Eh già,
non posso proprio farne a meno.
E’ un po’ come sbirciare
dalla scollatura di un dio deforme
l’occhio sul mondo che da qui non si vede.
Mi basta un panino, comunque,
nuvole sottili e aromi di pollo sultano,
una spruzzata di pace.
Ancora un altro po’,
se non le spiace.
Adesso me ne sto qui, sul bordo
d’un marciapiedi caramellato,
infinito:
sorseggio acqua di vita e osservo
mandrie di dromedari albini
galoppare tra pascoli di cielo e mare.
Improvvisa giunge la domanda e
poi mi blocco seguendo le parole
e quindi l’ombra.
Attaccata alle scarpe
c’è la voce di una persona.
Ma perché, dico io,
perché sempre la solita domanda?
Vede il cartello? – indico laggiù –
Sempre dritto sulla via immortale!
Scuoto la testa mentre s’allontana,
sorseggio ancora e poi mi stendo.
Osservo sciami di nulla cosmico,
nitriti di sogni a spasso tra i fiori
di galassie rosse in primavera.
Eh già
sorriso amaro –
la domanda è sempre la stessa.
Sempre.
Maledetto Plutone, avverso e meschino,
mi condizioni l’umore et induci
sintomatico incalzare fino
all’orgiastico rotolare informe.
E non mi fermo.
A pezzi,
tutto cade a pezzi.
Anche le parole,
dimenticate,
sfalsate.
Sono completamente altrove.
Incomprensioni,
persino nell’ovvio mio sentire.
E poi quei sorrisi,
oh se li conosco -
l’intesa degli ignoranti
che interpretano le sfumature,
cristallo che scalpita nel mio petto.
Furibondo.
Fare fare fare fare fare fare
fare fare fare fare
fare fare
fare cosa?
Di grazia,
ditemi cosa!
Perché oggi non respiro
ed è vuoto ogni agire,
senza eco né ritorno.
Sarà l’amore,
massì,
gelosie e problemi giovanili …
che ne sa lui di tutto questo?
Dicono mentre osservano tranquilli
le micce accese che indico col dito.
Ma non le tollerano
nossignore –
quelle verità lampanti
figlie dell’esperienza.
Saranno gli astri:
loro,
mi sono avversi.
Non restano che grida insofferenti
di stanchezza e frustrazione.
Lo scontro.
Ciclicamente tutto torna
e allora aspetto - ridete pure -
la prossima rivoluzione.
E intanto, lo so, lo schiocco delle dita
così ovvie e sconosciute.
Alchemiche magie,
e in un attimo
l’informatica è servita.
Spallucce.
Mi salva appena
l’influenza di Mercurio.
“Allora?”
Un altro pugno, violento, all’addome.
Mi piego in avanti per il dolore: annaspo e non trovo respiro. Le mani ancora saldamente legate dietro alla sedia su cui mi trovo ormai da più di mezz’ora. I legacci quasi mi segano i polsi tanto sono stretti.
Una mano brutalmente mi afferra i capelli e mi raddrizza. La cortesia non è di casa qui.
Il dolore è acuto per via dei tagli e delle piccole bruciature sul petto, la smorfia sul mio volto lo rende ancor più evidente.
Quando li riapro, i suoi occhi assassini sono fissi nei miei.
“Ti decidi a parlare? Quanto vuoi farci aspettare ancora?”
Ho paura.
Tremo mentre le lacrime scivolano sulle mie guance.
Accanto a me - il corpo ancora scosso da tremiti - il cadavere di un mio compagno. Si muove ancora di tanto in tanto, rapide convulsioni di un corpo senza vita e sangue, sangue che sgorga dalla profonda ferita sul collo colandogli addosso fino alla pozza di sangue che sta sul pavimento. Ha gli occhi sbarrati ed il capo rivolto verso l’alto. Ancora stringe il bavaglio che gli hanno messo in bocca prima di sgozzarlo: non ha potuto nemmeno urlare mentre lo ammazzavano.
Lui non ha parlato.
Non conosceva la risposta.
La stessa, che ora pretendono da me.
Eravamo in tre, quando ci hanno fatto entrare qui dentro, la stanza degli orrori e delle torture. Non ci conoscevamo nemmeno.
Ma capimmo subito che qui i diritti umani e le leggi non esistono: vige solo la violenza, la crudeltà. Ogni mezzo è legittimo purché loro abbiano ciò che vogliono. La pietà non è concessa.
E ora, di tre, solo io rimango.
Il primo di noi l’hanno percosso ripetutamente, deriso, e poi freddato con un colpo di pistola alla nuca dopo avergli prima rotto entrambe le braccia.
Per la stessa domanda, la stessa risposta che dalla sua bocca per tre volte non è giunta.
Nuovamente uno degli aguzzini si avvicina con un ferro arroventato.
Urlo terrorizzato: “Non lo so…vi prego…lasciatemi andare….vi prego…”
Riuscirò a sopravvivere?
E poi le mie urla strazianti mentre bruciano la mia carne.
“Parla! E ti lasceremo andare: hai la nostra parola”
Ansimo e cerco di calmarmi. Il dolore insopportabile, come l’odore di carne bruciata che si diffonde nell’aria e mi si appiccica alle narici. Il puzzo della mia condanna.
Non lo so se posso credergli…non so più nulla…non doveva andare così, non doveva essere così!!
Piango in preda alla disperazione…
“Non lo so…” è l’unica cosa che mi riesce di dire tra un singhiozzo e l’altro…
“Su, su, non fare così…sei un uomo…lo sappiamo che conosci la risposta. E poi…non vorrai mica fare la fine degli altri due? Stupidi ignoranti, esseri inutili…”
Poi, avvicinando il suo volto al mio, sussurrandomi ad un orecchio:
“Dopotutto…non ti stiamo chiedendo chissachè! Avanti, rispondi alla nostra domanda. Tu non li puoi vedere ma, dietro quel vetro alle mie spalle, i nostri padroni ci stanno guardando : non vorrai mica deluderli? Sai…loro sono convinti che tu conosca la risposta…e di certo sapranno ricompensarti se tu…”
La mia mente in subbuglio, il mio animo turbato…conosco la risposta? Cazzo cazzo cazzo….avanti…cerca nella memoria…un brandello, qualche cosa, qualsiasi….sforzati dannazione!!! La conosco la risposta???
“Su, dicci quello che vogliamo e ti lasceremo andare…sarà stato solo una brutta esperienza, un brutto incubo, nulla di più.”
Lo osservo con un misto di odio e di paura.
Un incubo? Maledetto figlio di puttana, mi hai torturato! Mi hai torturato, cazzo! E hai perfino ucciso questi altri due!!!
“Su, avanti, il tempo stringe…è la tua ultima possibilità”
Allora si fanno avanti gli altri due suoi colleghi: sono vestiti in modo impeccabile, proprio come lui. Entrambi in smoking, entrambi con un fucile in mano.
Milioni di pensieri si affollano nella mia mente…non so più nulla…non me lo ricordo…forse, non l’ho mai saputo….
“Allora? Ancora non vuoi rispondere? Facciamo così”, dice scambiando un’occhiata di intesa con gli altri due “ora contiamo fino a 5: se ci darai la risposta sarai libero…altrimenti…beh…lo sai anche tu cosa ti aspetta”.
Maledetto!
“1”
I due uomini caricano il fucile sincronizzati nella volontà di uccidere. Un’occhiata furtiva allo specchio alle sue spalle.
“2”
Il suo braccio si abbassa fino al petto. I proiettili sono nella canna, ben posizionati prima di esplodere addosso alle mie carni. Due biglietti per l’altro mondo.
Dannazione!
“3”
Pensa! Pensa! Cazzo, pensa!
“4”
I due uomini si avvicinano: uno mi preme il fucile sulla tempia, l’altro sulle palle. Sorridono sadici.
Dio! Dio! Dio…
“E cinq…”
“Aspetta!”, il mio grido all’improvviso, la mia voce disperata e squillante.
Sono vivo, sono ancora vivo!!
“Conosco la risposta…”
“Dimmela allora”
Mi si avvicina curioso e terribile al contempo. E’ freddo, troppo freddo, spietato come la morte.
“Ma è il tuo ultimo tentativo, non te lo chiederò un’altra volta. Con te sono stato anche fin troppo paziente…Dopotutto, gli altri due sono morti troppo presto e non ho nemmeno potuto divertirmi. E nemmeno i nostri padroni lì dietro, credo, abbiano apprezzato il triste spettacolo che hanno offerto loro… ”
Maledetta carogna!
“E ora, rispondi alla mia domanda”
“Si tratta di Mossadeq, nel 1953”
“Non basta, devi dirmi anche dove: credevo di essere stato chiaro poco fa…”
“In Iran…”, aggiungo velocemente.
Sorride: i suoi occhi brillano per la soddisfazione.
Io ansimo.
Osserva gli altri due e ad un suo cenno questi abbassano i fucili.
Ho risposto giusto?
E’ questo quello che volevano sapere?
E’ giusto?
L’uomo parla ad una ricetrasmittente militare abbandonata sul tavolo, un piccolo tavolo traballante in questa stanza soffocante e spoglia. Parla piano e non comprendo.
Ti prego, ti prego, ti prego…
La mia testa ciondola per l’agitazione mentre riprendo a balbettare…non so più nulla…non so più nulla…voglio andarmene…lasciatemi stare, vi prego…
Poi, mi si avvicina soddisfatto.
“Perfetto, la tua risposta soddisfa i nostri padroni. E’ corretta, è ciò che volevamo sentirti dire”.
Poi, estrae un grosso coltello che fino a quel momento teneva legato alla cintura.
Sorride e mi si avvicina.
“Noo” protesto “ho risposto giusto, ho risposto giusto! Ve l’ho detto…ve l’ho detto…”
Mi agito e scalcio. Immediato e brutale un pugno al volto da parte di uno dei suoi colleghi di torture. Cado a terra, stordito, ancora legato alla sedia.
A stento, con l’occhio semichiuso lo seguo mentre si sposta…ora mi è alle spalle…piango…si inginocchia…no, ti prego…sento la sua mano sulla spalla….non voglio morire…non voglio morire!!
Con il coltello recide la corda che mi teneva bloccate le braccia allo schienale della sedia. Con cura sega i lacci che mi stringevano le mani.
Riapro gli occhi : sono vivo!
“Alzati!”, mi ordina deciso.
Obbedisco.
Ed è allora che la stanza sembra muoversi, le parete si spostano e si sollevano. Anche il vetro che copriva l’intera parete di fronte a me viene tirato da parte e scompare lasciando spazio alla verità.
La realtà diventa più che evidente mentre scolorano le mie certezze.
Telecamere e luci di scena: dal buio un applauso scrosciante e urla e fischi.
Il pubblico mi accoglie mentre il presentatore entra in scena.
Due vallette seminude mi si fanno incontro, mi baciano, si strusciano e mi offrono una busta.
Non comprendo molto bene, tanta è la confusione che alberga nella mia mente devastata da ciò che ho vissuto.
E ora, la realtà supera l’immaginazione.
Era solo un quiz, uno stupido, maledettissimo, quiz televisivo…
Nota:
La domanda : “In quale anno è stato attuato il primo colpo di Stato appoggiato dalla CIA in un Paese del Medio Oriente?”
La risposta : “Nel 1953, il 19 agosto, la CIA organizza tumulti popolare in Iran che portano alla perdita del potere da parte di Mossadeq (per un governo laico e riformista) a favore del generale Zahedi, ben accetto dagli americani e più incline a permettere lo sfruttamento del petrolio locale da parte degli statunitensi.
Sembra che nasca da qui l’avversione antiamericana da parte del popolo iraniano e musulmano verso gli USA, quella stessa avversione che ha portato alla diffusione e alla presa di potere del fondamentalismo di Khomeini prima e del “terrorismo” di questi anni poi.
Lo stesso presidente William Jefferson Blythe III (ovvero Bill Clinton), nel 2000, ha ammesso la responsabilità degli Stati Uniti nel golpe del 1953 che aprì la porta in Iran al fondamentalismo dei mullah e poi alla piaga del terrorismo islamico.
Invero è un'insidia assai grave
la minaccia silente
di una memoria senza presente.
A tratti nemmeno rammento
immagini e istanti appena sfiorati,
la scintilla appena accesa
d'un ricordo già sbiadito.
E faccio tutto,
io
vedo tutto.
Eppure già mi scordo
quello sguardo di stamane,
il cibo per colazione
o le sue parole,
un anno fa.
Immagini, soltanto immagini,
foglie sulla superficie
d'un flusso sempre attivo.
Semidio moderno
delle scimmie tecnologiche
mi illudo di viver meglio
se ciò che conta
sono i minuti ancora a venire
istanti su istanti
nell'attesa del futuro.
Non mi serve ricordare:
proiettato chissà dove
sarà un film in bianco e nero
a rivelarmi chi sono
adesso.
Ti prego guardami,
mordimi a distanza,
leccami con gli occhi.
Scoprimi!
Ti prego aiutami,
osserva la mia pelle nuda,
gioca con la mia ombra
e dimmi
dimmi che son vera
autentica.
Segnali, carezze, tutto ciò che vuoi:
ti prego
dimmi che son viva,
se esisto veramente.
Giochiamo alla seduzione finta
all'illusione di volerci veramente:
non m'importa.
Non ho nient'altro
nulla,
soltanto questo per far sbocciare la vita,
soltanto questo per nascondere
l' io mio più vero
quello che stasera
nessuno può vedere.
E' solo mio,
egoistico sussurro.
Fotografie di me,
passerella da cenerentola svestita
e l'ancheggiare sensuale,
il sorriso ammaliante, costruito.
Ti prego,
ti prego guardami.
Dimmi che stasera
esisto per davvero.
E’ di fronte allo specchio, si sistema il giubbotto in pelle nera e bianca che indossa sopra una polo in tinta unita di colore grigio. Sul retro, all’interno di un cerchio su sfondo bianco, il numero 69 fa bella mostra di sé. Non è il suo numero preferito e nemmeno quello che porta quando scende in campo negli stadi, semplicemente adora ricordare al mondo una delle posizioni che preferisce adottare quando ama.
Con le mani si aggiusta poi il ciuffo di capelli biondi che gli cade sulla fronte e, quando giudica di essere perfetto nell’immagine che vuole dar di sé, chiude gli occhi e inspira.
Trattiene il fiato per un paio di secondi continuando ad osservare il proprio riflesso.
Quindi espira e si osserva nuovamente con rinnovata determinazione, piegando il viso ora verso destra ora a sinistra.
“Sono pronto”.
Finalmente esce dal bagno e scende al pian terreno.
Mykk lo attende già da qualche minuto in abiti casual. E’ massiccio, più di Mr. Jeremy, muscoloso e dallo sguardo fiero. E’ una guardia del corpo. Attende nei pressi delle scale che il suo cliente sia pronto per uscire e recarsi al lavoro.
“Signore?”
Un cenno del suo protetto e i due si avviano verso la scala in marmo che li condurrà nello scantinato dell’abitazione.
Non escono dalla porta principale: il rischio sarebbe troppo elevato.
Anche senza controllare dalle finestre o dallo spioncino del portone in spesso legno di castagno sanno che all’esterno numerosi fanzombi attendono.
Tramite un percorso segreto, nascosto da un pesante armadio a muro su una delle pareti delle stanze sotterranee, i due avanzano al di sotto della città.
Hanno percorso quasi cinquanta metri dalla casa quando Mykk appoggia le mani sui pioli di una scala metallica.
“Salgo a controllare”, spiega al proprio cliente.
Sollevando lentamente la grata che di fatto costituisce l’uscita del cunicolo, cauto, l’uomo sbircia all’esterno.
Osserva le strade, le case, i negozi: nessun movimento sospetto.
Tutto sembra tranquillo.
Ma l’uomo controlla nuovamente, cerca di scorgere qualche spostamento, ombre, indizi che tradiscano la presenza di coloro che stanno evitando.
L’auto che lui e il suo protetto dovranno utilizzare è a poche decine di metri, in perfette condizioni. Ogni giorno, al ritorno dal lavoro, la parcheggiano in un luogo differente. Fortunatamente non è solo uno il modo di raggiungere la dimora di Mr. Jeremy: sono almeno cinque i cunicoli che partono dallo scantinato di casa sua e che conducono in posti differenti della città.
Mykk, con un cenno, segnala che la strada è sgombera. Solitamente almeno un’altra guardia del corpo attende nei pressi del veicolo, una precauzione in più che purtroppo quel giorno viene meno: Tiki, l’altro professionista al soldo di Mr. Jeremy oggi è in permesso. Sua moglie ha partorito.
Con cura meticolosa Mykk solleva la grata e si issa sulla strada. Fa attenzione a non produrre rumore eccessivo: devono essere rapidi e soprattutto silenziosi.
Mr. Jeremy sta ancora salendo sui pioli metallici quando, da dietro un angolo, un pallone di cuoio, da calcio, rotola per la strada.
Attimi di panico silente mentre i due uomini osservano quella sfera percorrere qualche metro e poi fermarsi a ridosso del marciapiede deserto.
I due si guardano l’un l’altro.
Sanno di avere poco tempo per cui, senza perderne altro, Mykk aiuta Mr. Jeremy ad issarsi fuori dal tombino: devono sbrigarsi!
Giungendo dalla stessa direzione da cui poco prima è rotolato il pallone due ragazzini appaiono sulla strada.
Come percependo l’odore di Mr. Jeremy, fiutando l’aria come piccole fiere fameliche, si voltano nella direzione dei due uomini. I loro piccoli occhi avidi si illuminano per un attimo e, protendono le mani verso di loro.
Ora gridano agitandosi in modo scomposto.
E’ la fine, pensano i due uomini, ci hanno visti!
Urlando a gran voce i ragazzini attirano l’attenzione di altri dei loro simili: “E’ qui!! È qui!!”
Come una mandria impazzita, svariati esemplari di sub-umani giungono da ogni dove, come se da sempre si trovassero lì, in attesa della loro preda.
Si muovono caoticamente, senza ordine, indemoniati. Gli occhi vitrei, le mani protese in avanti, avidi e bramosi.
Vociando e gridando si dirigono verso Mr. Jeremy.
Lui e la sua guardia non riescono a raggiungere l’auto in tempo, manca ancora qualche metro quando un altro gruppo di fanzombi giunge a bloccar loro la strada.
“Corri, presto! Li tratterrò io!”
Afferma Mykk estraendo una Beretta 92 FS, che tiene nella fondina nascosta sotto alla giacca, e un Uzi 9 mm fino ad un attimo prima saldamente legata con lacci cuoio dietro alla schiena. Un rapido scambio di sguardi e silenziosa intesa tra i due: Mykk getta la pistola a Mr Jeremy. Quindi, volgendo la propria attenzione al branco di fanzombi toglie la sicura e spara.
La canna metallica dell’Uzi vomita odio e pallottole: nessuno viene risparmiato.
Ma ugualmente non basta.
I proiettili terminano e un nugolo di fanzombi si riversa sull’uomo. Non hanno interesse per lui, a dire il vero, tuttavia è uno scocciatore, un ostacolo, un personaggio scomodo da eliminare per poter raggiungere il loro vero obbiettivo.
Ben presto Mykk viene trascinato via dalla massa, schiacciato sotto a decine e decine di fanzombi urlanti.
Mr. Jeremy nel frattempo corre in preda al panico, cerca di distanziarli e di raggiungere un posto sicuro. Col cuore in gola attraversa strade desolatamente vuote per poi rifugiarsi in un vicolo a riprender fiato. Non sente più gli spari dell’Uzi di Mykk mentre le grida sconclusionate dei suoi nemici sembrano eco lontane ormai.
Sarà riuscito a seminarli?
Trattenendo il fiato, l’uomo si augura che sia davvero così come spera: rimane immobile, in attesa della conferma delle sue speranze.
Ha il fisico ben allenato ed è abituato a correre a lungo tuttavia l’impatto emotivo per quanto è accaduto gli fa contorcere le budella.
Non assoldare un’altra guardia per rimpiazzare Tiki si era dimostrata una follia.
“Non dovevo prendere la situazione troppo alla leggera”, si rimprovera.
E invece l’aveva fatto e a causa di ciò si era fatto sorprendere dai fan zombi.
Impreca sommessamente: e quel che è peggio è che ora si ritrova da solo.
Non gli rimane altro che sperare di non venir catturato da quei famelici sub-umani.
Spera che la Beretta basti a difendersi da quei mostri che lo vogliono, lo bramano.
E confida anche che Mykk sia ancora vivo, che torni da lui ad aiutarlo, a proteggerlo.
Ma sa bene che questo non avverrà.
Si è sacrificato per lui, dopotutto. Anche se, in fondo, anche questa evenienza faceva parte del suo lavoro, della sua scelta di vita. Per questo si guadagnava da vivere.
Guardingo, Mr. Jeremy si sporge dal vicolo e osserva la strada e gli edifici dei paraggi. Deve dirigersi verso est, non può rimanere fermo in quel vicolo in eterno. Osserva attentamente: la strada sembra sgombra.
Attorno non scorge auto né altri veicoli ma, se è abbastanza fortunato, forse riuscirà a trovare il modo di raggiungere la sede della sua squadra senza correre altri rischi.
Non può usare il telefono: se lo facesse, loro se ne accorgerebbero. Sono disposti a tutto pur di tracciare gli spostamenti di uno come Mr. Jeremy.
La violazione della privacy in realtà è un concetto relativo, labile.
Dopo qualche minuto di cammino nuovamente li sente.
Sono voci, urla e schiamazzi di un branco di sub-umani. Accostandosi alla parete di un edificio che fa angolo con una strada secondaria, li osserva mentre braccano una velina.
La ragazza, una modella dalle forme sinuose e dalle lunghe gambe abbronzate, urla disperata mentre i fanzombi la circondano. Gridano, si protendono verso di lei con quelle loro mani sudice.
La vogliono.
La bramano!
Chiedono autografi, un bacio, uno scatto in fotografia. E ancora una ciocca di capelli, una palpata al suo fisico ben modellato, un morso alle sue carni dolci.
La ragazza si divincola, ne colpisce più d’uno con uno taser. Ma non basta, i suoi fanzombi sono troppi!
Urlante, disperata, cede al panico e cade sotto di loro.
Mr. Jeremy non riesce a distogliere lo sguardo dalla scena, inorridisce al grido disperato della donna cannibalizzata da quei sub-umani che ne smembrano le carni. Sembrano bestie fameliche destinate a cibarsi della vita dei vip, loro unica fonte di sostentamento.
L’uomo trasale nell’osservarli banchettare con il corpo di quella povera donna. Li vede alzarsi trionfanti chi reggendo in mano un dito, chi un orecchio, chi un seno perfetto strappato da quel giovane corpo caldo.
Deglutisce.
Ha paura.
Stringe la Beretta con maggior forza: non vuole finire allo stesso modo.
Sta per andarsene, per cercare un altro passaggio più sicuro quando qualche decina di metri più in là scorge una porta aprirsi.
Un uomo esce dalla propria abitazione e si incammina per la strada. Non è un fanzombi ma Mr. Jeremy ritiene di averlo già visto, ha un volto che gli risulta familiare.
Si tratta di Mr Geeno, noto campione di atletica leggera.
“Cosa fa? Così lo scorgeranno!!”, pensa Mr Jeremy allibito. Ma non grida, né muove un dito: è troppo alto il rischio di farsi scoprire.
I fanzombi scorgono l’atleta, lo osservano, lo fiutano come animali che annusano l’aria cercando di identificare l’origine dell’odore che percepiscono. Quindi, delusi, riprendono il macabro banchetto a cui han dato il via. E lui ricambia la cortesia di quello sguardo incuriosito prima di incamminarsi, tranquillo, per i fatti suoi.
Mr. Jeremy non crede ai propri occhi: “Com’è possibile? Perché l’hanno risparmiato? Perché lo lasciano andar via?”
Forse perché già impegnati con quella velina, si risponde dopo qualche istante, magari sono sazi, soddisfatti dallo scempio compiuto. La vita di una giovane donna stroncata dalla sete di esseri inumani bramosi di lei.
Tuttavia decide di non tentare la fortuna, non sarebbe saggio affatto.
Tornando sui propri passi l’uomo devia percorrendo altre strade marginali.
Si domanda perché debba essere così, perché i vip come lui debbano vivere costantemente sotto pressione, braccati, non più padroni delle proprie vite. Come se i fanzombi, divorando attori o calciatori come lui, potessero divenire esseri migliori.
Superiori.
Ed è ancora soprappensiero quando svolta l’angolo.
La strada non è sgombera. Due uomini, come captando il suo arrivo, si voltano verso di lui.
Mr. Jeremy impreca per la propria avventatezza e reagendo fulmineamente cerca di prendere la mira: ha poco tempo per sparare, dannazione!
Sa che così facendo rivelerà la propria presenza ma non può permettere a quei mostri di sopravvivere. E’ gran parte colpa di esseri come quelli che ora sta fronteggiando che la vita dei vip è un eterna fuga dal mondo e dalle masse.
Spara.
Il colpo viaggia veloce nell’aria e colpisce alla gola uno dei due paparazzi. Questi si accascia al suolo, si divincola per qualche istante cercando di arrestare l’emorragia con le mani. Le gambe si muovono forsennatamente fino a che, pochi istanti dopo, il corpo giace inerme schizzando sangue di tanto in tanto dalla ferita alla giugulare. Ma anche l’altro paparazzo reagisce d’istinto e, puntando la propria arma, scatta una sequenza infinita di fotografie, urlando al contempo per richiamare l’attenzione di fanzombi e colleghi: “Mr Jeremy è qui!!”
Il calciatore spara, di nuovo e ancora fino a che un proiettile raggiunge anche il secondo paparazzo. Nel frattempo, come animali che all’improvviso si destano per l’arrivo di un intruso molesto, numerosi fanzombi escono dalle case che danno sulla strada.
Gridano e schiamazzano, protendono le mani e fogli e maglie su cui vogliono il nome di Mr. Jeremy scritto con il sangue.
“Maledetti bastardi!! Non avrete la mia vita!”
Rabbioso, il calciatore scarica i pochi colpi che ancora gli rimangono contro il paparazzo e alcuni dei fanzombi che scorge dirigersi verso di lui.
Quindi i proiettili e la speranza finiscono mentre i sub-umani aumentano in numero, raddoppiano, triplicano.
Implacabili continuano ad avanzare.
Mr Jeremy, disperato, si ritrova accerchiato.
Urla la propria disperazione a pieni polmoni.
Cerca di tenerli a bada con armi improvvisate, bottiglie di vetro contenute nel cestino dei rifiuti a pochi passi dall’incrocio da cui è sbucato oppure una transenna metallica utilizzata per deviare il flusso dei veicoli. Glieli scaraventa contro, ne ferisce qualcuno ma i sub-umani, maggiori in numero, ormai l’hanno circondato. Il terrore negli occhi dell’uomo mentre questi allungano le loro mani verso di lui.
Vogliono il suo sangue, la sua vita, ogni cosa che lui rappresenta.
E lui lotta, sempre più vittima del terrore, mentre gli strappano il giubbotto in pelle o gli tirano i capelli. Scalcia e colpisce con i pugni, urlando, drammaticamente attaccato alla propria vita.
Loro invece, implacabili, si avventano su di lui e iniziano il loro sadico banchetto, affondano le loro dita affilate nelle braccia, prendono a strappargli brandelli di carne viva in un tripudio di egoistico desiderio di cannibalizzazione. Mr. Jeremy è un calciatore, un vip. La sua esistenza nutrimento, e nient’altro, per gente come loro.