Fabio Filadelfo Centamore, nato a Lentini, Sicilia orientale (provincia di Siracusa), il 7 agosto 1968 acquista e
matura un profondo interesse per il mondo dei fumetti e della narrativa fantastica, oltre che per la Science Fiction,
durante il periodo degli studi universitari. Seguendo questo nuovo, potente, interesse, collabora con lo staff
editoriale della fanzine “Fumettando” dal 1996 al 1997.
Dal 1994 al 1996, inoltre, partecipa a diversi premi
letterari nel campo della Science Fiction (Premio Urania 1994 e 1995, Premio Courmaieur 1994,1995,1996)
classificandosi nelle prime 20 posizioni. Oltre all’attività letteraria, si dedica da vari anni anche
alla professione di analista e sviluppatore di software.
– Mi aiuti Dottore, sono l’uomo più disperato del mondo.
Raniero Frediani, medico condotto da ormai sedici anni, si trasformò quasi in una statua di sale per lo stupore.
Era ormai sua consolidata abitudine alzarsi prestissimo, “alle sett'albe” dicevano i suoi vecchi zii. Gli piaceva
proprio venire ad aprire lo studio di primo mattino. Così, in effetti, aveva tutta la calma del mondo per stilare
le sue anamnesi e per godersi la luce del primo mattino. Certo, nel tempo, anche i suoi clienti avevano iniziato
a venire prestissimo, quasi apprezzassero quell'ora. Tuttavia, dopo anni di onorata attività, era la prima volta
che irrompeva dentro a quell'ora un cliente così sconvolto. Ma chi gliela dava l'energia proprio così presto al
mattino? Gli occhiali tondi senza montatura ancora in mano, la pezza tutta consumata nell’altra, lanciò uno
sguardo strabico all’assistente dai capelli rosso crespo.
– Mi scusi, dottore. – Balbettò quest’ultima allargando le braccia. Pareva mortificata come se fosse stata
lei ad irrompere di botto in ambulatorio. – Ho cercato di fermarlo in tutti i modi, ma...
– Dottore, ci conosciamo da anni... – Borbottò l'intruso tutto sudato. – La prego...
Mi ascolti, sto vivendo un vero incubo.
– Basta così! – Tuonò Raniero Frediani alzando la mano a paletta come un vigile strabico. – Lei è entrato
senza nemmeno aspettare il suo turno e, per giunta, ha interrotto la compilazione di un'anamnesi piuttosto importante. Esca, per favore, e vedrà...
– No! Farò qualsiasi cosa, deve ascoltarmi adesso.
L'intruso, un’omino insignificante dai capelli rapati a zero e i vestiti orrendamente stropicciati,
sbarrò gli occhi e si gettò letteralmente ad abbracciare le ginocchia del dottore. Fuori, intanto,
una discreta massa di teste emanava una specie di mugolio risentito. In effetti, nonostante fossero
quasi le sette e quaranta del mattino, diversi clienti erano già in sala d'attesa. Contro le sue
stesse intenzioni, tralaltro. Tutti, infatti, si erano davvero abituati velocemente a simili assurdi
orari. Anzi, essendo molti di loro minatori del settore trans gioviano, trovavano quell'ora particolarmente
comoda per farsi visitare senza perdere la prima navetta per Vesta o Pallade. Ecco che già qualche
benpensante faceva capolino da dietro il cumulo di capelli fulvi dell’assistente. Come spilli roventi,
i primi sguardi cominciavano già ad appuntarglisi direttamente fra le carni.
– La prego, mi ascolti. La prego... – Ululava l’omino stringendogli le ginocchia a più non posso.
Raniero Frediani gettò uno sguardo verso l’assistente, ma ottenne solo di specchiarsi nel suo
stesso preciso imbarazzo. Il corpicino esile e ben fatto della donna, poi, stentava a sbarrare
l’ingresso ai clienti piuttosto abituati ai modi ruvidi e sempre meno tranquilli per l'attesa.
Qualcuno anzi alzava la voce e cominciava a premere per entrare.
– Ma che cavolo fa quello?
– Dev’essere un pazzo. Dottore, faccia qualcosa. Non si può mica stare qui tutta la mattina!
– I soliti raccomandati. Fai mezza giornata di fila e poi, alla fine, un imbecille ti scavalca.
– Signori, per favore... – Urlò Frediani, quando si rese conto che qualcuno allungava perfino le
mani sulla sua assistente. – Non siamo al mercato. Calmatevi e tornate a sedere, adesso risolviamo la faccenda con tranquillità.
Barcollò pericolosamente, infine riuscì ad afferrarsi alle spalle dell’omino che proprio non smetteva di serrargli le
ginocchia. Si sentì avvampare le guance attempate. Che diavolo! Non si era mai trovato in una situazione così...
Beh, così... Anormale. Cercò di allentare la presa da judo, i clienti continuavano ad accalcarsi davanti alla porta dello studio.
– Signor Burattini, – sussurrò con la faccia ormai paonazza – la prego di calmarsi, ho altri pazienti che mi aspettano.
Per tutta risposta, l’omino strinse ancor di più la presa. Raniero non riuscì a mantenere l’equilibrio e gli cadde
sopra come un sacco di stracci mal strizzati. Si sollevò un brusio imbarazzato, qualcuno si fece scappare perfino
una risata. L’attempato dottore credette di aver smarrito la faccia divincolandosi dal corpo dell’omino. Spogliato
i ogni residua pazienza, si rassettò il camice e stropicciò la pezza bisunta che ancora teneva in mano. Aveva davvero sopportato troppo.
– Fuori. – Urlò al colmo della rabbia, sotto decine di sguardi curiosi.
– Dottore, la prego. – Piagnucolava l’omino schiaffeggiandosi per costernarsi.
– Lei, caro signore, ha superato ogni limite di maleducazione.
– Finitela. – Rumoreggiavano i pazienti accalcati ormai fin dentro lo studio – Lei se ne vada e lasci lavorare il dottore.
– No, il dottore è mio.
Come trasformato dal rifiuto del medico e dalla rabbia degli altri pazienti, l’omino si rialzò giganteggiando su tutti. All'improvviso ogni gola soffocò il proprio fiato, quasi fosse calato sulla stanza un drappo di assoluto silenzio. Iniziarono ad alzare lentamente le mani, ad arretrare al di là della porta come se l’omino innocuo e querulo fosse diventato un serpente velenoso. E così era. Pallido e spaurito, infatti, l’omino puntava qualcosa di opaco e metallico verso il vicino soffitto: una banalissima, minuscola, bomba elettrolitica.
– Non parlate più adesso? – Ringhiò fra i pazienti e il dottore – Non vi lamentate nemmeno sottovoce, vero? Capite solo la paura come... Lei, dottore.
Raniero si vide affondare l'indice sinistro dell'omino nella stoffa immacolata del camice. Qualcosa di freddo gli scese giù dalla schiena fino ai calzini. Finalmente era successo, pensò cercando di rimanere immobile, aveva davanti un vero pazzo squilibrato. Si sentì afferrare da dietro il collo, l'omino gli appoggiò l'involucro ovoidale sulla guancia. A contatto con il metallo gelido e umido di lubrificante agghiacciò dalla testa ai piedi. “Oddio ci ammazza tutti!”, sussurrò mentalmente mentre fissava i volti della folla ormai così bianchi che quasi trasparivano.
– Fuori tutti. Devo parlare al mio dottore, non capite?
Nessuno si mosse. Sembravano tante statue, birilli da bowling in attesa della palla. In un attimo di lucidità, Raniero Frediani credette di leggere una muta richiesta in quei volti evanescenti. Si rivolse all’assistente prima che l’omino potesse urlare ancora.
– Signorina, faccia allontanare tutti. Vi prego, signori, non peggioriamo le cose, il signor Burattini è molto agitato e la bomba mi sembra innescata. Andate pure e chiudete la porta.
– Ma dottore... Quell’uomo la sta minacciando!
– Signorina, gliel’ho già detto cosa bisogna fare. Uscite tutti e chiudete quella porta.
– Sì, uscite. – Urlò Burattini agitando la bomba sotto il naso del dottore – Uscite e chiudete la porta, sennò ve lo ammazzo. Come fate poi se vi ammazzo l'unico dottore della stazione orbitante, eh? Fuori!
Bastò un istante solo. Come un plotone perfettamente addestrato, assistente e pazienti infilarono la stretta porta sbattendosela alle spalle con velocità incredibile. Finalmente, solo in apparenza, ogni cosa parve tornare alla normalità. In realtà regnava un silenzio greve, il dottore pareva imbarazzato più che terrorizzato. Burattini, un essere con un ordigno che pareva più grande di lui, si affrettò a chiudere a chiave. Tremava come una foglia, ma lo sguardo denunciava una disperazione fuori del comune.
– Adesso non ci disturberanno più. – Bofonchiò andandosi a sedere sulla lettiga candida.
– Si rende conto di quel che fa? Chiameranno subito la polizia, forse faranno venire perfino i rinforzi da Titano.
Frediani scosse disgustato la testa. Minacciare la gente con una bomba a mano innescata era indice di sicuro disagio mentale. Farlo dentro una stazione orbitale, poi, era qualcosa di altamente irresponsabile. L'esplosione, infatti, avrebbe aperto una falla nello scafo, innescato una violenta depressurizzazione e, infine, l'inevitabile esplosione dell'intero habitat. Fin troppo ovvio che il povero Burattini non sapeva ciò che faceva, bastava guardarlo: completamente sconvolto come una piuma nella tempesta.
– Non m'importa. La polizia non può liberarmi del peso di ciò che ho fatto.
– Mi perdoni, ma cosa avrebbe fatto?
– L'ho ammazzato. Sì, credo proprio di averlo ucciso il maledetto.
– Voleva parlarmi di questo?
– E di cos’altro? Non capisce? Io sono quasi sicuro di aver ammazzato Daimon. Non sarebbe successo se solo non mi avesse fatto fare quelle cose... Sì, quelle cose che...
La voce gli si spezzò in gola, quasi che anche le corde vocali si rifiutassero di articolare la natura di quelle cose. L’attempato medico capì che, tuttavia, non poteva farlo smettere di parlare. Il silenzio accresceva la tensione, portava l’omino armato sempre più vicino all’esplosione finale. Bisognava gabbare il tempo, sicuramente la polizia stava già arrivando. Ci avrebbero pensato loro a portare via il povero pazzoide, loro sapevano come trattarli i soggetti simili.
– Chi è Daimon? – Chiese.
– Non so chi o cosa sia, lui mi parlava dentro.
– Oh... Capisco.
L’omino schizzò in piedi come una molla, serrò spasmodicamente la sicura della bomba. Era diventato paonazzo, gli occhi talmente sporgenti da far temere il peggio. Pareva un cane idrofobo a cui avessero appena pestato la coda.
– Non capisce un cavolo! – Urlò piantando l'ordigno appena sotto il mento del medico – Perché diavolo sarei venuto proprio qui da lei, il dottore di fiducia, se non per evitare quel misero senso di accettazione pietosa tipico degli psicanalisti? L’ho visto nei documentari americani. Ti fanno sdraiare su un comico divano e fanno finta di ascoltare i tuoi problemi. In realtà ti compatiscono! Gli psicanalisti ti compatiscono invece di prenderti sul serio.
– Si calmi, la prego. Cerchiamo di ragionare.
– Ma cosa vuole ragionare, dottore? Lo so benissimo di avere un classico problema da psicanalista, cosa crede. Ma non ci vado da quei macellai. Voglio una persona normale, qualcuno che non ha mai sbagliato la cura, il dottore di famiglia.
Senza preavviso, Burattini allontanò l'arma dal dottore e tornò a sedersi. Era come suonare una tastiera, pensò Raniero Frediani, se si toccava il tasto sbagliato però...
– Si rende conto che io non sono qualificato a curare quel genere di malattie? – Si azzardò a domandare. Stavolta, però, fu attento a non sfiorare la fatidica nota stonata.
– Non sono malato, solo stressato. Se soltanto mi desse la possibilità di raccontare quel che mi è successo, sono sicuro che capirebbe.
– Coraggio, allora, mi racconti come ha conosciuto questo tizio, questo Daimon.
– Non l’ho conosciuto, non si può conoscere un incubo come fosse il vicino di pianerottolo. Lui è semplicemente cominciato una mattina, dal nulla...
"Che diavolo vorresti fare, vecchio?".
Eccolo. Orazio, sempre lui il primo a farsi vedere. Figurarsi se non poteva essere il primo anche in quel frangente. Così avevano deciso di non dargli pace nemmeno nei suoi ultimi minuti di vita. Sospirò e si lasciò accarezzare da una fievole brezza salmastra. Puntò lo sguardo sui tetti rossi delle case sotto di sé. Si udiva perfino il monotono sbatacchiare di qualche sparuta persiana.
"Non sono fatti tuoi, lasciami in pace", sbottò Arturo Bellini ostentando le spalle al corpulento Orazio.
"Ma guardati", continuò quello imperterrito. "Stai lì, in piedi sull'orlo del precipizio, da un sacco. Smettila di ingannare te stesso e vieni via, tanto non ti butterai mai".
"A no? Davvero? Vuoi vedere?".
"No! Non lo faccia, signor Bellini".
"Mamma, mamma, cosa sta facendo lo zio Arturo?".
Fantastico. La giovane Sara Agosti e la piccola Irene, il pubblico era quasi al completo. Un raggio di sole attraversò i tetti rivelando impietoso lo stato di abbandono della città. Un amaro deserto di case vuote, ecco cos'era diventato il mondo.
"Andate via tutti", mormorò Arturo, "lasciatemi solo vi prego".
"Ma perché?". Sara doveva essersi avvicinata, il suo profumo dolce e sottile stava raggiungendo le narici del vecchio."Forse non si trova bene con noi? Forse l'abbiamo disturbata troppo in passato? Se è così le chiedo perdono, anche per le piccole marachelle che può averle combinato Irene. Sa, lei è una brava bambina ma ogni tanto fa i dispetti".
"La smetta. Smettetela tutti di far finta. Voi lo sapete perché lo sto facendo. Io... io non dovrei nemmeno parlare con voi".
"Ecco!", proruppe Orazio. "Ora salta fuori la storia che siamo solo frutto della sua immaginazione".
"Ebbene è così", confermò Arturo. "Non esistete e mai siete esistiti. Vi ho creati io per colmare i vuoti".
"Ma sentilo. E se anche fosse, non te li abbiamo colmati bene questi tuoi vuoti? Ti abbiamo forse fatto mancare qualcosa? Insomma, che bisogno hai di farlo?".
"Ha ragione, signor Bellini", rincarò Sara. "Noi abbiamo condiviso ogni cosa insieme a lei. Ricorda quando è nata Irene? Da quanto tempo ispezionava inutilmente le case vicine alla stazione? Fu un incontro miracoloso, stavo per partorire da sola fra tutto quell'abbandono. Lei ci aiutò, abbiamo deciso insieme il nome della bambina. Non ricorda?".
"Vero, mamma. Mi chiamo Irene come la pace universale".
Arturo scosse la testa senza rispondere. Quell'episodio era avvenuto solo nella sua mente, in quella specie di fortezza che si era eretto contro la solitudine
e la desolazione. Aveva cominciato per scherzo, quasi giocando.
"Vi ho creati per caso. Prima del virus e dell'epidemia mondiale, ero uno scrittore. Così mi è venuto facile, quasi naturale immaginarmi dei personaggi. Con il tempo vi ho plasmati così bene da non distinguere più fra realtà e fantasia. Ma ora basta".
"Un corno, vecchio. Tu arrivi, ci dai vita, significato ed esistenza tanto per mitigare la solitudine, e pretendi ora di ucciderti uccidendo anche noi?".
Il vecchio si voltò. Orazio era rosso in viso, le braccia enormi scaturivano dalle maniche di camicia rimboccate come due pistoni. Sara sembrava un'acciuga
che stringeva al petto una bimba pel di carota.
"Ma cosa state cianciando adesso?", urlò. "Voi non sapete cosa voglia dire svegliarsi tutte le mattine ed ascoltare solo il silenzio, il cigolio del vento.
E non avere più rumori di traffico, non avere più stress o confusione intorno. Tutto il mondo tace. Io solo sono immune al virus, a che pro andare avanti?".
"Lo faccia per noi, signor Bellini", singhiozzò Sara. "Non meritiamo noi di vivere? Le nostre vite sono piene, noi ci sosteniamo a vicenda. Io ho Irene,
lei ha me e noi abbiamo il signor Orazio: siamo una famiglia. Ma senza di lei non saremmo più nulla, capisce? La stiamo solo pregando di non ucciderci".
"Zio Arturo, se vai via tu chi mi racconterà le storie?".
"Non illuderti, piccola. A questo signore non interessiamo minimamente. Vedi, lui dice che siamo solo frutti della sua fantasia. Vuole persone reali lui,
vuole il mondo com'era prima del disastro. Ma ci pensa quest'uomo alla festa che abbiamo fatto quando hai messo il tuo primo dentino? Ci pensa alle ore
passate insieme ad ispezionare vecchi supermercati e case diroccate? Quante cose ci siamo detti, vecchio. So più io di te della tua defunta moglie. Ma
me lo dici che differenza fa realtà o fantasia davanti a tutto questo? Che differenza fa?".
Arturo tornò a guardare davanti a sé, dritto nel vuoto che attendeva di risucchiarlo. L'aria sapeva di nulla, portava solo odore di disfacimento e abbandono.
Fu quasi un colpo di fulmine. Stavano combattendo per la loro sopravvivenza. Orazio, Sara e Irene, pur entità immaginarie, desideravano vivere. Il fondo
del burrone oscillò, quasi tentò di sostituirsi al cielo terso e limpido. Li aveva creati per tenere lontano il deserto di case intorno, per popolare di
finta vita tutta quella morte vera. Ma non erano più solo quello, volevano vivere quando lui desiderava solo porre fine a quell'incubo. Le sue stesse
fantasie volevano vivere. Fantasie? Orazio, Sara, Irene sapevano tutto di lui e lui tutto di loro. Cielo e terra ebbero un capogiro, i comignoli semi
arrugginiti si fusero con il freddo dell'asfalto e la calura del sole. Cadde a sedere come un sacco vuoto. Orazio aveva ragione, che differenza poteva
fare? Si voltò, i tre erano ancora lì impietriti nello stesso, speranzoso, sorriso.
"Ho avuto un incubo", mormorò infine Arturo ricambiando quel sorriso. "Pensavo di essere veramente rimasto l’unico essere vivente al mondo, che sciocco!".
0. COSÌ FINISCE (FORSE!)
Artificiale, costruito, falso. Eppure sono davvero io, Walter Francis
Raleigh. Il nemico mi ha abbandonato quaggiù su questo misero, sper-
duto, pianeta di cenere. Tutto grigio. Cielo, terra, orizzonte... Tutto.
Perfino questa specie di sole semi spento. Banale mondo di piombo
che non smetti di pesare sulla mia coscienza, quanto ti odio! La gam-
ba sfrigola e sprizza scintille, un tizzone consunto appena cavato dal
fuoco. Quasi non ci faccio più caso. Forse lo stesso grigiore intorno
s’è mangiato anche ogni mia considerazione per questo vecchio cor-
po meccanico. Spurii Lampi di ragione mi suggeriscono di fermarmi,
sdraiarmi, magari lasciarmi morire in mezzo a tutta questa piatta
rovina. Non così il mio istinto. Si ribella anzi, vuol vincere. Devo pro-
seguire dunque, trascinare questi quattro logori circuiti fino a chissà
dove. Ovvio. Come no? L’istinto è cieco, ama combattere. Perfino
sguazzare in quest’universo grigio e cinereo, una gamba mezza sbrin-
dellata, gli pare l’unica possibilità che ancora ho. Così pensa, così mi
costringe a obbedire. Vedo un muro (forse solo una roccia) ma non
riesco a capire quant’è lontano. L’aria è secca, immobile, incollata
da Dio contro la cupola del cielo. Avanti, coraggio, muovi ancora
qualche passo e vedi di non esalare. Cielo, orizzonte e terra fanno
una specie di girotondo. Vacillo e quasi cado. Debole come un gatti-
no, appena il fantasma di me stesso. Eppure non smetto di mettere un
piede avanti all’altro. Il muro perso laggiù fra la cenere si avvicina.
Lento come una tartaruga azzoppata, sempre più vicino. Non è un
muro. Me ne accorgo solo dopo diverse centinaia di passi. Non è nem-
meno una roccia. Niente rocce in questo deserto. Non c’è assoluta-
mente nulla quaggiù, nemmeno la più insignificante pietra. La stella
di Algol ora è quasi allo zenit. Mi preoccupa la totale assenza di cor-
renti d’aria, non è naturale in questo inferno grigio. Ancora un pas-
so. Non è un muro né una roccia. Comincia, però, ad assomigliarmi
ad un maledetto riparo. Devo arrivarci ora, prima che il sibilo mi
raggiunga, prima di rimanere bloccato dalla mancanza di energia.
Stupida gamba. Vorrei strapparti via e non doverti trascinare così.
Dove sarà il demone adesso? Sembra sparito, forse vuole solo illu-
dermi. Certo, lui gode nel giocare con le sue vittime. Che meraviglio-
so cacciatore, che fenomeno davvero! Ogni fibra di quella cosa esiste
per la caccia, vive ed ha senso solo nella caccia. Un altro passo. Ci
sono quasi, credo. Colpa di tutta questa monocromia. Non riesco a
capire le distanze, non riesco a muovermi normalmente. Un sorcio
preso in trappola, ecco cosa sono. Ho addirittura quasi sacrificato
una zampa per uscire dalla tagliola. Cielo e terra continuano a mi-
schiarsi come gemelli dispettosi, grige carte di un giocoliere. Scoppia
all’improvviso e quasi azzera l’apparato visivo. Bianco come un len-
zuolo, silenzioso come un ambiente sotto vuoto. Attraversa l’orizzon-
te senza provocare il più piccolo riflesso. Ecco che comincia la
sarabanda. Il demone, infatti, è sparito. Magari non si è allontanato
molto. Sicuro. È ancora qui vicino, nascosto sotto la sabbia. Mi os-
serva forse, si prepara a vedermi morire lentamente. Ma quant’è an-
cora lontano quel coso che assomiglia ad un muro? Ne ho bisogno.
Sta per arrivare. Un ennesimo passo, ancora avanti. Il lubrificante
non smette di colare. Lascio perdere, in fondo nemmeno sento dolore.
Questo brunito manichino metallico che ospita la mia mente non mi
ha mai permesso di sentire dolore. Avanti allora. Vai. Ancora e anco-
ra. Una seconda esplosione nel cielo. Questa volta sembra più vici-
na, più accecante della prima. L’aria è diventata pesante adesso, quasi
mi costringe ad inginocchiarmi. Arriva, è davvero vicina. Eppure il
mio rifugio non è lontano. Iddio delle tempeste, davvero non è lonta-
no. Stendo la mano e quasi lo tocco, ma qualcosa mi colpisce dritto
alla testa. Si solleva e mi penetra attraverso le griglie dell’udito men-
tre due, tre, scoppi biancastri nel cielo mi dicono che è già tardi. Ecco
che la sabbia grigia torna a sollevarsi proprio davanti alle mie dita.
All’inizio è lenta, quasi pigra, s’insinua fra le pieghe del mantello, fra
le crepe sottili dello chassis. La vedo ruotare intorno come dolce neve
di qualche natale ormai dimenticato. Si intreccia e avviluppa, com-
pone una sorta di figura. O è soltanto la mia immaginazione ormai
esausta? No, sembra una figura femminile. Un corpo esile, sottile
come carta, forte come acciaio. Un manto rutilante di capelli fulvi,
forse due occhi vuoti e spenti. È lei? Ma no, solo il deserto. Algol si
prende gioco di me, m’illude con la mia stessa fantasia. Pesca i mi-
raggi dalla sciocca memoria artefatta, quando ancora ero Walter
Francis Raleigh, colonizzatore della Virginia. Davvero troppo. Se pro-
prio devi uccidermi, almeno fallo subito e adesso.
– Uccidimi. Vieni fuori e ammazzami. Lo so che sei lì, lo so che mi
osservi. Ammazzami!.
Forse mi ascolta. Si leva alto, ulula rabbioso. Alla fine mi prende
con la forza di un maglio, dritto contro il petto. È il vento. Si anima
dal nulla e mi percuote ancora due, tre, quattro volte. Cielo, terra ed
orizzonte diventano un inferno di sabbia cinerina. Un turbine repen-
tino che, dalla totale quiete, m’investe come impazzito dalla furia. Le
mie urla sono risucchiate nel vuoto della tempesta. Lui, la creatura,
infine non mi ha ascoltato. Preferisce lasciar fare al deserto, al vento
di Algol. Il grigio monocorde ormai è spezzato da continui, furiosi,
scoppi. La calma immobile del deserto è solo un ricordo adesso, men-
tre qualcosa mi solleva e mi fa roteare come una pagliuzza. Un che di
acre, una specie di dolciastro viscoso, mi sale da dentro. Riempie ogni
mio ricordo per qualche istante prima di sbattere. La schiena si incri-
na, quasi mi fa dimenticare la gamba. La forza del turbine ululante
mi sta schiacciando contro una parete. No, non è un muro, nemmeno
una roccia. È metallica, liscia, fredda. Le mie mani si torcono, le mie
braccia sono animate da intelligenza propria. Si afferrano, mi trasci-
nano sotto l’orrida tempesta. Sono accecato dai continui lampi, im-
brattato di lubrificante rappreso, tutti i sottosistemi e apparati lan-
ciano segnali d’allarme. Eppure mi trascino contro la superficie me-
tallica, ancora alla ricerca di un riparo, ancora spinto da quel male-
detto cieco senso del dovere. Il cielo urla, l’intero pianeta ruggisce e
mi artiglia con zanne di sabbia. Lo sento scavare solchi sulla patina
metallica delle mani. Loro, però, non si arrendono. Assistite da deboli
braccia, tremanti per il sovraccarico, spossate dalla perdita di ener-
gia, avanzano ancora e ancora come se sapessero cosa cercare. Ma
sì, le mie mani hanno capito, il mio corpo sa cosa fare. Ed ecco che,
com’è cominciato, tutto finisce. Il silenzio irrompe intorno a me e la
sabbia più non mi colpisce ed il vento più non mi schiaccia. Il pianeta
continua a saltarmi alla gola, infuria con la più feroce delle tempeste
dietro di me. C’è un’apertura più buia dell’inchiostro, vi cado dentro
a boccheggiare come un pesce rosso fuori dalla sua vasca. Non è un
muro, non è nemmeno una roccia. Si tratta di un relitto, un’antica
astronave, un veicolo ormai distrutto da secoli. Non so esattamente
cos’è, ma è metallico ed è cavo, mi può riparare. Così lascio la bufe-
ra alle spalle trascinandomi in quel minuscolo antro rugginoso e nero
di notti insonni. Ridotto ad una tigre rabbiosa, Algol scuote quel de-
bole guscio che, testardo, gli impedisce di artigliarmi a morte. Io,
Walter Francis Raleigh, sopravvissuto ai secoli e all’oblio degli uo-
mini, posso solo rimanere immobile con la faccia nella polvere. Egli è
sempre là fuori, lo so. Aspetta la fine della tormenta, poi completerà
il suo lavoro. La gamba sta smettendo di sfrigolare, le scintille si stan-
no esaurendo. Forse il danno comincia a propagarsi, forse morirò
prima che il demone possa venire a prendermi. Che tu possa arrostire
nella bolgia dei traditori, Raleigh! L’Inferno ti attende insieme a tutta
la Queen Virginia. Ma che diavolo faccio adesso? Maledico me stesso
e la mia povera ciurma di mentecatti? E per cosa? Per una colpa che,
in fondo, è stata solo veniale? La vicinanza della fine non dovrebbe
forse rendermi più sincero? Massì! Almeno con me stesso posso am-
metterlo. Senza certi miei errori non sarei in questo deserto, sbattuto
da una tormenta di cenere radioattiva e inseguito da un demone preda-
tore. Ammettiamolo! Raccontiamolo, alla Grande Signora come hai
costruito la tua stessa fine. Coraggio, fai quest’ultimo sforzo. Squaderna
questa tua incredibile, invincibile, stolidità. Basta. Cosa avrei da rim-
proverarmi in fondo? Sono sempre stato solo me stesso e morirò come
ho sempre vissuto, da solo. Ho sempre voluto tenere fra le mani il mio
stesso destino, costruire da solo i miei errori e le mie non rare glorie. E
dunque? A che pro codesto rampognare al cospetto della Gelida Si-
gnora? Ecco, finalmente la vedo davvero disegnata dal buio. Una pre-
senza appena percettibile nell’infuriare della tormenta. Un’ombra meno
impalpabile del buio pesto che mi circonda e osserva. Acquattata ai
margini della mia coscienza, esile come nebbia, silenziosa come il desti-
no. Sta lì davanti, aspetta incrollabile proprio vicino a me.
– Siamo già a questo punto dunque? – Se fosse umana, la mia
voce sarebbe un rauco sussurro. Forse nemmeno proverrebbe dalla
mia stessa bocca. – Ti farò un favore, gelida signora. Ti racconterò
tutto, così potrai vedere che razza di mostro stai per portarti via.
Sono il peggiore dell’universo conosciuto, credimi. Ne vuoi la prova?
Ecco i fatti, mia signora. Giudica tu stessa...