Di silenzi e foglie secche la mia stella,
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mi cerco la vita nella mente
facendo dei miei gomiti volontà,
pelle inumidita dalla neve ingravidata
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quando del padre scende astrale il polline:
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è un bacio rosso, è della gonna la mia cinta,
è l'equatore bruciato dalla folgore del sole.
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E' mio questo febbraio di nebbie mezzane,
di case aperte a giornate sgualdrine:
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il venticinque apre il tuo fiato a chiudere la gola
di chi ha una morte al giorno.
uno straccio aggomitolato sul tavolino
per pulire i fiori di vetro quando arrivano
dal grande fondo di tutta la notte,
saliva e pianto che batte di scherno
sulla mia spiaggia invisibile:
ho fatto naufragio
dove si tocca il fondo con i piedi
che tremano il lamento dei fiori
e l'oscurità si vede
in ritagli di carta unti di silenzio:
anagramma della mia follia.
Ho vissuto senza accorgermene
cercando un re colpevole di non esistere
perchè in ciò che ho scritto sento amore
non sono stata l'amante ma i suoi gesti,
mi addolora dell'abito indossato la seta lacerata.
Di me
Molti cassetti rovesciati
di ciò che non è mai stato riposto
per quella nostalgia delle cose minuscole:
capelli di paglia strappati ai pensieri,
dimenticanze bianche, nuvole appese
all'incognita dell'ora, l'agonia dello sguardo
che segue il valore dell'odio,
quell'eterno abbandono che imbrunisce i giunchi
e un braccio che dorme sul ciglio della strada
come breve notizia della fine.
Ore povere
Guardo senza sapere se vedo,
strabica in un sonno di conclusioni:
è un grido di passi falsi
su pagine difficili da immaginare
quando un suono precipita
inanellando aureole di santi
che riempiono di dubbi le fessure
in un cumulo di piombo senza nucleo.
Ore povere progredite verso chi sono
o sono stata: muschio bianco
in una cantina umida d'altari.
Mi pesa come un giorno d'acciaio
il desiderio di rimanermi segreta.
Il filo d'erba
Sempre, dopo il dopo, vieni il tardi
con quella lingua di rosso illogico,
parole che parlano di se stesse
alfabeto occulto che lascia intendere
l'esilio nell'angolo più oscuro
del cortile interno all'anonima quiete
dove sento il rumore dei dolori,
i passi degli assenti vivificati
dall'astratta voce degli sconosciuti
come il più grato dei sogni inutili.
Un tram sbuca alla curva, mi scivola addosso,
non si ferma, dovrebbe essere l'ora
ma io non ricordo.
Dicono nell'interrato ci sia un altro serpente
che scivola multicolore verso la conoscenza:
il filo d'erba è il mio poema.
Falso quel fiasco fasciato
con panni cristiani sfilacciati
dal sogghigno dei Lari
mentitori di negati esempi:
parvenze di pace sotto le gonne,
carne dei poveri nascosta
all'ora torva o splendente
nel tacere di tutti i diritti
legati alla coda della mia casa.
Ed egli è un uomo con rami
che toccano il cielo,
ed egli è un uomo di tanta miseria
mai circonciso.
Il passo batte il tempo,
orma viva sullo zerbino frusto
di verità assolute:
smarriti pretesti in quegli anni,
si sparava ai barattoli vuoti
accogliendo uccelli del paradiso
in rifugi di quadrifogli
a cinque petali di batticuore.
prurito, toccante premura,
imene strappata
con le mani del furore.
La disperata memoria è simile
al feroce scherno sui volti dei ritratti
che in terra santa sono stati concepiti.
a strappo di cuore le costole divaricate di luna in luna
nelle notti immedicate dalla gloria vandalica degli uragani,
dagli anni delle viscere: ora chiedo cieli allo spirito,
recessa dentro me stessa a cercare le colpe
delle attese, a bere pioggia come pianto
evaporato nelle fughe solitarie.
nessuno più a stringermi i polsi, il sangue fluisce
indifferente nelle cannule d'artificio
a ricordarmi d'amore materno i sorrisi aperti al sole
e il lungo cammino fra i canneti d'angustia.
forse che io non sono più madre nell'urlo lacerato
dal parto, misericordia di un segno?
abiti di povertà sul grembo afflosciato
ascoltando i rintocchi persi, crudeli,
ora pallore di lucerna quasi alla fine dell'anima.
Tempo, forse... tempo, persuasore d'ogni rinuncia.
dove la carne diventa anima
in uno scarlatto sfogliarsi di papaveri
ogni passo è un reciproco carcere
che riceve tutto il dolore voluto
e tutto l'amore che porta:
l'ostia si spezza all'offertorio,
giorno per giorno ripete le piaghe
mentre con gli occhi tento un gradino
che sfugge al piede deviato dal valgo.
tutto avviene quasi sempre più tardi
nella sessualità del tempo invisibile.
conosco il morso della luna,
la fase fredda che bagna l'anima,
i pensieri che diventano scosse
fino a diventare ossessione
quando la strada dritta si costringe cerchio.
sono il centro di una città inesistente,
cerco la terra, l'acqua, Dio, in foreste di simboli
o nella pura ragione del seme.
Vorrei portarti con me nelle periferie, nei tramonti,
nelle sabbie mobili, dove la verita' accetta e annulla
migliaia di punti: indici di ritagli.
vittima dell'atrabile come un rischio in ombra
la mia mano scivola lentamente al suolo.
[...] esiste un'attrazione verso l'orribile
come nemico degno? [...]*
Sei andato oltre qualcosa
che non riesce nemmeno a morire
dentro una suggestione
come l'odore delle mele bruciate
o dei rami d'abete gettati nel fuoco.
poi all'insù, su, su, a ribere le linfe natali:
le mie ferite di bambina,
i geloni, le scarpe tagliate in punta,
l'idea di essere una figlia non voluta.
una farfalla afghana scrive con gli occhi.
(* Nietzche)
Sembrava una bambina vecchia
con la bocca segnata dalle pieghe,
con quel solco che le attraversava il viso:
era stata posseduta per giorni interi
presso la tomba di famiglia,
forse un errore del padre o della madre.
il tempo dormiva sotto la lavanda
assieme a decaloghi spezzati
che non seppe mai leggere bene
come capiva il linguaggio dei fiori
quando gli stami e i pistilli avevano
forme falliche e gli steli spinosi
non riuscivano a reggere boccioli simili a feti.
di te ho amato la spirale del potere,
ora neve finta in una sfera di vetro.
se fossi stata un telaio e tu un filo caduto
avrei sentito l'eco di tutti i poeti
come una grossa fune di voci intrecciate
ma tu sei saldo all'ordito
per il nome segreto del desiderio fluido
nei respiri, fermo nelle scarpe logore e sconfitte.
pochi versi bastano
per nascondermi dentro un coltello.
Era una bella bambina, aveva undici anni.
Non scriveva poesie ma sapeva che i folletti
si nascondono nei tronchi degli alberi.
cercava con gli occhi una fata,
vide, invece, le scarpe rosse...
con una mano le coprì la bocca,
la tenne giù con il suo peso
ed entrò nel suo corpo.
Le scarpe rosse la inghiottirono;
imparò ad amarle
come una lumaca ama la propria casa
ma le ginocchia sono ancora di ghiaccio.
consacriamo la coppa di sangue caldo
in acido di bestemmia
per gli strati d'ossa innocenti,
piccole mani inchiodate
alle croci appuntate in cielo
da carnefici mai staccati
dal capezzolo dell'ignominia.
al buio le parole cadono sul foglio
strizzando ogni saturazione,
pantano di poesia, schiacciata
dalla pace che l'accompagna.
corrono trenini di legno,
ognuno un piccolo prisma, riflette
un lampo di infanzia, spinta a forza
dentro la vagina dilatata
dalle grosse vene di un pene di carta
che deforma le pareti
ad ogni minima pressione.
viscere intossicate da perline colorate
gemono il vecchio tango sfidando
il freddo, l'assenza di un gesto.
tu, che non scrivi
ma senti il dolore del morso,
ti cerchi le gambe fra i sassi
dove il tuo sangue maledisse
le variazioni del vento.
[...vorrei naufragarti dentro
sperando all'apice nascano
nuove plasie d'insieme;
ti ho sentito penetrarmi carni dolenti
ti ho sentito tra le cosce, tra le dita, fra i seni.
delle ombre abbiamo fatto bastioni di rose
e dentro ci siamo rifugiati...]
II
ora riposo la mia rabbia sui suoni cari
al mio leggerti in frammenti
di parole ancora vive al monitor:
sequenze di umori bevuti al flusso dell'oceano,
mentre il buio mi regge come una grande mano.
deformo il sorriso in un chiocciare da strega
pensando che non c'è mai abbastanza vita,
che presto le mie tasche saranno vuote di giorni
e di quel ruggire che manda in pezzi il cielo.
i rami della quercia frustano
le mura del carcere spezzando
l'aria in tante piccole schegge,
gocce di luce che pendono
sulla pelle, accompagnate
da nitriti calibrati a briglie
incarnite al collo della miseria;
una cavità antica, un amore feroce,
il corpo appeso ad una fune di parole.
Prego, a mani mozze,
bestemmiando le litanie,
con il sangue che mi incolla i talloni.