"Non ce la farò mai a finirlo entro domani sera"- sbottò Ilde, guardando la bozza del suo ultimo racconto- Se il mio editore mi avesse commissionato un resoconto su usi, costumi e abitudini delle farfalle me la sarei cavata meglio. Scrivere qualcosa che possa divertire i bambini nel ventunesimo secolo non è certo semplice: appena svezzati hanno già visto di tutto, in televisione: dalla pubblicità della Coca-Cola al parto pilotato".
Si era sorpresa ad usare un’espressione di sua madre.
Cara vecchia mamma, che si ricordava di lei solo a Natale e Pasqua.
Dopo che papà se n’era andato con un’altra, si era ritirata a vivere in campagna, con una sua cugina stucchevole, il classico tipo di donna cui Ilde non sarebbe mai voluta assomigliare.
In barba al proprio esasperato senso critico, o forse proprio in virtù di quello, Ilde era timida, di una timidezza che l’obbligava ad abbassare lo sguardo in presenza di estranei o a cercare il posto a sedere più nascosto, in un caffè, come se avesse dovuto occultare un’orribile colpa.
A distoglierla dai suoi pensieri fu il trillo del telefono giallo che teneva in bella vista sopra la scrivania.
La sua amica Helen diceva che era un pugno nell’occhio ma a lei non dispiaceva.
Del resto, non si era mai curata troppo dell’estetica.
"Allora? - squittì una voce bonariamente canzonatoria, all’altro capo del telefono - Come sta oggi la nostra George Sand? Hai intenzione di trascorrere anche questo week-end a sprecare inchiostro, come hai fatto la scorsa settimana?".
"Perché? Quale sarebbe l’alternativa?"- replicò Ilde, divertita. La conosceva troppo bene per supporre che le sue battute contenessero anche solo un pizzico di cattiveria.
"Una bella uscita con me, Ricky e Daniel. Andiamo a prendere qualcosa in un locale e poi a ballare… Ilde, ci sei? Mi stai ascoltando? - la incalzò - Daniel ha insistito tanto e poi ti farebbe bene uscire un pò. Lo dico per te. Non puoi sempre rimanere tappata in casa".
"Ti ringrazio ma proprio non me la sento - rispose, con convinzione, la ragazza - Sono indietro col lavoro e poi te l’ho detto: con Daniel non è proprio cosa".
"Non è proprio cosa solo perché tu non vuoi- Proprio non ti capisco, Ilde. Dobbiamo parlare un po’, io e te. Non appena avrai finito di ammuffire su quelle scartoffie, chiamami!" - la esortò.
"D’accordo - rispose con voce monocorde Ilde - Ci risentiamo presto. Salutami Ricky e trascorri una buona serata".
"Anche te - si sentì rispondere, all'altro capo- Non affaticarti troppo".
"Helen è un'ottima persona - pensò Ilde mentre riattaccava il ricevitore - ma è troppo apprensiva. Detesta sapermi sola. Daniel non fa per me e lei non vuole proprio capirlo".
Prese in mano il testo dattiloscritto del suo racconto.
Era stata proprio l'amica a presentarle il suo editore.
Per lei scrivere non era mai stato un problema e mettersi in tasca qualche soldo in più, alla fine del mese, le faceva comodo.
Mr Lange, però, non ammetteva nessun ritardo.
"Lei ha talento, Miss Ascott - le aveva detto una volta- ma in questo settore la puntualità è d’obbligo - Capisco che possa dispiacerle che i suoi racconti, per ora, non vengano pubblicati col suo nome. Del resto la paghiamo bene".
Mr Lange, in realtà, era un volgare approfittatore, ma fino ad allora Ilde non aveva trovato nessun altro disposto a pubblicare i suoi racconti.
Il settore era in crisi e Mr Lang, almeno in quella città, era l’unico che riuscisse a vendere un numero decente di copie.
Per vivere, durante la settimana, Ilde andava a servizio da Mr Lawson, un vecchio insegnante di musica in pensione.
L’aveva esonerata dalle incombenze culinarie, dal momento che era un buon cuoco e non necessitava di nessun aiuto in quel campo.
Per fortuna perché Ilde nutriva una vera e propria avversione per i fornelli.
"Se non imparerò presto a cucinare , ci rimetterò il fegato" - pensò la ragazza, sollevando lo sguardo dal suo lavoro per gettare un’occhiata al piatto di pancetta con le uova, dall’aspetto ben poco invitante, che languiva sul tavolino della sua stanza.
Quando, sei mesi prima, si era trasferita a Liverpool era raggiante.
Per anni aveva desiderato poter vivere da sola.
Gestire la casa come desiderava, mangiare all’ora che le tornava più comoda, stare a poltrire fra le lenzuola o alzarsi all’alba erano piccole libertà che la rendevano immensamente felice.
Missis Norman, la sua dirimpettaia, l’aveva guardata con diffidenza quando se l’era vista capitare, in un mattino piovoso di aprile.
"Chissà cosa sarà venuta a fare qui tutta sola? - si era domandata- E poi è così giovane".
In preda ad un’inspiegabile curiosità aveva iniziato a tampinarla per riuscire a sapere qualcosa sul suo conto.
Ilde, che non amava certo le incursioni sulla sua privacy, soprattutto quelle ad opera di perfetti sconosciuti, le aveva dato ben poco spago… E poi andava sempre così di fretta.
"Se continui di questo passo, non riuscirai mai a godertela la vita!"- le aveva detto, una volta, sua madre.
Pensando a lei, Ilde si ricordò che non l’aveva ancora contattata per avvertirla di aver trovato lavoro, presso la "Lang and Brothers", come scrittrice di racconti.
Con un gesto nervoso, allontanò il pensiero e, abbassato lo sguardo sui suoi fogli, neri d'inchiostro, rimase al lavoro fino a notte inoltrata.