La nebbia penetrava lentamente dalla fessura della finestra. Il riscaldamento funzionava abbastanza, la casa era
vecchia ed i tubi stavano per crollare; fortunatamente il bagno riusciva ancora a scaricare i residui melliflui
della sera prima, ieri sera, quando nel freddo ci si muoveva a passi lenti per la città, sorseggiando un vino acido da un euro.
La mattina è dei coglioni; la mattina si parla, si fuma, si suona una melodia tranquilla alla chitarra cercando
di imitare gli ultimi suoni di Pat Metheny, senza riuscire a fare nessuna di queste cose: le parole escono deformate,
le sigarette si fermano in gola a bruciare. La bocca è impastata, vorrebbe trangugiare i resti sofferenti sul tavolo;
l’acqua a sciacquare non basta, non trascina… una birra, dov’è la birra? o un vino… no, facciamo un’altra sigaretta.
Si improvvisa una mano di poker, noi giochiamo a Texas Hold’em perché c’è più gusto. Bisogna scommettere, sempre e comunque. Tanto vale abituarsi.
E’ straordinario come da quattro giorni sia calato sulla città un banco di nebbia che persiste a non far vedere i colli oltre le case, io avrei
bisogno di vedere i colli, un po’ di quel verde distante che i giardini pubblici non riescono mai a ricordare abbastanza. Nonostante i fiori
in primavera ed i rami bruciati d’estate. Una birra, d’estate si beve la birra. Altro non c’è.
Trangugio un sorso d’acqua, il mio corpo non la vuole. Il vino è finito, c’è rimasto un goccio di gin. Lo devo fare? Lo devo davvero fare?
Un motivo c’è se è lì, se fossi coerente con me stesso ora mi alzerei e comincerei a bere quell’acqua di fuoco. Se fossi… è tremendo dire
‘se fossi’; indica che non si è soddisfatti abbastanza per urlare al mondo ‘io sono io’. Dire ‘se fossi’ è come svalutarsi. E’ un corvo
che gracchia in questa giornata d’inverno. E’ una brutta serenata. E’ una serata che è già stata trascorsa. E’ guardare i poster appesi
al muro e sperare di essere là: in quel posto dipinto, col mare calmo, una donna in bikini di paglia e noci di cocco, bere un aperitivo
a lume di candela sdraiato su un’amaca. Ah, se fossi là…
Invece sposto lo sguardo, non fa bene pensare ai sogni di prima mattina, anche se la mattinata ci ha già lasciati da qualche buona ora.
Più a destra c’è un poster di un film: ‘L’attacco dei fegati cromati’, presentato in prima visione assoluta e revisionato dal gruppo-movimento
studentesco Rosso Malpelo. Non mancate! Eccezionali le recensioni! Grandi momenti di risate!
Un alieno disegnato in malo modo sul poster recita: “La mia birra porco cane!”. E’ l’unica cosa che capisco, perché il resto mi fa schifo.
Ecco come ci si rinchiude in un cerchio: ritorno a pensare alla birra e, sì, ora bevo quel gin. Solo un sorso, magari. Magari due.
Ecco fatto, poi si ritorna a sedere. Che razza di vita sedentaria! Dovrei trovare qualcosa da fare, in tanti mi direbbero: “Tagliati i capelli
e vai a lavorare!”, ma io no. Non me li taglio i capelli, e il lavoro dovrà aspettarmi con pazienza. Sarebbe tremendamente normale.
Sarebbe omologato, catalogato, siglato, un patto tacito, un affitto, andare a far la spesa, vivere. E non mi va.
Finalmente cambia la musica, ora Pastorius trascina in un riff ricco di significati trasbordanti. Troppo maniaco? No, solo troppo fantasia.
E’ che se non ci fosse quella, adesso sarei per strada! O a pregare per un prestito qualche banca! Va bene essere fantasiosi, la radice è
la stessa di ‘fantastici’. Può esserlo anche di ‘fanatici’ ma il fanatismo spesso porta a fare del bene. Solo che in media lo si capisce
troppo tempo dopo, come è successo con Malcom X o con i Grateful Dead. Sono due esempi del cazzo, fin troppo discordanti, ma cascano a pennello.
Mi piacerebbe riuscire a dipingere questi momenti, avrebbero molta passione dentro. E poi è più intrigante raffigurare un uomo chino a scrivere,
piuttosto che leggere solamente ciò che scrive. Mi immagino come sarei visto dall’alto, di fianco, da sotto. Estraneo al mio corpo viaggio nell’aria
e esco dalla finestra, volando sulle case fino a quei colli distanti che la nebbia mi copre da quattro giorni. Quattro maledetti giorni. Troppi.
Che il limite sia stato raggiunto? Che non possa esserci più di così? Che il cielo sia veramente racchiuso in una stanza? Credo che molti cantanti
abbiano ragione: Bob Dylan quando proferiva che le pietre rotolano, Leonard Cohen in ‘Birdwire’, ma soprattutto John Lennon quando cantava “Imagine
all the people livin’ life in peace”.
Io credo ancora alle favole. Specie se sono ben raccontate, se sono passionali, se per un istante riescono a staccare la spina dalle solite ovvietà
che vengono propinate dalle riviste, dai giornali, dalle istituzioni. Ma la retorica è difficile da sostenere, specialmente per un drogato come me.
Noi possiamo contare sulle sensazioni, ma quelle valgono ben poco fuori di casa. Spesso non sono comprese, e siamo costretti a vagare di bar in bar
per cercare di non pensarci. Ma non c’è nulla di triste, al massimo è un problema di sedentarietà. Perciò devo trovare qualcosa da fare o un nuovo posto dove andare, dove poter vedere cose a cui non sono abituato. Mi piacerebbe (‘se fossi’), al di là di quei poster sul muro, andare a guardare le cose mai viste, girare intorno a me stesso e contemplare la pienezza del mondo. Magari restare incantato davanti ad un museo, od un parco immenso, o un grattacielo. Vorrei andare a vedere la Factory di Andy Warhol, il museo delle cere a Londra, la Scala di Milano; vorrei veder ballare Mick Jagger dall’alto dei suoi settant’anni e credere che non sia possibile che non esista il diavolo. Lui c’è, e Mick Jagger l’ha conosciuto. Lui, Robert Johnson e pochi altri.
Io ho conosciuto Roberto Z., che non è certo la stessa cosa che conoscere il diavolo. Per certi versi è decisamente meglio, anche se è lunatico. Ma
pure io sono lunatico, il che facilita i rapporti. Conoscere il diavolo sarebbe complicato: troppe implicazioni psicologiche, troppa etica; dovrei
domandargli se Hitler era lui travestito; se Torquemada fu tutto uno scherzo per far ridere dio; poi se venissi a scoprire che non esiste potrei
restare deluso, renderebbe le ventinove canzoni di Robert Johnson troppo tenere, addirittura terrene. Così, invece, hanno uno scopo divino. Poi
vorrei chiedergli se gli uragani e i disastri li manda lui o il suo affine. Ma, ripeto, probabilmente angeli e diavoli sono coinquilini ed io
sarei troppo combattuto dall’etica per riuscire a pronunciare una frase sensata. Con nessuno di quei due puoi permetterti di sbagliare parole.
Con Roberto Z., puoi.
E così pensando al diavolo passa il tempo, le gocce d’umidità crollano sotto il loro peso lungo il vetro sottile della finestra in cucina;
c’è uno strano legame fra il diavolo e l’umidità, piuttosto sconnesso. Direi opposto. Però chissà, tante volte gli opposti si rivelano simili.
Penso che sia brutto essere simili o uguali a qualcosa, toglie quel carattere unico che ha ogni persona.
Mi scaldo con il tepore di una lampada da tavolo, indosso la sciarpa; la temperatura è calata presto oggi, ma vorrei resistere ancora dalla
tentazione del riscaldamento perché la bolletta è in agguato. Lo sanno bene gli studenti e quelli del gas.
Faccio due chiacchiere con Roberto Z., le partite di calcio e le schedine della snai combaciano. Anche se è ancora presto per urlare vittoria.
Le scommesse sono necessarie a rendere meno sedentaria la vita: si fanno due passi al più vicino centro, si studiano i risultati, ci si gratta il culo per chiamare la fortuna.
Qualche consiglio: cercate di beccare gli ‘x’ nelle partite della serie B, di solito sono dati bene tra i 2.5 e 3.5 di quota; squadre come Chievo,
Pisa e Bologna valgono il rischio di una quota 2.35 o 2.5 in partite fuori casa; a proposito, se certi geni quotano a 13 l’Empoli fuori casa contro
l’Inter, un motivo ci sarà; ma il Cagliari messo a 12 contro la Juventus fuori casa diventa una provocazione, il Cagliari non è male quest’anno e può farcela!
Io ci giocherei pure l’over!
Ultimamente ho avuto fortuna un paio di volte, l’ultima è stata una vincita di centotrenta euro con tre giocati. E’ andata meglio a Roberto Z.:
in tre settimane ha avuto due vincite: una da quattrocento euro e l’altra da seicento euro, divisi a metà con sua sorella.
Ma questo è il mio problema, non so quando rischiare. O forse non ho abbastanza culo. Dovrei grattarmelo di più e chiamare ancora più fortuna.
A tarda sera solo gli Alan Parson’s accompagnano la danza di uno stuzzicadenti in bocca; ondeggia da un lembo all’altro, masticato come un
chewing-gum insapore. E’ passato un giorno ancora rinchiusi tra le pareti pareti, stavolta in due. Non cambia molto, si fanno i turni. E pensare che c’è gente che ogni giorno si divide in due la vita!
La nebbia persiste, è un banco siberiano o giù di là. In ogni caso, è freddo. Le previsioni dicono che domani pomeriggio tornerà il sole e
potremo anche andarcene a fare scampagnate. Scampagnate… di lunedì. Che fantasia!
Domani l’impegno sarà lo stesso di oggi: trovare qualcosa da fare.
liberamente ispirato a “Metropolis” di Fritz Lang
il padrone era un pessimo uomo. un uomo di merda.
fu così che divenne demone & macchina.
respirò l’aria putrida del potere e gli piacque.
l’uomo vestito di bianco scese
nelle basse gradinate dei suoi anfratti,
viaggiò dentro Moloch fino al cuore divoratore.
la macchina esplose in un fragore di fame,
divorando schiavi e donne.
i fumi di scarico riempivano l’ambiente circostante
mentre la città andava in frantumi.
la massa degli operai smise il lavoro
ed il sogno nero si rese conto di essere frantumato
come uno specchio rotto nell’acqua.
i riflessi della lotta albergavano nell’eroe bianco
e sopraffacevano l’oscuro tremore dell’uomo-delle-macchine,
servo della modernità benché figlio dell’antico valore.
i nidi verdi erano scomparsi e non esisteva che l’azienda.
gli uomini non erano uomini,
cominciarono tempo addietro ad essere stampi di fabbrica.
la lotta di classe s’era sopita
con la morte dei grandi pensatori ed il sorgere di Moloch.
arrivò l’eroe bianco ad amare
ed a salvare gli infanti.
ci penso meglio
quando bevo,
ragiono meglio.
vorrei solo qualcuno a cui dirlo.
parlare delle cose che vedo dall’alto,
commentare le vite che vedo dal basso.
questo è il mio difetto,
in certe cose sono debole.
è difficile per me dirlo,
la vita è una recita
e non si va sul palco
senza preparare il pezzo.
è il motivo
per cui ammiro il jazz.
loro lo fanno.
sento il bisogno di bere, di tenere occupata la mente con qualcosa di buono perché ora è talmente
vuota da far schifo. mi pare di perdere tempo dato che sono vuoto. eppure faccio cose, piccole cose,
ed intorno a me il mondo gira. sono fuori dal mondo…
ho bisogno di una grande sbronza solitaria: io, un bancone da bar ed un generoso barista che sa servire
e tacere. dopo i convenevoli la parola passa alla mente ed alla penna. mi mancano le serate da bar, quando
credevo di poter cambiare il mondo con un foglio di carta…
ho voglia di stare da solo, strafarmi, vedere cose al di là dell’impossibile, patire e superare.
voglio qualcosa di tangibile sul mio corpo, come i tagli che mi feci sul braccio per quella ragazza,
come le bruciature di sigaretta a formare la sua iniziale. voglio bere due bottiglie di rosso sangue
ed uscire di testa, senza importarmene degli altri intorno e della società. voglio uscire da questo sistema corrotto di ipocrisia morale.
sono
qui
per me.
è inutile sprecare le ore di controvoglia, vorrei ritrovare la passione e mettermi a scrivere qualcosa di epocale, poterlo fare senza l’aspettativa di qualcosa di grande. scrivere per scrivere. così era…
quand’è che ho cominciato a vedere tutto come un lavoro? è stato quando ho cominciato a pagare l’affitto? quando dovevo mantenere un certo tasso di alcool al giorno? quando non ne avevo?
è stupido, futile, indecente, ignobile, inumano, aberrante, depressivo, in certi toni fino al demenziale ma non riesco a stare fermo senza pensare. una volta avrei pagato per poterlo fare. ricordo di quando scrivevo che non avrei voluto nascere, forse l’unica cosa che condivido ancora per un discorso di comodità. chi non nasce non fatica.
ma ricordo anche di quando volevo staccarmi la testa, troppo oberata di pensieri. non ero molto più giovane di adesso, ma la fase è già passata.
panta
rei,
così dicevo girando per le strade ubriaco. ed ora non posso più esserlo, ubriaco, altrimenti finisce che mi arrestano. probabilmente cambia anche la città, la società, le regole…
ora, qui, non posso fare niente di ciò che facevo nel monolocale di bologna. ma è ora che mi sento infinitamente in disparte da tutto, residuato bellico di una granata di whiskey, con la bocca impastata e gli occhi socchiusi. desidero dormire per sperare nel domani.
che triste destino per un cowboy.
sentieri di una notte con due alberi
spelacchiati
davanti, a ricordare che la gente
sfiorisce e perde gli arti.
spesso perdono anche le palle:
le persone, non gli alberi.
loro non le hanno, a parte quelli di natale
ed infatti gli ornamenti non durano mai più d’un mese.
è un discorso talmente triste da essere lampante
come un tossico nel sottovia.
un uomo, un buco...
com’è ovvio,
com’è triste,
com’è lampante.
la gente non mi ha mai visto con la sbronza cattiva
e quella mi sta salendo fra le righe.
divento insopportabile,
tranne che per i cani: loro mi amano sempre.
qualche cane l’ho conosciuto,
con alcuni ho diviso anni della mia breve vita.
ce ne saranno altri,
i cani sono i migliori.
mentre la bocca resta immobile
e la mano corre veloce,
io persisto nel guardare gli alberi senza palle,
cercando qualche resto di ramo caduto per terra.
yo quiero pasear sobre el ciel...
cammino sull’asfalto
con le ciabatte indosso
ed una giacca lisa,
passeggio verso l’eden di un parco chiuso;
vivo tra le pareti molli
di un mondo che ho creato per compiacermi.
e, intanto, nel mondo vero
un certo L. Cohen tiene concerti in giro;
e Lou Reed ormai ha smesso con l’ero.
he treats me bad…
nonostante la musica finisce il viaggio.
sopravviviamo fra commissioni interne
e fratelli che si cuciono
il destino addosso.
chi approfitta di chiunque...
io di nessuno,
chiunque è ognuno.
Ibrido: incrocio tra due organismi, animali o piante, di diverse unità tassonomiche,
quindi distinguibili morfologicamente e geneticamente da altri.
trattengo il respiro e chiudo gli occhi. non ho voglia di sentire l’aria nei polmoni,
vediamo quanto posso resistere. poco dopo ho già finito col mio tentativo stupido e
torno ad accendere una sigaretta sul gradino della porta di casa. la notte è fresca
e non c’è nulla che mi ritorni in mente di piacevole, nemmeno le storie di sesso.
ogni cosa passa con indifferenza da un angolo all’altro della testa: gli amici, le
serate appena trascorse, le vie della città e le vite degli altri… mi importa solo
di me stesso e della mia strada. ritengo che ci siano cose ben più importanti, ma
allo stesso tempo non mi interessano.
anime che si elettrificano
e convertono il senso di marcia,
luci che scintillano intorno
quando l’anima non è più una.
ritorna ancora in mente quella piccola donna che conobbi, appare lenta e svanisce
come un ramo che cade a terra sotto i colpi dell’accetta. mi ripeto di non concentrarmi,
che non ne vale la pena, ed effettivamente poi sto meglio. sorseggio una birra ghiacciata
e mi metto a contare le falene intorno alla luce… di sicuro loro non hanno di questi
problemi, mi dico. ma che problemi sono, in fondo? solo l’indifferenza è un vero problema.
lo ricordo bene quando non riuscivo a provare emozioni, questa è un’anima che ritorna a
tormentarmi molto spesso: inutili sputi sul muro durante una festa in piazza, alcune
bottiglie di vino vuote e pagine di storie che si scrivevano da sole. all’epoca non
vivevo davvero, lo facevo solo per avere l’opportunità di scriverci sopra.
da sole passano le anime
interi attimi lunghi un’esistenza,
fra una luce abbagliante
ed un eterno barcamenarsi.
resto qui seduto a guardarmi intorno, con un eremita dai pensieri ricorrenti che
borbotta storie passate… storie normali, alcune vere, di gente che ha visto e vissuto.
io lo ascolto e non posso fare a meno di pensare che dovrei buttare giù due righe, su
questa cosa. come anche su ogni altra cosa… ogni uomo ha una via, forse più d’una, e
deve scegliere come prenderla: in taxi è più comodo ma perde il gusto del viaggio.
continua a calare la notte mentre gli animali notturni la fanno da padroni, sono io
ad essere fuori luogo adesso. la puzza di birra li attira verso di me, qualcuno
comincia a succhiarmi il sangue e altri si limitano ad osservarmi. schiaccio una
zanzara sul braccio e noto colare la goccia rossa, la puttana almeno è morta a stomaco pieno.
gli spiriti dei succhia-sangue
sono cancri duri da scrollare via,
mangiano ogni speranza
e crepano con i tuoi sogni.
dentro me convivono diverse persone, qualcuna meno simpatica di altre. stanotte una
sola prenderà il sopravvento e riterrà dentro il mio corpo tutte le sensazioni, le
immaginazioni, le emozioni che sopravvivranno al tempo che trascorre. una parola in
più va detta, ma non usarne nessuna di troppo. altrimenti il lettore si stanca e tutto
il lavoro va a farsi benedire...
combatto con l’anima, senza noia stavolta, per qualcosa che ne vale la pena. ritratto
la mia personalità e la dipingo ogni volta con versi nuovi; mi scrivo in qualche foglio
e descrivo me stesso come fossi mio figlio; in ultima spiaggia, sogno un paradiso che
le mie anime non possano concepire mai.
sto aspettando una scommessa
che tarda ad arrivare.
non è niente facile puntare su qualcuno,
servono dedizione e costanza.
loro sono donne che non è facile incontrare
nella vita di tutti i giorni,
si incontrano in strada per caso
dopo aver trascorso una sera a bere
ed una notte a sognare svegli.
splendide donne
dai capelli rossi, dal sangue rosso.
l’animo rosso vampante come tigri della notte.
questa sera l’ispirazione tarda ad arrivare,
giunge solo l’eco di un suono di sottofondo,
un ambiente buono per Franco Battiato.
mentre nelle orecchie ed in testa
ho altre melodie.
goccia su goccia
si riempie il vuoto e colma un’antica mancanza,
che stasera è tornata in superficie.
vede gli alberi crescere e gli uccelli cantare,
ma la poesia ovvia non m’interessa. è banale.
non ho fretta, posso aspettarla tutta la notte.
tutte e due, se lo vogliono. ne ho abbastanza.
qualcuno arriverà a svegliarmi,
qualche solitario avrà voglia di compagnia
come il whiskey si accompagna col ghiaccio.
- in questo brano cito Walter Fontana -
Suonano alla porta. Vado ad aprire ed è dio... sotto forma di una coppia di vecchie, una con gli occhi storti, l'altra con i denti marci.
E quella con gli occhi storti mi dice:
“Oh sig. Adami, meno male che la trovo in casa.”
Mi lanciano un'occhiata che puzza più di lussuria che di chiesa. In effetti ho indosso solo un asciugamano da doccia e sono ancora bagnato fradicio.
Buono a sapersi, comunque, che faccio quest'effetto sulle vecchiette. Può tornare utile se deciderò di intraprendere una carriera da scippatore di strada.
La vecchia con i denti marci, finora rimasta muta, si sveglia dal suo letargo e mi domanda:
“Non è che sta male, vero?”
Mi tocco le palle perché i suoi occhi rivelano più speranza che mera curiosità medica, lei vuole che io stia male.
Forse devono vendere un medicinale portentoso dal sapore di olio di ricino.
Il fatto è che nei suoi occhi e in quelli della sua collega si accende, ora, una breve luce di speranza che io affievolisco
subito guardandomi intorno con noncuranza, poi alzando gli occhi al cielo e rispondendo:
“No, niente malattie. Ero in doccia, come si evince dall'asciugamano che ho in cinta. Vi serve qualcosa?”
Chissà perché quando suonano a casa, ormai, uno pensa subito che lo facciano per chiedere piuttosto che per offrire.
E' uno dei retaggi che ci portiamo dietro per colpa dello zio Silvio, da quando vendeva gli aspirapolveri porta a porta...
non è cambiata poi molto la situazione. Al punto che, ancora oggi, quando suona dio alla porta un uomo medio come il sottoscritto
si domanda se sia venuto per domandargli una tazza di caffè, invece di aprire il proprio cuore e offrire la sua anima.
Ma le vecchine che ho davanti impersonano dio con una certa leggerezza, nulla a che vedere con le immagini da cartolina... ops, affresco...
che si vedono qua e là nei documentari. Anche nelle chiese. Più nelle chiese, in effetti.
Ma quando il prete si avvicina al presbiterio si rende conto di parlare nel nome di un omone gigante dalla barba bianca che si incazza con gli uomini ogni quarto di secolo? Forse lo sa, ma non lo può dire... e d'altra parte è impossibile antropomorfizzare dio e spiegare la fede con la ragione, motivo per cui è inutile domandarsi anche se Gesù Cristo sia mai vissuto: chi se ne frega?
“Lei crede in Gesù Cristo, nostro salvatore?” mi domanda la vecchia con gli occhi storti.
“Credere è una parola grossa, diciamo che lo stimo.”
Rubo le battute, lo so. Lo fanno tutti.
“Lei non pensa, sig. Adami, che il mondo potrebbe in qualche modo essere migliore?” fa eco la seconda vecchina, quella coi denti marci e la voglia di vedermi agonizzante.
“E chi non lo pensa?”
Solo ora le due agate sorridono di compiacimento, e sarebbe stato meglio non farlo mai succedere: quella con gli occhi storti li socchiude talmente tanto da far schizzare una pupilla all'indietro, lasciando solo il bianco vitreo rivolto al mondo esterno. I bulbi le si schiacciano a tal punto che penso debbano sputare fuori insetti e cavallette, insieme ai mali del vaso di Pandora. La sua amica, meglio non parlarne: i denti marci in realtà sono gengive marce. Un obbrobrio mai visto prima, neanche fra gli anziani sdentati di una qualunque tribù dell'Africa Centrale. “L'igiene orale è importante!” mi raccomandava il dentista quando ero piccolo. Ora so perché. Se non mi fossi lavato i denti ogni giorno, adesso sarei una vecchia dalle gengive marce.
Sputando mentre parla, la strizza-occhi mi racconta brevemente la storia del mondo: genesi, filogenesi e ostracismo moderno. Il tutto era poco sapientemente condito da parole di cui lei stessa ignorava il significato: Divino, Salvatore, Signore, Colui-Che-Vede, L'Occhio, Incarnazione Terrena, Bene e altre fandonie del genere. No, fandonie è troppo... fantasie romanzesche.
“Noi vendiamo una rivista, sig. Adami...”
Ah, qui vi volevo! Vecchiette bagascie!
“Una rivista?”
“Già. In cui parliamo della società odierna e dei mali che la affliggono.”
“Ma davvero?”
“Sì, sig. Adami. Per questo sono contenta di averla trovata in casa. Così può essere informato su ciò che avviene nel mondo!”
Come glielo spieghi a queste due cavernicole che in camera da letto ho una finestra sul mondo contenuta dentro a una scatola fatta di plastica e microchip? Meno male che non le ho invitate ad entrare, penso. E nel frattempo le balle mi si stanno gelando. L'asciugamano che copre le mie parti intime è zuppo di acqua fredda e il pene mi si è ritratto, più per colpa delle vecchie che del gelo autunnale a cui l'ho sottoposto. Nonostante tutto, credo che le due agate vogliano ugualmente vedere l'asciugamano sfilarsi e cadere a terra. Potrei essere un buono scippatore: prima le distraggo col nudo e poi le rapino... ma sto divagando.
La vecchia con gli occhi storti mi incalza:
“Allora, sig. Adami! Non ha paura del mondo?”
Rimango un attimo in silenzio, atterrito dalla banalità della domanda.
“Di tutte le brutte cose che succedono al mondo?” aggiunge la vecchia gengive-marce.
“Lo sa quanti bambini innocenti muoiono ogni giorno?”
“Lo sa quanto è grave il problema della fame nel mondo?”
“Lo sa che siamo in guerra con noi stessi?”
“Lo sa che Angelina Jolie ha adottato un altro figlio?”
Ehi un momento, ma questo che caz...
“Lo sa che stiamo perdendo il senso del dovere?”
“E il senso civico?”
“E i nostri diritti?”
“E Venezia?”
Che cazzo c'entra adesso Venez...
“Sig. Adami! Lei è un cittadino del mondo?”
Così pare.
“Non si sente in dovere di fare qualcosa?”
“Noi dobbiamo fare qualcosa per il mondo!”
Impassibile come sempre, alzo un braccio indicando prima una vecchia e poi l'altra. La mano è a forma di pistola e con il pollice faccio scattare il cane. Psciouh-psciouh! Due colpi, due centri perfetti. Le teste delle agate si voltano una di fronte all'altra e atterriscono alla vista dei buchi proprio in mezzo alla fronte. Le loro bocche si deformano in una smorfia di paura, mista a dolore e anche un po' sorprese. Non se l'aspettavano: una rivoltellata in pieno cervello, per cercare di farle capire quanto inutili siano le loro chiacchiere presuntuose. Arrogante come pochi, mi sistemo l'asciugamano in cinta e le guardo mentre mi fissano mute.
“Mie care signore, la paura è per i morti. Ai vivi resta solo la voglia di tirare avanti fino al giorno dopo.”
Chiudo la porta, sento le due vecchie allontanarsi a passi lenti e borbottare qualche frase di scherno. Di sicuro non hanno capito cosa intendevo dire. Penseranno che i morti stanno solo sottoterra e i vivi dovrebbero essere felici solo per il fatto di esserlo. Non ci sono solo il Biafra e le carestie, al mondo. Non m'importa se una famiglia è allargata mentre il mio vicino è uno scapolo di ottanta anni. C'è giustizia e ingiustizia, ultimamente più ingiustizia. Ci sono valori che cadono marci al suolo e fatti reali che si commentano solo con vero o falso.
Il mondo fa schifo... falso.
La vita è noiosa... falso.
Bisogna migliorare... vero.
La religione aiuta... falso.
E mentre sono immerso in questi ragionamenti pseudo-fondamentali ricevo una telefonata. Il mio capo mi chiama da Milano, direttamente al cellulare. Non è una buona cosa. Lavoro on-line e se ricevi una chiamata invece di una mail significa che hai fatto una cazzata o che ti stanno per liquidare. O entrambe le cose.
“Dimmi, Andrea.”
“Senti, Luca... Ho visto che hai in archivio molte commissioni, oggi.”
“24 per la precisione, te le chiudo tutte in giornata.”
“Ecco, non puoi...”
“In che senso?”
“Te ne ho tolte un po'...”
“Che cosa? E perché?”
“Beh, il fatto è che se tu tieni 24 commissioni solo per te... poi gli altri come lavorano?”
“Gli altri... chi?”
“Tutti gli altri copywriter, come lavorano?”
“Ne avevi messe a disposizione più di quaranta... Non le ho mica prese tutte, no?”
“Sì, ma ne hai prese più della metà. C'è anche altra gente che deve lavorare al mondo, sai?”
Ci risiamo, il mondo che va male e via discorrendo.
“Poiché chiunque ha le bollette da pagare, o le rate della macchina... Oppure...”
Allontano il telefono dall'orecchio perché l'elenco potrebbe andare avanti a lungo: ognuno di loro si diverte a dire sempre le stesse cose, trite e ritrite, condendole in una salsa nuova ogni volta. Sia per la fame nel mondo, sia per lo smog nella città, sia per le bollette in scadenza ravvicinata... Le teste di cazzo troveranno sempre una buona scusa per farti sentire in colpa.
“Ascoltami, Andrea.” lo interrompo, “Io ti chiudo più commissioni di chiunque altro, non mi hai mai criticato per il modo in cui lavoro... finora i rapporti fra noi sono sempre andati per il verso giusto. Quindi perché ora...”
“Perché non posso permetterti di togliere il lavoro agli altri!” tuona lui, “Come fai a non capirlo?”
“Andrea... ma chi sono questi altri?”
“Sono tutti quelli che lavorano come te, aspettando di vedere crescere il numero delle commissioni disponibili.”
“Ma chi li conosce?”
“Non fare l'egoista, adesso!”
“Non è questione di egoismo...” e vorrei aggiungere anche un epiteto tipo Stronzo!, ma non mi pare il caso di perdere il lavoro per così poco.
“Non è per egoismo, Andrea.” gli spiego, “Se fossero miei amici di sicuro qualche scrupolo me lo farei. Ma loro sono gente che lavora, ed io sono un altro che lavora... Mica devo uscire a mangiare una pizza con loro, o bere una birra in compagnia. Si tratta puramente e meramente di lavoro, cioè un sorriso a fine mese quando vedo caricare un bonifico sul conto corrente. Tutto qui. Al di là di questo, fra noi non c'è alcun rapporto.”
“Guarda che anche loro hanno i loro problemi, l'affitto e robe varie... Non è che tu sei l'unico!”
“Proprio per questo trovo strano che tu mi rinfacci che lavoro troppo: non è che il mio mondo è diverso dal loro, abbiamo tutti qualche gatta da pelare. E non sempre le tue sono le più folte.”
Sì, ogni tanto mi piace gasarmi con un'autocitazione...
“Comunque sia, non puoi andare avanti così. Ora ti ho tolto alcuni lavori, per oggi ne hai 10 in archivio. Per quanto riguarda i prossimi giorni vedi di prenderne al massimo quattro o cinque per volta. Altrimenti mi costringi...”
“Non dirlo neanche, Andrea. Tu hai le tue ragioni, io le mie. Cosa vuoi che ti risponda, boss? Agli ordini.”
“Bene, ciao.”
Chiude la telefonata e mi lascia sconfitto come sempre. Sono appena stato criticato e richiamato dal mio capo perché voglio lavorare troppo. E' un paradosso. E poi dicono che il classismo conservatore fra padrone e operaio è una questione chiusa... Ho ancora addosso l'asciugamano, ormai penzolante quanto le mie balle, e ripenso alle due vecchine di poco fa. I mali del mondo? La fame in Centro Africa? La famiglia allargata? Il sesso prematrimoniale? La religione su misura? La guerra al terrorismo?
Ma andatevene tutti quanti, cordialmente, a fare in culo.