Note biografiche dell'autrice

Maddalena Lonati ha frequentato i corsi di scrittura creativa della scuola Holden.
Ha pubblicato il romanzo “ Decadent doll” ( Prospettiva Editrice), “L’apostolo sciagurato” (Robin Edizioni), e di prossima uscita “In bianco e nero” (Robin Edizioni).
I suoi racconti sono stati pubblicati da numerose riviste letterarie ( fra le quali Tam Tam, Gemellae, Progetto Babele, Segreti di Pulcinella, Prospektiva, Osservatorio Letterario, Il denaro, Dadamag, Anonimascrittori, Centro studi Opifice, Homoscrivens), periodici ( Gente, Racconti per un viaggio), ed inseriti in varie antologie ( Voci dell'anima, Fiori di campo, Il racconto mai scritto, Carlo Levi, I racconti del caffè, In treno, Danzando nel sapore dell’uva, Lì, tra le strade sottili di linfa e rugiada, Il blu). Scrive recensioni di romanzi e mostre d'arte e redige una rubrica sui gioielli d’epoca.
E' redattrice della rivista culturale Segreti di Pulcinella e collaboratrice fissa di Racconti per un viaggio, ed ha collaborato in modo continuativo con la rivista Tam Tam.
Ha curato i testi del catalogo “ Sintesi di emozioni” per Malossi. Ha vinto il Fiorino d’oro nel 2009, si è classificata prima al XXIV Premio Letterario Internazionale Città di Cava de' Tirreni, seconda al IV Premio Letterario Carlo Levi, terza al X Premio Letterario Internazionale Il Molinello, quarta al XXIII Premio Firenze-Europa Mario Conti, finalista al VI Concorso Letterario Antonianum, al X Premio Internazionale Città di Melegnano, al XXIII Premio Letterario Internazionale Città di Cava de' Tirreni, all'edizione 2006 del Premio Letterario Interrete Shorts, al V concorso Caffè Letterario Moak.
Il romanzo “Decadent doll” è stato premiato alla XXVI edizione del concorso letterario Città di Cava de’ Tirreni e alla terza edizione del premio letterario nazionale Alberoandronico. Il libro "L'apostolo sciagurato" ha vinto il quarto premio del 23 concorso letterario internazionale Giovanni Gronchi.
E’ spesso ospite in trasmissioni radiofoniche nel corso delle quali parla d’arte e di letteratura.

Il testimone

Ho assistito a liti furibonde e riconciliazioni teatrali, sono testimone di adulteri e amori casti, ho confortato i lutti e partecipato alle feste, sono stato al centro dell’attenzione e messo in disparte. E domani vivrò un altro giorno di gloria, l’ennesimo di questa mia vita da senza fissa dimora. Azzurra compie ventun anni, a lei tocca rappresentare la nuova generazione di una bizzarra famiglia in cui le donne sono sempre un po’ eccessive nelle loro manifestazioni e perseguono un ideale di arte che spesso non è compreso. Lei, a quanto pare, sarà poetessa, la seconda nell’albero genealogico; si isola spesso nel parco, rimane per ore a fissarsi nel laghetto delle ninfee e poi all’improvviso scrive con furia inaudita, i fogli si accumulano mentre la luce cala e solo all’imbrunire torna a casa, lo sguardo estatico e il lungo abito sgualcito, e si abbandona a una conversazione intellettualoide col fratello. Della letterata interpreta solo i vezzi, per ora il talento latita. Non assomiglia alla madre, geniale scultrice che plasma i dannati degli inferi donando grazia al supplizio eterno. Mi sono sentito appagato con lei, ma domani ci separeremo. A volte il distacco è doloroso, altre opportuno, mai indifferente. Ho temuto che la mia avventura con loro fosse terminata quando la nonna mi ha lasciato all’hotel Cipriani di Venezia, ma poi ci siamo ricongiunti e mi ha dedicato attenzioni che mai avrei sperato.
E’ la mia ultima notte con Eloisa, mi mancheranno il respiro profondo e regolare e il suo modo di avvolgersi nelle lenzuola mentre si gira nel letto. E’ forse la donna che mi ha apprezzato di più, e so che rimarrò nei suoi ricordi. Fra poche ore mi consegnerà a sua figlia, e pronuncerà la frase di rito: “Nei suoi rubini pulsa in eterno il nostro sangue, nei suoi diamanti dimora la nostra forza, nel suo oro si perpetua il vincolo indissolubile di amore e arte che nessuno potrà mai spezzare. Indossa questo bracciale e interpreta la tua creatività.”
Più di un secolo fa Irina si invaghì di me vedendomi esposto in una gioielleria parigina, avevo abbandonato da poco le sapienti e amorevoli dita di Monsieur Lalique per essere posto su un trono di velluto nero, e presto mi trovai a regnare in uno scrigno di preziosi collezionati con cura da quella splendida donna. Lei è stata la prima a portarmi a feste memorabili, mi indossava con regale noncuranza e io passavo tutta la sera a danzare pesandole sul polso sottile. L’accompagnai ovunque per molti anni nei suoi irrequieti vagabondaggi in giro per l’Europa, lei presenziava ad ogni prima teatrale, inaugurava ogni vernissage, era la primadonna di ogni salotto. Rimpiango ancora le interpretazioni struggenti di Sarah Bernhardt e la bellezza dei Balletti Russi, il profumo di lavanda e le eleganti automobili. I bustini venivano abbandonati, il corpo era finalmente accarezzato da morbidi tessuti e il punto vita si alzava, ed io continuavo a rimanere fedelmente al suo polso. Mentre la prima guerra mondiale creava tante vedove io conobbi una nuova vita passando a Greta, la pittrice fanatica della rivoluzionaria Chanel. Le sue pennellate nervose mi facevano oscillare ritmicamente e qualche volta mi sporcò coi colori ad olio, ma so che mi fu affezionata, non mi abbandonava neppure per andare a dormire. Ricordo bene la piacevole sensazione d’essere incastrato fra la sua guancia e il cuscino.
Fu durante quel primo cambio di testimone che venne pronunciata la frase che ormai mi accompagna da tanti decenni, Irina era una donna molto particolare e legata alla ritualità che cercava di ricreare in ogni situazione. Non poteva però immaginare quale successo avrebbe avuto questa tradizione che si perpetua identica ad ogni ventunesimo compleanno. Ormai le donne di questa famiglia, le mie donne, sono convinte che la loro creatività sia indissolubilmente legata a me, leggono nelle mie forme leggiadre la loro fonte di ispirazione, e forse crederlo con tale intensità le aiuta davvero ad esprimere la loro fantasia. Tutto però stava finendo quando Rebecca ebbe problemi economici, per sopravvivere a quella situazione disastrosa si sbarazzò di ogni suo gioiello, lasciò le pareti nude di quadri, impegnò l’argenteria e svendette i soprammobili, poi, a malincuore, mi mise all’asta da Sotheby’s. Per fortuna un suo spasimante se ne accorse, mi comprò e mi donò alla sfortunata chiedendole la mano. Da quel momento ritrovò la serenità e conobbe l’amore e, non è poco, sposò l’industriale più ricco della città. Lui la ricoprì di preziosi, ma io rimasi sempre il suo preferito.
Ho visto ognuna di loro nel fulgore della giovinezza, le ho osservate mutare, diventare madri e invecchiare, le ho accompagnate silenzioso e discreto, ideale testimone dei loro peccati che non ho potuto riferire. Ogni loro gesto, ogni loro sospiro, ogni loro lacrima ed ogni loro sorriso mi ha trasmesso un’energia che non smetterò mai di accumulare, ogni generazione mi rende più saturo di ricordi che trasmette inconsapevolmente passandomi in una staffetta che spero non terminerà mai. Gli anni sono trascorsi lasciandomi qualche graffio, un diamante è rotolato fra le nevi di Cortina e talvolta sono rimasto chiuso in cassaforte a lungo perché giudicato ormai troppo impegnativo per la moda attuale, ma il legame che mi unisce a loro non si è mai indebolito. Domani mattina, dopo la colazione in giardino sotto il pergolato, Eloisa cingerà per la prima volta il polso di Azzurra con i miei rubini, e da quel momento sarà investita della carica di artista. Non credo che basterà un così semplice gesto a trasformare i suoi goffi versi in qualcosa di poetico, ma altre volte ho assistito a metamorfosi insperate, mi auguro di portarle fortuna come ho fatto in passato. Non ho il potere che loro mi conferiscono, sono solo un testimone che le osserva con benevolenza. Ma è meglio che rimanga un segreto.

L'ombra

Il mio primo ricordo risale a quando avevo forse tre anni, le trecce imbiondite dal sole e la bocca imbronciata sporca di briciole. Saltavo. Cercavo di saltare dentro la mia ombra e con disappunto notavo che non succedeva nulla, non ero mai nel centro nonostante gli sforzi, poi provavo ad afferrarla e lei sfuggiva , correvo rapida per seminarla ma lei era sempre davanti a me, oblunga e scura. Mi sono affezionata presto a questa presenza costante nella mia vita, lei rimase sempre anche quando tutti mi snobbavano, e quando qualcuno iniziò a tornare dopo il mio successo lei non pretese diritti di esclusiva. Mi compatì, questo di sicuro, ma non mi abbandonò. La mia infanzia solitaria subì il fascino di quelle sagome grigie, da bambina il mio gioco preferito erano le ombre cinesi, divenni una virtuosa negli interminabili pomeriggi senza compagnia; poi la mia fantasia reclamò degli strumenti, e per Natale chiesi una lanterna magica. Giocattolo antico, ma io avevo gusti anacronistici, e la mia camera si trasformò nel teatro di battaglie navali e corse di cavalli, dame svenevoli e cavalieri senza macchia, seguivo ipnotizzata quelle figure evanescenti. Preferii sempre le vetuste meridiane agli orologi, e ottenni di averne una all’ingresso della villa, mi parve il regalo più bello che si possa desiderare. Quando iniziai a prendere confidenza con i pastelli costrinsi spesso i miei fratelli a stare immobili mentre io tracciavo i contorni dei loro profili neri, e mi indispettivo se non apprezzavano ogni volta i miei capolavori. I miei nonni non sanno che danno hanno fatto a raccontarmi la leggenda secondo la quale l’ombra abbandona il corpo di chi sta per morire, tuttora non riesco a liberarmi dall’ossessione di controllare con apprensione la proiezione di chiunque incontri. E’ invece solo per colpa mia che ho il terrore di finire nella pozza oscura di un malato grave, sono convinta che possa contagiarmi, ma non so da dove provenga questa idea. Da bambina, poi, mi chiedevo spesso se gli angeli custodi ne abbiano una, e nei miei disegni diventava un arcobaleno. Alle medie scrissi un tema che mi fece prendere il mio primo nove; il titolo era:”Come superi le diversità generazionali all’interno della tua famiglia”, ed io con grande fantasia spiegai come l’elemento più democratico e di unione fra le generazioni sia proprio l’ombra che rende tutti uguali; lei non rivela l’età, protetti dai suoi contorni siamo tutti uguali, privi di passato e leggeri di anni, non riproduce impietosa le rughe e i capelli bianchi, e guardando quelle sagome senza tempo possiamo riuscire ad avvicinarci in un territorio neutrale che favorisce la reciproca comprensione. Terminavo affermando che solo l’ombra di mia nonna suggeriva la sua vecchiezza attraverso il disegno del bastone, ma io interpretavo quella propaggine come una meridiana privata a cui rivolgermi costantemente per interrogare il tempo, e mai con angoscia, semmai con gratitudine per ogni preziosa ora regalata. Al liceo studiavo sovente in giardino, mi rilassava stare seduta nel berceau accarezzata dal profumo del glicine, l’orzata sul tavolino e le montagne di libri accatastati sulle sedie di vimini. Quando poi pretendevo il massimo della concentrazione per capire i classici latini mi sdraiavo sotto una tamerice e mi affidavo alle sue piccole ombre lanceolate che scorrevano sulle pagine ad ogni capriccio di nuvola. Quell’estate passeggiando sul lungolago la mia ombra si intrecciò con quella di un ragazzo, e nella fugace sovrapposizione lessi il mio destino. Prima di vedere a chi apparteneva seppi che le nostre sagome avrebbero camminato a lungo insieme. Durante gli anni universitari si manifestò in modo inequivocabile la mia creatività, compresi che per realizzarmi dovevo necessariamente esprimere la mia indole artistica, e così accumulai centinaia di rullini. Le mie foto erano sempre in bianco e nero, e ritraevano un unico soggetto: le ombre. Immortalai sagome di cattedrali imponenti in albe madreperlacee, ombre diagonali di pescatori in tramonti insanguinati, proiezioni filiformi di ballerine nelle scuole, nature morte in scale di grigi. Quando selezionai una serie di scatti che mi parvero soddisfacenti mi iscrissi ad un concorso, e dopo averlo vinto inaugurai la mia prima mostra personale dal titolo “L’altro regno”. Da quel giorno lontano è un susseguirsi costante di successi che mi inorgogliscono e stupiscono insieme. Ma nei primi anni dedicati con furore maniacale alla ricerca della giusta inquadratura accadde qualcosa nella mia psiche. Non so dire quando iniziò con esattezza, qui i ricordi sfumano proprio in una tavolozza di grigi, ma un giorno la mia ombra mi parlò. Dapprima non capii da dove provenisse quella voce stentorea, era un suono liquido e potente insieme, aveva il fragore di una cascata impetuosa, come se chi stesse parlando non fosse in grado di modulare adeguatamente uno strumento che conosceva poco. Poi quelle parole di tuono persero un’ottava ad ogni sillaba e si adattarono alle orecchie umane. Lei, la mia gemella monocromatica, mi rassicurò dicendomi che non ero impazzita, avevo solo acquisito delle capacità sensoriali che gli altri non posseggono, e quindi potevo dialogare con la metà che striscia silente sulla Terra. L’altra me stessa era sempre più saggia di me, ne ebbi prova infinite volte, riusciva ad analizzare al meglio le situazioni e a dedurne le idee più geniali; proprio grazie a lei le mie mostre divennero così universalmente famose, mi suggeriva i soggetti e le tecniche più alternative per stupire il pubblico e la critica. E poi era così spirituale, così profonda da farmi desiderare di lasciare il mio corpo terreno e disincarnarmi per divenire come lei. Mi sussurrava con voce fumosa di infinite dimensioni inesplorate che convivono segretamente intrappolate nello spazio-tempo, di entità superiori che la nostra mente limitata non può immaginare, di Verità che i presuntuosi umani non riusciranno mai ad intuire. Precedendomi o seguendomi mi impartiva lezioni che nessun docente avrebbe mai potuto replicare, mi svelava misteri che nessun teologo risolverà mai. Spesso non riuscivo a controllarmi, così le rispondevo a voce alta senza rendermene conto, ma gli altri, meno dotati di me, non capivano chi fosse il destinatario delle mie frasi ispirate, e al mio passaggio i compagni d’università si davano gomitate e mi indicavano. Il baratro in cui sprofondai si fece sempre più profondo, e più cadevo più la mia ombra mi abbracciava amorevolmente. I miei genitori si accorsero della mia solitudine e della mia stranezza, così mi convinsero ad andare in analisi e lo psicologo, con ottuso rigore, mi dichiarò affetta da schizofrenia. Cercò di convincermi che non si può chiacchierare con un’entità immateriale, che quella voce risiedeva solo dentro di me e che era uno sdoppiamento della mia personalità, che avevo bisogno di cure e soprattutto di relazionarmi con gli altri, ero troppo chiusa in me stessa. Non mi persuase, ma nel frattempo con i soldi e la fama erano tornati gli ipocriti amici che per anni mi avevano giudicata troppo bizzarra per frequentarmi, mi avevano ripudiata dal mondo reale per lasciarmi regnare nel mio paese d’ombre, ed ora mi sorridevano servili. La mia fedele compagna non mi abbandonò e non mi criticò per aver accettato quella disponibilità tardiva da parte dei tridimensionali, solo che da allora si è barricata dietro un inespugnabile silenzio. Ho cercato spesso di punzecchiarla per ottenere una risposta, ma ogni tentativo è stato vano, è il suo modo di mostrarmi che è contrariata. Talvolta, quando sono abbastanza rapida a girarmi, intravedo con la coda dell’occhio che sta indietro un passo, serva devota e risentita, o forse è solo uno scherzo ottico. Oggi alla mia ombra si è aggiunto un bastone, mi ricorda quel lontano tema di secoli fa, e quando guardo la mia meridiana personale sorrido felice d’aver avuto così tanto tempo a disposizione per poter creare, e prego affinché il mio gnomone possa indicare ancora il susseguirsi di tante ore.