Sapere che il proprio cuore sta battendo così forte nel petto da essere muto.
Essere talmente nervosi da comportarsi in modo naturale.
Voglia di fare l’impossibile, pur essendo costretti ad aspettare.
Pensare di essere liberi quando si è in gabbia.
Voler sperare pur dimenticando.
Avere, al posto del cuore, un sasso con le ali da fringuello.
Essere così felici da avere un pugnale conficcato nel petto.
Udire echi di voci che scherzano e ridono e ritrovarsi soli.
Aver davanti agli occhi le meraviglie della vita e osservare solo i propri ricordi.
Possedere un cuore così grande da amare tutti, ma troppo piccolo per una sola persona.
Mordere in fretta la vita per raggiungere la morte.
Sapere cosa si desidera senza volerlo ammettere.
Essere pervasi da una folle euforia depressiva al solo pensiero.
Avere una gran confusione ordinata in testa.
Paura di capire qualcosa di cui si è già consapevoli.
Osservare il passato e vedere il futuro.
Guardarsi negli occhi al telefono e capire che si può ancora essere felici insieme.
Ho sempre vissuto come un vaso di creta plasmato dai capricci e voleri delle persone che frequentavo.
Mi modellavano e, insoddisfatti, distruggevano per poi crearmi ancora una volta.
E io non mi ero nemmeno resa conto di essermi costruita palcoscenici e maschere di ogni genere e per qualunque situazione. Mentire ed
ingannare mi era così naturale che avevo finito per credere alla mia stessa recita.
Ammetto che mi era comodo: non dovevo pensare, né prendere decisioni, lo facevano altri per me e io dovevo solo seguirli.
Soffrivo limitatamente perché, colei che veniva ferita, era solo la parte superficiale di me, la mia Maschera. Avrei potuto
continuare questa vita sino alla fine dei miei giorni, senza accorgermi di nulla, perché ero convinta che la Maschera fossi io.
Ma Destino, folle e capriccioso, ti prese per mano e ci fece incontrare. Mi piombasti addosso all’improvviso, come un acquazzone che,
rapido e minaccioso, sovrasta e sconvolge un sereno cielo estivo. Le tue parole, dolci come zucchero e pure come la neve appena caduta,
raggiunsero la vera me stessa sopita all’interno della Maschera e la destarono. Fu allora che mi resi conto di essermi costruita una
prigione dorata da cui volevo disperatamente uscire. Ma non potevo.
La Maschera non voleva lasciarmi, perché farlo significava cessare di esistere, quindi faceva leva sulla mia debolezza e sulla paura
di cambiare, di scoprire una nuova me che non conoscevo. Più la Maschera lottava per radicarsi in me, più tu cercavi di strapparmela
via per vedere cosa nascondeva. Un giorno, raccolsi tutto il mio coraggio e la ruppi, perché troppa era la voglia di correrti incontro
a braccia aperte e donarti il mio vero cuore. Ma tu, veloce e furtivo come l’acquazzone, te ne eri andato. Eppure il cielo non tornò sereno.
Con rimpianto, osservai i frantumi della mia Maschera. Guardandola, vidi il mio stesso viso fatto a pezzi, la bocca deformata in un
ghigno che sibilava: “Te l’avevo detto… Io volevo solo proteggerti… Tu non sei in grado di farlo da sola. Sei fragile come un vaso di
creta, per questo mi avevi costruito, ricordi?”
La raccolsi e, piangendo, la strinsi forte al mio petto come se volessi consolare quel cuore che, per la prima volta, era stato ferito.
Che cosa avevo fatto? Avevo ucciso chi mi aveva protetto finora e ne avevo ottenuto solo sofferenza. Che cosa avevo fatto? Assillata dai
sensi di colpa, lentamente, mi persi.
Per non impazzire di dolore, mi strappai il cuore dal petto e, ancora pulsante e insanguinato, lo nascosi in modo che nessuno l’avrebbe
più ferito. Incapace di provare sentimenti, diventai una bambola e mi ritrovai assieme ad altre uguali a me, anche se io ero stata diversa
da loro, con solo un corpo da amare.