Gli occhi di Rebecca fissavano il piccolo ragno che stava pazientemente tessendo la sua trappola vischiosa tra il bastone di legno della tenda ed il muro.
Normalmente la ragazza avrebbe tolto immediatamente quel piccolo segno di incuria casalinga od almeno avrebbe rinviato a brevissimo tale decisione, ma quella non era casa sua e Rebecca non stava guardando il ragno.
In verità non stava guardando nulla ed il segno bluastro sul collo era una tangibile prova che i suoi occhi, seppur aperti, non avrebbero mai più visto alcunché.
Le braccia allargate sui fianchi, i capelli corvini leggermente scomposti tra la sua nuca ed il comodino su cui era poggiata e la completa nudità della ragazza erano le uniche cose stonate in quella camera dall'aspetto così impersonale.
Il corpo era steso, prono, quasi trasversale sul letto matrimoniale su cui giaceva ed una cravatta da uomo, nera, cercava inutilmente di abbellirle la gola.
“Dove stai andando?” chiese il vecchio dalla pelle raggrinzita.
“A lavorare prima che arrivino gli spazzini” rispose Raimondo senza voltarsi “Ogni tanto cambiano orario e non vorrei mi soffiassero qualcosa di importante”.
Il vecchio sogghignò mettendo in mostra gli unici tre denti rimasti “Importante? Magari una mezza ciambella con la panna inacidita od il torsolo di una mela non del tutto smangiucchiata oppure....” “A dopo vecchiaccio” interruppe Raimondo corrucciando lo sguardo ed alzandosi la coperta lurida e bucata sulle spalle.
Io non farò la tua misera fine. Io sono destinato a grandi cose.
Così pensando, Raimondo lasciò definitivamente alle sue spalle i miseri cartoni che lo proteggevano dai rigori dell'inverno.
Continuò a pensare senza accorgersi che aveva cominciato a farlo a voce alta. Qualche passante gli diede la solita occhiata distratta od impaurita.
“Mi ricordo perfettamente tutto, anche se sono passati tanti anni.......” si interruppe cercando di rammentare quanti erano quei maledetti anni passati ma riusciva solo a richiamare alla mente l'unica cosa che lo aveva sostenuto in quella vita colma della miseria più assoluta.
Una zingara, forse ancor più sporca di lui e forse neanche tanto zingara, gli aveva predetto, strillando da lontano e ridendo in quella maniera che solo i pazzi sanno fare, un futuro assai diverso da quello che si sarebbe aspettato.
“Ti sentirai un re” strillò Raimondo cercando di imitare la voce roca della zingara.
Una giovane coppietta si affrettò a lasciare l'oscurità.
“Cambierai vita...Trasformerai le tue fattezze.....Truccherai le tue abitudini....Ed infine sarai un re....Tutto nel volgere di poche ore......”
I passi di Raimondo lo stavano portando al primo dei tanti cassonetti che avrebbe rovistato quella sera mentre, al ricordo di quella lontana profezia, gli occhi si inumidivano e le lunghe sopracciglia cespugliose sembravano vibrare assieme al suo cuore.
Non era così sciocco o sprovveduto da credere ad una fandonia del genere ma sentì come una folgorazione a quelle parole.
Lui, che di Dio se ne era sempre altamente infischiato, ora lo aveva reso responsabile e mittente di quella profezia.
“Come può una zingara cercare di dare a bere una simile fantasticheria ad un barbone che, nei suoi sogni più sfrenati, può arrivare solo a desiderare un lauto pasto? Qui c'è lo zampino del Padre Eterno, non può essere che così”.
Raimondo cominciò con metodica e razionale precisione a scansare gli oggetti ingombranti ed aguzzò la vista per vedere lì dove un semplice occhio umano non avrebbe visto altro che buio.
Decise di non farsi più distrarre dai suoi ricordi.
Dio era con lui e lui era con Dio. Aspettava solo il momento di riconoscerlo.
Mario stava incespicando sul marciapiedi sconnesso.
Non badava a dove metteva i piedi perché, parlando, guardava Rebecca e cercava di stare al passo con lei.
La ragazza, dal canto suo, camminava piuttosto velocemente ostentando un'aria rigida.
“Ti prego, credimi!”
“Tutte chiacchiere le tue. Il divario economico tra noi due è talmente enorme che, prima o poi, me lo rinfaccerai”.
Rebecca sapeva benissimo di mentire spudoratamente ma, nella sua mente di sfruttatrice di ogni occasione, aveva intravisto la possibilità di sistemarsi definitivamente.
La possibilità si chiamava Mario, uomo ricco dalla nascita ed ogni giorno sempre più miliardario. Lui aveva provato a spiegare quale fosse il suo lavoro ma lei non ci aveva capito nulla; l'unica cosa chiara era che questo Mario sembrava una specie di re Mida e questo era quanto bastava.
Ma per “accaparrarselo” doveva giocare d'astuzia: lo doveva convincere che non erano i soldi quelli a cui mirava e di essere una donna onesta.
E così, preso l'appuntamento di pochi minuti prima, aveva cominciato la sua farsa.
“Non è così” implorò Mario allargando le braccia “non farei mai una cosa del genere. Ti amo troppo per gettarti in faccia la tua posizione.
Credimi, farei qualsiasi cosa per averti sempre al mio fianco”.
Un luccichio crudele attraversò rapidamente lo sguardo di Rebecca.
Ora ci provo e metto in tavola l'ultimo asso “Allora dimostramelo!”
Mario ebbe un attimo di esitazione che gli costò altri due mezzi ruzzoloni “Dimmi, dimmi quello che devo fare per convincerti”.
“Devi diventare povero” gli scagliò in faccia Rebecca.
Fermi, in mezzo ad un marciapiedi poco affollato, si guardarono fissi negli occhi.
“Ma....ma come.....”
“Butta via tutto ciò che hai e mi sposi”.
Rebecca si girò immediatamente e riprese a camminare svelta mentre Mario rimase imbambolato con la bocca semi aperta.
L'uomo cominciò a svuotarsi le tasche per poi buttare via tutto.
Senza una fretta particolare Carlo stava sistemando alla bene meglio un po' di indumenti dentro una valigia.
Non che ci fosse da fare una gran scelta ma, guardando alcune magliette che non avrebbe potuto portare con sé per questione di spazio, alcuni piacevoli ricordi lo allontanavano per qualche istante dalla realtà dei suoi propositi.
Probabilmente fu uno di questi momenti a distrarlo così tanto da non fargli sentire il lieve cigolio che la finestra produsse aprendosi.
Carlo gettò lontano le due magliette che gli ricordavano i bei tempi andati e girandosi di scatto sbatté contro un armadio a due ante.
L'armadio si chiamava Gigetto, era poco più alto di lui e la cassa toracica, tanto era possente, poteva davvero essere scambiata per un armadio.
L'armadio rideva sardonicamente mentre Carlo indietreggiava con gli occhi sgranati (di fuori?) fino ad arrivare alla porta di casa che trovò inquietantemente aperta.
L'uomo diede le spalle a Gigetto e fece pochi centimetri di corsa prima di andare a sbattere contro una pala.
Questa era veramente una pala con tanto di manico anche se la differenza tra questa e le mani che la reggevano era minima.
Il crac che Carlo sentì poteva essere solo l'osso del naso che si rompeva (nome osso?).
Il sangue fluiva velocemente per terra e Carlo, tamponandosi con una mano, alzò lo sguardo verso l'aggressore.
“Ciao Carlo, io sono Gigino e lui è mio fratello Gigetto” disse senza sorridere “Sai cosa vuol dire?”
“Vuol dire che siete in anticipo di un giorno” strillò Carlo con voce nasale.
“Mmmmh. Bugia bugia. Siamo giunti al momento giusto” ed indicò la valigia semipiena sul letto “e tu sai cosa succede a chi dice bugie?”
Carlo sapeva che quella non era una domanda che attendeva risposta.
“Lui è Gigino e ti rompe un ditino, io sono Gigetto e ti tengo stretto”.
Lasciata cadere la pala per terra, Gigetto si avvicinò e, senza sforzo apparente sollevò Carlo da terra per poi far finta di sistemargli gli abiti addosso e levargli l'eventuale polvere con piccole manate un po' ovunque.
Anche se questi colpi erano stati dati con una certa delicatezza, Carlo si sentì spostare come un fuscello al vento. La testa batté contro qualcosa di duro e capì che era il corpo di Gigino.
“Ma le bugie sono poca cosa” riprese a parlare Gigetto “se confrontate alla fuga....non autorizzata”.
“Io non stavo fuggendo” mentì spudoratamente Carlo.
“In caso di fuga lui è Gigino e ti stacca un piedino ed io sono Gigetto che ti rompe il setto”.
“Lo hai già fatto” disse Carlo guardandosi la mano piena di sangue “E ti ripeto che non stavo fuggendo”.
Gigetto si chinò lievemente per mettersi a pochi millimetri dalla sua faccia “E quella sul letto cos'è, la tua ventiquattro ore?”
“Sarei partito domani......dopo aver pagato....naturalmente”.
“Ma lo potevi dire subito che hai i soldi per pagare Isaìa. Ti saresti risparmiato il nasino rotto!”
“Non mi avete dato modo di spiegare....”
“Beh, sai, le circostanze........ma noi siamo gentiluomini e per farci perdonare ti faremo uno sconto su quanto devi pagare”.
“Uno sconto!?”
“E' il minimo che possiamo fare per l'increscioso equivoco.
Ti accompagnamo noi da Isaìa e ti facciamo risparmiare i soldi della benzina, eh!
Fratello Gigetto, ti sembra una buona idea?”
“Ottima fratello Gigino”.
“Ma....io....”
“Tu cosa?” gli strillò in faccia Gigino sporgendosi nuovamente sul suo viso “Non ti sembra ragionevole ed equa la nostra proposta?”
Carlo sapeva di non avere scampo. Già sentiva tutti i rumori ed i dolori che le sue ossa avrebbero prodotto sotto le mazzate di quei due energumeni.
Avrebbero continuato, come si usa dire nei bassifondi, a rompergli le ossa a due a due fino a farle diventare dispare.
“Non li ho qui i soldi” continuò a mentire.
“Allora ti accompagnamo a prenderli. Ti facciamo omaggio di un altro po' di benzina...e del nostro prezioso tempo”.
“Ma a quest'ora non è più possibile prelevare i soldi in banca. E' chiusa!”
“Oooh, che sbadato che sono. Non ho pensato a guardare l'orologio!”
Carlo fu investito da un ceffone che lo fece quasi volare sulla sua destra mentre Gigetto, da dietro, lo teneva per i capelli.
Il sangue della bocca andò a tenere compagnia a quello precedentemente versato.
“Ma tu non hai visto il calendario caro il mio Carlo Pinocchio. Domani è domenica e...le banche non aprono per i tuoi begli occhi.
A proposito di occhi....” Gigino aveva messo i suoi pollici sulle palpebre di Carlo e stava cominciando a spingere molto lentamente “perché non cominciamo proprio da questi?”
Carlo sentì delle fitte lancinanti percorrergli il cervello ed inutilmente stava tentando di levare quelle enormi mani dal suo viso.
Il dolore stava per fargli cedere i sensi e gli aveva evitato di sentire un'altra di quei demenziali ritornelli su Gigino e Gigetto.
Un sordo boato mise fine alle sue sofferenze.
Un luccichio, dal fondo, catturò immediatamente la sua attenzione.
Eppure, in tante ricerche effettuate, quella non era certo la prima volta che questo accadeva ma ora...ora sentiva che quel luccichio era diverso da tutti gli altri. Cosa glielo faceva pensare non avrebbe trovato risposta neanche in lui.
Allungò il braccio e prese l'oggetto di metallo: un Rolex d'oro.
Raimondo lo guardò senza cupidigia, senza valutare quanti pasti caldi gli avrebbe fornito. Lo guardava cercando di penetrare quel mistero, quell'enigmatico fondersi di chissà quali coincidenze che lo avevano portato nelle sue mani.
Non sperava certo di risolvere qualcosa guardandolo e rimirandolo quando, improvvisamente, gli si illuminò il volto “Non è un segreto! Questo....questo è Dio!”
Si affacciò nuovamente nel cassonetto e cominciò, con più cura del solito, quasi con reverenza, a spostare l'inutile ciarpame che, era sicuro, stava celando il resto.
Di cosa altro si potesse trattare non ne aveva idea ma c'era sicuramente dell'altro.
Iddio mi sta indicando una via ed io la seguirò fino in fondo.
Pochi minuti dopo aveva tirato fuori e riposto nell'unica tasca sana del pantalone sia il Rolex che un portafoglio pieno di banconote di grosso taglio.
Rimaneva, nelle sue rozze e sporche mani, un telefonino.
Lo guardò e ripensò ai telefonini che aveva trovato in passato. Tutti gettati perché non aveva nessuno cui telefonare. Questo era diverso.
Sapeva che non sarebbe stato quello a metterlo in comunicazione con Dio ma, se lo aveva trovato, a qualcosa doveva servire.
Raimondo prese a camminare lentamente per le strade della città senza avere una meta, lasciandosi alle spalle decine e decine di cassonetti cui non degnava più il minimo sguardo.
Il telefonino sembrava diventare sempre più pesante nella mano e Raimondo sussultò dalla sorpresa quando questo cominciò a squillare.
Lo guardò con attenzione. La luce sul display si era accesa ed il nome Rebecca appariva chiaro nel suo centro.
Un nome di donna. Non è Dio e non sarà la sua voce ma....
Senza pensarci oltre decise di rispondere.
“Non parlare” sentì dirsi “Mi dispiace per oggi ed ho capito che non devi buttare via i soldi.
Raggiungimi domani alle 17 in Via della Pace, parleremo del nostro futuro”.
Raimondo rimase per qualche secondo ancora con il telefonino all'orecchio. Aveva capito che la telefonata era conclusa ma cercò di interpretare quanto gli era stato detto.
Buttò il telefono in un cestino (era sicuro che non gli sarebbe più servito) e si incamminò verso un salone di bellezza. Dopo sarebbe andato anche in un buon negozio per vestirsi bene ed avrebbe aspettato il giorno dopo in un albergo.
Trasformerai le tue fattezze.....Truccherai le tue abitudini..continuò a ripetersi per ore ed ore.
Rebecca, intanto, guardava fuori dalla finestra sorridendo malignamente.
“L'esca è invitante, vero pesciolino mio bello?”
Le cinque del pomeriggio. Poco prima delle tre avrebbe ricevuto Silvio, ma con lui, ciccione politico della malora, sarebbero bastati pochi minuti. Avrebbe avuto tutto il tempo per ricevere degnamente il suo futuro e ricco sposo.
Il lampadario era stranamente situato vicino alla valigia.
La prima impressione fu quella di immobilità completa. Quasi terrorizzato cominciò a dimenare le braccia e scalciare con entrambi i piedi. Un'enorme cosa piatta e bianca era a pochi centimetri dal suo volto.
Sentì rumore di calcinacci ovunque mentre alla sua destra una resistenza diversa gli impediva di muovere il braccio.
Carlo si girò e vide quel che rimaneva di Gigino (od era Gigetto?).
Un trave di cemento armato gli era caduto addosso spappolandogli la testa e lui era salvo per chissà quale miracolo.
Molto lentamente, anche perché sentiva dolori un po' ovunque, cercò di sgusciare via dalle macerie strisciando verso la luce che si trovava sopra la testa.
Appena mezzo metro e con orrore si ritrovò a guardare il vuoto.
Qualche diavolo di “cedimento strutturale”, come chiamano i lavori edili mal fatti, aveva fatto crollare mezzo edificio e lui si trovava proprio sull'orlo.
La distruzione di quel palazzo lo aveva salvato dalle grinfie di quei due energumeni ma ora doveva salvarsi da quella situazione.
Prese a strisciare nel senso opposto, anche se non vedeva dove andava.
Con il corpo poteva solo serpeggiare alla bene meglio sotto quel trave e giunto con la faccia all'altezza di quello che rimaneva di Gigino (o Gigetto) si trovò a stretto contatto con il suo portafoglio. Con una certa fatica riuscì a prenderlo e, frugandogli nelle tasche, prese delle chiavi.
Una era certamente di una Fiat, le altre due potevano essere di casa.
Contorcendosi prima da una parte e poi dall'altra, approdò in un'area relativamente aperta.
Riconobbe l'uscita del suo appartamento e si infilò tranquillamente nello spazio angusto. Un uomo, grottescamente piegato in due, con la nuca che toccava i calcagni, gli impedì di avanzare.
Con un certo sforzo lo spinse in avanti e, prima di proseguire, lo depredò dei documenti scambiandoli con i suoi. Poi prese una grossa maceria e la scaraventò sulla testa del morto.
Forse è la volta buona che mi tolgo dagli impicci pensò prima di mettersi finalmente in piedi.
Si accorse che buona parte delle scale erano crollate ed inagibili, quindi raggiunse facilmente l'alloggio di fronte cui non ebbe bisogno di chiedere permesso per entrare. Quello era rimasto abbastanza illeso. Lo attraversò e, scavalcando una finestra, prese a scendere per la scala di sicurezza.
Per strada non c'era nessuno. Tutti si erano radunati dalla parte opposta del palazzo, dalla parte crollata. Diede una generica spazzolata con le mani ai pantaloni ed alla maglietta. Cominciava a sentire il freddo di fine Marzo entrargli nelle ossa.
Diede un ultimo sguardo al palazzo permettendosi di dire ad alta voce “Vola Gigino, vola Gigetto. E' crollato tutto il tetto. Vola Gigetto, vola Gigino...mi son tolto da questo casino”.
Cominciò a camminare tranquillamente per una stradina dando un'occhiata ai documenti in suo possesso. Gettò la chiave della macchina tenendosi quelle che sperava fossero di un appartamento.
Per ora non gli rimaneva da fare altro che riflettere sul suo futuro. E lo avrebbe fatto a casa di quei due bastardi che lo volevano ammazzare.
Dall'ingresso del piccolo appartamento giungeva una flebile voce maschile “....e non so proprio cosa mi sia preso. Aiutami. Solo tu mi puoi tirare fuori da questo pasticc...
Come non ne vuoi più sapere di queste storie.........Cosa! Te ne vai, abbandoni tutto? Ma sei impazzito!..........Cioè...scusa, non ti volevo offendere ma sto veramente in un grosso guaio.
Che ti costa aiutarmi per l'ultima volta eh?
Sì....sì, tutto quello che ti pare. Lo sai che non ti ho mai deluso economicamen...Sì, vado via immediatamente e ci vediamo al......Giusto, non ti ho detto dove sono.
Via della Pace 3 interno sei.............Pronto....pronto! Sei ancora in linea?............Come si chiama la ragazza? E che ti frega come....scusami di nuovo ma non vedo cosa possa cambiare le cose il nome.....sì,sì...non ti arrabbiare. Si chiama Rebecca.”
L'uomo obeso, dagli occhi porcini, non ebbe motivo di continuare a parlare con il telefonino. Dall'altra parte era stata chiusa la comunicazione.
L'uomo guardò per un attimo il suo nuovissimo Motorola, lo chiuse e cercò di infilarlo nella tasca dei pantaloni. Non trovò nessuna tasca perchè era coperto solo da una paio di antiquati mutandoni azzurrini. Guardò i suoi vestiti che giacevano in terra, formando un piccolo sentiero che dalla porta di casa conducevano all'unica camera da letto.
Poggiato il telefonino sulla consolle dell'ingresso, raccolse velocemente la camicia e la giacca infilandosele senza abbottonarle.
Poi calzò i mocassini senza mettere i calzini che spinse in una tasca della giacca pensando di infilarseli comodamente quando sarebbe arrivato nella sua casa.
Si accorse infine, con orrore, raccogliendo il pullover di cashmir, che i pantaloni giacevano ammonticchiati poco oltre la soglia della camera da letto.
Per prenderli avrebbe rivisto il cadavere di Rebecca e si sarebbe nuovamente sentito male.
Quella maledetta puttana perversa.
Non era riuscita a stimolarlo come le altre volte e le era venuta quella stupida idea di farsi soffocare per eccitarlo.
“Non ti preoccupare” gli aveva detto con un sorriso strusciandosi sdilinguita “tu stringi finché non senti l'erezione. Io agiterò una mano per farti capire che devi mollare la presa....ma non ce ne sarà bisogno, vedrai, godrai in una maniera indescrivibile”.
Zoccola! Puttana e zoccola.
Si era posizionata con il sedere all'aria e non aveva agitato nessuna mano...o forse lui era troppo concentrato a guardarsi il pene e non aveva visto nulla. Mentre la faccia diventava sempre più paonazza dallo sforzo o dal disonore di un'erezione mancata, inutilmente quanto freneticamente stava strofinando il membro tra le natiche di Rebecca. Si fermò solo quando si accorse che il peso della testa nella cravatta era notevolmente aumentato. Lasciò immediatamente la presa ma era troppo tardi.
Poi il terrore, che lo aveva costretto a correre goffamente verso il bagno per liberarsi velocemente sul water. Le mutande erano ancora sporche perché non era riuscito a trattenersi del tutto.
Ma questo non aveva importanza.
Tutti i suoi pensieri erano rivolti a come uscire da quella stupida situazione. Non poteva certo andare in galera per quella puttana. Senza contare che la famiglia non lo avrebbe perdonato mai.
E lo scandalo sui giornali, la sua carriera politica compromessa irreparabilmente!
No, tutto quello che aveva valeva più di mille puttane perverse.
L'uomo, per raccogliere i pantaloni, si era ripromesso di non guardare il letto e stava quasi per girarsi quando, impietrito, ricordò la cravatta.
Con uno sforzo incommensurabile riuscì prima ad avvicinarsi al cadavere e poi a tirare la cravatta.
Ma questa era ancora avvolta attorno al collo e non si sarebbe levata così facilmente. L'unico modo per rientrarne in possesso era alzare la testa con una mano e girare la cravatta con l'altra.
Scartata questa ipotesi cominciò a strattonare sempre più forte finché, inevitabilmente, tirò così forte da rompere la cravatta.
Nello stesso momento il tronco di Rebecca perse l'appoggio del materasso e precipitò, a bocca aperta, verso il pavimento incontrando, però, il piede dell'uomo proprio sul collo.
I denti affondarono di pochi millimetri nella carne e due si frantumarono sull'osso (nome osso?).
L'urlo di lui fu agghiacciante.
Con voce stridula ed isterica cominciò ad urlare “Cagna, cagna, cagna. Maledetta puttana bastarda e lercia” mentre con il piede non addentato tempestava il viso di Rebecca di calci e sputi.
Vomitò guardandosi le scarpe lorde di sangue e proseguì a sputare bile anche quando, freneticamente, cercò di aprire la porta di casa.
I conati lo stavano ancora scuotendo mentre metteva in moto la sua BMW che sfrecciò lontano senza rispettare la segnaletica stradale.
Letizia parcheggiò agevolmente tra due macchine di media cilindrata e spense il motore.
Abbassando il finestrino di pochi centimetri diede un'occhiata alle finestre poste al primo piano del palazzetto situato poco più avanti.
Naturalmente non si aspettava di vedere nulla di insolito o di cambiato.
La luce pomeridiana era ancora sufficiente e le luci dell'appartamento che teneva sotto controllo, ovviamente, non erano state accese.
Si chiese, preoccupata, se la sua breve assenza poteva essere stata in qualche modo fatale al buon esito del pedinamento che stava effettuando da quasi due giorni.
Letizia non era abituata a quel genere di cose.
Era un architetto che sbarcava il lunario senza troppi affanni. Possedeva una casa in città ed una al mare; cambiava macchina ogni quattro o cinque anni e non si faceva mancare quasi nessuna delle piccole ed inutili felicità superflue della civiltà moderna. Ma, nelle ultime settimane, qualcosa aveva cambiato radicalmente la sua vita.
Dopo pochi mesi di convivenza finiti in una grossa litigata, Letizia aveva incontrato quello che inequivocabilmente riteneva il grande amore della sua vita.
Non era certamente la prima volta che “il grande amore della sua vita” si presentava ai suoi occhi ma....questa volta era diverso. Se lo sentiva.
Aveva fatto sesso poche volte ma le era bastato: non era sesso, era amore allo stato puro.
Quello che non le andava giù era il temperamento troppo superficiale del suo nuovo amore e lei era gelosa, molto gelosa. Praticamente possessiva.
Decisa a non farsi prendere in giro, aveva cominciato la sua opera di pedinamento.
Tutto sembrava normale fino a poche ore prima.
Ogni tanto faceva una telefonata del tipo “Come stai amore mio? Cosa stai facendo di bello? Te lo sei messo l'abitino rosso che ti ho regalato?” e, sempre, aveva ricevuto risposte esatte alle sue domande; poi...il sospetto si era insinuato.
Le era stato risposto che un appuntamento di lavoro sarebbe stata la causa di un piccolo ritardo ma Letizia, vedendo salire Rebecca nell'atrio di un'anonima palazzina, si era insospettita.
Dopo neanche quindici minuti di attesa, la sua patologica incontinenza vescicale l'aveva costretta ad una rapida corsa verso un bar vicino.
“Se si tratta veramente di lavoro non uscirà in pochi minuti e se si tratta.....di altro” pensava Letizia digrignando i denti “non uscirà egualmente in così poco tempo”.
Dal momento in cui aveva deciso di pedinare e controllare Rebecca non aveva toccato cibo e l'aver evitato, poco prima, un serio incidente per colpa di un deficiente che non aveva rispettato lo stop le aveva risvegliato l'appetito. Ma lo stomaco poteva aspettare.
Era una sistemazione niente male. Non mancava nulla. Dal televisore al plasma con tanto di dvd e parabolica ad un eccellente impianto hi-fi. Frigorifero pieno, divano morbidissimo e due letti ad una piazza e mezza. Sarebbe stata solo una questione di tempo ma avrebbe dovuto lasciare tutto quanto e lasciare la città, forse il paese stesso. Bevendosi una birra scura, Carlo ascoltò per l'ennesima volta le notizie del telegiornale. La televisione aveva naturalmente dato notizia del crollo e certo non si aspettava che elencassero i nomi delle vittime. Per qualche giorno sarebbe stato al sicuro. Poi prese a pensare su quanto avvenuto. Non era mai stato uno stinco di santo ma aver freddamente e lucidamente agito, come aveva fatto il giorno prima nel suo ex palazzo, lo aveva fatto sentire “strano”. Senza esitare aveva operato come uno di quei due balordi che gli avevano fatto visita. Sapeva benissimo che non era diventato un assassino ma qualcosa si era insinuato nella testa e lo stava rosicchiando. No, non era pentimento, forse era la scoperta della sua vera natura, venuta a galla in quella circostanza così fortuita. Lo squillo del telefono lo fece sobbalzare. Che stupido! Qualcuno, prima o poi, avrebbe cercato quei due maledetti malavitosi. Non poteva rispondere e cercare di imitare la loro voce ma non rispondere voleva dire abbreviare notevolmente la sua permanenza in quella casa. Al quarto squillo gli venne in mente un'idea formidabile ed alzò la cornetta. “Si?” “E tu chi sei?” “Io sono io e tu chi sei?” “Cerco Gigino...o Gigetto”. “Non ci sono”. “E tu cosa fai in casa loro?” “Questi sono cazzi miei. Ad ogni modo è da ieri che non si fanno vedere. Io li sto aspettando perché mi hanno promesso un..lavoro”. Dopo un attimo di pausa dall'altra parte del telefono giunse nuovamente la voce dell'uomo che non si era presentato a Carlo “Cerchi lavoro?” “Beh, non un lavoro qualunque!” “Hai mai ripulito appartamenti?” Carlo esitò un istante. Certo non si trattava di pulire con i detersivi ma lui non era mai andato a rubare nelle case altrui. “Sì” rispose infine “però mai da solo”. “Questi sono affari tuoi in quanti ci andate. Sono cinquantamila ma deve essere fatto subito”. “Dammi l'indirizzo”. Carlo girò e rigirò in mano il foglietto su cui aveva annotato l'indirizzo. Ma cosa cavolo gli era venuto in mente? Ma nel momento in cui aveva sentito quanto era disposto a pagare quel tizio...senza riflettere era uscito un -dammi l'indirizzo- che non poteva essere uscito dalla sua testa. Chi diavolo poteva contattare per andare a rubare in quell'appartamento? Non conosceva nessuno di quel giro e poi, cosa cavolo doveva rubare. Non era certo il lavoro adatto a lui. Buttò il pezzo di carta sul tavolino vicino e lo sguardo gli cadde su un'agendina. La prese e cominciò a sfogliarla. Di numeri telefonici ve ne erano molto pochi. Poi, sotto la data del giorno precedente e l'ora 18.00 aveva letto il suo nome. Sotto ancora, con orario 21.00 lesse un nome con un numero di telefono accanto. Quello non doveva essere un altro tizio da riempire di botte; probabilmente era un malavitoso a cui avrebbero telefonato per spassarsela durante la notte. “Tanto, da come mi risponde capirò se è del giro e se non lo è non potrà mai sapere chi sono”. Prese la cornetta del telefono e si accinse a telefonare.
Ugo sedeva stravaccato sulla poltroncina girevole del suo ufficio. Da troppo tempo le cose non andavano affatto bene. Niente notizie sensazionali che potessero riportarlo agli antichi splendori, quando i suoi colleghi mormoravano “E' lui” mentre sfilava davanti alle loro misere scrivanie. Aveva ingloriosamente cavalcato l'ultima falsa notizia su alcuni terroristi arabi portando la sua quota di popolarità vicina allo zero ed ora aspettava impazientemente che la sua ultima chance venisse a galla. Aveva impiegato mesi e gran parte del suo tempo libero per cercare di infiltrarsi in una banda di malviventi. Un rapporto dettagliato di come si vede il crimine da “dentro” poteva essere un nuovo trampolino di lancio. Avrebbe sicuramente scritto un libro in proposito e poi...... Il suo Nokia stava trillando un nevrotico ritmo dance; lo prese in mano contro voglia ma si drizzò subito a sedere guardando il numero che lo chiamava: il suo contatto nella malavita. “Sì dimmi” disse cercando di rendere il più minaccioso possibile il timbro della voce. “Apri bene le orecchie perché non mi ripeterò. C'è un lavoretto di pulizia da eseguire subito. Te la senti o devo dimenticare il tuo numero?” “Ma tu chi sei?” “Ho capito, non ti interessa”. “No, no. Ma il numero da cui chiami è di un'altra persona”. “Infatti è Gigino che mi ha dato il tuo numero ma per oggi lo uso io questo telefono. Però ancora non mi hai risposto”. “Certo che mi interessa” disse Ugo guardandosi in giro. Nessun collega era nelle vicinanze e poteva parlare liberamente. “Allora raggiungimi subito al bar degli Gnomi in Via Pigafetta. Avrò in mano un berretto verde militare”. “Io porto un pullover giallo canarino e credo sia opportuno.....” Mise il telefonino in tasca con una certa agitazione. Era quello che aspettava ma cosa avrebbe dovuto fare? Data la sua inesperienza gli avrebbero fatto fare da palo od al massimo da autista. Chissà! Guidando per il breve tratto che lo separava dall'appuntamento pensò che se le cose fossero andate male avrebbe sempre potuto dimostrare di essere un giornalista che svolgeva il suo lavoro. Magari un po' di rogne le avrebbe passate sicuramente ma non sarebbe passato per un delinquente da sbattere in galera.
“E tu che vuoi, cosa vai cercando da queste parti?” Il vecchio barbone sdentato guardò con sospetto l'uomo ben vestito. Non poteva certo essere uno di quelli che vanno in giro a menare o dare fuoco ai barboni. Quelli non vanno in giro da soli e non sono ben vestiti. Ma non si sa mai la vita cosa ti riserva. “Cerco la felicità” rispose Mario accomodandosi su alcuni cartoni. Ancora bruciava in lui la drammatica telefonata ricevuta da Silvio in cui era venuto a conoscenza della morte di Rebecca. “Beh, che mi venga un colpo. O sei pazzo o sei disperato, quindi sei il benvenuto. Quei cartoni sono di Raimondo e non gli farà piacere vederli sotto il tuo culo profumato ma ieri non è tornato. E questo è un brutto segno....oppure, forse, per lui, è un buon segno. Potrebbe essere diventato.....re”. Il vecchio emise una sonora e roca risata. “Re di cosa?” Chiese Mario incuriosito allungandosi ed intrecciando le mani dietro la nuca. “Re e basta. Non c'è bisogno di sudditi o di una nazione per sentirsi re come non c'è bisogno di un nome per sentirsi umano. Piuttosto, come ti chiami?” Mario stava guardando l'unica stella visibile nello smog cittadino. Si girò verso il vecchio e sorrise tristemente. “Anche io sono un re. Mi chiamo....re Mida”.
Carlo ed Ugo salirono le scale fino all'appartamento da ripulire. Ognuno dei due sperava che l'altro avesse la capacità di scassinare una porta e si fermarono titubanti davanti a quella aperta. Carlo si chinò lievemente per controllare il numero dell'interno: era proprio il sei. I due si guardarono interrogativamente, Ugo alzò le spalle e Carlo spinse lentamente la porta dando un'occhiata all'interno. “C'è nessuno?” Quasi gridò Ugo che aveva seguito Carlo nell'ingresso. Uno scappellotto lo raggiunse sulla testa. “Ma sei cretino? Perché non torni indietro e bussi anche al campanello di casa?” “Veramente, vedendo la porta aperta mi è venuto in mente che poteva esserci qualcuno. Se ci beccano all'interno della casa che facciamo, scappiamo?” In effetti quel tizio non aveva tutti i torti. Al bar lì vicino gli aveva fatto una brutta impressione. Tutto sembrava fuorché un malavitoso ma i fatti parlavano chiaro. E poi, lui, che esperienza aveva a riguardo? Distolse lo sguardo da Ugo e si guardò in giro. Nessuno in vista e nessun rumore. “Riaccosta la porta di casa e vediamo cosa c'è di così importante da rubare”. Ugo stava già eseguendo quanto ordinatogli anche perché si sentiva più sicuro vicino all'unica via di fuga. “Come, non sai neanche cosa rubare?” “Non me lo hanno detto”. “E non lo potevi chiedere?” “E non fare il pignolo. Probabilmente sarà così evidente da non avere il motivo di di spiegare esattamente cosa rubare”. “Ma che cavolo di ladro sei se non......” “Io non sono un ladro......” Carlo si morse la lingua per la gaffe ma continuò come nulla fosse “Io sono un signor ladro” enfatizzando quel signor per dare spiegazione definitiva. Ugo pensò di essere capitato in una faccenda poco chiara ma, vedendo Carlo dirigersi verso la camera da letto, decise di perlustrare il bagno: lì non avrebbe trovato certo il bottino misterioso. “Certo” disse dopo aver acceso la luce “Non è un bagno molto usato”. Si ricordò che era meglio non strillare ed uscì dal bagno spegnendo la luce. Nuovamente nell'ingresso stava per dirigersi nel cucinotto quando sentì un'imprecazione provenire dalla camera da letto. Si affacciò e vide il mezzo corpo nudo di Rebecca sul letto. “Ma porca.....” “Puttana” finì per lui Carlo.
Letizia si era stufata. Sentiva la necessità di muoversi e di sapere cosa diavolo stava combinando il suo amore. Qualcuno era entrato e qualcuno era uscito ma erano tutti uomini. Se fra questi c'era l'ipotetico datore del nuovo lavoro di Rebecca non poteva saperlo ma tutto quel tempo passato la insospettiva. Con una certa cautela si diresse verso il civico 3. Era oramai a pochi passi quando sentì qualcuno correre nell'androne delle scale. Si girò immediatamente facendo finta di essere appena passata ma non poté fare a meno di sentire le voci dei due uomini. “Non corriamo per strada, potremmo destare sospetti”. “Sospetti!? Sono io che sospetto. Ma dove cavolo mi hai portato? Ti rendi conto che quella è morta stecchita e magari siamo stati mandati lì per incastrarci?” Poi Letizia sentì chiaramente uno dei due zittire l'altro. Pochi passi ed i due uomini la sorpassarono. Non era neanche riuscita a vederli in faccia! Li vide svoltare l'angolo e corse alla macchina per seguirli. Una strana sensazione la portava a credere che la persona morta non poteva essere che Rebecca. Li raggiunse al vicino bar dove, assieme salirono su una macchina. Prese nota della targa e continuò a seguirli mentre, con il telefonino chiamava la Polizia.
La porta dell'appartamento era aperta. Sulla consolle dell'ingresso c'era un telefonino, ma questo non lo interessava minimamente. Senza fretta Raimondo si guardò in giro. Nessuno lo avrebbe potuto riconoscere. Pulito, rasato e ben vestito, aveva....trasformato le sue fattezze e le sue abitudini. Ma ancora non sapeva come avrebbe potuto cambiare vita........e diventare re. Alla vista della donna morta capì subito che non poteva trattarsi di altri: era Rebecca, la donna che aveva sentito per telefono. Una lacrima scese rovente sulla sua guancia guardando quella vita spezzata ed un'altra scese perchè credeva di aver fallito quella missione. Nessuno più gli avrebbe indicato la via da seguire. Un destino malvagio lo aveva fatto avvicinare a Dio, quello stesso Dio che lo aveva improvvisamente abbandonato. Già rivedeva il suo corpo rannicchiato tra i cartoni ma non era questo a fargli male. Sarebbero state le eterne sghignazzate del vecchio Isaìa a farlo sentire più solo di prima. Dall'ingresso provenne uno squillo e poi un altro ancora. “Cos'è, ancora non ti sei stancato di prendermi in giro?” Gridò alzando lo sguardo al soffitto. “E sia, starò al tuo brutale gioco finché non ti sarai stancato” e rispose alla chiamata. Pochi secondi ed il suo viso cominciò via via ad illuminarsi sempre più. “Dio ti chiedo scusa per aver dubitato”. “Ma chi cacchio ha risposto al mio telefonino?” “Ha risposto il re. Il tuo re”. “Ma vaffanculo idiota”. Silvio aveva riattaccato ma la sua inconfondibile voce era stata riconosciuta da Raimondo che, ne era sicuro, ora lo aveva in pugno. Aveva in pugno lui e tutto il suo partito, lui e tutta la potenza economica che rappresentava, lui e tutta la sua famiglia. Era un ricatto? Sì, avrebbe ricattato a vita quel miserabile assassino perché questo era chiaramente il volere di Dio.
Il passato, il presente, il futuro.
E lascio perdere le cose
che tra aggettivi e sostantivi
possono traviarmi.
Ora è il presente
e questo guarda al futuro.
Quando sarà futuro
questo presente sarà passato.
Non esiste futuro
senza presente
e non esiste presente
senza passato.
Devono esserci e coesistere,
come più non potrebbero
tre fratelli siamesi.
Ma il passato ha un unico,
grande pregio:
l'esperienza.
Senza essa si va alla cieca,
senza essa ci si ripropone.
Ed il viaggio verso il futuro
è fatto solo controcorrente
poiché si cercano
nuovi orizzonti
e questi sono sempre
difficili da raggiungere.
La serenità si raggiunge
a meta conquistata...
sempre che sia l'ultima.