietro i muretti, lo chiamano,
il toro incomincia a correre, a testa bassa, l'uomo si nasconde, ma lui non si ferma va dall'altro, ora è proprio sotto
di noi, è maestoso, un'ammasso nero di carne e muscoli.
Ma ecco che all'improvviso sembra quasi volersene andare, ma poi ritorna su di un torero a gran valocità. Dopo diverse
sfuriate sui toreri, squillo di trombe, entrano i picadores, i cavalieri con le loro lunghissime lance. Il toro vede
l'animale e lo carica, il cavallo è protetto fino alle caviglie, il toro nel caricarlo riceve la sua prima punizione.
Il picador dall'alto del suo cavallo centra il toro proprio sul dorso. E' la prima ferita. La festa continua. E tra
le grida dei supersititi spagnoli che sono con noi, c'è quello di un'anziano che raccomanda e sfotte i giovani banderillos,
con voce rauca e possente. I banderillos sono quattro, hanno tra le mani dei micidiali, e solo all'apparenza, innocui pugnali.
Si mettono al centro dell'arena, chiamano il toro e poi con fare veloce e determinato, devono centrare l'animale sempre nello
stesso punto dove viene colpito dai picadores, per poi fuggire all'istante, prima che il toro li infilzi. Nel momento in cui
il toro si avvicina a noi ci accorgiamo che incomincia copiosamente a sanguinare. Ti guardo. Piangi. Non vorresti esserci.
Io sono preso dallo spettacolo, mi sono fatto coinvolgere.
Entra finalmente il torero, E' lì al centro dell'arena. Il toro lo guarda sembra rispettarlo da avversario leale, lo aspetta.
Incominciano gli olè. Lo svolazzare del mantello rosso, rosso sangue. Un continuo movimento, preciso, attento.
Il toro ripetutamente lo sfiora, si gira lo carica, si ferma, lo guarda, sembra fissarlo. Ancora olè, e un'altro ancora, ancora sangue giù per il dorso del toro.
Ci accorgiamo che nel mantello nasconde la spada. Mi giro, le tue lacrime mi sembrano di sangue. Siamo al culmine. Si sentono i lamenti laceranti del povero toro, stordito da i quattro toreri che lo circondano svolazzandogli in continuazione sotto gli occhi i loro mantelli. Il torero è pronto per il colpo finale. Heeee! si sente gridare all'unisono. Centrato in pieno appena sopra la testa dalla lunga spada.
Il toro stramazza al suolo in un ultimo straziante lamento. E tra le grida festanti dei pochi spagnoli ma soprattutto giapponesi.
Il torero infligge l'ultima umiliazione al povero toro. Il taglio dell'orecchio da donare alla bella amata. Entra un carrozza
trainata da quattro cavalli, legano il toro e lo trascinano via, tra gli applausi della gente. E le tue lacrime.
Entra il secondo toro. Speriamo in una conclusione diversa. Abbiamo capito ormai, il toro è solo contro tutti.
Il toro è al centro dell'arena, dopo aver già passato le tremende torture del suo predecessore ora è solo con il torero di turno. La gente grida olè, olè. E ancora sangue.
Il torero dà le spalle al toro per prendere gli applausi della gente. Il toro leale non ne approfitta, sembra seguire un copione già visto, Aspetta il suo destino. La morte. Entra la carrozza con i cavalli. E tu mi chiedi di andare via, i tuoi occhi sono rossi di lacrime e rabbia. Io ancora incosciamente resisto, forse mi illudo in un'altra soluzione, che il finale non sia tutto uguale. Povero illuso.
E così il terzo, anche se un torero inciampando riceve una bella infilzata, niente di grave, ma almeno a te spunta un sorriso tra le lacrime.
E così il quarto, il quinto, il sesto. Tutto uguale. Tutto già visto. La mattanza è finita. In silenzio usciamo, scendiamo i gradini.
Sembrano macchiati di sangue.
Siamo fuori. La gente sfolla alla spicciolata, in silenzio. Una malinconia collettiva sembra essersi impossessata della gente.
Non ci guardiamo. Occhi bassi. Un forte senso di colpa, per quanto abbiamo assistito, ci impedisce di guardarci negli occhi.
Un silenzio irreale avvolge il cielo all'imbrunire. E'calato il sole, il sole di Spagna, dietro uno scenario di sangue.
E' notte ormai nel nostro albergo, abbiamo ancora nelle orecchie i lamenti laceranti dei tori moribondi, e gli olè della gente. Olè e ancora olè. E ancora sangue.
ROMA, 1982
Era una giornata piena di luce e mi ritrovavo a bordo di una Alfa Romeo decapottabile anni trenta con un vestito di lino bianco sulla pelle e un cappello di paglia poggiato sul sedile passeggero.Guidavo adagio su strade assolate e silenziose con una leggera brezza che veniva dal mare in lontananza che intravedevo appena e un aria colma di serenità che mi circondava e mi seguiva e che faceva da cornice ad una giornata che sembrava perfetta. Mi ritrovavo su un percorso che non ricordavo di aver mai conosciuto. Poi svoltavo per una stradina che mi portava a fendere la campagna fino ad arrivare ad uno spiazzo. Scendendo dall’auto mi ritrovavo improvvisamente che mi aggiravo incuriosito tra tavoli in quello che mi sembrava essere un banchetto. Tavoli imbanditi di ogni ben di Dio, carni soprattutto arrosti di ogni genere, primi piatti e risotti, i piatti degli arrosti guarniti con la frutta, ananas e ciliegie, tante, tantissime ciliegie sparse in tutti i tavoli e in tutti i piatti, poi ancora coppe d’argento colme di altra frutta, banane, uva, ananas e tanta altra frutta esotica. Tanti tavoli sotto ombrelloni ecru per creare frescura sotto il sole cocente in una giornata di infinita serenità. Ma mi accorgevo molto presto che non c’era nessuno. Mi aggiravo solo tra quei numerosi tavoli e non toccavo nulla, non avvertivo assolutamente il bisogno di mangiare e, oltre al fatto di non avere fame, era come se aspettassi gli invitati, ma in realtà non arrivava nessuno. E mentre aspettavo a poco a poco avvertivo che c’era una presenza, ma che non vedevo, non appariva, ma sentivo che era vicina a me fin dalla prima volta che feci questo sogno ricorrente e dalla sensazione di serenità che accompagnava questo sogno fin dall’inizio quando arrivavo in questo spazio verde fuori da un casolare, diventava un forte senso di solitudine e frustrazione che con il tempo era divenuto man mano sempre più forte.
Era ormai un uomo che viveva da solo, essendo rimasto vedovo da più di sei anni di una donna molto più grande di lui, morta dopo una lunga malattia. Sposata appena finita la guerra quando tutto era ancora da ricostruire, il classico colpo di fulmine tra una signora agiata della buona borghesia romana e di un giovane sotto-ufficiale che nei pochi mesi di guerra aveva visto di tutto e nel periodo che si trovava a Roma rimase ferito e ricoverato all’ospedale civile della capitale per più di un’ anno, nel “45”, ferito gravemente alla testa dall’esplosione di una granata, e lì conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie nel Giugno del “47, lui aveva ventisette anni lei quasi quaranta, non ebbero figli e nel corso della loro vita coniugale affiorò sempre più netta la differenza di età che all’inizio della loro seppur bella storia d’amore la passione aveva in qualche modo coperto. Colpa anche della seria ferita riportata in guerra, ricordava poco degli anni della sua giovinezza giù in Sicilia. Lui figlio unico di una famiglia agiata, proprietaria terriera della provincia di Agrigento, l’unico in paese che si poteva permettere di avere una macchina, sul finire degli anni trenta, che girava scarrozzandosi i suoi amici nelle polverose stradine di campagna. I suoi genitori che avevano avuto in lui l’unico figlio in età avanzata, erano anziani, suo padre fece di tutto per non farlo partire, aveva amici in alto loco, ma non fece il conto con il fatto che lui stesso aveva fatto domanda e che quello era un periodo troppo caldo per non essere arruolato. Ad Aprile del “43 fu chiamato al fronte, aveva appena ventitre anni. Sua madre nel giro di un’ anno morì di crepacuore. Finita la guerra fu dato per disperso, dopo due anni di solitudine e sofferenze morì anche suo padre . Un suo cugino da parte di padre riuscì infine a rintracciarlo poco prima di sposarsi e gli comunicò i tristi eventi. Assorbito il duro colpo, diede a suo cugino l’ incarico di valutare tutti i beni che aveva e di fargli avere le carte del notaio che le avrebbe firmate, non aveva intenzione di scendere giù, troppo dolore, non avrebbe resistito. Seppur a tratti nel corso degli anni ritornavano offuscati dalla sua memoria ferita dei ricordi di gioventù, improvvisi come lampi di luce. La spensieratezza di quegli anni spazzati via dall’efferatezza della guerra. Conobbe Giulia in ospedale dove lei faceva l’infermiera volontaria, ricca e di animo nobile, che si innamorò subito di lui di quel ragazzone dai lineamenti arabi con occhi di smeraldo.
Con quello che aveva intascato dalla vendita della casa dei suoi genitori e parte dei terreni, altri li aveva lasciati al cugino per pochi soldi, e con l’aiuto della moglie benestante , aveva messo su un commercio di auto fin da subito dopo la guerra, la sua unica e vera passione, era molto esperto di automobili e approfittò di questa competenza appena ripresosi dalle ferite, che nell’arco della sua esistenza continuavano a torturarlo con lancinanti dolori alla testa e problemi di memoria. Con il tempo mise su diversi auto saloni. Una vita piena di agiatezze, di lusso, e tanti, tanti viaggi, anche per compensare una sottile sensazione di solitudine che man mano si allargava dentro di lui a macchia d’olio, sconfinando nell’ambito del loro matrimonio nel corso degli anni in modo sempre più incipiente, dovuta dall’impossibilità di lei di avere figli. Ma dei tanti viaggi malgrado Giulia più volte gli chiese di andare a vedere il suo paese di nascita, non scese mai in Sicilia.
I suoi sessantadue anni erano portati orgogliosamente bene, sempre elegante anche con il caldo che già a metà Giugno si respirava in città, nella già calda mattinata romana si apprestava come ogni mattina ad andare ad aprire il suo salone d’auto, E’ l’ultimo giorno prima della consegna del suo unico locale, gli altri li ha venduti a poco a poco, non potendo con l’avanzare dell’età ma soprattutto per problemi di salute sempre più pressanti e non avendo una persona di fiducia continuare a far fronte a tutti gli impegni che richiedevano la sua presenza. Prima di arrivare al cancello della palazzina residenziale dove abitava, qualcosa di strano attirò la sua attenzione. Si soffermò nella cassetta della posta,notò che dentro c’era una strana cartolina che recitava così: “Maria e Antonio ti aspettano con Rachele e il piccolo Michele al casolare del vecchio carrubo” altro non era che la contrada del suo paese La data dell’evento, che non era chiaro cosa fosse, era per l’ultimo sabato di Giugno, praticamente il prossimo e tra soli tre giorni, tre giorni per pensare a cosa fare. Il mittente assente, ma era chiaramente indirizzata a lui. La mise nella tasca della giacca e si avviò con la mente che vagava in uno spazio indefinito quasi assente, inerpicandosi tra antichi ricordi che riaffioravano e certezze conquistate con fatica e dolore. La sera al ritorno dal lavoro in solitudine l’ennesima cena frugale, con la consapevolezza della consegna delle ultime chiavi del negozio che si apriva per lui una nuova fase della sua vita. Pensieroso con la strana cartolina di invito tra le mani, cercò di ripercorrere a fatica sforzandosi oltremodo, cosi come nel corso della sua esistenza, tornavano come dei flash dei lampi di luce che squarciavano la sua memoria in quegli anni spensierati prima della guerra. Ritornavano alla mente fotogramma per fotogramma, sfuocate dalla sua precaria memoria, come in un vecchio super 8, tra i polveroni alzati dalla sua macchina comparivano i volti sfuocati degli amici di cui non ricordava più neanche i nomi, volti indistinti tra risa e schiamazzi, la semplice festa di paese e poi situazioni accadimenti, confusi e poco chiari. Una camera oscura la sua mente, come carta fotografica che molto lentamente stenta a rilasciare impresse le immagini dove ancora non gli apparivano chiare, erano ancora sfumate dal tempo trascorso colpa anche della granata che in guerra gli procurò dei grossi problemi alla testa, tanto da rimanere un anno ricoverato in ospedale
Mancano solo due giorni allo strano evento, che fare pensava
lasciare stare i ricordi, non aprire quella pagina, del resto gli unici che potevano farlo ritornare in paese erano i suoi genitori, ma la questione si era tristemente già risolta con la loro prematura morte, qualche cugino ma non dopo quasi quarant’anni piombare così all’improvviso non ne valeva proprio la pena, allora chi erano Antonio e Maria? perché lo invitavano con Rachele e il piccolo Michele? Chi erano Rachele e Michele? Pensò a qualche cugino o figlio di cugini che si era sposato, ma non aveva senso dopo quattro generazioni passate far conoscere un parente che aveva tagliato i ponti con tutto e tutti. Malgrado le forti perplessità e la vita che lo attendeva troppo diversa senza impegni di lavoro, era stata una decisione dura da prendere e non sapeva che vita lo attendeva, ma era ancora troppo presto per pensarci, qualcosa avrebbe comunque fatto, e poi amava troppo le sfide del resto con coraggio e decisione aveva costruito un impero a Roma, ricco e rispettato aveva fatto fortuna con merito e audacia. Da moltissimi anni portava dentro di sé una sensazione di vita già vissuta, di posti che la memoria gli riportava a singhiozzi scuotendolo o alle volte inibendolo nelle varie decisioni che durante la vita gli si presentavano, come ad esempio, la decisione di lasciare il suo ultimo negozio, aveva tentennato tanto ma anche le ultime apparizioni di quello strano sogno gli aveva fatto prendere la sua ultima irremovibile decisione di lasciare. L’incognito lo attirava e voleva capire chi dopo tanto tempo lo cercava. Si informò sui voli avrebbe preso il primo volo per Catania il giorno stesso dell’evento.
A Catania aveva preso un’auto a nolo che lo aveva portato al suo paese di origine, decise di prenotare una camera in una piccola pensione per non farsi notare più di tanto. Nell’ avvicinarsi al paese si sforzò di ricordare e non si rese conto del cambiamento, era cresciuto con nuove costruzioni che avevano rubato la terra dei suoi ricordi, malgrado ciò il nucleo centrale del paese era rimasto pressappoco intatto. Prima di andare alla pensione, si fece accompagnare al cimitero. Era la primissima volta del resto. Chiese all’autista di pazientare un po’ che avrebbe fatto presto, ed entrò con passi pesanti. All’improvviso avvertì una sensazione di rimorso per tutti quegli anni passati senza essere mai venuto a trovare i suoi, a mano a mano che cercava il posto dove fossero seppelliti sua madre e suo padre, si imbattè in diverse tombe e stranamente riconobbe alcuni volti, tra i quali diversi morti giovani e dalle date di morte li aveva senza dubbio portati via quella maledetta guerra, e tra fiori appassiti e odore acre di acqua stantia tra siepi malandate e avvizziti oleandri bianchi e rosa, improvvisamente due tombe una accanto all’altra si affacciarono davanti ai suoi piedi. Sua madre e suo padre dentro due lastre di marmo grigio con un semplice epitaffio a ricordare chi erano e a chi avevano riposto le speranze nel rivedere il loro unico figlio. Rimase li a osservare la scena davanti a se, non aveva portato fiori ma solo il suo cuore colmo di rimorso. Pianse di un pianto muto, come pioggia di maggio silenziosa e dolente.
Rientrando a casa, gli venne incontro il padre con aria furibonda, fuori di se’, non si era mai arrabbiato tanto con lui come quella volta, e non tardò a dirgli il motivo.
“Tua madre si è sentita male per colpa di questa lettera”! gli disse urlandogli. Era la lettera del comando che gli ordinava di raggiungere Roma entro ventiquattro-treantasei ore. Aveva fatto domanda di arruolamento volontario senza dire nulla in casa, ma ne aveva perso le speranze e invece lo sorpresero. Ora Ricordava che quando parti l’indomani mattina all’alba sua madre era ancora a letto, non si era ancora ripresa, lo salutò con le lacrime agli occhi e con voce afona, e quella è l’ultima immagine che ha di lei.
La pensione si trovava appena fuori il piccolo centro, sobria costruzione, piccola camera con un delizioso balconcino che dava sulla campagna sottostante. Decise di rimanere in camera per il primo pomeriggio, evitando di farsi vedere in giro, ed all’ombra della camera davanti a se scorse con lo sguardo in lontananza le stradine di campagna e con la memoria ritornarono incerti ma prepotenti i ricordi di ragazzo. Tra nubi di polvere lasciate dalla scia della sua auto, si materializzavano figure di ragazzi che raccoglievano fichi d’india ai bordi delle strade, il vecchio carrubo vicino al casolare dei contadini che badavano il terreno di suo padre, il granaio, l’antico pozzo, dove nascondevano le sigarette rubate a suo padre e fumate di nascosto, il maestoso fico dove ci si radunava tra soli ragazzi per sparlare delle ragazze e prendersi in giro, il pagliaio riparo temporaneo di improvvisi temporali estivi, e tutt’attorno il mare giallo a perdita d’occhio sconfinati campi di grano che arrivavano a lambire all’orizzonte la linea blu di quel mare per loro troppo lontano. Dopo un leggero pasto, chiese di un taxi per le sei del pomeriggio. Svegliatosi da un lungo ma tormentato riposo, resosi difficile dal rumore insopportabile delle pale sul soffitto e il frastornante canto delle cicale che a Roma dove abitava non sentiva più da tanti anni, si fece accompagnare fin dentro la campagna in quel luogo dove non aveva messo più piede e non pensava di ritornarci mai più. D’improvviso chiese al tassista di fermarsi in un punto della campagna e decise di farla a piedi, sfidando la sua memoria, voleva vedere fin dove l’avrebbe portato quel suo taciuto sentire antico che aveva ancora dentro in un angolo ben nascosto della sua anima. Disse al tassista di ritornarlo a prendere al casolare del vecchio carrubo non più tardi delle nove. Il sole era ancora raggiante ma i suoi raggi cominciavano a tagliare l’aria calda in senso obliquo filtrando tra i fogliami riflessi di luce abbagliante ad ogni passo sempre più radenti, come se quel bianco e nero quella fotografia sfocata senza volto per decenni, prendesse forma e dimensione.
Ed eccolo sfrecciare a gran velocità con la sua alfa, come se fosse in ritardo per un appuntamento e con un’aria tirata in volto. Arriva in fondo alla stradina, c’è una bicicletta fuori appoggiata al muro del Granaio capisce che è già dentro che lo aspetta, ha perso tempo per quello che è successo a casa e non è più tranquillo. Ha nei suoi occhi l’immagine di sua madre, ha perso l’allegria per quell’ appuntamento da tempo sognato.
Camminando camminando si ritrovò di fronte al casolare del vecchio carrubo. Una struttura antica del seicento che seppur ristrutturata aveva conservato le stesse caratteristiche originali, posto ideale per matrimoni e battesimi. Fuori nel giardino ecco il carrubo al centro dello stesso, fatto proteggere da una struttura di ferro bassa, ma ancora lì, che fa i suoi sparuti frutti, e tutt’intorno i tavoli. Nel vedere i tavoli un brivido gli percorse la schiena. Erano imbanditi di ogni ben di Dio, gli stessi del sogno ricorrente di una vita, e come nel sogno non c’era nessuno. Si aggira tra di essi sgranando gli occhi, quegli arrosti così perfetti come nel sogno e la frutta a guarnire le carni, tanta frutta, coppe d’argento rimbombanti di colori forti e sgargianti , ma come nel sogno, un forte senso di solitudine cominciò a prendere il sopravvento, come se si trovasse nel posto sbagliato, un’ intruso nella vita degli altri, come un ladro penetrato notte tempo in casa di sconosciuti per razziarla. E non toccava nulla, anche ora che erano davanti ai suoi occhi, non aveva fame. E mentre si aggirava ancora stupito, improvvisamente si ritrovò faccia a faccia con una donna.
“Ciao Michele” gli disse subito appena si voltò, nell’attimo che i suoi occhi lo inchiodarono al suo passato, lui riconobbe quel suo sguardo languido, quello sguardo in continuo movimento come il mare, che in lontananza da ragazzi vedevano all’orizzonte come un miraggio. Quello sguardo di seta nera come il mare di notte.
“Anna”
il suo nome uscì dalla bocca come un rivelazione. E nella sua camera oscura l’acquea ondulazione gli rivelò l’ immagine. La fotografia ora era chiara davanti ai suoi occhi.
La corsa della sua Alfa si fermò con una brusca frenata proprio davanti al Granaio. L’ingresso semi aperto colpito dagli ultimi raggi di sole dava al luogo un aspetto che sembrava non appartenere alla realtà. Prima di perdersi in un’altra dimensione, aspettò prima di scendere e ripercorse per un attimo quello che era successo a casa, non tanto per il rimprovero di suo padre, ma le condizioni di sua madre che non aveva mai visto in quella situazione lo preoccupavano e fu forse proprio in quell’istante che decise di non dire nulla ad Anna.
“Ricordi il posto?”
Si guardò intorno come se quei luoghi fossero sempre stati dentro di lui.
“Lì in fondo c’è il Granaio”
Guardandolo si rivide inghiottito da quel portone.
“ Ti ricordi come mi chiamavi?”
dopo un’ attimo di pausa, dove avvertiva che tutto stava ritornando dentro di se, dove tutto stava per tornare alla luce:
“ Cirasa”. Le tue gote sembravano due ciliegie succose, e d’altronde è sempre lo stesso”
“Troppo buono”
“ Dimmi, come stai? come è andata a te?”
Dopo un leggero respiro Anna rispose.
“E’ andata. In fondo la vita è stata benevola con me. Mi sono dovuta da fare e molto ma eccomi qui. Il casolare è mio, mi sto chiedendo ancora come mai un tuo cugino me l’ha venduto per pochi soldi”
E tu a Roma?”
“ Come facevi a sapere che ero a Roma”
“Sapevo”
“Ricordi la mia passione per le auto? Bene l’ho sfruttata e sono diventato un grosso commerciante. Mi sono sposato e ora da circa sei anni sono vedovo. Lei era molto più grande di me.”
Disse con tono dimesso.
“Si lo so, so tutto.”
“come fai a sapere tutto?”
chiese ora fortemente stupito. Dopo una breve pausa Anna, con voce catartica, gli raccontò, tacendogli il vero motivo. Venuta a conoscenza da un suo cugino che faceva il militare vicino Roma, che si trovava lì a metà degli anni cinquanta ma non gli disse che si era sposato. Arrivò a Roma piena di speranza, ma quando lo vide con quella donna, capii che era troppo tardi, che il destino per lei si era ormai compiuto e ritornò mestamente al suo paese e alla sua vita. La guardava con occhi pieni di ammirazione e nello stesso tempo di compassione, cosa che a lei non sfuggì. Distolsero gli sguardi per un attimo in un silenzio carico di cose incompiute, di vita non condivisa, di evanescente sentimento.
Entrò nel Granaio. Era lì che lo aspettava già da più di mezz’ora. Lei colse la sua preoccupazione, era stranito, altrove, non aveva il solito sguardo limpido e luminoso, ma non disse nulla, del resto per tanto tempo aveva atteso quel momento, si erano piaciuti subito lei veniva da un altro paese i suoi erano dei poveri braccianti e lavoravano per suo padre. Anna era una bella mora dagli occhi neri e dallo sguardo languido, sempre in movimento e lui, quel pomeriggio dove rimaneva ormai poco tempo prima che facessero ritorno i genitori di Anna, si lasciò trascinare dal quel moto ondoso. I suoi occhi erano due fiammelle accese di desiderio, ma dentro tremava di paura, sentiva il sangue scorrergli a flotti sotto la sua pelle ambrata, e il cielo della sera che stava già pericolosamente calando, era un mantello di seta che si sarebbe posato sopra i loro corpi giovani e nudi.
“Ti sarai chiesto per chi è questo banchetto?”
gli disse distogliendosi dal suo sguardo magnetico di quando era ragazzo.
“E da qualche giorno che cerco di capire”
“Entra, entra pure e guarda lì in fondo alla sala”
In fondo alla sala stava seduta una donna con in braccio un neonato con accanto una bambina di circa sei anni e un uomo. A mano a mano che si avvicinava, non riconobbe nel suo volto somiglianze che lo riportavano in qualche modo ad Anna, ma quando gli fu abbastanza vicino, aveva grandi occhi verdi e lo stesso sguardo languido di Anna . Anna seguendolo da vicino vide il suo sguardo indagatore e gli disse con tono incrinato dall’emozione:
“E’ tua figlia”. E quello che tiene in braccio è Michele, si chiama come te l’ha voluto lei la bambina accanto è Rachele. Sono i tuoi nipoti.”
Rimase immobile ad osservare la scena. La donna che allattava al seno accanto un uomo, una famiglia arrivata ora alla terza generazione, senza mai averla vissuta, lui che aveva avuto una vita agiata tanti soldi macchine di lusso, viaggi, ma povera di quel sentimento che, finita la passione che li aveva travolti, si esaurì, come il sogno di avere figli. Era evidente il suo imbarazzo. La fotografia ora era nitida. Eccola rivelarsi con tutta la sua luce dalla soluzione magica. Quel bianco e nero trasformatosi in colore carico di passione vissuta in un tempo troppo breve che la guerra aveva rimosso dalla sua memoria.
Ora capiva il significato di quel sogno ricorrente, quei tavoli pieni di prelibatezze e lui che si aggirava tra i di essi ma non mangiava, solo senza nessuno, un banchetto con un solo invitato, lui, ma non aveva fame e tutta quella frutta e soprattutto ciliegie erano i suoi occhi che da lontano bramavano il suo ritorno, o più semplicemente erano lacrime di passione dissanguatasi velocemente già il giorno dopo quando dovette partire per il fronte. Si ritrovò con la sala colma di gente, brusii e rumori di stoviglie a farlo ritornare ad un presente che mai avrebbe potuto immaginare fino a pochi giorni prima. Guardava ora Anna il suo volto oramai segnato dal tempo ma sempre con lo stesso sguardo liquido, in eterno movimento, lo sguardo di seta nera come il mare di notte e quel sorriso luminoso come i cieli di Giugno della loro giovinezza. Si aggirarono tra i tavoli a buffet , prese due ciliegie unite dallo stesso picciolo e glieli porse sul palmo della sua mano “Queste mi ricordano il tuo viso che per tanti anni inconsciamente ho cercato, perdonami, ti ho taciuto il fatto che mi avevano chiamato al fronte quel giorno stesso, non volevo rovinare quel momento magico che stavamo vivendo, ma mi rendo conto ora che avrei dovuto”.
Non si resero conto del tempo che era passato. Un imbrunire di pensieri lo colse con ancora le sue mani sul suo giovane seno. Quel corpo nudo del color del melograno. Lei provò ad indagare i suoi occhi ma si perse dentro il suo sguardo magnetico, uno sguardo senza fondo, infinito, come infiniti sembravano quei momenti che troppo presto si dissolsero alle prime luci dell’alba.
Gli raccontò brevemente il sogno ricorrente di tanti anni.
Anna rimase stupita da tanta similitudine con la realtà.
Anna pensò che era arrivato il momento di dirgli come erano andate le cose. Maria era nata nel Gennaio del “44 , e gli disse che soltanto da poco tempo aveva fatto pace con lei, che per tanti anni non gli perdonò il fatto che gli aveva taciuto che suo padre fosse vivo, gli disse una bugia quando per la prima volta gli chiese di suo padre, facendogli credere che era morto in guerra era troppo delusa dalla vita e trovò più facile dire una bugia, ma non aveva fatto i conti con il fatto che la vita con il tempo ti restituisce, in altri modi, ciò che prima ti ha tolto, e qualche anno addietro preferì liberarsi di quel fardello.
“Poco dopo nata Rachele ho sentito forte questa necessità di dirglielo. Lei ovviamente la prese malissimo. Naturalmente gli sconvolsi la vita che per lei non era più la stessa. Era da quasi sei anni che non mi parlava più, mi odiava, e la capivo perfettamente, ho frapposto lei i miei nipoti e suo padre con i mie rancori, per tanti anni più di trenta gli avevo taciuto che suo padre era ancora vivo, e che per giunta non sapeva di avere una figlia. Ovviamente il colpo è stato duro da digerire, ma alla fine dopo un laborioso percorso interno sicuramente difficile ha deciso di conoscerti ed invitarti al banchetto e come vedi gli ha dato il tuo nome. Quindi sono io a chiederti perdono per non averti detto che avevi una figlia e che avevi tutto il diritto di conoscerla ed amarla.”
“Io ti ho perdonato da molto tempo, non c’è nulla da fare per il passato, chi ha rubato il nostro futuro ha già pagato il suo debito, non è colpa tua. Ora puoi riprenderti se vuoi, quello che la guerra ti ha tolto, ti chiedo solo di non farti sfuggire questa opportunità di riunirti con ciò che non hai mai potuto convivere”
Dopo aver guardato intensamente sua figlia che rideva con amici seduta ad un tavolo, prima di andarle incontro ed abbracciarla, pensò che sarebbe stato un pazzo senza anima se se ne fosse andato, e se le conseguenze della guerra gli avevano cancellato parte della memoria, il suo cuore ha seguito le tracce di un’antica passione che ancora vive negli occhi di chi ha amato senza saperlo.
Avvertì la stessa sensazione di serenità di quel sogno, la stessa luce, riempiendo la sua anima e svanendo definitivamente la sensazione di solitudine che lo seguiva da una vita intera.
“ Fuori c’è un taxi che ti aspetta”
“ È il passato che torna a prendermi, digli pure che può andare via senza di me”