Sono nato a Catania il 31 luglio 1946, ma, dopo successivi trasferimenti a Cagliari e Voghera, vivo ormai stabilmente a Milano da moltissimi anni.
Laureato in Giurisprudenza, ho iniziato la mia attività lavorativa nel 1969 presso la Casa Editrice Rizzoli per poi continuare nel settore bancario dal 1973 in poi.
Ho insegnato, contemporaneamente e per un quadriennio, Diritto ed Economia Politica svolgendo anche una decennale attività redazionale per la Rivista di Diritto ed Economia della Casa Editrice Tramontana per la quale sono stato consulente editoriale.
Con la stessa Casa Editrice ho pubblicato, nel 1978, il volume “MONETA E CREDITO”.
In anni lontani ho creato la Rivista di contro-cultura “Sottoscala” e avviato una società di consulenza multidisciplinare per piccole e medie imprese. Entrambe tali iniziative si sono poi concluse.
Nel settore bancario, dopo molteplici e diversificate esperienze, mi sono occupato per un ventennio di Borsa e Finanza fino al 2005.
Nel 2003, di seguito alla guerra irakena, ho iniziato la stesura del libro “L’ANELLO SPEZZATO DELLA STORIA” pubblicato dalla Caravaggio Editore nel febbraio 2008.
Nel 2004 ho iniziato una collaborazione redazionale con la Rivista “Alchimie” con articoli saggistici rivolti prevalentemente all’attualità socio-politica.
Nel settembre 2008 è stato pubblicato, sempre da Caravaggio Editore, il volume “LA CADUTA DI EROS”.
Nello stesse mese ho ricevuto Attestato di Menzione relativo al Premio nazionale di Poesia Letteratura Pittura Scultura Fotografia “CECINA IN FESTA…..NATURALMENTE” con l’articolo “Contro la retorica dell’Arte” pubblicato da Alchimie.
Per la stessa Caravaggio Editore ho svolto attività di consulenza editoriale.
In qualità di freelance scrivo articoli di economia e finanza per siti web specifici.
In Dicembre 2008 ho pubblicato il volume “PRIMO POTERE” con CSA Editrice.
I miei interessi riguardano in particolare Fisica ed Archeologia insieme a Storia ed Economia e, in generale, tutti i settori riguardanti l’esistenza umana e l’Universo nel quale abitiamo.
Confessiamo un personale senso di nausea dal quale siamo ormai colpiti costantemente ogni qualvolta sentiamo parlare attraverso i canali mediatici di “città d’arte” e di turisti affamati di percorsi artistici lungo le scorribande dei loro tempi di vacanza. La stucchevole e vuota fraseologia che riveste il “mantra” del concetto di “arte” è responsabile della nostra nausea che, in realtà, è provocata dall’intera struttura sulla quale è venuta costruendosi l’ideologia stessa dell’arte come fenomeno distinto e separato rispetto all’esistenza quotidiana. D’altro canto, ciò è connaturato alla cultura occidentale la cui caratteristica precipua è proprio una visione del mondo e della vita fatta di categorie e di schemi improntati a separatezze e dualità omnipervadenti. Se vi riflettiamo, infatti, l’arte, quale categoria astratta e individualistica così come è stata enucleata nell’Occidente dall’antica Grecia in poi, è una visione estranea alle altre antiche culture nelle quali non ha mai successivamente attecchito neanche in progresso di tempo per il semplice fatto che in esse non esisteva una dimensione individuale intesa come dimensione a-collettiva. Tuttavia non è tanto sui diversi modi di concepire l’espressione artistica in sé che vogliamo svolgere qualche riflessione critica quanto sull’impalcatura che attorno ad essa si è sviluppata nella nostra società. Non possiamo, però, esimerci dall’effettuare una premessa fondata sul significato da attribuire all’idea di arte e ciò per il semplice motivo che tale premessa è la base per comprendere l’estraneità che ha finito per separare arte e vita quotidiana. In questa dicotomia sta infatti la ragione che situa l’arte in una sorta di mondo iperuranico facendola assurgere a fenomeno teologico e creando una sorta di casta sacerdotale che ne officia i riti somministrando i suoi sacramenti al volgo ignorante con un linguaggio tra l’esoterico e l’iniziatico. Nella società che l’Occidente ha creato estendo i suoi schemi all’intero globo la vita è diretta, nella sua innaturale normalità, a una generale mercificazione finalizzata alla riproduzione di denaro e ognuno in tanto può sopravvivere in quanto riesca a trovare un proprio collocamento all’interno di tale processo che gli garantisca gli strumenti monetari di sopravvivenza. Parlare di “merci” equivale, già di per sé, a escludere alla radice il concetto di “beni” in quanto mentre questi ultimi postulano caratteristiche di utilità, le merci sono invece qualsiasi cosa possa essere compravenduta all’interno di quel “mercato” che è la divinità monoteista reggitrice delle umane sorti secondo la religione capitalistica. L’energia umana è così deprivata della sua funzione creativa e ridotta a mero strumento di soddisfazione delle esigenze del capitale dirette essenzialmente alla riproduzione e all’ incremento di materia inerte quale è, per sua stessa natura, quel denaro su cui si basa l’architettura del cosiddetto “sistema economico” sul quale vegliano sacerdoti del Nulla denominati “economisti”. Se questo è il quadro di una vita presentata come “normale” e che è, in realtà, il quadro allucinante di una terribile follia che divora insaziabilmente gli schiavi ad essa consacrati attraverso lo svuotamento di corpi e anime , ne consegue che dalla vita è stata eliminata la nozione del piacere e delle attività che attraverso creazione e godimento della bellezza in tutte le sue espressioni la rendono fenomeno intimamente connesso al senso medesimo del piacere di vivere. Non più, allora, ars vivendi è la nostra realtà perchè ars moriendi essa è divenuta! In tal modo, l’arte come dimensione estetica ed emotiva appartenente a una sfera che con la quotidianità nulla ha più a che spartire è stata trasformata nel totem di un rito interno al sistema economico come dimensione puramente ricreativa degli schiavi impegnati nel processo produttivo e, al tempo stesso, sacrale per quanti hanno ricevuto, o si sono autonomamente attribuiti, l’investitura di suoi interpreti esattamente come i sacerdoti di qualsiasi religione. Questi ultimi rientrano nella più vasta categoria dei cosiddetti “critici d’arte” che, esattamente come gli “economisti” dei quali condividono le severe vesti sacerdotali sotto le quali niente esiste, hanno sviluppato la medesima fraseologia criptica la cui unica ragione è data dall’ingenerare sacro rispetto nei loro confronti da parte degli appartenenti al volgo nei quali si vuole instillare la convinzione di essere troppo “umani” per comprendere adeguatamente i misteri divini racchiusi in ciò che solo il loro giudizio è in grado di qualificare “arte” o meno. Le trombe mediatiche, la cui funzione essenziale è l’organizzazione del conformismo sociale attraverso la manipolazione dei cervelli, riescono a conferire legittimazione a tale situazione con il risultato di mostrarci individui che, nei periodi canonici degli “esodi” e “controesodi” di masse cloroformizzate, scelgono di dedicare il loro tempo libero a una “acculturazione” fasulla perché vissuta non come sviluppo dei loro talenti creativi bensì come faticoso accesso a santuari dichiarati tabernacoli di opere d’arte puramente e semplicemente perché così si ha da credere se si vuole passare per persone di alto intelletto. Guai, naturalmente, a esprimere opinioni di segno contrario perché, in tal caso, il minimo che ci si possa aspettare è un linciaggio morale che bolla di “insensibilità artistica” la “persona da poco” che non riesce ad “elevarsi” alle vette spirituali della religione dell’arte. C’è una sensazione di gelo e di vuoto che si accompagna a una tale visione dell’arte come realtà fossilizzata e astratta incapace di generare emozioni profonde perché inquadrata in un sistema di vita che in verità la nega: essa, infatti, è forma divisa rispetto al tempo totale che gli uomini sono costretti a sacrificare a un processo di produttività alienante in cui si perpetua la loro propria alienazione. Se riflettiamo sul fatto che lo schema esistenziale moderno contempla, nella sua generalità, un ciclo vitale ridotto a una lotta per la pura sopravvivenza materiale in fondo al quale sta solo l’attesa della morte e che la durata di questa attesa è ormai auspicata come la più ridotta possibile per le esigenze economiche del sistema, allora ci accorgiamo che non esiste spazio per l’emersione e la coltivazione di quei talenti individuali e collettivi che costituiscono la vera ricchezza dell’essere umano. E soltanto in virtù di particolari circostanze fortunate è possibile che taluno riesca a seguire le sue vere inclinazioni. A noi pare che tutto ciò costituisca il più grande spreco di energie di cui è responsabile l’”economia” fondata sulle merci e sul denaro. Ecco perché avvertiamo con fastidio quella che chiamiamo la “retorica dell’arte” fatta di dissertazioni teoriche dal linguaggio involuto e pseudo-intellettuale che ammanta in genere le manifestazioni scritte e orali di tanti “critici d’arte” nelle quali non riesci a cogliere respiro di vita, ma solo narcisismi pretenziosi inneggianti ai propri svolazzi parolai. Al tempo stesso non possiamo che trovare nei tours artistici che deliziano schiere di pellegrini in visita a stereotipati santuari null’altro se non la sapiente organizzazione del tempo cosiddetto libero da parte delle agenzie di viaggio impegnate in una profittevole attività di “vendita di cultura” per le “ore dell’aria” dei carcerati dell’economia produttiva e, soprattutto, competitiva della quale si riempiono la bocca politici e sindacalisti.
Uno strano malessere serpeggia ormai da lungo tempo nelle anime di tantissime persone senza diffe
renze di età, di sesso e di condizioni economiche. Ed è anche un malessere che non conosce confini
poiché si aggira per il mondo come un virus contagioso. Non ha un nome specifico perché nasce da
una combinazione di più elementi di disagio che appaiono nei cervelli umani dapprima senza una
chiara consapevolezza e via via affiorando in maniera sempre più cosciente per lo meno in coloro
che sono abituati a porsi domande sul senso delle cose.
In realtà arriva il momento in cui si scopre che è il vuoto che soffoca le nostre vite a generare quel
malessere senza nome annidatosi nella scatola cerebrale con il passar del tempo durante quel puro
esercizio di sopravvivenza che è la regola impostaci all’interno di un sistema generale che non prevede
più l’essere umano perché viaggia in direzione dell’estinzione soffice e programmata della spe
cie.
E’ un sistema che sta sostituendo, giorno dopo giorno, anno dopo anno, la stirpe degli umani con una
stirpe di robot produttori di vuoto e, soprattutto, consumatori di vuoto in nome di un’unica leg-
ge che si chiama, con un nome circonfuso da un’atmosfera di sacralità, legge di mercato. Nel nome
di questa legge tutto deve essere comprato e venduto senza sosta perché solo così,come recita un imbecille
spot pubblicitario circolante sulle nostre televisioni,l’economia gira e tutti ci guadagnamo
secondo il messaggio che si vuole inculcare con commovente semplicità di linguaggio nelle esistenze
quotidiane di un popolo di cittadini consumatori.
Si commercia di tutto e di tutto si fa spettacolo affinché anch’esso sia commerciabile e, quindi, vendibile
sul mercato dell’intrattenimento che costituisce, nel suo significato reale così come è venuto
sviluppandosi, la droga leggera, ma ad alto contenuto di assuefazione, che istupidisce e svuota quei
cittadini consumatori che si dannano l’anima, dalla mattina alla sera, per produrre vuoto e consumare
vuoto.
E quando, da qualche parte e in un certo momento, si decide che un tal sistema deve ritrovare s
slancio per essersi impigrito nel suo corretto funzionamento che può comprometterne l’espansione e il
processo di robotizzazione di coloro che una volta erano esseri umani, allora sono pronte guerre e
genocidi per combattere “terrorismi” di tutti i tipi sotto le bandiere sacre della Democrazia e della
Libertà al grido di “Dio lo vuole”, dove Dio è l’altro nome del Mercato che ha da essere libero e
pacificamente costruito su montagne di cadaveri che imputridiscono al sole.
Presi, come siamo ormai da secoli, all’interno di questo meccanismo e occupati solo a sopravvivere
finchè morte non ci chiami, sperabilmente mentre siamo ancora in servizio di sopravvivenza per non ostacolare
i delicati ingranaggi di un quadro economico che ormai prevede anche la morte programmata
come data di scadenza del “prodotto uomo”, abbiamo giocoforza rinunciato a pensare
accettando, in maniera civilmente rassegnata, i dogmi di chi pensa per noi spacciandoci per articoli
di fede menzogne e violenze di ogni genere però chiamandoli Democrazia e Libertà che in quell’unica
Tavola della Legge che è la Legge del Mercato trovano compiuta espressione.
Civilmente abbiamo accettato tutto questo accordandoci a quella filosofia sanamente popolare che
dice che “così è la vita” delegando a Dio o ad Allah la costruzione di un mondo migliore non in
questa vita, che sarebbe pretendere troppo da Dio o da Allah, ma in quell’altra perché, così ci è stato
insegnato da tantissimo tempo, il Paradiso non è di questa terra e può anche aspettare.
Epperò, pur con tutte queste semplici certezze ben salde nella mente, non abbiamo non potuto renderci
conto che, infine, la nostra vita valeva quanto un soldo bucato, cioè niente.
Riflettere è sempre stato un gioco pericoloso e lo è ancora. Riflettere può significare risvegliarsi
dal sonno della droga somministrataci e porsi domande che cercano risposte. Riflettere è indagare
a partire da noi stessi, ma è anche una marea che tutto abbraccia perché genera una fame di senso
esteso a tutto e non si contenta più di accettare i soliloqui che giungono dalle stanze del Potere di
qualsiasi tipo perché finisci con il capire che il Potere è solo autoreferenziale, cioè falso. Riflettere
porta a comprendere che il Potere ha sì bisogno degli uomini, ma solo come schiavi obbedienti ai
suoi precetti e ai suoi modelli che funzionano per produrre altri schiavi.
E certamente non vi è mai stata un’epoca cosi ricca di schiavitù reale come la nostra poiché le
catene non cingono più le caviglie degli schiavi (troppo facile, in tal modo, accorgersi della propria
condizione), ma le loro menti, i loro cervelli, le loro anime. Così i corpi si muovono in maniera
automatica e si risparmia sul costo del ferro per i guinzagli.
Ma se riflettere significa cominciare a dubitare e, quindi, a indagare va da sé che che la prima cosa
di cui si ha bisogno nel momento in cui inizia il risveglio sono gli strumenti per poter continuare
nell’opera del proprio affrancamento mentale. Non serve essere laureati o diplomati per poter
passare da una posizione di passivi fruitori dell’odierno sistema di vita a una condizione di soggetti che
tentano il recupero delle proprie individualità coscienti espropriate dall’inganno dei mezzi di comunicazione
sociale che altro non sono se non la voce del padrone. Con il che non si vuole certo dire
che occorre rifiutare tout-court l’istituzione scolastica o il veicolo di una “informazione” per quanto
asservita attraverso la quale filtrano, comunque, le immagini di una società nazionale e internaziona
le che testimoniano l’orrore di una vita vissuta malamente e ancor peggio fatta morire in modo
criminale da chi detiene le leve del potere.
Gli è che nel momento in cui i cervelli cominciano a interrogarsi hanno fame di sapere che ci fanno
gli esseri umani a questo mondo se attorno a noi tutto piange e si dispera, mentre talmente bella è la
vita se si riesce a percepirla come essa veramente sarebbe per sua propria natura, cioè tripudio di corpi
e di anime che non disprezzano la patria Terra ma ne sanno godere l’incredibile ricchezza di
piaceri che se ne possono trarre a condizione di trattarla con rispetto ed amore come amanti appas-
sionati. Perché il Paradiso o l’Inferno sono qui ed ora, non oltre le stelle né al di fuori della Vita e
chiedono soltanto che si faccia una scelta in direzione dell’uno o dell’altro. Finora, purtroppo, la
scelta è stata in direzione dell’Inferno, ma seguendo quel che gli spiriti realisti chiamano Utopia
noi crediamo che sia possibile invertire il senso di marcia se veramente non ne possiamo più del
quadro nauseabondo che ci sta sotto gli occhi e che ammorba l’aria che respiriamo.
Il recupero delle facoltà critiche e della coscienza individuale passa allora attraverso la sete e la
fame di senso come volontà di gioia della vita di tutti e di ciascuno. Non abbiamo bisogno di eroi
creati a tavolino o di martiri religiosi o, comunque, di figure che trascendano la quotidianità della
vita di ogni giorno. Abbiamo bisogno di recuperare soltanto noi stessi e, quindi, tutti gli esseri
umani all’interno di una dimensione che inneggi finalmente al piacere di vivere qui ed ora purchè si comprenda
fino in fondo che solo su questa Terra può essere il nostro Paradiso se assumiamo come
criterio di valore la dignità e la divinità della vita di tutto e di tutti senza se e senza ma.
Allora, improvvisamente, scopriamo che se vogliamo trarci fuori dalla palude del vuoto nel quale
annegano le nostre esistenze abbiamo bisogno di “cultura” scritta tra virgolette perché non si tratta
della cultura scolastica o della memorizzazione di tante cose come siamo indotti a credere. Tutto
questo non porta da nessuna parte perché si tratta di un sapere fossilizzato e deliberatamente reso
innocuo in quanto estraneo al sistema riproduttivo degli schiavi della moderna economia di mercato
La “cultura” che occorre reinventarsi è semmai nella ripartenza dai valori “erotici” della vita che
ne costituiscono l’essenza vera attraverso la soddisfazione dei bisogni dei corpi e l’elevazione con
ciò stesso delle anime ben sapendo che per questa via si può giungere alla comprensione di uno
schema cosmico nel quale Equilibrio ed Armonia sono i principi generatori di Felicità. La “cultura”
allora non è sapere tante cose e nulla in realtà, ma paziente ricomposizione di capacità di pensiero
e di espressione individuali sottraendo i cervelli all’ammasso del regime di mercato nel quale il
valore è costituito soltanto da un qualsiasi prodotto confezionato e venduto, anche etichettato come
cultura.
Nelle antiche civiltà d’ogni tempo e d’ogni luogo, prima che iniziasse il processo di schiavizzazione
globale degli esseri umani di cui vediamo oggi svolgersi l’ultimo atto, la vera cultura e la vera
sapienza erano nello studio e nella comprensione degli equilibri naturali sui quali si reggeva il fenome
no Vita e, quindi, anche le esistenze degli uomini se volevano perseguire il loro proprio benessere
fisico e mentale. Perché corpo e anima non sono entità separate, ma un unicum inscindibile e nascono
entrambi sotto il segno della libertà come diritto naturale della Vita stessa.
Riscoprire la “cultura” significa quindi riscoprire sé stessi in un cammino di ricerca della propria
vitalità e identità come soggetto senziente ed espressivo del proprio mondo intellettuale ed
emozionale liberandosi dai condizionamenti che irreggimentano e dissacrano l’esistenza favorendo la
perpetuazione del potere di caste oligarchiche che da secoli ci gravano sul collo.
Riscoprire la “cultura” è riappropriarsi di un mondo di energie che ci è stato sottratto poiché sono
state incanalate lungo un’unica direttrice nella quale nascere, sopravvivere e morire hanno il solo
scopo di un atto di consumo che generi profitto secondo la sacra legge del mercato.
“Cultura” è allora inesauribile voglia di riconquista del proprio patrimonio intellettuale ed emotivo
riscoprendo le antiche eredità di mondi solo apparentemente scomparsi perché lentamente essi
riaffiorano attraverso le nostalgie genetiche della nostra umanità. “Cultura” è voglia di comunicarsi
reciprocamente senza timore e senza ostentazione quel che ognuno è riuscito a riportare alla luce nel
segreto della propria anima come frammento di una più vasta coscienza universale che vede gli
uomini e non il mercato al centro della vita.
Musica e colore, equilibrio ed armonia, energia e vitalità sono le caratteristiche di quella che è la
passione del vivere che genera Dei e non schiavi e nella riscoperta della “cultura” come voglia di
esistere, godere e gioire sta la rinascita di un tempo che sconfigga l’orrore delle devastazioni e che,
al posto del sangue dei vinti, veda scorrere il fiume della dolcezza dei sensi.
Certo, la ricerca di questa “cultura” è strettamente e fortunatamente individuale e nessuno può detta
re regole o imporre leggi, ma inevitabilmente essa seguirà un percorso ancora e sempre genetico per
chè comuni in tutte le latitudini sono i bisogni umani d’ogni genere e soltanto con la solidarietà
collettiva e nel reciproco riconoscimento del valore di ogni essere umano è possibile ricostruire un mondo
liberato dalla malattia della volontà di dominio.
Non si tratta di propugnare l’avvento di nuove caste di intellettuali con delega di pensiero o di
venerabili studiosi di libri sacri che ci propinino le loro teorie ammantandole di rarefatte atmosfere
vagamente impregnate di odor di vuoto. Ognuno di noi ha da essere artefice di una verità che
collimi con il senso e la gioia della vita e non esistono autorità di alcun tipo di fronte alle quali
inchinarsi come a sommi sacerdoti di verità rivelate non si sa bene da chi.
La vera “cultura” ha bisogno di spiriti liberi fieri della propria indipendenza di giudizio che porta
a sottoporre tutto al vaglio di ciò che è buono e giusto nel quadro della vita universale.
E’ in questo modo di pensare che ognuno può riconoscere a sé stesso la propria sacra individualità
e la riformulazione di un modo di vivere che si liberi dall’intorpidimento con il quale un sistema di
valori fasulli o di disvalori ha pazientemente costruito la sua tela di ragno.
Riflettere è pericoloso : porta a ribellarsi e, per ciò stesso, a rinascere. Prometeo e Spartaco erano
i simboli della sfida al Cielo e alla Terra perché intrisi di una “cultura” di tal genere che portava
alla ribellione contro chi li voleva privi di luce e di libertà. Si racconta che anche Adamo, loro antico
padre, sia stato punito per aver osato mangiare dall’albero della conoscenza rivendicando la sua
divinità.
Nonostante la punizione che ebbero a sopportare Adamo, Prometeo e Spartaco, lo spirito di ribellio
ne non muore mai perché, come ci ha informato Dante :
“fatti non foste
per viver come bruti
ma per seguire
vertute e conoscenza”.
La “cultura” è strumento di liberazione: a ognuno di noi il compito, se vuole, di riscoprirla e di
riaccendere, così facendo, la Vita.