Dianella Bardelli è nata a Livorno nel 1947 e risiede a Selva Malvezzi ( Bologna ).
Per molti anni ha insegnato Lettere presso l’Istituto Tecnico Industriale Aldini Valeriani
di Bologna. Nel 2008 ha pubblicato una raccolta di poesie dal titolo “ Vado a caccia di sguardi”
presso l’editore Raffaelli di Rimini.
Accanto alla sua attività di scrittrice guida corsi di Scrittura Creativa secondo il Metodo della
poesia e prosa spontanea; ha una vera passione per la letteratura della beat generation e considera
suoi maestri Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Attualmente sta lavorando ad un romanzo inspirato alla
figura di Neal Cassady e all’ultima fase della sua vita.
Vicini ma da lontano è il suo primo romanzo pubblicato.
sono l'airone bianco e solitario,
e sono il papavero rosso, solo nella campagna-
e sono il nido vuoto
e sono il grano: dopo la pioggia splendo-
dentro di me
cova una gioia esasperata e grande
che esploderà un giorno,
un giorno,
un giorno santo
Il mio cuore
è una bottiglia sempre piena
che trabocca continuamente
come un vino troppo frizzante
o una fontana da cui scende
un inesauribile trasparente
zampillo
Ad occhi chiusi
il sole è una corolla spugnosa
e gialla
gialla come il centro di una margherita
verso sera
quando i colori scuriscono
ma anche si accendono-
è una visione gioiosa,
è dolce, confortevole
aiuta-
si espande a coprite tutto il mondo
tondo, piccolo, chiuso
ma senza mura
un luogo in sé concluso
senza confini fisici
senza inizio e senza fine
che basta a sé
dove il dentro di me
equivale al fuori di me-
senza desideri, voglie, bisogni-
eterna giovinezza
divinità senza discendenti-
è verde
come il prato che conosco
guardo, scruto, taglio-
dove ci sono angoli
come mondi
petali come universi-
dove ti puoi perdere
e da dove puoi ritornare
a tuo piacimento-
tu sei il padrone di te stesso
e Dio ti è amico
vorrei agganciare
la mente
ad un fermaglio d’oro-
insieme alle altre
che girano
sempre intorno,
che scorrono
in una stanza fredda,
una ghiacciaia
dove metterle in quarantena,
dove l’infetto bacillo del dubbio
muoia o si estingua
per mancanza
d’aria, acqua,
fuoco, vento
la scrittura è il prolungamento
della tua casa
della tua stanza
del tuo cielo
rosato stasera di nubi-
del tuo vestito-
è il prolungamento del tuo corpo, del tuo letto,
del tuo cibo, quello di tutti i giorni
che unisce e crea gruppi
umanità, empatia, amore-
la scrittura è un ponte tra me e te
eterni
abitavamo un eden,
una steppa,
una pianura infinita-
per un caso
uno sbaglio
un incidente
o uno scherzo
siamo caduti
scivolati
precipitati qui
in mezzo ad un mondo
ammalato di mortalità-
e non troviamo più
a via del ritorno
Sento l’ anima che fugge
Che mi fugge
L’anima mi fugge via
È come un triangolino
E lo sfondo è tutto nero
Il mio triangolino mi sfugge
Seguito da tante altre piccole anime fuggitive,
via
via verso un altro cielo
Un tornado bianco
di mille esseri volteggianti
turbina muto in un vortice tondo
hanno ali, le usano per ascendere
senza perdersi
a spirale e ruotando
ci incantiamo a guardarli
come si fa al passaggio
di un storno strepitante
sono uccellini bianchi-
un'intera nidiata di mille
passerotti albini
il portale della chiesa è aperto-
nero, fresco, invitante
ci attende-
sul piazzale il vento cala-
ai nostri piedi
decine di piccoli pezzi
di carta bianca e trasparente
svolazzano
senza fascino e mistero
incapaci di alzarsi-
basso rimane lo sguardo
c'è un momento selvatico prima dell'alba-
dalla terra sale un odore aspro,
oltre gli alberi gridano i galli-
poi il primo cinguettio
riporta il consueto,
l'ordine, la norma-
ma quel momento terribile
delle 4 del mattino
sa di terra e di tutto quel che ci vive,
di vita e morte
tutte mischiate insieme-
e oltre gli alberi
nella terra di nessuno,
nella mia terra mentale
e selvatica di nessuno,
le grida brutali dei galli
fan tremare l'aria
di oscuri presentimenti.
Ma poi dal canneto
i primi cinguettii che dicono
e parlano del giorno,
e del cielo all'orizzonte-
la selvatichezza scompare,
torna il coltivato,
l'erba tagliata
e il cielo diventa
all'improvviso chiaro
sagome nere
e stelle-poche-
lucenti in un cielo nero-
una stella grande, gialla
all'altezza del mio sguardo
splende
come mi guardasse,
guardasse proprio me-
empaticamente-
forse è così,
è rivolta a me
questa luce gialla
calda nel buio
finalmente fresco
delle quattro appena rintoccate
da una campana
dura, antica
suonata
da un qualche fantasma
insonne-
il cane sotto le stelle-
sagoma nera
tra sagome nere-
respira forte-
aleatorio l'alberello
davanti ad un lampione pallido-
l'unica cosa chiara
di questo
nero mattutino
non è un caso che oggi 2 Agosto
nel primo risveglio
o nell'ultimo sogno
o nell'ultimo frammento
di sogno o visione
portassi tra le braccia tese
una casetta piena di terra e vermi-
( un buon modo simbolico e letterario
per ricordarmi in modo non ovvio
e originale, che vivendo camminiamo
lentamente portandoci sempre dietro,
addosso, la nostra morte-
il " ricordati che devi morire"
del cristiano e del buddista
oppure con Freud
l'ossessione per la morte
che non credevo di avere-
però, credendo di far bene,
ci penso spesso-
forse il sogno o visione
mi avverte, è un avvertimento
a non pensarci troppo,
oppure, ancor meglio,
dal punto di vista del mio inconscio,
ovvero della mia salute psicologica,
a non pensarci affatto.
vento caldo profumato,
erba secca, sterco
canale d'acqua
terra come sabbia-
tutto odora
luccica, vive
nella pineta
giovani cinghiali
insegnano
a fidarsi
ma anche
ad avere paura
( via Molinaccio, Alberese )
Il gran spettacolo
tra le quinte dei pini marittimi
è una prateria maremmana
di luce, colore, odore-
qua e là pochi cespugli-
è sterpaglia riarsa
a macchie larghe
e scure-
in fondo
un bosco orizzontale
di ulivi chiari
beniamini di questo luogo
animatori del paesaggio-
in alto nubi sfuggenti
confuse
col cielo
chiaro d'agosto
Calma, spoglia, densa-
il sacro, il centro di luce
è la finestrella
dietro il crocifisso
trafitto, sofferente
bianco di morte-
il telo sottile, arancione chiaro
quasi trasparente,
si solleva
ogni tanto dolcemente
al venticello
delle cinque del pomeriggio-
da lì la luce si irradia
sul muro incavato
della finestra-
le braccia del Cristo morto
sono due sottili e lunghi
tronchi secchi-
sotto li lui
la Madonna dorata di vita e luce-
da lei la luce rimbalza, si estende
sul muro vicino
dietro l'altare di pietra-
ho spesso sperato
di vedere le braccia
di un Cristo di legno
muoversi
L'argine ondeggia-
musica in movimento
spighe di seta
fessure strette
ed entra poca luce-
a volte acceca
nube nel vento-
del ciel spina dorsale-
diventa piuma
Due rose senz'acqua
dentro alti cilindri
dan colore al mattino-
gente, come tanta,
come tutta, legge
guarda, tossisce, ma poco
in fondo-
una radio chiusa in un armadio
gracchia
come un corvo che disturbi il sole
nei giardini d'autunno-
fa freddo,
fuori tiepido il sole scalda-
nostalgia mite e selvaggia
di quel che sta fuori:
la strada, il sole
i giardini ancor fioriti-
sui muri ricordi d'Africa,
di viaggi arditi o no-
un uomo sorride
leggendo le nuove prodezze
le notizie giornaliere-
ho freddo alle spalle,
qualcuno invece ha caldo
gli ruberei il “giubbino”-
ho voglia di calore, di libri, i miei,
d'accarezzare il cane,
di preparare il pranzo,
d'apparecchiare la tavola, calda di legno,
nella cucina, inondata di sole-
ma lei la dottoressa
ha occhi chiari buoni,
capelli biondi belli,
è disponibile
e parla, parla
coi suoi pazienti-amici-
però la caldaia non la sa accendere
e ci lascia qui
al freddo ad aspettare
due grandi querce
arco tra terra e cielo-
sole da eclisse
la luna piena
riempie d'azzurro il cielo-
alba precoce
1) ( questa poesia è scritta secondo il metodo dell'improvvisazione spontanea in cui non si cambia niente dopo averla scritta di getto senza selezionare razionalmente le parole; perciò si lasciano volutamente anche “ gli errori”, le cose meno belle, perché l'improvvisazione di scrittura non è un testo letterario ma un'azione di vita e come tale non si può né cambiare né correggere)
alta fila, in alto fila sulle colline
fila in alto
c'è questa lentezza nel camminare
salire andare dove si deve andare
dove si è chiamati
bella voce mistica ispirata spirituale
saliamo dunque questa piramide- collina
passi facili futuri difficili
non abbiamo abbastanza pazienza
siamo forse dei robot mentali
non abbiamo abbastanza pazienza
e così rinunciamo
il più delle volte rinunciamo
e così ci facciamo mancare il meglio
credendo di non farci mancare nulla-
però è faticoso
è un cammino faticoso
e ci vuole un sacco di immaginazione
non parlo di visioni o di visualizzazioni non è il caso
parlo della vita spirituale quotidiana
mica facile anche quella
quando non si capiti
non si mai abbastanza capiti
vedi com'è si è capiti ma solo un pò
arrivati cosa vediamo?
una pianura
ma è quella che vediamo tutti i giorni!,
valeva la pena fare tanta fatica?
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2) Quante vite
Quante vite
cambiamenti
svolte
rivoluzioni
negazioni-
quasi sempre negazioni-
angoli retti
belle curve, ampie-
altre dove è meglio rallentare
per non sbandare
andare fuori strada
farsi male-
poche evoluzioni
ricordi
gente che mi porto dietro
gente che non viene con me
da una vita all'altra-
fanciullezza:
non so, non esiste
ma davvero c'è stata?-
adolescenza
premessa della prima gioventù-
sarcasmo, prontezza
di spirito
bellezza che non si conosce-
dopo, le persone-
ogni persona, una vita
ogni gruppo, una vita-
ora solo io
da una vita all'altra
sola da una vita all'altra-
non mi fermo ad aspettare
ritardatari-
le onde
non sono mai le stesse
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3) Inverno
Rami neri:
geroglifici sul foglio grigio del cielo-
nella terra macchie di finto sole -
la vita gracchia lontano
nella valle-
gira la nebbia
padrona del mestiere-
l'argine evapora gentile,
astratta fotografia
già vista molte volte
amata sempre-
un miraggio,una corona bianca senza spine:
son gli ultimi rami
che l'inverno avido inghiotte-
fiori di nebbia immobili
sul leggero pendio-
marca il sentiero
un palo di cemento di vecchio muschio
in mezzo a un cespuglio secco
che il vento leggermente muove
passeri si appoggiano sui rami più alti,
riprendono neri il volo-
la gazza che si strugge e strepita
cercando invano il vecchio nido
ferisce il cuore
alzar lo sguardo
segno di devozione-
tra i rami, nidi
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nebbia al tramonto
il lume chiama e il fuoco-
bicchieri accesi
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cerchio di foglie
intorno al melograno-
poesia del caso