Cinque minuti

Cinque minuti… mille anni

Quella mattina Mauro si svegliò di malumore, non era certo una momentanea particolarità, era una prassi. La sveglia gli gettava pedante il suo insistente ronzio nelle orecchie facendogli irrigidire i villi piliferi che prontamente trasmettevano al cervello la situazione di allarme. Si svegliava, però; si vestiva e guadagnava le scale borbottando e pensando a quale cazzo di vita stava dando i suoi trent’anni. Invidiava quasi i coglioncelli lindi e pinti che tirando fuori dai garages privati le loro automobili si apprestavano a “fornir l’opra” accompagnati dall’inseparabile cellulare da incollare all’orecchio di primo mattino.
Lui aveva voglia di fare una benemerita minchia. Perché mai non si trovava in Polinesia, stravaccato su di una piroga a pescare pesce solo quando avrebbe avuto fame! Avrebbe fatto l’amore con bellissime ragazze, e di sera avrebbe triangolato il cielo limpido sopra le spiagge del pacifico.

“Sono discorsi del cazzo” – diceva l’amico suo Silvestro-

oramai è andata come è andata”

“Tu come sei nato così morirai” – ribatteva Mauro-

tanto valeva che tu rimanessi una voglia nel pisello di tuo padre”

Taciturno e scorbutico nei modi, si attirava le antipatie dei suoi colleghi. Non vedeva l’ora che finisse la giornata lavorativa, tutti quei pacchi da recapitare… si domandava spesso: chissà quali troiate ci saranno lì dentro! Pupazzetti, vestiti, riviste porno, mutande acquistate in offerta da qualche magazzino con vendita per corrispondenza. Il pensiero poi veniva dirottato nel bar all’angolo dell’agenzia, dove riusciva a traslocare anche il suo corpo. Il Campari serale era il sangue di un sacrificio, lo beveva purificandosi dalla contaminazione di padroni e padroncini del lavoro, accorciando la distanza che lo separava dai mille e cento euro mensili. Alcoolico assassino della sua esistenza, questo si. Ne era al corrente. Era egli il padrone di sé stesso. Gli abitudinari del bar sommavano quel secondo cicchetto al primo della mattina, spiando con la “coda dell’occhio” sorseggiando con le labbra a beccuccio l’ennesimo caffè addolcito con zucchero di canna. Quelle gran facce di… menta. Glie lo pagavano loro da bere! Andava forse a mangiare nelle loro case! Finito di consumare il goccetto serale fece per intraprendere la strada di casa. Quella casa venutagli a noia, quel solito rincasare, quell’insipido televisore roboante di stupidità e faccette levigate. Lui sì, faceva il culo a tirare su pacchi tutto il giorno. Con l’andare del tempo andava assumendo la colorazione marroncina di quelle scatole, L’ittero andava modificandosi e le rughe che comparivano sul suo viso somigliavano sempre più alle gobbe ondulate del cartone che maneggiava ogni giorno. Lui andava a dormire sempre presto dopo cena, non che avvertisse una così grande stanchezza ma quello che desiderava era l’essere annullato da quel sonno; nove ore di filato collegato al neurone della morte in una sinapsi elastica e senza impegno. Ignaro di tutto e di tutti, ignavo nei confronti della sua stessa esistenza. Quale buio era più luminoso e totale delle sue dipartite notturne. La voce roca rotta dalla “tossetta” procuratagli dalla quarantesima sigaretta gli impediva di dare in modo udibile la buonanotte al resto della famiglia, o forse la sua volontà agiva annodandogli le corde vocali.

Quella sera uscito dal solito bar andava fischiettando una vecchia canzone degli Who, gli era rimasta impressa nella testa, poi ripeteva “ My generation, my generation”. La sua generazione di cinquantenne aveva varcato le soglie del duemila, ed era sopravvissuta. Impugnò il polso sinistro e guardò l’ora.

Che strano! L’orologio si era fermato alle cinque del pomeriggio e le lancette non ne volevano più sapere di “camminare” . Si era rotto! Quell’accidenti di oriolo aveva fatto il suo dovere per vent’anni, ora stava avvertendo il risentimento del tempo. Già, tutto prima o poi finisce, l’orologio aveva concluso il ciclo della sua esistenza, se pur meccanica. Ebbe un attimo di vuoto, si accese una sigaretta avviandosi verso casa. Notò che il solito viale non era asfaltato, gli appariva, ora come una lastra di metallo ed era privo di pali sostenenti i lampioni. Eppure la strada era illuminata; da dove diavolo veniva quella luce. Quelle striature grumose e marroni che vedeva intorno, cos’era, ruggine! Emanavano un odore di sangue rappreso, le sere precedenti e ancora prima non l’aveva mai avvertita, quella puzza. Quel silenzio irreale, nemmeno il fruscio di un’auto lontana, non un abbaiare di cani. Cosa stava succedendogli, aveva esagerato col gin quel buontempone di un barista. Gli era parso lì nel bar di vederlo versare la scolatura, per “spicciare” la bottiglia. Sul suo cammino incontrava gente completamente nuda: questi mancavano di espressività sul volto; chiese loro informazioni, non rispondevano, notò che sulla loro faccia vi era assenza di movimenti muscolari, erano come i volti degli animali. Alcuni di loro si erano riuniti in capannello e pareva stessero mangiando della carne, delle grosse ossa venivano gettate bianche e spolpate, e ogni uno di loro teneva a tracolla uno strano oggetto, a Mauro ricordavano le segaossi dei macellai. A cosa servivano, e come erano alimentate quelle seghe circolari. Pensò di trovarsi in un incubo e affrettando il passò cercò di guadagnare svelto la strada che lo avrebbe portato verso casa. Camminò a lungo. Possibile che si era stancato così tanto da metterci tutto quel tempo ad arrivare alla sua abitazione! Incontrava gruppi di capanne, e spinto dalla curiosità si soffermò a sbirciare all’interno di una di esse, dato che queste non avevano né porte né finestre si affacciò, fu notato dagli abitanti, questi non dissero nulla. Osservò quegli esseri con più attenzione, molti di loro avevano impresso sulla pelle dei segni di tumefazione -erano i resti di microcips installati oltre cinquecento anni prima, in era transumanistica, rimasti poi nei secoli a fare bella mostra conficcati nei corpi dei nuovi androidi. Quegli animali non morivano e non si riproducevano, non provavano sensazioni e agivano per istinto.- In quale strano mondo parallelo era capitato. Perché quelle steli umanoidi non parlavano, come mai erano completamente nudi e sporchi, e come vivevano, si organizzavano, si nutrivano. All’interno di quella capanna due esseri afferrarono un corpo, dalle fattezze doveva essere una donna, uno di loro afferrò la segaossi. La lama circolare di quella sega si posò decisa sulla gamba della femmina recidendola in un breve tempo. Il sangue zampillò veloce, e fluendo in terra provocava quei rigagnoli poi rappresi che l’uomo aveva notato sul suo cammino. I due macellai, insieme ad altri collaboratori si divisero il macabro desinare. La donna zoppicò bilanciando il suo corpo mutilato con il peso delle braccia, andandosi a sedere su uno strano sgabello di materiale trasparente. Una intensa luce verdolina fece cicatrizzare all’istante la grossa ferita. La cosa più inverosimile da potere essere accettata da parte di Mauro fu che l’arto stava ricrescendo. -Si erano condotti in passato degli esperimenti osservando il comportamento di alcuni rettili che trovandosi in condizione di pericolo abbandonano parti del corpo, queste poi ricrescevano in breve tempo. Quegli studi avevano portato avanti gli esperimenti condotti sulle cellule staminali progredendo e mettendo a punto la tecnica di fare ricrescere gli arti agli esseri umani. Quell’assenza di organizzazione, quell’abbandono, lo lasciava interdetto. Erano rimasti degli avanzi di tecnologia in virtù della quale quell’assurda “comune” aveva continuato a esistere. Mauro si guardò le mani erano verdi come la colorazione dei corpi che vedeva, incredulo e inscemito. – il fenomeno era dovuto a uno stanziamento del sole all’orizzonte che assorbendo lo spettro del rosso illuminava gli oggetti e tutto intorno di una luce verdognola. Non esisteva più la notte, né il giorno. Tutto era derivato da una tempesta magnetica che aveva sconvolto l’equilibrio fisico del pianeta. Lo sviluppo delle civiltà aveva raggiunto il suo apice; si erano annullate. Forse un nuovo corso stava iniziando.

Mauro semistupidito si guardò intorno, rivide le luminaria dell’insegna del bar, sentì in lontananza il guaire di un cane, tornò a sbirciare l’orologio, camminava di nuovo ora, le lancette segnavano le diciassette e cinque.

Discesa al -2

Il diavolo non è poi brutto come lo si dipinge. Soprattutto quando : persi i suoi poteri si trova a rabattarsi in una penosa condizione umana.
Avevano acquistato quel fabbricato da due anziani coniugi andati a vivere in città insieme alla loro figlia minore sacrificata per anni nel fare la spola in un andirivieni stressante. Oramai troppo avanti con l’età per rimanere soli in quel paesino in provincia di Roma, i vecchietti si erano decisi a malincuore di vendere tutto, oltremodo pressati dall’insistenza dei parenti. Alla donna, quei cento chilometri fra andata e ritorno pesavano molto, e si ripercorrevano ogni fine settimana. Non era solo una questione di spesa, -che a farla breve per ogni viaggio “partivano” quei settanta euro fra benzina e pedaggio dell’autostrada- ma una parte di vita inpegnata in maniera coatta. Aveva pure da fare lei nella sua casa: dove fra l’altro poteva dedicare del tempo solo nel fine settimana, quando gli impegni di lavoro le lasciavano l’agognato respiro di un sabato e una domenica. E dire che anche lei era vissuta in quel paese, in quella casa, quell’appartamento che i genitori avevano fatto costruire insieme a quelli dei suoi cinque fratelli tutti andati altrove; tre piani confortevoli, anche con l’ascensore e il garage. Quando fu il momento di fare il rogito davanti al notaio i due vecchi piansero, si guardarono negli occhi, annuirono con la fronte bassa e firmarono l’atto di cessione ai nuovi proprietari.
Data l’ampia superficie del fabbricato e il surplus di appartamenti i nuovi proprietari decisero di affittare a terzi, riservandosi i vani dello stabile dove erano vissuti il vecchio proprietario e sua moglie. Molte coppie giovani, attirate dagli affitti meno gravosi rispetto a quelli della città in cui lavoravano accettavano di fare i pendolari rassegnandosi a passare un quarto della giornata su treno e autobus. I nuovi proprietari si sentirono a proprio agio in quel paesino di provincia, dove avevano investito i classici risparmi di una vita in quella palazzina ristrutturata; certo, qualche lavoretto c’era ancora da farlo, ma se la presero comodamente e senza fretta.
Ristagnava da tempo un afrore di zolfo e animale selvatico in quel cunicolo senza illuminazione e senza finestre, che perimetralmente andava formando un rettangolo alla base del fabbricato. Molto ampio in larghezza, e alto circa tre metri. Dal piano terra -dove stanziava il montacarichi- furono aggiunte altre due” fermate” di ascensore, poiché i condomini che ebbero abitato gli appartamenti dello stabile, ricavarono loculi scavando nel tufo delle pareti; dove conservarono carabattole e cianfrusaglie usate di rado. Al di sotto al piano terra, il locale garage, con una rampa che immetteva sulla strada esterna --oramai vuoto di auto- sovrastava quel largo cunicolo.
Quando le “scomparve” il marito, Mariarosaria decise di dare sfratto agli affittuari.
“Non me la sentivo più di stare appresso alle beghe del condominio.
Quei quattro soldi che mi ha lasciato la buonanima mi bastano a vivere in modo decente; certo, con giudizio, si sa. Non sono mai stata prodiga, per non incorrere nel rischio di trovarmi “fumato” tutto il capitale .“ Bella donna, di media età, mente aperta e cultura non accademica, Mariarosaria, sul comodino, accanto al letto, con a fianco un cuscino, le facevano compagnia una stecca di sigarette e “le fleur du mal”. Suo marito se ne era “andato” a causa di un incidente di percorso. Lei era rimasta in quel paese, non aveva altri parenti, e poi in quel posto stava bene, aveva sempre passato delle giornate tranquille avendo a che fare solo con gente senza tanti grilli per la testa. Il suo carattere autoritario ma non prepotente aveva attirato la stima di gran parte dei paesani, il suo amore per la lettura e le storie di paese facevano si che le comari si riunissero spesso in casa sua a raccontare fatti successi in tempi remoti. La sua viva curiosità stuzzicava un chiacchiericcio quale solo le donne sanno mettere in atto.
Ubaldo, suo marito, lo “sparatore” – nomignolo con il quale era conosciuto in paese- era di piccola statura, un viso sempre annerito, quasi mai in casa durante l’estate, per via delle molteplici feste patronali nei paesi dove veniva chiamato a svolgere il suo lavoro. Possedeva una piccola rimessa dove: nel periodo invernale si dedicava alla carica e al confezionamento dei fuochi pirici. Succube della autorità della moglie non ebbe nulla da potere obiettare quando questa gli propose di confezionare una “cipolla speciale” formata da ingredienti dettatigli in un sogno… Dosò in modo empirico salnitro e zolfo uniti a altri composti, ma qualcosa dovette andare storto; sicuramente andò storto, poiché il fragore provocato dall’esplosione del micidiale miscuglio fece saltare in aria la rimessa. Del suo corpo i vigili del fuoco, rinvenirono solo pochi brandelli di carne, che essendo stati violentemente proiettati lontano dal luogo dell’esplosione rimasero integri, a differenza del resto bruciato nel rogo. Sua moglie non rimase né dispiaciuta né compiaciuta dell’accaduto… stette.
Le rare volte che Mariarosaria scendeva in quelle cantine per verificare l’assenza di infiltrazioni d’acqua, veniva assalita da quell’odore acre; non le dispiaceva, e via via sempre con maggiore frequenza scendeva in quel sito. Quell’odore persistente diventava discreto e delicato al suo naso, lo sosteneva trattenendo l’aria inspirata, per spezzettarlo poi in sbuffi intervallati.
Saranno state le quattro del pomeriggio quel giorno che: riposando sul divano di casa fu sorpresa a svegliarsi di soprassalto a causa del fragore di un violento temporale. Si stava bene sulla poltrona con il plaid tirato fin su alle orecchie, lasciando fuori di esso solo le narici per respirare - Si sentiva protetta e riparata da quell’accidente di acquazzone che insisteva a scrosciare sul suo fabbricato- Pensò fosse il caso di andare a dare un’occhiata al cunicolo, e di malavoglia infilò le pantofole, si gettò sulle spalle un giaccone, aprì il portone di casa, entrò nell’ascensore dirimpetto e scese al piano (-2). Il rumoreggiare lagnoso della pioggia veniva attutito là sotto, alle sue orecchie arrivava solo un brusio monotono, una ordinata frequenza, piacevole, quasi un suono. L’odore di muffa e selvatico si accentuava pregnando il cunicolo, duettando con il ronzio della dinamo che caricava la lampada ecologica portatile - Mariarosaria era solita legarla con una fettuccia al polso destro quando scendeva nel sottogarage - se le fosse caduta di mano, avrebbe fatto una grande fatica tastoni per ritrovarla-. Avanzando piano e facendosi luce, avvertì sotto il piede un nocciolo in rilievo, non lo aveva mai notato o non aveva avuto modo di farci caso, lei sapeva che il piano del cunicolo era una gettata unica di cemento lisciato. Era molto strana la presenza di quel bozzo che la fece chinare, cadere e battere la fronte al suolo. Dovette rimanere supina per molto tempo svenuta. Per nulla sgomenta, quando riaprì gli occhi, o credette di averli riaperti cercò di dare carica alla lampada, ma sentiva sotto la mano la manovella girare a vuoto. Si sorprese a imprecare “porco diavolo” –non era nel suo stile imprecare. Forse era a causa di quell’aria rarefatta. Quell’atmosfera cupa e insolita, resa ancora più tetra dal murmure della pioggia che insisteva inclemente ad annacquare la struttura. Avvertiva una sensazione, come di un fiatare, un alitare tipico di chi si è nascosto per non farsi vedere e nel nascondersi viene tradito dal suo respirare. Non era persona da impressionarsi facilmente e le sue convinzioni esistenziali avevano solide basi; ma quella situazione la innervosiva e le creava apprensione. Una situazione di confusione regnava nella sua testa, sicuramente il post della brutta caduta e della conseguente frontata data sul cemento del pavimento Le fecero sentire una voce dal tono risentito che emettendo fonemi gutturali, elargiva rancore:
“ e no! Questo è troppo. Tu neanche mi conosci; questi umani linguacciuti “
“chi c’è qua sotto! –esasperando il tono della voce per darsi coraggio- Guarda che non ho paura dei ladri; e poi, che cosa ci sarà mai da rubare. Qua sotto e tutta “monnezza””
“Ancora! Non sono un ladro, del resto non avrei bisogno di rubare; posso avere qualsiasi bene materiale.” –rincuorandosi e stupita domandò curiosa-
“chi diavolo sei,allora.”
“Appunto. Per quanto inverosimile ti possa sembrare, io sono proprio il Diavolo, il maligno, il banchiere degli avari, il coraggio degli assassini il…”
“Ah! Basta, basta. –disse la donna riacquistando baldanza- Sono al corrente degli innumerevoli titoli che Le appartengono, ma visto che Ella è anche l’angelo di luce, si renda manifesto e illumini questo cunicolo. Quella voce, in quel cunicolo, in quel buio; poteva essere benissimo un mezzo matto, scherzare anche, doveva stare attenta.
Allo sprigionarsi del luciferiano chiarore apparve un omaccione alto circa due metri, con i capelli nerissimi lunghissimi e liscissimi, nudo e con un corpo statuario, accessoriato di protuberanze assenti in ogni essere umano. “Se non fosse per: le corna, la coda e gli zoccoli caprini – commentò affascinata la donna - in fondo è anche un bell’uomo. Ma come ci è capitata, Ella, quà sotto… posso capirla, in quell’infernale inferno di calura. Sarà di certo venuta a cercare un po’ di refrigerio, in questo sottogarage. Ella mi è stata utile in passato, sa’. Il risentimento quella notte fu tale che con tutta la mia determinazione volli sognarla, ella si manifestò a guisa di nebbiolina e mi rivelò la formula maldestra di quel miscuglio di salnitro e zolfo che esplodendo fece spezzatino del corpo di mio marito.
Ma mi dica, Ella. Come mai con tutta la sua potenza si è ridotta a abitare quest’infimo locale al di sotto del garage! Pensi lo ricavammo facendo scavare nel tufo per via di un ristagno di acqua sotto il fabbricato.
“Vedi, donna. Ti confido una cosa molto imbarazzante e riservata. Devi sapere che: da quando il “sommo giudice” fu spadreternato dagli esseri umani mi trovai anche io in una situazione precaria. Più nessuno può essere, oggi tentato a commettere azioni ripugnanti. Cattivi, storti e prepotenti gli uomini lo sono già di loro. Credi! Nascono già così, confezionati in serie e ripassati nell’odio. Pensa! Si traviano perfino tra loro, che mansione e autorità posso avere più io. Ah! Ma non chiamarmi povero diavolo, ci mancherebbe altro che fossi anche commiserato.”
“Non me ne voglia, caro. Caduto il suo regno lei somiglia di più a noi esseri umani Non la prenda come una offesa. Ma… permettimi di invitarti a cena; è da tempo che ho in serbo una bottiglia d’annata.”

La coscienza di Aristide
inserito il 25 gennaio 2011

Che cos’è la coscienza se non un interstizio non meglio localizzato in un anfratto nascosto del nostro cervello; una spia condizionata dal senso comune? Un supervisore atemporale di fattura eterea e divina? Aristide era conosciuto da tutti nella periferia Est di Roma. Suo padre essendo rimasto sordo e interdetto durante i bombardamenti sul quartiere di San Lorenzo si rese impossibilitato nell’andare a raccogliere ferro e stracci nei quartieri bene della capitale. Il ragazzo continuò a vivere in quella casa dove sua madre si rabattava a lavare la biancheria sporca dei soldati americani avendo in cambio poche “am- lire” e della polvere di piselli. Aveva quindici anni e quella condizione gli andava stretta come la giacchetta dal colletto liso che indossava sempre. Dopo parecchi furtarelli andati a buon fine decise di investire in attività più redditizie e con meno pericoli da affrontare: dare soldi a strozzo. Reificato dalla sua giovinezza non avvertiva risentimento alcuno, la disperazione delle persone alle quali avendo prestato denaro e questi: non potendolo restituire, non lo scalfiva neppure. Continuava la sua esistenza asservita alle lusinghe del dio denaro accompagnato dagli anni che, passando in fretta iniziavano a marchiare le sue mani di chiazze marroni.
In quel Settembre del duemilaquattro si trovò ad avere improvvisamente settantacinque anni. Essendo sempre vissuto da solo dopo la morte di entrambi i genitori, aveva fatto del denaro l’unica compagnia. Prima di andare a letto la sera contava febbrilmente il frutto delle “cravatte” riscosse, “smazzandole” e accatastandole per taglio e valore, con la Marlboro pendente dalle labbra, ingrigendo quella camera di fumo e della sua presenza. Ne aveva ammonticchiati di soldi in cinquant’anni di debosciata carriera. In una sera, come le tante che passava a sbavare sulle banconote, un fatto insolito cominciò ad inquietarlo. Gli sembrava di percepire una presenza, era qualcosa che non sapeva definire ed era molto lontano dal saperla interpretare. Ultimamente, appisolandosi sul letto gli sembrava di scorgere un’ombra che sovrastandolo sulle lenzuola lo alitava di inquietudine, si sollevava allora seduto, l’ombra pareva ritirarsi andandosi ad acquattare sotto la rete. Gli sembrava sentirla ansimare. Aristide per i primi tempi non diede peso a quel fenomeno, erano certo visioni dovute per lo più ai fumi dell’alcool del quale ultimamente faceva grosso abuso. A notti intervallate l’ombra si ripresentava. In quelle notti cominciando ad avvertire il peso degli anni sembrava volesse trarre un bilancio della sua vita ricca di solitudine. L’ombra strusciava ed alitava. Aristide non si sollevava più dal letto ma arrotolandosi nelle coperte si faceva coraggio e con un braccio ciondoloni tastava lo spazio angusto fra la rete e il pavimento. Non trovando nulla sonnecchiava, di quel sonno sudato anticamera dell’angoscia e prolegomeni di un futuro orrendo. La mattina con gli occhi affossati mescolava i ricordi, mangiava poco e cominciò a pisciarsi anche addosso il suo stato di salute andava peggiorando con i giorni che gli passavano accanto. Decise di non adagiarsi più sul letto divenuto ormai il parallelo della tomba, avvertiva un recondito terrore solo al pensiero di sdraiarsi su una superficie piana, si appisolava allora sulla poltroncina nel corridoio, ricettacolo da sempre di pacchi di carta di giornale che scansava quasi a fatica per farsi posto. In quell’angusto e ristretto spazio si sentiva più sicuro, ma quando si fu abituato alla nuova dimensione ricominciò a pensare avvertendo di nuovo l’inquieta presenza dell’ombra, questa lo derideva sbeffeggiandolo, poi lo osannava portandolo in alto della sua presunzione e lo lasciava da lì cadere nell’inferno dei suoi dubbi. La salute continuava a peggiorare fin che non fu costretto a ricoverarsi in ospedale. In quell’ambiente di sofferenza gli sembrò di stare meglio, riusciva persino a restare disteso sulla brandina senza provare tedio. Passarono dei mesi, si era ristabilito ormai fra qualche giorno sarebbe uscito e avrebbe ripreso gli affari di una volta. Quella ultima notte di degenza passò tranquilla, ma dentro qualcosa lo rodeva, aveva settantacinque anni e un senso di colpa lo opprimeva, cominciò di nuovo a stare male ora era immobilizzato si muovevano solo i suoi occhi, larghi spalancati verso il biancore del soffitto, l’ombra tornò ad alitargli addosso, lo incollava lo amalgamava con lei. Gli alitò nella bocca un fetido fiatare e soffocandolo nel suo abbraccio lo fuse a se. Durante quella notte, l’infermiera di turno avvicinandosi al letto divaricò il pollice e il medio, e portandoli sul viso dell’uomo abbassò quelle palpebre con circostanziale pietà.

L'isola della ... menta
inserito il 18 marzo 2011

Quell’accidente d’isola difficilmente localizzabile sulle carte nautiche faceva impazzire la bussola dei marinai a causa dell’eccessiva concentrazione su di essa, di sostanze contenenti agenti ferrosi polarizzati chissà come da cariche elettromagnetiche. La rotta delle navi eludeva quell’atollo puzzolente e malsano, in quanto il cattivo odore che ventilava da quel posto arrivava a disturbare i nasi dei passeggeri imbarcatisi chissà dove. Vista da un improbabile orizzonte quel punto fermo nel mezzo dell’Atlantico ricordava una vallata immersa in una nebbia perennemente marronastra. I suoi isolani erano per lo più abbienti e passavano il tempo a bighellonare fra chiacchiere mondane e cure del corpo – un modo come un altro per rimandare la inevitabile e naturale decadenza fisica poiché quella interiore era iniziata da un bel pezzo- I tanti svaghi soliti e “annoievoli” portavano con essi un percorso di vita solita e banale. Quegli abitanti avevano potuto permettersi di possedere di tutto, agevolati di molto dalla potenza del denaro. Si erano confinati in quell’isola fingendosi defunti organizzando finti funerali e falsificando resoconti medici e atti di morte. Quella nuova genesi di elusi era alla ricerca di reconditi piaceri, di nuove motivazioni da supportare a un modo di vivere diverso, di adorare possibilmente nuovi dei. Quelli vecchi -di dei- si erano resi obsoleti, compresi i miti del possesso e la bramosia smisurata di denaro. Alcuni di loro veneravano tronchi di quercia marciti, portati a spiaggia dalle correnti marine –quelle Amadriadi avevano perduto la sembianza umana e si erano raccomandate alla pietà dell’oceano, implorando il mare di essere naufragate su lidi sconosciuti, dove poter ricominciare una nuova esistenza tributata degli onori che si devono a semidei sconfitti.- altri si raccontavano storie indicando un pinnacolo roccioso dell’isola dicendo parlandosi quasi sottovoce e con un timore di peculiarità ancestrale: sapete, da lì cadendo morì Dio. In quel piccolo golfo, dove ribeve la schiuma il genio salmastro del mare, cresceva rigogliosa una sterpaglia fatta di piante, che avendo assorbito dalla sabbia inquinata il fosforo e il mercurio, avevano assunto forme inusuali, sembrava non appartenessero al regno vegetale. Quegli steli carnosi maleodoranti e viscidi nei loro colori bluastri facevano affluire alla mente il ricordo delle ecchimosi contornate dal sangue pesto. La loro crescita avveniva in senso obliquo rispetto al suolo, e puntavano l’unica estremità oscurata di un fiore nero verso la foschia dell’orizzonte. Quelle coscienze sporche, confinate e tenute scrupolosamente a bada, circoscritte in quel luogo segreto, lontano da eventuali curiosi, piantonati da Aurighe lobomotizzate- eterne essenze prive della ragione- alle quali avevano impiantato nel vuoto lasciato dal cervello la violenza dell’obbedienza. Le navi che passando al largo, scaricando i liquami prodotti dalla defecazione dei passeggeri lasciavano una scia che andando ad accumularsi sull’acqua si faceva trasportare dalla marea frangendosi poi sugli scogli dell’isola. Quel colore brunastro era forse il sottoprodotto della tanquilla cattiveria e della ignavia umana Scivolava sulla sua schiuma nell’insenatura, depositandosi su quell’unico lembo di sabbia nera. Questo rappresentava un momento di sacralità per gli abitanti, un battesimo rigeneratore avvertito ore prima per via del maestrale che ne trasportava l’olezzo. Tutti allora correvano a incontrare quel Battista pagano che avrebbe spianato loro la via dell’estasi mistica introducendoli nel regno della redenzione. Arrivavano ansimando e si beavano nel respirare gli effluvi, poi lautamente banchettavano con il cibo metabolizzato.

Il rantolo
inserito il 18 marzo 2011

Il suo essere taciturno e riservato gli impediva di ficcarsi nei guai. Raramente aveva avuto delle beghe, e le poche volte che gli era capitato era riuscito tranquillamente a eludere qualsiasi provocazione uscendone da “ gran signore”. Il carattere calmo e riflessivo si specchiava di “pari passo” al suo modo di camminare; lento e deciso. Non credeva a dicerie e non amava le chiacchiere, difendeva il suo privato con ironia e mai con violenza; neppure verbale. Alla sua nascita gli misero nome “Vincenzo.” Non potette farci nulla. Quel piccolo essere non era nemmeno cosciente di essere venuto al mondo. Acquisito in età adulta il lume della ragione ritenne quel nome non soddisfacente. Decise di toglierci il vinc lasciando il diminutivo Enzo. Aveva iniziato a lavorare molto giovane. Da apprendista aveva imparato poi un mestiere. Ora alla soglia dei suoi trent’anni lavorava in proprio; riparava apparecchiature per condizionamento aria.

La giornata era cominciata bene. Al bar quella mattina aveva vinto cento euro con un gratta e vinci. Sorseggiando il morbido e schiumoso cappuccino, cominciava a organizzarsi nella testa le chiamate di lavoro. A volte in quella spuma cremosa trovava una piccola gratifica; lo metteva di buon umore. Ogni mattina si ripeteva questo rito, cinque minuti di meditazione prima di imbottigliarsi nel vergognoso traffico cittadino. Quel bar veniva colmato da impiegati e insegnanti per via degli uffici distribuiti nella zona e della scuola media prospiciente la struttura commerciale. A Enzo dava parecchio fastidio entrare in quel bar il giovedì e il martedì: poiché in quei due giorni a settimana la “ cappuccineria” trasbordava di signore e signorine attempate odorose di caramella mou, che facendo capannello avanti il bancone chiacchieravano rumorosamente. Quelle braccia che si agitavano, gli impedivano di “allungarsi” verso la tazza postagli dal barista. Odiava scansare le persone con le mani, e non gli andava nemmeno di dire “mi scusi,” per lui era un fattore acquisito che qualcuno non gli si dovesse parare dinanzi quando stava facendo colazione.

Una signora di dubbia educazione e di robusta stazza arrivava a poggiare un ingombrante seno al bordo del bancone, e agitando le braccia per chiedere il “dietor” si poneva a sovrastare il di lui fumante cappuccino. “A signò, che dovremo da fa! Si t’aggrada visto che ce stai, fatte puro ‘n tuffo dentro.” Era sì, taciturno e riservato, ma l’esuberanza di determinati modi di fare lo faceva stranire. Quella mattina, il bar era poco frequentato. -essendo di Lunedì - Vi erano solo un ragazzotto che sfogliando il corriere commentava i risultati delle partite di calcio e un signore distinto che sorseggiava un Campari con gin. Finito di fare colazione uscì dirigendosi verso il furgoncino. Aprendo la portiera si sedette comodamente, mise in moto e accese la radio. Prediligeva le emittenti che trasmettono musica rock, di tanto in tanto cambiava stazione per ascoltare i notiziari del giornale radio per poi tornare al rock. Girò per buona parte della città quel giorno. Le chiamate organizzate le aveva soddisfatte tutte, tranne una ultima, la meno impegnativa, che aveva riservato per le ore sei del pomeriggio. Era sua intenzione chiudere così il Lunedì, che come tutti sanno è una re-iniziazione al trantran settimanale dopo il rilassamento sciatto della Domenica. Arrivato sul posto parcheggiò tranquillo, chiuse la portiera del furgone, afferrò la valigetta degli attrezzi, allucchettò il portellone e si diresse verso il citofono del fabbricato. Pigiò il tasto dove era impresso un cognome scolorito e illeggibile. Sicuramente quel campanello corrispondeva all’appartamento del cliente. Poiché tutti gl’altri pulsanti recavano cognomi a lui sconosciuti, procedendo per logica, suonò. Non rispose nessuno. Attese pochi secondi e pigiò di nuovo. Una voce flebile rispose ”chi è,“ indubbiamente doveva essere una persona anziana. Enzo si presentò rispondendo. La voce ribatté “terzo piano.” Un sordo tloc! Fece aprire la serratura dell’ingresso,spinse il cancello con il palmo della mano, entrò nell’ androne e chiuse l’uscio cigolante.

Era un vecchio stabile alquanto mal messo. Gli intonaci sfarinati lasciavano in mostra una polvere bianca adagiata agli angoli e lungo il battiscopa dei corridoi. Un odore di stantio e muffa avvolgeva le lampadine fioche che penzolando da logori fili elettrici distribuivano sui pianerottoli più penombra che luce. Non vi era ascensore e Enzo di malavoglia si convinse di doversi sorbire sei rampe di scale per giungere al terzo piano. Sali appigliandosi alla ringhiera, infine giunse davanti alla porta, suonò il campanello, attese circa un minuto. Uno stropiccio di piedi gli fece intendere che qualcuno stava avvicinandosi per aprire l’uscio. La porta si schiuse rivelando la presenza di un vecchio con i capelli scarmigliati e una lunga vestaglia. Enzo salutò: entrando. “Dov’ è il condizionatore? “ . L’anziano l’accompagnò sul balconcino verandato, e lo lasciò lavorare. In quella casa erano ammucchiati sul pavimento giornali vecchi e riviste spiegazzate, passando per la cucina notò una pila di pentole e padelle che sovrastava il lavello. Qualche residuo di cibo dell’ora di pranzo rosseggiava in due piatti ancora poggiati su un tavolo di plastica. L’anziano tornò a farsi vedere, nel mentre Enzo aveva cominciato a trafficare con la macchina. Il vecchio, passandosi una mano tra i capelli , disse con rassegnazione “ i vecchi puzzano.“ Enzo non capì, e non sapendo cosa rispondere eluse il suo udito.

Quella frase secca pronunciata con perento non dava scampo. Non era una constatazione ma una realtà tagliente, senza possibilità di appello. L’anziano gli confessò che: da anni non poteva uscire di casa. Era molto laconico, e non avrebbe di certo risposto a domande, Enzo del resto non si sarebbe mai permesso di chiedere: perché. Non era nel suo carattere, si faceva gli affari suoi e gliene avanzava, ma dentro di se, rifletteva. Perché non poteva, chi glie lo impediva, camminava, aveva sì l’aria sciatta ma non sembrava stesse male in salute. E da mangiare, chi gli portava da mangiare. Il vecchio fece un passo indietro, lento e incerto, girandosi uscì dalla veranda portandosi appresso lo strascichio delle pantofole.

Enzo non dette più peso alla cosa ma continuando a lavorare fu colto da apprensione, e di tanto in tanto sbirciava attraverso il silenzio di quelli stipiti, coperti solo da una tenda sfilacciata alla base. Gli pareva di udire un lamento, proveniente da chissà quale camera. In quella casa ci doveva essere un malato sicuramente allettato; forse la moglie dell’anziano. Non si trovava a suo agio in quella casa, si affrettò a terminare la riparazione, quando chiudendo la valigetta chinandosi, volgendo lo sguardo alla parete vide il frigorifero avanzare verso di lui. Fu preso da stupore, e un senso di inquietudine lo pervase. La curiosità lo portò a scoprire da che derivasse quello strano fenomeno. Il frigo, infatti, in fase di compressione, quando “riattacca” trotterellava scivolando sul pavimento unto per poi tornare al suo posto ragionevolmente riportatoci dalla forza di gravità, dato che le piastrelle avevano una pendenza verso la parete.

L’anziano tornò di nuovo, si stinse la fusciacca della vestaglia dicendo: “ ha camminato di nuovo , vero!” Enzo annuì facendo per uscire dal balcone verandato. Un leggero vento scostò la tenda della camera dove aveva cercato di sbirciare. Alle sue orecchie arrivò un cigolio. Ebbe la percezione che qualcosa lo stesse guardando con insistenza. Ne avvertiva il sentore, pungente, fastidioso, inopportuno, accompagnato da quel lamento sentito prima. La tenda fluttuò avvolgendosi ai suoi ganci. L’anziano stese un braccio, come a volere impedire la visione di qualcosa da tenere nascosto e non mostrare. Qualcosa che induceva vergogna, una segreta angoscia nascosta; da non potere essere condivisa. Apparve, ciondolava sulla carrozzella ed inquietava una normalità apparente, la percezione che aveva avvertita si manifestò sfacciata e brutale. Quell’essere aveva due teste e lo fissava.

Enzo non riuscì a connettere, l’anziano si prese la testa fra le mani e girandosi ricacciò quella creatura disgraziata nel suo limbo ,si frugò addosso traendo il portafoglio e pagando il costo della riparazione. Il ragazzo fingendo una situazione normale si avviò verso la porta di uscita guadagnando le scale; le scese reggendosi alla ringhiera senza guardarsi indietro .