In questa sera che timida scolora
m’avvolge, come un manto,
la tristezza
e tu, amore mio,
sempre al mio fianco,
mi porgi la tua mano
e mi consoli, aspettando
di nuovo il mio sorriso.
Rovi pungenti
ho messo alla mia porta
prigioniera di sogni
a tinte forti.
A piedi nudi
dovrò adesso camminare
ma, prima ancora,
che spuntino ferite,
per rendermi più facile il cammino,
fra le tue braccia mi solleverai.
Regalami carezze tra le ciglia
per frantumare lacrime e pensieri,
in questa sera che timida scolora.
Terra di Mesopotamia,
antica culla di prosperosa civiltà,
sotto la polvere dell’odio adesso sepolta,
più non si stagliano nel cielo
le fiere sagome delle palme,
soltanto lampi di fuoco
incendiano il rosso del tramonto
lungo le rive del Tigri
e di sangue ne tingono le acque.
Ma chi mai potrà cancellare la vergogna?
Cosa lasceremo ai nostri figli?
Semiramide è scomparsa, non riusciremo
a costruire un’altra Babilonia
di giardini pensili ornata
ma nuove pagine insanguinate
consegneremo alla Storia
lasciando ai posteri lo scempio
perpetrato all’alba del Terzo Millennio.
Niente ha fermato il massacro.
Tutto sembra diventare inutile.
Resta soltanto una cosa da fare:
“ESTIRPARE
DALLA MENTE DELL’UOMO
L’IDEA DELLA GUERRA”.
Lascia ch’io sia
la nostalgia di un sogno
disarmato, indifeso,
prigioniero di parole
incrostate sulla pelle.
Conservalo ancora, se puoi,
nel soave respiro del mattino,
nell’ansia di rugiada,
nel passo leggero della notte.
Tienilo lì, rannicchiato
nei silenzi,
come acqua di sorgente
a dissetare il cielo.
Graffia l’anima,
il tempo,
indomito, impetuoso.
Tutto resta impigliato
nelle trame del pensiero.
Soltanto i sogni sono
la certezza.
Chissà se ci saranno ancora giorni
profumati di spezie e di viole,
se più intrigante il tuo sguardo sarà
quando lieve si poserà su di me
inondando di gioia i miei pensieri.
Chissà se sarò capace di tenere
ancora stretta in pugno
un po’ di scolorita fantasia
per dar luce a quei giorni
tristi e senza sole
nascosti nelle pieghe della vita.