NIKA

Il libro si apre con questa domanda del piccolo Gesù a Maria: “Mamma, chi è mio padre?”.
Chi era il padre biologico di Gesù?
Gesù è morto in croce, dopo appena tre ore di supplizio, o è stato salvato dal suo padre biologico?
Se è stato salvato dalla morte sulla croce, dov’è morto l’uomo Gesù?
E’ possibile che Gesù sia stato sepolto sotto la Basilica di San Pietro
e siano state ritrovate le sue spoglie?
Che cosa ha scoperto veramente l’archeologa Margherita Guarducci sotto San Pietro?
Paolo di Tarso ha tradito il messaggio di Gesù? E il Papa?
Il libro ripercorre le tappe più significative della formazione spirituale del Gesù ribelle alla religione dei padri, deluso dal Dio di Abramo, crudele, vendicativo e contrario alla felicità dell’uomo. Buono solo per la casta sacerdotale.
Un Gesù che sogna e immagina un Dio fatto solo di amore per tutti gli uomini, buoni e cattivi.
Un Gesù che combatte la religione e i sacerdoti per tutta la vita, fino alla condanna a morte, ordinata dal Sommo Sacerdote, il Papa di Gerusalemme.

GESÙ DI NAZARETH - La paternità (tratto da "NIKA")

"Madre".
"Sì, figliolo".
"Chi è mio padre?".
Maria si sentì mancare.
Stava camminando per ritornare a Nazareth, assieme alle cugine e alle altre donne del paese. Erano state a Gerusalemme per festeggiare la Pasqua e, come al solito, viaggiavano separate dagli uomini.
Si fermò un momento per riprendersi.
Erano dodici anni che aspettava e temeva quella domanda; ora che era arrivata si trovava impreparata.
Il tono di voce del figlio l'aveva sorpresa. "Madre" l'aveva chiamata, e non "mamma" come era solito fare. Era stato duro Gesù, nel chiamarla così. Dalla voce traspariva evidente l'agitazione del figlio, la rabbia per il dubbio appena manifestato, ma non nuovo, la freddezza del rapporto fino a quel momento tanto tenero e intenso.
Avevano un segreto, madre e figlio, che non si erano mai confidati, neanche con allusioni. Eppure ognuno sapeva, in cuor suo, che anche l'altro ne era a conoscenza.
Gesù, fin da bambino, aveva capito che tra lui e i suoi fratelli c'era qualcosa di diverso. Lo vedeva dalle attenzioni della madre, con lui più premurosa e sempre piena di tenerezze. Lo intuiva, anche, dal comportamento di Giuseppe.
Il padre, cioè Giuseppe, non lo accarezzava mai, non lo elogiava né lo rimproverava. Era come se quel figlio per lui non esistesse.
Non c'erano state espressioni particolari o allusioni. Né Giuseppe, uomo mite e buono anche se giovane e vigoroso, lo aveva mai rimproverato o bastonato. Lo trattava come gli altri fratelli, all'apparenza, ma Gesù sentiva che c'era qualcosa di diverso.
Sentiva che non poteva immedesimarsi in quel padre, non ne condivideva la rassegnazione, la passività, la subordinazione a tutti. Da Giuseppe non aveva sentito, neanche in casa, al riparo dalle orecchie indiscrete dei delatori, una parola di odio, di disprezzo, di condanna per nessuno, neanche per le forze militari di occupazione: gli odiati Romani.
In casa, chi decideva era Maria. Anche i lavori della bottega erano diretti da lei. Maria sapeva contrattare, sapeva tener testa ai clienti, non si perdeva mai d'animo e, in sostanza, dirigeva la piccola bottega di famiglia.
Ma c'era di più. C'era qualcosa di sfuggevole, che non riusciva a spiegarsi. Era come se Maria avesse una sua rendita personale, avesse soldi suoi propri e non dipendesse, in tutto e per tutto, dal lavoro di Giuseppe e dal ricavato della bottega. Questo Gesù lo aveva intuito già da tempo, anche se non riusciva a darsene una spiegazione.
Maria, udita la domanda del figlio, si guardò attorno con finta noncuranza e rallentò il passo. Lasciò che le sue cugine, Elisabetta e Rachele, con le quali tornava a casa da Gerusalemme, la superassero. Non voleva che udissero il colloquio con il figlio. Non è che si facesse illusioni. Tutti a Nazareth conoscevano quel segreto, anche se nessuno ne parlava apertamente.
Il paese era piccolo, una borgata di poche case su una collina di fronte alla pianura d’Esdrelon e, a suo tempo, la notizia fece scalpore e tutti, in gran segreto, ne parlarono. Col tempo, poi, il cicalio si acquietò, la cosa non fu motivo di pubblico scandalo e la vicenda fu ricoperta da un velo di silenzio.
Tutti gli adulti sapevano, ma tacevano. Non avevano motivo di parlarne, specie ora che era passato tanto tempo. All'epoca del fatto qualcuno, più zelante degli altri, voleva denunciare la vicenda alle autorità religiose. Ci fu anche un’assemblea degli anziani, svoltasi in gran segreto, ma fu deciso che non era compito loro sollevare il problema. Solo Giuseppe aveva il diritto di farlo e se lui taceva dovevano tacere anche gli altri.
Probabilmente sulla decisione di tutti, di Giuseppe e degli anziani, influì anche la possibilità di eventuali ritorsioni da parte delle forze d'occupazione romane, qualora fosse emerso lo scandalo e Maria fosse stata lapidata, secondo le usanze. Forse influì anche il fatto che il capo religioso di Nazareth era rabbi Anna, zio di Maria.
"Non è Giuseppe".
Maria pronunciò la frase con un fil di voce.
Finalmente si era liberata di quel peso che la tormentava e la turbava, ma tante sensazioni le procurava ancora, intense e piacevoli.
Ora era libera di raccontare al figlio prediletto, al primogenito, tutta la verità. Ella non si sentiva affatto in colpa, tutt’altro. Era la sua storia d'amore, incolpevole, forse incosciente. Si può essere pienamente coscienti a 17 anni?
Lo può essere una ragazza ingenua, inesperta, sensibile, curiosa e vivace quale lei era? Ed anche bella.
Ma in quel momento Maria non voleva indulgere ai ricordi. Il suo pensiero e il suo sguardo erano occupati a scrutare il figlio. Ne osservava ogni mossa, ogni reazione. Controllava il delicato rossore del viso di Gesù, la sua agitazione misurata, la rabbia facilmente frenata. Era come se la notizia non lo avesse colto proprio di sorpresa, come se l'avesse attesa e, forse, anche desiderata.
Certamente qualcuno gli aveva parlato, qualcosa gli era stato detto. Il velo di silenzio voluto dagli anziani era stato sollevato. Ma chi era stato? Per quale scopo? Quanto sapeva Gesù? Maria, preso coraggio dalla reazione misurata del ragazzo, lo interrogò con decisione:
"Chi te l'ha detto"?
"E' stato Giose", rispose Gesù, pronto.
Dunque era stato suo fratello; era un pettegolezzo di ragazzi; i grandi non ne erano coinvolti.
Giose aveva nove anni. Era il terzogenito. Il secondo, Giacomo, ne aveva dieci. Poi c’erano Giuda e le due sorelle.
Giose era il più irrequieto di tutti, il più coraggioso e anche il più intelligente, ma non sapeva cosa fosse la bontà d'animo. Era vendicativo e spietato con chi non lo rispettava. Non era cattivo, ma si faceva temere. Nei giochi dei ragazzi tutti lo volevano dalla loro parte e lo nominavano subito loro capo, soprattutto da quando fu sorpreso a tirare sassi ai soldati romani.
Era successo l'anno prima. Alcuni soldati, dovendosi recare da Cana a Naim, passarono per Nazareth. Giose non ci pensò due volte. Salito sul terrazzo di casa lanciò alcuni sassi contro di loro. Fu subito visto e preso. Sebbene avesse solo otto anni i Romani lo portarono in piazza, gli tolsero gli indumenti e lo frustarono.
Il ragazzo si comportò con molto coraggio e orgoglio di fronte a tutto il paese. Anche i suoi genitori, i fratelli e le sorelle assistettero alla punizione.
Anzi, si disse, fu proprio per la presenza di sua madre che la punizione non fu tanto grave.
Giose non era mai andato d'accordo con Gesù. Erano due caratteri del tutto opposti. Tanto l'uno era di animo buono e di carattere mite, tanto l'altro era vivace e irrequieto. Litigavano per ogni sciocchezza. Molte volte venivano alle mani e quasi sempre Giose, sebbene più piccolo, aveva la meglio sul fratello.
Evidentemente Giose, tornando da Gerusalemme dove era stato con tutti i parenti, era riuscito a sentire qualche chiacchiera riguardo a sua madre e suo fratello più grande, il primogenito. Impulsivo qual era non aveva lasciato passare neanche un momento per aggredire e schernire Gesù.
Maria si rincuorò. Al figlio non era stato detto granché, erano state fatte solo allusioni sul suo vero padre. Meglio così. Era da tempo che voleva raccontargli tutto, non le piaceva che lo avesse appreso da altri. Nello stesso tempo voleva ritardare il più possibile quel momento, che ora non si poteva più rinviare.
E così, preso in disparte il figlio, continuando a camminare verso Nazareth, gli confidò il suo segreto.
Esattamente un anno prima della sua nascita Maria era al pozzo per attingere acqua per la casa. Aveva diciassette anni. Era una bella ragazza. Come ogni ragazza sognava di incontrare un principe che la sposasse e la portasse a vivere lontano. Ma avrebbe sposato anche un forestiero qualsiasi pur di migliorare la propria vita, alla sola condizione che fosse stato un bel giovane, innamorato di lei e possibilmente benestante.
I suoi sogni furono interrotti bruscamente dall'arrivo di una dozzina di militari romani a cavallo. Ne rimase atterrita. Indecisa sul da farsi, come paralizzata, rimase ritta presso il pozzo, con la brocca in mano.
Era in quella posizione quando si fermò accanto a lei una biga trainata da due possenti cavalli bianchi. La conduceva un soldato romano e trasportava un altro militare che doveva essere un graduato. Maria non conosceva i gradi dei soldati, ma dall'aspetto autoritario, dalla tunica di porpora, dalle armi, dal modo di sedere, con le gambe penzoloni fuori della biga, quello non poteva essere un soldato semplice.
Maria provò quella stessa sensazione che avranno provato, ai giorni nostri, tante ragazze vietnamite, o di altre nazioni militarmente occupate, spaventate dallo stridio dei pneumatici di una jeep americana che si fermava accanto a loro. Jeep guidata da un soldato che trasportava sui sedili posteriori qualche giovane e armatissimo Rambo, con l'aria da padrone del mondo.
Il graduato romano, un centurione, era giovane e bello. Armato di tutto punto, sembrava un dio guerriero, forte e invincibile, ma dagli occhi dolcissimi.
Maria lo guardò e rimase turbata. Con gesto istintivo gli offrì la brocca piena d'acqua fresca. Il centurione, commosso dal gesto spontaneo, scese e ne bevve a sazietà. Voleva ripartire subito, essendo proibito ai soldati di fraternizzare con gli Ebrei, perché anche dietro il gesto più semplice di una giovinetta si poteva celare un’insidia, un tranello. Troppe volte era capitato che un soldato fosse attratto da una bella ragazza in un luogo appartato e poi sgozzato dagli Zeloti. Erano pur sempre dei soldati stranieri che occupavano paesi lontani con la forza delle armi. La propaganda romana cercava di far passare quella occupazione come la difesa di interessi vitali per Roma, fatta con sacrificio di soldati romani in difesa della libertà dei popoli e dei commerci, ma non ci credeva nessuno. Tutta la popolazione era ostile ai Romani. Vi erano anche molte bande che li combattevano con le armi in pugno e con attentati terroristici.
Ma quella giovane ebrea, sola, in piedi accanto al pozzo, con un sorriso disarmante non poteva avere collegamenti con i terroristi.
Pantera, così si chiamava il centurione romano, restituì la brocca e ringraziò la giovane con espressioni di cortesia. Maria ricambiò con un sorriso appena accennato, e ognuno riprese la propria strada.
Due giorni dopo l'incontro si ripeté, sempre alla stessa ora, sempre vicino al pozzo. Questa volta Pantera ringraziò per l'acqua lasciando alla giovane dei dolci, giuntigli da Roma, e i due si scambiarono qualche parola.

Maria assaggiò i dolci, sconosciuti in Galilea. Il giorno dopo si incontrarono di nuovo, ma non fu più per caso, e si scambiarono qualche gesto di affetto.
Pantera scrisse ai propri genitori, a Roma, parlando loro di quella ragazza, della sua bellezza, delle sue virtù ormai sconosciute a Roma e della sua intenzione di sposarla.
Maria ne parlò a casa e si prese uno schiaffo. Il padre l'aveva promessa in sposa a Giuseppe.
Anche Giuseppe era un bel ragazzo, molto buono, ma senza arte né parte. Un palestinese disoccupato. In tutto gli aveva parlato solo due volte, in piazza, anche se lo conosceva fin da bambina. A Nazareth si conoscevano tutti. Ma Maria era affascinata dall'idea di andare a vivere in Italia, nazione ricca e padrona del mondo. Avrebbe viaggiato, visitato tante città, condotto una vita da signora e, soprattutto, lasciato la Palestina. Non le piaceva vivere in Palestina, perché gli Ebrei, il suo popolo, erano sempre in guerra con gli altri popoli palestinesi per via della terra, non sufficiente per tutti. E agli Ebrei, a causa della loro religione e della gelosia del loro Dio, non era permesso affratellarsi con gli altri popoli.
Era da poco iniziata la primavera quando, una sera, Pantera portò Maria a fare un giro sulla biga. Erano soli, innamorati, fermamente decisi a sposarsi. Si amarono.
Il centurione chiese ai suoi superiori il permesso per sposare la giovane ebrea.
Non solo gli fu negato, ma fu trasferito a Gerusalemme, per un mese dovette rimanere agli arresti e gli proibirono di rivedere la giovane ebrea.
Maria, giovanissima ragazza madre, cadde nella più profonda disperazione. Temeva di essere stata ingannata, di non rivedere più Pantera, temeva lo scandalo, le leggi del suo popolo e, soprattutto, temeva il giudizio dei rabbini.
Dopo un mese Pantera mandò a Nazareth un centurione suo amico, con la solita biga da guerra condotta da un soldato, anche lui armato come un Rambo. Con loro v'era Zecri, un sacerdote del tempio di Gerusalemme.
Il centurione e il sacerdote andarono direttamente alla sinagoga. Parlarono a lungo con i rabbini, con Anna il loro capo e con gli anziani di Nazareth. Furono chiamati anche Giuseppe e i genitori della ragazza.
Giuseppe, suo promesso sposo, che era uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla segretamente. Pensava cioè di consegnare a Maria l’atto di divorzio, segretamente, visto che ancora non erano andati a vivere assieme.
Ma Anna e Zecri dimostrarono che era impossibile tenere nascosta una cosa simile e come fosse nell'interesse di tutti, e in fondo anche giusto, che non ne nascesse uno scandalo per le inevitabili gravi conseguenze che ne sarebbero derivate a Maria, ai suoi genitori, allo stesso Giuseppe e, forse, a tutta Nazareth.
Il centurione promise, a nome di Pantera, di aiutare Giuseppe ad aprire una bottega, così non sarebbe stato più disoccupato e avrebbe potuto, volendo, anche andare a vivere subito con Maria. Promise che avrebbe provveduto, per il futuro, alle necessità del nascituro. Con enfasi, come ispirato, il sacerdote venuto da Gerusalemme profetizzò che il nascituro sarebbe stato di grande aiuto per costruire una pace duratura tra Ebrei e Romani.
Le promesse e le pressioni sortirono l'effetto desiderato e gli anziani, ma soprattutto Giuseppe, si convinsero che la proposta poteva essere accettata.
Maria disse a Gesù:
"Giuseppe fu molto buono e comprensivo, com'è nel suo carattere, e noi lo dobbiamo ringraziare. Quando ci sposammo ero già incinta di due mesi e quando nascesti dicemmo a tutti che eri nato di sette mesi".
Pantera mantenne le sue promesse. Giuseppe aprì la sua bottega da falegname e Maria riceveva ogni tanto dei soldi da Gerusalemme, per le necessità del figlio.
Per questo Gesù poteva frequentare la sinagoga e studiare, a differenza dei fratelli. Ma ciò non faceva che acuire l'astio e le incomprensioni tra loro.
Gesù ascoltò in silenzio il racconto della madre. Non traspariva dal suo volto alcuna emozione, ma era evidente la sofferenza che turbava il suo animo.
Guardò la madre con durezza, con un’espressione di forte rimprovero e di orgoglio e, improvvisamente, la lasciò.
Maria lo seguì con lo sguardo e vide che si dirigeva verso il gruppo degli uomini dov'era Giuseppe con gli altri figli. Continuò a camminare, sicura che Gesù non avrebbe fatto alcuna scenata ma avrebbe meditato a lungo su quanto gli aveva detto.
Giunta la sera le donne si riunirono agli uomini per cenare e Maria si accorse che Gesù non c'era. Neanche Giuseppe sapeva dove fosse. Nessuno lo aveva più visto da parecchie ore.
Maria e Giuseppe affidarono gli altri figli a Elisabetta e tornarono indietro a cercarlo.
Nello stesso momento Gesù entrava nella città di Gerusalemme dalla porta ubicata nei pressi della Torre Antonia.
Andò dritto verso il presidio dei Romani e, incontrato un soldato siriano, gli domandò del centurione Pantera. Il mercenario lo indirizzò verso l'alloggio dell'ufficiale.
Pantera comprese immediatamente chi fosse quel ragazzo e il motivo della sua presenza. Lo abbracciò e si appartarono.
Gesù rimase due giorni nella casa del padre.
Pantera lo trattò come si tratta un figlio che si ama e che non si vede da tanto tempo. Gli spiegò i motivi per i quali non aveva potuto sposare sua madre, anche se l'amava più di ogni altra cosa. Gli spiegò i motivi per cui non potevano frequentarsi. Lo rassicurò che avrebbe, in ogni caso, potuto contare su di lui. Avrebbe fatto tutto quello che era in suo potere per aiutare il ragazzo. Lo portò a visitare Gerusalemme e gli mostrò le armi da guerra di cui disponeva l'esercito romano. Era uno spettacolo terrificante. Il padre gli disse che in tre giorni i Romani potevano distruggere tutta Gerusalemme, compreso il tempio.
Il ragazzo rimase impressionato dai soldati romani, dalle loro armi e sentì, per la prima volta, frasi irrispettose e terribili bestemmie rivolte a tutti gli dèi.
L’esercito è sempre un luogo ideale per imparare bestemmie.
Al terzo giorno Pantera portò Gesù al tempio per consultarsi con Zecri, il sacerdote, e altri amici. Era necessario riportarlo a Nazareth senza creare scandalo.
Mentre erano intenti a discutere, arrivarono al tempio Giuseppe e Maria, da tre giorni in cerca del figlio.
E Maria gli disse:
"Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, andavamo in cerca di te".
Egli rispose loro:
"Perché mi cercavate? Non sapevate che io mi devo occupare di quanto riguarda mio padre?".
I sacerdoti gli consigliarono di non sollevare scandalo e di tornare a casa con i genitori, desistendo dal frequentare Pantera. Così egli fece e, tornato a Nazareth con Giuseppe e Maria, "stava loro sottomesso". Ma in cuor suo non cessò un sol momento di pensare al padre.

IL SEGRETO DEI PAPI - La tomba sotto l'edicola (tratto da "NIKA")

Le notizie contenute in questo capitolo sono state attinte dal libro di Margherita Guarducci "La tomba di Pietro".
Solo le conclusioni divergono, in modo radicale, dalle scoperte della Guarducci.
Poiché non è storicamente "certo" e provato che Pietro visse gli ultimi anni della sua vita a Roma né, tanto meno, che a Roma siano custodite le sue spoglie, molti lo negano decisamente.
Tra costoro vi è Martin Lutero il quale, con appassionata energia, nel suo libro "Contro il Papato in Roma fondato dal diavolo", nega che a Roma esista la tomba di Pietro. Egli scrive:
"Ma questo posso allegramente dire, per quanto ho visto e udito a Roma, che cioè a Roma non si sa dove siano i corpi dei santi Pietro e Paolo, o addirittura se vi siano. Papa e cardinali sanno benissimo che non lo sanno". Molto più numerosi sono coloro che hanno sostenuto nei vari secoli, fino ai giorni nostri, i dubbi sulla reale ubicazione in Vaticano della tomba di Pietro. Un velo di mistero ha sempre avvolto quella gloriosa tomba. Stefano Borgia, un romano erudito del Settecento, scrisse nel 1776 che dai tempi di Costantino e di papa Silvestro fino ai suoi giorni nessun pontefice aveva mai tentato di "muovere o anche soltanto di guardare il corpo dell’Apostolo. Il velo di mistero incuteva da secoli timore reverenziale, non soltanto ai fedeli, ma anche ai papi". Gregorio Magno in una lettera scritta nel 594 a Costantino, parla di certi tremendi castighi inflitti da Dio a coloro che avevano osato fare qualche spostamento sulle tombe di Pietro e Paolo. Come mai tanta paura di fronte al sepolcro di Pietro? Era solo timore reverenziale o v’era qualcos’altro?
Tale timore durò fino all’avvento di Pio XII sul trono pontificio.
In passato erano stati effettuati degli scavi vicino all’altare della Confessione, centro della Basilica, in occasione di lavori ed erano emersi antichi resti. Erano gli avanzi dell’antica necropoli interrata dagli architetti di Costantino, intorno al 322, per creare il piano su cui doveva sorgere la prima Basilica. Ma il cimelio di gran lunga più importante era rimasto sempre nascosto. Eugenio Pacelli, Pio XII, romano di nascita, uomo intelligente, aveva vagheggiato a lungo il proposito di compiere scavi scientifici nei sotterranei della Basilica, le Catacombe. Divenuto papa nel 1939 ebbe la possibilità di farlo e lo fece senza esitare. Il 28 giugno del 1939 diede l’ordine di abbassare il pavimento delle Grotte Vaticane sottostanti la Basilica con lo scopo dichiarato di realizzare la tomba per il suo predecessore, ma con lo scopo recondito di indagare sui misteriosi sotterranei. I lavori di scavo si conclusero nel 1950, con la fine del Giubileo, e con l’annuncio spettacolare fatto da Pio XII nel suo Messaggio Natalizio del 23 dicembre col quale comunicò al mondo che fu "certamente" trovata la tomba di San Pietro sotto la "Confessione di San Pietro in Vaticano". Al margine del sepolcro furono trovate ossa umane per le quali non è stato possibile provare con certezza l’appartenenza all’Apostolo. Sotto il piano della Basilica era venuta alla luce una vasta e ricca necropoli costituita da 23 mausolei funerari quasi intatti, contenenti urne e sarcofagi marmorei, per lo più pagani, sui quali si erano sovrapposti quelli dei primi cristiani. Esattamente sotto l’attuale altare papale fu rinvenuta l’antica tomba di San Pietro, del tutto vuota.
A pagina 26 del libro di Margherita Guarducci si legge:
"Il monumento costantiniano (quello costruito sopra l’edicola funeraria dove era stato sepolto Pietro) conteneva però qualche altra cosa, oltre l’edicola e il tratto di muro rosso.... Si trattava, evidentemente, di un piccolo ambiente relativo al culto, costruito nelle immediate vicinanze dell’edicola di Pietro, ancora prima del monumento costantiniano, che lo aveva mutilato e poi parzialmente incluso. Che l’ambiente fosse stato cristiano risultava con certezza dai foltissimi graffiti che vi erano stati incisi e fra i quali spiccava più volte la sigla di Cristo. Sotto la parete dipinta e coperta di graffiti v’era poi un loculo....., accuratamente eseguito, destinato a contenere e a custodire qualche cosa di molto importante".
Gli scavi terminati nel 1950 non decifrarono il mistero di questo loculo, inviolato dall’età di Costantino, e rimase insoluto il fatto che in tutta la zona degli scavi il nome di Pietro non era stato trovato.
Ma soltanto la presenza di una tomba di grandissima importanza poteva giustificare l’ordine, impartito certamente dall’imperatore Costantino, di sopprimere una vasta e ricca necropoli allora ancora in uso. Anche la sovrapposizione dei monumenti al di sotto dell’altare della Confessione dimostrava la secolare continuità del culto in quel luogo che poteva essere giustificato solo dalla presenza di una tomba importantissima, con le relative ossa.
La Guarducci solo nel 1952, a scavi ultimati, ottiene da Pio XII l’autorizzazione a visitare gli scavi e a studiare le epigrafi e i graffiti contenuti nella necropoli sotterranea.
Con perizia e costanza lavora per molti anni, raggiungendo risultati significativi. Rimane però il fatto che i suoi studi sono "guidati" dalla fede, dalla incrollabile sicurezza di trovare le ossa di Pietro nel luogo più importante della necropoli, come si conviene per le ossa del morto più importante colà sepolto.
Infatti la Guarducci non ritiene che le ossa umane trovate ai margini del sepolcro vuoto possano essere di Pietro perché, si domanda:
"Come era possibile ammettere che le venerande ossa dell’Apostolo fossero state poste o lasciate sotto la fondazione di un muro?".
Nessuna considerazione frutto di analisi e d'osservazione conduce ad escludere tale possibilità, ma è solo un ragionamento di tipo fideistico a far ritenere che quelle ossa non fossero di Pietro.
Considerando, invece, la vicenda con mente più distaccata, come si conviene ad un ricercatore, si deve tenere a mente che Pietro: volle essere crocifisso a testa in giù per rispetto di Cristo; appena morto fu sepolto accanto al muro dove di solito venivano inumate le vittime del circo; sebbene autorevole e rispettato non era mai stato il vescovo della chiesa di Roma.
La Guarducci continua gli studi e le ricerche, che fedelmente riporta nel libro citato, dove a pag. 53 descrivendo il ritrovamento di un busto e di una epigrafe afferma:
" (Il busto) accompagnato da una singolare sigla, evidentemente la nota sigla di Cristo, CHR, esso portava sulla testa le protomi di due uccelli tracciate di profilo verso destra, sotto le quali si leggeva la scritta VIBUS ( = vivus). Interpretai l’immagine come un Cristo assimilato alla Fenice, cioè al mitico uccello che morendo rinasce".
Ora appare veramente strano che in una tomba qualcuno scriva "Cristo vivo" o "Cristo risorto" se in quella tomba non vi era stata deposta la salma di Cristo, ma quella di un altro.
La Guarducci scopre, fotografa e decifra altri graffiti contenenti lettere, delle quali alcune note, cui i cristiani attribuivano un valore simbolico: T = Croce; Y = Salus; N = Nica (abbreviazione del greco vika, victoria, trascritto latinamente in NICA o NIKA).
Mentre stavo leggendo queste parole della Guarducci un'intuizione, forte e improvvisa, mi folgorò la mente. Se fossi un uomo di fede avrei ben potuto dire, come Paolo, di aver avuto una rivelazione divina. Associai le frasi "Cristo Vivo" e "Vittoria" e il mio animò si inebriò. Penso che gli archeologi che scoprirono il Tesoro di Priamo, o quello dei Faraoni non dovessero esultare più di me. Mi ripetevo in continuazione: "Nika, Nika, Nika". Vittoria! Il figlio dell’uomo ha vinto! Il figlio dell’uomo è vivo!
La Guarducci, infine, riuscì a scoprire che delle ossa erano state trovate nel loculo posto sotto l’edicola costruita nel secondo secolo, frammiste a dei fili d’oro e di porpora, ma erano state asportate nel 1941 da monsignor Kaas, che dirigeva i lavori, e conservate in una cassetta in una stanza umida e buia delle Grotte Vaticane.
Pertanto il loculo rimasto inviolato dall’età di Costantino non era stato trovato vuoto! Perché venne fatto credere che il loculo fosse vuoto?
La Guarducci arrivò alla conclusione che quelle erano le ossa di Pietro, tolte dalla terra nel II secolo, avvolte in un drappo di porpora intessuto d’oro e deposte nell’interno del loculo marmoreo appositamente costruito, dentro lo splendido monumento che Costantino aveva fatto costruire in onore dell’Apostolo.
Secondo la ricostruzione fatta dalla Guarducci:
"E’ accertata l’esistenza della primitiva tomba terragna in cui Pietro fu deposto dopo il martirio (64 d.C.) al di sotto dell’altare papale della Confessione, e al di sopra della tomba è visibile l’edicola funeraria del II secolo, cui si sovrapposero successivamente il monumento-sepolcro eretto dall’imperatore Costantino in onore di Pietro e tre altari: quello di Gregorio Magno (590-604), quello di Callisto II (1123) e infine quello di Clemente VIII (1594), che è tuttora l’altare papale della Basilica. Tale sovrapposizione è, di per sé, un’eloquente conferma che proprio qui l’Apostolo fu sepolto".
Nelle vicinanze del loculo, sotto il "muro rosso", nel 1951 fu trovato uno scheletro di un uomo adulto, robusto, a cui mancava il cranio. Da tutti questo "scheletro senza cranio" fu attribuito a Pietro, ma non dalla Guarducci. Per lei era impossibile: lo scheletro di Pietro era lo scheletro più importante che vi potesse essere sotto il Vaticano e doveva, necessariamente, essere custodito dentro il loculo, sotto l’edicola. Chi mai poteva essere stato avvolto in un drappo di porpora e oro se non il Principe degli Apostoli?
Scrive ancora la Guarducci:
"Già il 25 novembre 1963 potei annunciare a Paolo VI che, con estrema probabilità, le ossa di Pietro erano state identificate. Il Papa era allora in procinto di partire per la Palestina. All’inatteso annuncio, egli rimase sbigottito e commosso: "Quale gioia mi dà!" esclamò, e aggiunse che, appena tornato dal viaggio, mi avrebbe ricevuta per apprendere tutti i particolari dell’emozionante vicenda".
La Guarducci fece analizzare dal professor Correnti le ossa rinvenute dentro il loculo, quelle che lei riteneva fossero di Pietro, e il responso fu che: "Si trattava di un individuo di sesso maschile, di età senile, probabilmente robusto". Fu analizzata anche la stoffa e i fili d’oro trovati nel loculo e ne risultò che: "Per quanto riguarda i tessuti, gli esami merceologici e chimici, eseguiti dalla professoressa Maria Luisa Stein e dal Professor Paolo Malatesta, dimostrarono che si trattava di una stoffa finissima, tinta di autentica e costosa porpora di murice e che l’oro era autentico e purissimo".
La Guarducci, nella primavera del 1964, comprensibilmente felice, ritiene di aver raggiunto la certezza che quelle ossa siano quelle di Pietro e comunica la notizia a Paolo VI. Il papa la esorta a completare quanto prima la relazione sui risultati raggiunti, in maniera tale da dare l’annuncio pubblico del ritrovamento delle ossa di Pietro, in occasione della festa dei Santi, il 1° novembre successivo. La Guarducci, nel mese di settembre, consegna al papa le bozze della relazione e attende impaziente il giorno del grande annuncio.
Ma il 20 ottobre 1964, undici giorni prima della data stabilita, il papa scrive alla Guarducci, di suo pugno, la seguente lettera:
"Alla diletta Figlia in Cristo Margherita Guarducci il nostro ringraziamento per quanto ella ci scrive inviandoci insieme le prove di stampa della pubblicazione su "le reliquie di San Pietro". Prenderemo visione con l’interesse e con la devozione che l’eruditissimo lavoro si merita, ed esprimiamo fin d’ora la nostra compiacenza e la nostra lode per lo studio e per la pietà che hanno guidato la nobile fatica. Cessa l’urgenza della stampa, come deve essere già stato comunicato, non essendo possibile interessare i Vescovi su così importante tema alla data indicata. Assicurando la brava Autrice e la ottima sua sorella del nostro spirituale ricordo, inviamo di cuore ad entrambe la nostra benedizione. Paulus PP VI - 20 ottobre 1964".
La Guarducci rimane sorpresa e addolorata, anche perché nessuno l’aveva informata del cambiamento e, soprattutto, non riesce a capire i motivi di quel ripensamento papale.
Nel febbraio del 1965 la Guarducci pubblica il libro "Le reliquie di Pietro sotto la Confessione della Basilica Vaticana" ma, come lei stessa scrive: "In sostanza mi trovai sola e indifesa a sostenere tutto il peso di un’enorme responsabilità".
Il papa aveva preso le distanze dalla conclusione cui era pervenuta la Guarducci. Perché?
Seguirono moltissime polemiche sulle conclusioni della Guarducci che, sostanzialmente, fu smentita dagli studiosi, in particolare dall'archeologo gesuita Antonio Ferrua.
Durante un’udienza il Papa la incontrò e le domandò, non senza una certa preoccupazione, se le ossa si trovassero in un luogo onorevole, soggiungendo: "Quelle ossa sono per noi come oro".
Continuarono gli studi e le polemiche degli esperti sul ritrovamento della ossa di Pietro, finché in modo altrettanto imprevisto, il 26 giugno 1968, Paolo VI annunciò ai fedeli che: "...anche le reliquie di San Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente....Non saranno esaurite con ciò le ricerche, le verifiche, le discussioni e le polemiche.....abbiamo ragione di ritenere che siano stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti resti mortali del Principe degli Apostoli".
Il giorno successivo a quello dell’annuncio le reliquie di Pietro tornarono nel loculo del monumento costantiniano. Erano presenti alla cerimonia cardinali, monsignori, preti, notai, ricercatori e la stessa Guarducci che, nel citato libro, amaramente annota:
"A questa memorabile cerimonia Paolo VI non fu presente. Ciò è indubbiamente strano. La sua presenza infatti in una simile occasione era quasi indispensabile. Si ricordi che all’inizio degli scavi egli era pronto (sono parole sue) a "cadere in ginocchio" davanti alle ossa di Pietro. Quale motivo lo indusse a non comparire?".
Tuttavia il papa si fece consegnare nove piccoli frammenti di quelle ossa, contenuti in un reliquiario d’argento, che custodisce presso la sua cappella privata. Quella stessa teca è stata portata a confortare Giovanni Paolo II durante la sua degenza nella Clinica Gemelli, dopo il noto attentato di cui è stato vittima il 13 maggio 1981. Nella teca, prudentemente, vi è scritto: "Dalle ossa che, rinvenute nei sotterranei dell’arcibasilica Vaticana, vengono credute essere del beato Pietro apostolo".
Dopo la morte di Paolo VI venne impedito alla Guarducci di recarsi nei sotterranei della Basilica sia per accompagnare illustri visitatori che per motivi di studio. Le guide che oggi accompagnano i pellegrini nelle visite ai sotterranei illustrano lo stato delle scoperte secondo quello che era noto nel 1950: l’esistenza della tomba vuota di Pietro e basta. I meravigliosi graffiti cristiani sotto l’altare della Confessione sono quasi ignorati.
Ma quel che più indigna la Guarducci, come lei stessa scrive è che:
"Dopo la morte di Paolo VI nella necropoli vaticana e nella zona della Confessione sono stati compiuti infelici spostamenti, inopportune aperture di bocche d’aria e discutibili interventi nelle strutture murarie.....Gli scavi della necropoli avevano messo in luce numerosi laterizi provvisti di bolli: tutti quei laterizi sono stati irrimediabilmente mutilati".
E la stessa conclude:
"Tutti questi danni sono gravi, ma ancor più grave è quello prodotto dalle manchevoli o inesatte informazioni".
Da quando sul trono pontificio siede papa Giovanni Paolo II le cose non sono affatto migliorate per la Guarducci. Ha chiesto più volte, senza successo, di essere ricevuta dal papa o di poterlo guidare nella visita alla tomba di Pietro e alla necropoli. Ha chiesto, senza successo, di poter donare uno dei suoi libri su San Pietro al papa e, affranta e scoraggiata, così conclude il suo lavoro: "Non riesco a comprendere come mai Giovanni Paolo II, sollecito per tutto ciò che riguarda la Chiesa, non abbia sentito e non senta la necessità d’informarsi direttamente e in tutti i più minuti particolari circa un vitale problema qual è quello della reale presenza di Pietro nella Basilica Vaticana.
Egli parla alle folle con illuminata saggezza e percorre, eroicamente, le vie del mondo per annunciare a tutti la Buona Novella. Chissà se ogni tanto egli si ferma con particolare attenzione sul pensiero che la forza della sua parola di Pastore della Chiesa universale è garantita, in ultima analisi, da quanto si trova sotto l’altare della Confessione e soprattutto dalle ossa dell’Apostolo giacenti nel secolare loculo marmoreo?".