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Più t'osservo, ancor più m'immergo
ne l'azzurro dei tuoi occhi
cristallino
come il mare e le sue onde
ed il mio cuor par che rintocchi
come le campane di un domenica mattino
e più t'ammiro e ancor non so donde
va questo mio pensier peregrino
che non s'acquieta sin quando
col coraggio verrà il gergo.
Il tuo destino mi offende
O forse è il baratro che mi attende.
Il mio destino mi attende
O forse è il tuo quello che mente.
Chi vuol esser lieto sia
di non bere in compagnia,
ma se tu credi io sia una spia
allora forse dovrei presentarti mia zia.
Il tempo scorre, vola e passa.
Questo vino sì che abbassa
la pressione del mio blood
(comunque non mi sono mai interessato di CAD).
E vedo te nel mio sguardo cosmico,
felice d'esser come sei,
lieta di star come stai
e la tua imago in cuor mio non muore mai.
Il sole sorgerà
Anche domani:
Bugiarda luce
Senza di te.
Tu, intangibile
Dimora hai nel mio cuor.
Possono gli occhi tuoi
Non eludersi ai miei?
Ma oramai
Tu sei mia
E il tuo viso,
Inebriando i sogni miei.
La lenta caduta, la morte istantanea,
Ladies and gentlemen
Di un'era glaciale
Impongono miti,
S'impongono mete;
Si porgon le guance,
Con le mani ai pugnali.
I vessilli nei crani
hanno già il loro slogan:
perseguire la ragione
per seguire l'istinto.
La pace e il decoro
A qual fine glorioso?
Oh anime sbigottite!
Affanniamo i nostri sogni
Nelle notte tremanti.
Laudato si' nostro travaglio.
Ma tutto rinasce, persino il dolor.
Noi, ingenui ascoltatori
Dell'eterna melodia.
Erano le mani d'avorio
e 'l candido sorriso
il lume e l'oro
or oscuratosi.
Di sal piogge,
di sol eclissi.
Benedetto gennaio, il giorno e l'anno,
il garage e 'l primo dolce affanno.
A l'aura sparsi i ricordi
vaganti e soli,
tristi e vani
in cerca di pace.
L’orso polare del deserto è un animale alquanto raro. Si dice che il valore di una sua pelliccia sia pari a quello dei gioielli del papa o addirittura di tutta la Chiesa. Tante sono le storie che si tramandano riguardo la belva, secondo molti bella e allo stesso tempo straordinariamente mansueta. Sulla sua origine si narra che nei tempi remoti, quando i due poli formavano un tutt’uno con la terraferma, alcuni esemplari di orso polare ebbero una lite col resto del gruppo, probabilmente per un futile motivo riguardante la divisione del cibo. In realtà la maggioranza degli orsi non tollerava il loro pelo niveo e la loro naturale bellezza. Così quella minoranza, esiliata dal resto della loro stessa specie, decise di prendere la via dell’Africa, arrivando sino al deserto del Sahara. Il clima secco e torrido del luogo e i cocenti raggi solari avrebbero fatto sì che l’iride degli occhi di questi animali assumessero un colorito azzurro, andando questi così a differenziarsi definitivamente dalla restante specie. Pare che sino a qualche decennio fa la specie fosse vicina all’estinzione e che di questi eccezionali esemplari ne fosse rimasto soltanto uno. Alcuni nomadi beduini affermano di averlo visto bere dalle oasi, altri cibarsi di cactus, il che è alquanto singolare. Secondo la leggenda infatti, se l’orso polare del deserto dovesse un giorno mangiare carne umana, questi assurgerebbe all’altezza dei Cieli, dotandosi di vita eterna. I beduini questo lo sanno e perciò hanno scelto di viaggiare lungo il Sahara sempre armati. Molti inoltre sono stati gli uomini in cerca di ricchezze che, per secoli, hanno dato la caccia alla belva senza successo. Anche l’orso polare del deserto è al corrente di questi pericoli; d’altronde lui è l’ultimo della sua preziosissima specie e non può permettersi alcun rischio prima di adempiere alla sua missione. Ha addirittura adottato una strategia che lo tiene al riparo da occhi malvagi: ingegnosamente è in grado ormai di cospargersi completamente di sabbia in modo da risultare invisibile agli esseri umani. Non per nulla il maggior numero di avvistamenti di orso polare del deserto è avvenuto durante le tempeste di sabbia, quando la straordinaria intelligenza della tattica appresa dalla bestia veniva...gettata al vento! Un giorno un cacciatore, proveniente probabilmente dalla contea dell’Hampshire, nella costa meridionale dell’Inghilterra, sbarcò in Africa alla ricerca della pregevole creatura. Dopo aver perlustrato in lungo e in largo il deserto, proprio quando stava quasi per arrendersi e decidere di tornare in patria, riuscì alla fine a trovarla o meglio, a intravederla per un attimo allorché, alla vista del cacciatore, questa immediatamente si diede alla fuga. L’uomo restò immobile per qualche attimo, ammaliato da cotanta bellezza, dal suo candido pelo folto, dai suoi occhi azzurri, quasi uscì di senno! Decise quindi che non sarebbe tornato in Europa se non quando avesse fatto suo quello splendido animale. Ma le ricerche durarono giorni, mesi, anni, sino a quando il cacciatore si smarrì nell’arido e desolato deserto. Ormai in preda alla frustrazione e alla pazzia, l’uomo vagò solitario per settimane finché, perdute le forze e quel poco di lucidità che gli era rimasta, cadde tra i granelli dorati, morto di fame. Il suo corpo venne trovato il giorno dopo dall’orso polare del deserto che se ne cibò all’istante, non lasciandone nemmeno un brandello di carne. L’orso polare del deserto poté quindi percorrere i nove Cieli, innalzarsi sino all’Empireo, e ora, godendo di vita eterna, siede al fianco di Dio.
Vuota la stanza
s'adombra di spettri.
Io sul mio letto inerme
giaccio.
Rimastico il giorno
passato, perduto
e il venturo, incerto,
s'affaccia.
La luna è piena
e di stelle il cielo.
Muoiono gli amici,
muta la mia iena
e il caldo in gelo
e le mie illusioni felici.
Solo
il ricordo
immutabile
permane
scolpito
nei secoli
dei secoli
Amen.
La nube che aleggia
sui nostri crani scossi
dai terremoti neri,
dai cavalieri neri,
percossi da bufere,
sorvola nostre ossa,
sorveglia spazio, tempo,
il nostro agire lieto,
pacato e sereno,
educato, m'alieno
dall'esistenza vacua:
è la voce rauca
che urla dalla fossa,
mi domanda il perché
di una vita sì lieve,
dei morti e degli astri.
Lungi i cani: abbaiano;
rincorrono, mordono,
bestemmian quivi l'alta
Virtù chiodata, rossa.
Tra il dubbio la bestia
s'accampa sull'aiuola:
il cappio nella destra,
all'altra zampa una pistola.
Aquile nere a cavallo
sull’asfalto deforme,
annebbiato
da odori di fogna e di vita,
intrecciano i clacson
all’orgia autunnale
e la luna nasconde
il suo muto pallore
dai rintocchi delle ore
e dai fantasmi degli imperi.
Anime vinte dal vuoto e dall’odio
mascherano l’imbarazzo della scelta
e fabbricano mete di carta e di miele.
Tutto mi conduce a te.
Potesse Zeus fermare
la tempesta del mio cuore
che caldo e tremendo
s’imbatte
in sirene maestose
e tardi estate mai morte.
Eppur t’inalo
oh tenera ammaliatrice di conigli.
Ma se vedi un giorno spegnersi
la fiamma che m’arde
tornerei nei boschi
a cantare agli alberi
di Muse e di Dei.
DIVANO - Stolto ebbro, che fai ancora qui, sdraiato inerme tra le mie braccia? Non parli, ma piangi. Non ridi, ma vivi.
Il tuo mi sembra come uno scegliere l'oblio della vita, e non l'oblio alla vita. Hai forse ancora una scommessa ancora
in atto con qualche spirito malefico, che non ti permette di evadere dal folto stuolo di mortali decaduti in preda ai
loro sogghigni artificiosi, o una vergine ti ha promesso il suo fiore in un giorno lontano. Fuggi dunque le gaie speranze
ed i sogni che tanto ti accompagnarono in fanciullezza? Cosa sei diventato nel black day in cui lo spirito collide,
sconfitto, con la carne? Hanno ancora lacrime da offrirmi i tuoi occhietti spenti?
OSPITE - E pensare che ancora penso, ma non sono io. Io è un altro. Le docili note ascoltate nelle mattinate infantili
sfioriscono come vapori in preda a un turbine, gli astri si celano, la vergogna si staglia incommensurabile. E’ il
sublime, o almeno, così ci insegnarono a scuola: io direi l’eclissi. Lei svanisce, come fiori d’inverno, nella sua
immagine immaginaria, fantastica, e la mia mente disintegra per sempre i dolci sogni nei quali si cullava beata.
La sua confusione, la mia illusione...; ma dimmi tu, quali possibilità avevo io con la luna d'argento in cielo che
riapriva vecchie ferite? Adesso, sono qui perché tremo. Non lo facessi, potrei dire addio, così, in un baleno, e
mai rimpiangere le giornate in riva al mare a contare i sassi, o le notti ad ascoltare il sussurrante richiamo
dell’ignoto. Oh destino, ammiro le tue mani tendersi verso me: mi abbracciano, sono fredde. Non nutro rancore verso
le, a ben pensarci, storie bizzarre di polvere e miele, ma so che il tempo a volte parla un linguaggio incomprensibile.
Non conosco ciò che sarà,
so già ciò che fui,
non so ciò che sono,
conosco ciò che sarà.
Forse.
[Io sono l'Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti in aureo stile
in cui danza il languore del sole].
Sai, penso spesso
a te, dolce amore:
volevi forse più sesso?
Ti cederei il mio languore.
E se tra la pioggia e i miei tuoni
ricordo un momento, il più bello,
le sarcastiche immagini e i suoni
mi spappolano strette il cervello.
Amore, sai cos’è strano,
oh mia illusione inebriante?
Non riesc'a estirpar un dolore
che sventrerebbe un elefante.
Ti sei cibata di me,
del mio seme, dei miei odori.
Io ho preso il tuo sangue,
ora innaffio i miei fiori.
[Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione.
Il mio Dio, a sua volta,
colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù.
Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen]
Ricado nell’ombra. Tu non vuoi che parliamo,
che ti mostri i miei abissi, che ti dica ti amo?
Oggi, cara, non posso, un dovere m’assale:
non ho ancora fatto i regali per il dolce Natale:
un bel tritacarne per amici e parenti,
un martello pneumatico al mio mal di denti,
vaporizzatore (ultimo modello) alla mia linfa vitale,
ceneri di cuore per il mio funerale.
Chi vuol esser lieto sia
di fuggir la compagnia.
E' Diotima mia, pretende anarchia
in quest'istanti di follia.
Il tempo vola, infilza e dazia.
Quest'assenzio sì che sazia
le mie arterie e il mio heart
(ammetto che ha un suo fascino persino la Pop Art).
Ancor ti stagli e il mio sguardo cosmico
non ha orizzonti: mi son celati,
ombra e odore da te portati,
lieti d'esser divorati.
[Si tratta di arrivare all'ignoto mediante la sregolatezza di tutti i sensi.
E' falso dire: "Io penso", si dovrebbe dire: "Mi si pensa".
Scusi il gioco di parole].
Farsesco sistema
umano e cerebrale ,
io colgo sparsi i frammenti
e sparo morto al mio patema,
tu sei morfo-funzionale
ma fragile fraintendi
ancora la luce col reale.
Il macabro serpeggia
nel cranio del poeta
dal sorriso latente,
lei sorseggia avidamente
la sostanza bianca
dal mio midollo spinale.
Sapessi, mia cometa,
si stanca quando mente
mentre vaneggia la mente
il tuo azzurro decadente.
Ora mastico lente ore amare,
tu espiri: “Amore ti adoro!”
e lentamente t’impossessi
dei sassi d’oro del mio mare.
Potessi essere esile rosa
che si posa sul tuo naso.
Potessi essere quella coppa
quando tocca la tua bocca.
Potessi essere fresco mare
che arrossisce al tuo nuotare.
Potessi essere mera luce,
non quell’aura soave e truce.
Potessi essere le mie mani,
il seno, i suoni ora lontani.
Ma il veleno che ora emani
pone fine al tuo tranello,
tu mi hai in cura, hai un coltello
che mi squarcia cuore e petto.
Non m’interessa (il poeta muore)
chi giace ora sul tuo letto.
Potessi poi essere il buio
che veglia dolce sul tuo sogno.
Potessi ancora essere tuo,
in realtà più non lo sono.
Quando le mie lacrime inonderanno le stelle
ed il verso, limpido, accoglierai nel sogno mediocre
addestrando il tuo cuore nel ricordo puro del poeta,
allora forse i nostri atomi torneranno a scindersi,
e l'energia caverà alla luna quel sogghigno di seta
che ha vegliato beffardo, in pallida lucentezza,
tra il silenzio e la nebbia delle notti fallaci,
perdute e depredate tra le trame di Diotima.
Chiari, gli astri celesti, in morbida comunione,
proietteranno stavolta il loro respiro soave
sulla sacralità incorruttibile della nostra missione.
Carissima,
ti giuro che oggi ci sono stati attimi in cui ho pensato che il fuoco che porto dentro in questi giorni non mi avrebbe consentito di non avvicinarmi a te per baciare le tue labbra. Quello che mi ha bloccato non è stata debolezza, ma il fatto di scrutare nei tuoi occhi un contrasto
ben diverso da quello che ricordo di quando eri ancora mia, ma allo stesso tempo troppo simile ad allora per permettermi facilmente di cessare di amarti. Il tuo modo di parlare di me, di noi, e le tue parole, seppur il loro suono stonava con quello che mi ha inebriato per tre mesi - una cosa è leggerle da un’aspra chat, un’altra sentirle crudelmente venir fuori dalla tua bocca -, sono riuscite a scalfirmi ancora una volta il cuore. Ma mentre prima lo piallavano verso la perfezione, stasera lo perforavano come gelidi aghi. I tuoi sospiri, invece, erano uguali, identici, oggi così vicini, ma in verità lontani mille miglia da quelli che un tempo mi eccitavano l’anima.
Mia fulgida stella, sapevi che ero un romantico sognatore ed incline all’oscurità, ma tu mi avevi fatto dono della realtà e della tua luce; tuttavia non mi biasimo solo perché ciò che di me una sera ti ha incuriosito e rapito, adesso ti irrita a tal punto da non nutrire la minima pietà verso la mia condizione. Portarmi anche in uno dei luoghi dove tu e il piacere vi siete impossessati di me contemporaneamente...
Nel frattempo che sono così lucido ne approfitto per riconoscere i miei errori, un gioco a quel tempo per me che non mi faceva intravedere quanto ti allontanasse dalla mia stretta. Il mio amore è così egoista che non perdona i miei sbagli, né mi lascia vivere senza che io ti dimentichi. Quanto a me, vorrei solo rivivere un istante dei giorni passati ad adorarti, mentre ti cedevo ingenuo la mia ombra.
Sii buona quanto te lo permettono i tuoi vecchi e nuovi affetti, col tuo, per sempre,
G.
Mi hai parlato del regalo di Natale, quindi inutile nasconderti, come avevo già anticipato ad una capra, come fossi in procinto di ordinare la borsa con Gatto Silvestro, Titti e le forme con cui noi indichiamo i cuori.
[Che noia di noi.
Immortalati a ricoprire un ruolo
bastardo
come l’amore].
Rifletto:
aveva il suo perché.
Come quando volai
da te,
e poi rinchiuso in quel cubo
di fango e di pietra,
in tortura atroce,
fuggendo Firenze,
i padri e Santa Croce.
Ricordi al vomito
mi sfiorano ora:
Coniglio, ho strisciato
sino alla caverna
della strega ch’ammalia.
Tutti mi han visto
mentre parlavo ai divani,
inondando le stelle solo
per te.
Errando in tondo,
ho bevuto il tuo sangue,
poi capovolto il mondo.
Sussurrai alla morte,
muto, e alla cenere.
Ho incontrato Beethoven,
Chopin
e il mio re:
Me.
Un trofeo di pelouche
è quel che ora porto.
La mia anima da nuda
ha trovato il suo porto.
Perché grazie alle cose
che ho visto
per te
sono cresciuto
spiritualmente.
Dorme la notte
raggomitolata,
e la pioggia di cristallo
intona marce lievi
ai tamburi del cuore.
Sinfonia claustrofobica
tra le crepe dei vetri
assordanti,
tutt'intorno è pace
se non ci fosse lei.
Luci soffuse
silenziose s'intrufolano
nella stanza del tempo.
Il vuoto e il grigiume
danno un tono all'ambiente
mentre le mani ora toccano
ciò che un tempo aveva odore.
Echi di tuoni
tra le pareti madide
squassano stanchi
i piedi del letto.
Eppur fuori v'è il sole.
“E’ strano”, pensò Bruce, che poi sussurrò rivolto al pacchetto di sigarette:
“Quanto tempo è passato? 3 mesi? 4? E tu te sei rimasto tutto questo tempo nascosto qui?”
Era un pacchetto di sigarette intatto, lucido, come appena uscito dalla tabaccheria.
‘Camel one’ era la scritta dorata della marca che si stagliava sull’involucro bianchissimo.
Eppure era vuoto. Apparteneva a Miriam, che l’aveva lasciato in quel cestino di cose da
buttare che Bruce svuotava a volte, quando, preso da un po’ di noia, decideva di dare un
tocco di nuovo alla stanza.
“Che strano”, si ripeté cercando di soppiantare il turbine di emozioni e ricordi che di tanto
in tanto gli sconquassavano le meningi. Tanti oggetti che sapevano di lei sparsi dappertutto,
dall’elastico che portava sempre con sé al polso ai pelouche ai piedi del letto, lo lasciavano
indifferente. Ma quel pacco era qualcosa di inaspettato. Quante volte si perdeva guardandola
aspirare e buttare via il fumo che graziosamente usciva dalla sua bocca. Sebbene fosse stato
lui a lasciarla andare, per sempre, non aveva fatto bene i conti con ciò che gli sarebbe rimasto.
Pensieri erranti in solingo splendore alla ricerca di una meta, che prima eri tu. Il più delle
volte, adesso, sbagliavano cammino e si rifiondavano in un passato troppo marcio e remoto.
Evanescente. Quanto a te, sei il sogno di cristallo che mi perseguita anche di giorno.
“Sarà inutile - si disse Bruce -, ma credo che lo lascerò qui sulla scrivania. Magari dà un
tono all’ambiente”.
Ammirò ancora una volta il pacchetto vuoto proveniente dalla spazzatura:
“Quale brillante metafora della nostra storia!”.
Un coniglio stanco
s'avanza nella nebbia.
La foresta è la sfera lugubre
della sua felicità.
Schiavo d'autunno,
Saturno ti sorregge blando,
socchiuso
tra le foglie d'oppio e i vapori.
Mortale sospiro,
potessi tu essere l'ultimo,
esalazione
di colui che ha troppi amori.
Pietosa straniera,
solo carne, ora sa
d’esser sì fresca,
pacata mai.
Mia musa sessuale,
sei un esca sfiorita
tra turbini e viole,
non intellettuale.
Sorregge solenne ‘Baustelle’
nel suo cantiere itifallico,
ma striscerebbe sino alle stelle
inondate di poetico vomito.
Questo goffo pitone moluro
vuol rosicchiare il mio cuore dannato,
io mi giro e piscio su quel che è stato,
per te rimane una foto ad un muro.
Sempre più tragici
livelli di fumo
livellano l'aria
coast to coast.
Calamari eclettici
dipinti a mano
lavorano inermi
tra i ricchi artigiani.
Il pompiere ricerca
un incendio doloso
ma ora è tardi e fa buio,
la pioggia cadrà, prima o poi.
La mente ora sgombra
riluccica i tasselli
dei mari e dei monti
e di quel che sarà.
In un altro mondo parallelo
di quelli che si leggono, s’ascoltano, si sognano.
Io e te, fluttuando eterni
tra galassie di ghiacci,
rossi deserti cosmici,
oceani d’aurora,
c’iniettamo atmosfera
ferme le bocche esplorando.
Rosseggia d’istante l’antica alba autunnale
e i pini stanchi raccolgono gialli le foglie
sparse dappertutto sui ruvidi terreni pietrosi,
mentre stormi di corvi valicano gli orizzonti.
Desta, la signora, insorge dalla grotta fatata
offrendo tra i boschi caos e miele silvestre.
D’un tratto un fanciullo appare, spaesato:
cadendo e sognando, al risveglio è mezzodì.
Sono l’uomo di un anno più grande di me,
più scaltro del poeta che rigetta Manzoni,
lieve come piuma che cade soffice in strada,
gemello della notte, sorella delle costellazioni.
Forse il mattino sussurra gelosia, regala spietati aromi,
ma il riaverti, non sola, o mia bella, tra i miei sogni,
dopo la subconscia filigrana degli insetti insonni,
ha il sapore di polvere dolce e spietato nirvana.
Fornissi tu la prova che ciò che dico è vano,
è il pensiero che sovrasta la giungla dell’urbs.
Sai che passeggiando soli è impossibile resistere
al fascino solare del mio mondo sublunare.
Stavolta il mesto cielo, costruito con le pietre
dagli uomini senza storia come i sacri romani,
ho scelto di darlo in pasto ad avvoltoi e piranha,
e a quegli ignobili pesci scesi dall’arcobaleno.
Il 33,3 per cento
del tempo teatrale
io ti vedo
mia rea dea
rinchiusa sul fondo
della cerulea marea.
I grotteschi sobborghi
crollano in coro:
io ne scampo.
Goccia rossa di vino, dove cadi?
Sui cavalli di Verlaine.
Sei tu l’eletto!
E loro girano
cento giri, mille giri.
O mente assetata, cosa chiedi?
Volare lenta on a plain
anche stanotte!
E loro girano
cento giri, mille giri.
Vorrei fosse reale, ma che credi?
Non cresce vera più
la mia poesia!
E loro girano
al suono gioioso dei tamburi!
Diabolico wireless anacronistico.
Mi trasporta dritto a te
sussurrandomi distanti
gli echi di settembre.
E’ lì che io t’annuso
ancora tra i pascoli
della fresca campagna
densa d'aromi estivi
e colonie di papaveri.
In riva al ruscello
una lepre ti scansa,
ma tu, silente,
risplendi il tuo sorriso
beatificato dai raggi del sole.
Impassibile, assisti
allo schiudersi del mio pensiero.
Ascolteresti altre mie storie,
ma i miei passi devoti
mi trascinano inebriato
lungi dalla tua essenza.
O grazioso sterco
di capra scellerata,
il caos della natura
è spettacolo del divino.
Il cielo è una nube,
enormità torrentizia
che sputa giù gelidi aghi
gemendo note grunge.
Aquile abbattute
rischiarano la strada
e mutilate sfrecciano
deliranti nel panico.
Ricercano te
nel blu buio della nebbia
questi fiori asserragliati
sul mio cuore purpureo.
Lì v’è musica, regina
di quest’aria malsana
stesa sterile sul cranio
trapanato dall’assenza.
Veronica balla il twist su di me
ma non sa che quando scansandosi
mi lascerà solo su questa nuvola di creta
le mie arterie cominceranno a sciogliersi fragranti
in colate laviche di pietre sporche, fanghi gastrici e macerie.
Solo allora il cuore canterà le sue lente melodie marciando funereo.
O mio dio,
questi tremiti e sospiri
da dove vengono?
Nulla è chiaro,
il resto è caos.
Spluff, sono…
…gialle (e luccicano!) le onde
e cavalcano leggiadre
sul tuo viso di luce.
Chiudi quegli occhi
e non sorridere,
quel blu, o castano… o no!
Tu e il sorriso, eterni,
vi amo più del tempo.
Concentrandomi: niente.
Essenza di nocciola,
forse... Urrà le nostre ossa!
e il nuovo corpo meraviglioso!
Che testone, non s’arrende
a correre e correre e correre,
però ho perso il filo.
Dio m’ha dato un pugno
per farmi smettere
di ridere.
L’ho visto quel bastardo
quando io tornando a casa
"Non c'è nulla da ridere!"
Sbam! Sferrando un gancio
è poi subito fuggito via
nascosto dalla notte,
e i due denti rotti e a terra
che ora sguazzano sulla via
e il sangue nero e il cemento,
pozzanghere salate, bleah!
L’alto stagno fumava di continuo
mentre quella luna omertosa
osservava con aria sbalordita.
perché non han nulla questi versi
svuotati dagli echi cupidei e di
collera.
Nessun suono né bugie
nostalgiche di mondo.
Altro che gli aurei deliri
e i sogghigni celesti,
gli dei e gli spazi,
nell’infinito e nell'eterno
di quelle labbra di seta…
Quest’è vuoto, non materia
estraneo alle stagioni,
dimentico d’affanni,
sono solo parole
superflue
che si scagliano inermi
contro i silenzi della regina.
Un corvo bussa sul mio petto
col becco battendo.
Porta una valigetta d'oro
con quei tipi d'orologi
che brillano di notte.
"Ne ha fin troppi!"
gli urla dalla porta
il fantasma indispettito
e con un astuto calcio
lo butto giù dal letto.
Ora mi spiace, ma è difficile spiegarti
come io conserva di te
smeraldi di pupille,
oceani d’estasi blu
nel candore del sorriso
scolpito nell’etere e nel tempo.
Conosco questo gioco
e so che, mia per sempre,
tra le vene e gli effluvi sornioni,
ti dondolerai dolce qui nell’aria
succhiando forte dalle radici degli alberi
il nettare che a me ha reso plumbeo e immorale.
Di te voglio voltare prima l’immagine,
possedere a poco a poco quei colori,
poi d’un soffio, come il vento è focoso,
assorbere secco il vaporoso respiro,
concedermi ai tuoi sensi impenetrabili
senza pensare di star soltanto sognando.
Al lettore appassionato di leggende e di favole farà piacere apprenderne una che in pochi oramai conoscono, ma nota a tutti
nei tempi antichi come La triste storia del poeta coniglio.
Parliamo di un’epoca lontanissima e sconosciuta alle cronache odierne, distante pensate ben 125.000 unità di tempo celesti.
Nella città di Roditorium, famosa per le sue fabbriche di costruzione di sogni, richiestissimi dai paesi stranieri, viveva
un giovane poeta coniglio. I poeti conigli erano una categoria molto apprezzata dal popolo, la più saggia, tenuta in alta
considerazione persino dall’Altissimo Consiglio dei castori, che si rivolgevano a loro quando vi era da affrontare una
spinosa situazione riguardante le politiche cittadine.
Parlavamo di Francesco: sì, questo era il nome dello sfortunato eroe della nostra storia. In un mattino in cui i raggi del
sole si scolorarono (adesso non me ne ricordo il motivo) si invaghì della bellissima Elena. I due si amarono nel fior della
giovinezza allorché un giorno lui, innamorato più del desiderio di esplorare a fondo le lande lunari, di cui era già un
esperto conoscitore, partì in groppa al suo drago alato abbandonando l’amata.
“Tornerò presto”, le ripeté tante volte, cercando di sopprimere le lacrime che le bagnavano il candido pelo. E in effetti
tornò a Roditorium, ma solo dopo due lunghi anni di assenza, e portando con sé una collezione di pietre lunari da far invidia
a qualunque poeta coniglio della Terra. Al suo rientro in città gli venne comunicata la sciagura: pochi mesi prima le serpi
del bosco di Clorofilla avevano saccheggiato Roditorium, facendo razzia dei sogni e catturando tutte le donne. Le giovani
come Elena, si diceva, vennero tramutate in bisce, utili al prosieguo della specie di questi ignobili rettili, mentre le
più anziane vennero utilizzate nei lavori nei boschi.
Per Francesco fu un duro colpo, quello del rapimento e della metamorfosi di Elena a cui non si poteva opporre in alcun modo.
I suoi occhi piangevano, ma il suo cuore ancora più forte. Si convinse allora che non avrebbe trovato pace finché non si fosse
vendicato della fonte primaria del suo male: il Dio Cupido, dalla cui freccia era nato il suo amore divenuto adesso inconsolabile.
Si sa, gli Dei non possono morire, ma lui era certo di aver trovato nelle sue pietre lunari una sostanza che se data a bere,
anche un solo sorso, avrebbe fatto dormire eternamente lo stesso Zeus.
Salito ancora una volta sul suo fedele drago, partì quindi alla volta del monte Olimpo, la dimora degli Dei preclusa a tutti
gli esseri di terra, d’acqua e di aria. La bestia sapeva che avrebbero potuto non far ritorno a casa, ma l’affetto che lo
legava al padrone l’avrebbe portata a sfidare qualunque tipo di sorte tragica.
Alla vista del coniglio, forte fu lo sbigottimento dei divini che decisero di ascoltare le ragioni della sua venuta prima
di farlo a brandelli, e magari cibarsene in una gustosa zuppa con miele e ambrosia. Naturalmente Francesco nascose il suo
intento omicida, e gli Dei, impietositi dalla sua condizione, decisero di mettere da parte i precedenti propositi e
concedergli un colloquio privato con Cupido, che avrebbe potuto placare il suo dolore tramite l’ingerimento di una
pozione magica. Intanto il coniglio non aveva affatto cambiato idea e, nonostante la soluzione propostagli per
sconfiggere il suo male, continuava a celare in tasca il flacone di sostanza lunare, intento sempre ad assassinare il Dio dell’Amore.
Compiendo il tragitto in compagnia di Hermes verso la casa di Cupido, rimase però esterrefatto dalla bellezza di un
essere che giaceva in riva ad un fiume celeste chiamato Sorga.
“E’ Afrodite - gli spiego Hermes -, la Dea della Lussuria”.
“Dimentica Cupido - rispose fremente Francesco -. Voglio parlare con lei”. Hermes acconsentì e lo presentò alla Dea.
Qui i due rimasero soli per ore, e Afrodite, che mai nell’eternità aveva avuto a che fare con un coniglio, fu alquanto
allettata dall’idea di sperimentare la potenza dell’Amore con il giovane poeta che si concesse pienamente a lui.
I due si amarono in segreto per giorni, settimane, mesi, sino a quando vennero scoperti proprio da Cupido, insospettitosi
a causa dell'assenza prolungata della compagna. La sorpresa del Dio si tramutò subito in collera, sia chiaro, solo nei
confronti del coniglio. Afrodite, che non voleva che la storia venisse resa nota agli altri Dei, in particolare a Zeus
che avrebbe potuto punirla severamente, accettò le condizioni impostegli da Cupido.
Per assopire le noie celesti, i due avrebbero trascorso sei ore al giorno insieme, quattro dedicate all’Amore, le restanti
due dandosi ad un nuovo gioco inventato per l’occasione: il poeta coniglio venne tramutato in una sagoma piatta appesa ad
una nube, su cui gli Dei avrebbero sperimentato il nuovo sport delle freccette. Chi riusciva a centrare il suo cuore vinceva
il titolo di re o regina delle freccette, di cui Afrodite si scoprì una campionessa tutt’ora imbattibile.
Scorri, fiume, scorri.
Non vedi,
c’inghiotti
gelido
nel flusso
degli anni
lasciati ad asciugare.
Passa, lento, abissa
e sommergi
quest’istanti
gelidi
e le ossa
resistenti
al suo intatto danzare.
Tredici spettacolari insetti
tamburaggiano
nel grigio cortile
le tempie.
[Tum - ba-da - bum]
Lei seduta attenta
sul neurotrasmettitore
con le mani bianche
batte.
Raggi ellittici di noi
sorvolano la marea.
Tacendo dalla sponda est
in parallela distanza orizzontale
mi tramonti dentro al blu
osannando giù le mie vertigini
prima di schiantarmi storico
tra l’erba e i neri ragni del giardino.
Sarà bene prendere
le dorate precauzioni.
implodendo in me
radiazioni beatifiche
parassita estivo
no
la nebbia
blu
ingenuo l’occhio
calmatevi gente
solo caos potenziale
flash assurdi
ardore ultravioletto
le tue scorie
zanzare nucleari
non posso
con
ti scaccio
me
a tratti reietti
se io fossi
in excelsis
guarirei
di colpo
questi versi diversi
ma ho detto tutto
Cosa respiro se aria non c’è
qui sotto all’oceano
incantesimato.
E non m’importa se fuori le case crescono
e gli assassini vi affascinano
e l’ora solare vi incute.
Il gelo è stato scelto per me
che fisso guardo questi pesci annegati
su e giù
su è giù…
E’ assurdo, lo so.
Lei mi rade al suolo
mantenendomi in forma,
con queste foglie piuttosto tapperò
alcuni buchi nel cranio.
Vorrei svanisse con un soffio
di vento caldo primaverile,
così io mi assicuro perfetto
mentre una scialuppa salpa per salvarmi
in tempo,
in tempo…
Checchessia quel che tu provi
è un inganno ultraburlesco
sceso in piazza nella mia testa
con promesse false e basta.
Sinonimi e giullari,
tamburelli d’oro folk
m’intonano le rime
che in verità non ho.
Spergiura la coscienza
quando dico che non so
se il caos interstellare
sei tu o forse no.
Mi lasci senza fiato
mia musa fra gli dei,
sei fulgida, diamante
che io per me vorrei.
Conosci ogni mio pianto
mio scemo e scemo nooo,
vorrei ogni tuo neo,
le storie che mi do.
Stai, sfavillami, glaciale
ma non esiste mai,
anche se non respiro
guariscimi, vorrai…
Mi sottosopravvaluto quando dico
che sei nelle mie vene
contatto fragile d’incanto
voltandoti inerte verso me.
Se parlandoti mai leggessi
di universi, amore e morte
sappi che è un fermo gioco
che nella calma mi divora.
A te che canti energica in aurora ondeggiando
lungo una pallida notte dispersiva,
bruna le chiome danzanti mi toccano
e surclassano il fascino di luci intermittenti.
Assopisci ogni ridicolo affanno smielato
con tuoi caldi passi e pupille di ghiacchio,
il Battisti sonoro di fiato t'incoraggia
mia bella d'enzimi e profumo ansimandomi.
Fuori il gas che ora, miracolo, esalo,
è ipnosi nel cuore dall'alba per te.
Non smettere di domandarmi, tenera
sete, ma le mie labbra ti han già risposto.
caffè
sono stanco
dormirei di più
ma io dormo
sogno di te
muoio di te
e dunque non dormo
vivendoti
ti sogno
ma io lento
resisto un po’
solo stanco
con te
Da quassù è possibile osservare
l'Alba - come non mai -.
Tutti i dettagli
increspati, dileguati, evaporati.
Navicelle pretenziose
di percuotere l'eterno.
15 settembre 2078
Paulo Cabral
Io sto correndo
verso l’autodistruzione.
Mi eccita, amore.
Credimi.
Fuggendo le aquile
deliranti:
è il panico.
Wroom, sfrecciano
e sbattono
d’impatto,
è il caos
concessomi,
allegria giocosa,
da te.
Quando Dio inventò il Tempo
in pieno inverno
lo trascrisse su una roccia
a mo’ di pergamena.
I mille topi laboriosi
al servizio dell’Altissimo
tuttora s’arrovellano
decifrando ogni attimo,
pongonlo in calce
a turno ristorando.
E’ la notte in cui le unghie
di pietosa Bestia umana
si conficcano appena
graffiando invano la Storia.
Se alzo gli occhi posso udire
il suono spettro delle stelle,
mentre brillano rasserenando,
apoteosi di attimi e silenzi.
O forse è il sole ch’è andato
in mille pezzi disarmonici,
ma poco importa quando il cielo
è oscurato da sessanta grosse nubi.
Il verde e la valle decisero di eclissarsi già
da lacrime e gioie all’imbrunire del secolo.
Solo il pensiero che va a colei che non emigra
riusciva a perforare quegli stormi di rondini,
amanti sprezzanti dei lampi e della neve.
Pascoli e pastori temendo tempeste assassine
di colpo liberarono il paesaggio d’ogni impaccio.
L’occhio ora esanime può catturare la nebbia
limpida e vorace dell’aprile vago di barlume.
Ivi annegarvi soppiantato, scorticato, dall’amore,
il più scaltro seppur macabro colore della notte.
E’ qui che Satana, qual è mostro ballerino,
mi corteggia ed è sinuoso come un tempo
in cui m’abbeveravo vuoto da calici di carta
prima che una stella elaborasse miti per oscurarli.
Mostrandomi le zanne, si diverte a sussurrare,
m’inietta ancora - ah quanto l’adoro! -
immagini di lei: che fugge, a passi di cinghiale!
- Mio caro, non fui io a concederti a quella
il cui ricordo ora t’assilla e ti schiaccia le ossa.
- Ma caro Satana, una visione più clemente…
Puah! Ma a che serve? Stupido spettro bizzarro,
a nulla valgono i miei sputi addosso a te!
E’ chiaro ormai, conosco cose che pesano:
l’amore e la morte, tempio e regina del poeta.
Costei si pettina imbellettata prima di uscire
a fare follie. Rapisce e gioisce: - Giovani, storpi,
malvagi furenti, tutti vorranno cadere prima o poi
nel vortice di cui nulla possono sapere, né vogliono!
Ma io ti sento amico mio, non nel corpo cadaverico
celebrato e portato in Osanna nel trionfo cimiteriale,
ma nel vento che muove le ore della tetra giornata,
una delle tante che guarda ansimante al crepuscolo.
Avresti potuto essere perfetta per me.
Io ti avrei resa perfetta per te.
Tieniti ora i tuoi colori di carta
che scemano ridicoli come parole.
Fiorisci pure se vuoi nella mediocrità.
Osserva e dipingiti altri fiori fallaci.
Ahi.
Perfetto sarò io tra le spine.
Per me riserba ricordi d’argilla
e sorrisi ancestrali da giardino.
Ma giuro: non appassisci mai.
Cola a fiocchi l’acqua del cielo.
Non riesco a perdere l’odore.
Ahi.
piomba il martello della luce
nel mattino
raggela la carne
l’inconscio è un problema
ossessioni in nebbia
nel mio mondo
così
svaporato
eri reale
senza confini
déjà vu a parte
parole lente
implosione di cuore
nel treno dei sogni
dico io per te
io e te
sottosopra
poi gli arti
sospiri a colori
ma non me ne rammento
Non riesco a scucirti dal mio cervello,
io, quello bello.
Ma credo che stanotte ho inglobato di tutto,
io, quello brutto.
Tutti gay
dovunque
e poi te
eccelsa
distoglimi
dai torpori
in un incubo
concluditi
fa male
fra le righe
di una triste
allegoria.
Che palle tutte le parole evanescenti e gli accostamenti pensati. Io credo a ciò che dico, ma non l'ho scelto io, e perciò chiedo perdono. Ho bisogno - sì, bisogno! -di respirare l'aria dell'ovest (non questa pastosa) e di starnutire coriandoli caramellati.
Mentre lei s'affoga trascinando le ceneri del sogno sul fondo del mio grunge, so, che ne diresti se do una bistecca in pasto agli avvoltoi appostati sul mio stucchevole sentimento d’ambrosia?
Un giorno te la spiegherò, prima che le corde del pianoforte vengano fatte a pezzi dai cani mandati giù dal pastore.
Odio esser svegliato sul più bello
o forse odio solo svegliarmi…
o odiare di svegliarmi…
I sogni a volte sono più reali della realtà.
Che senso hanno due occhi
se sono i tuoi quelli che vedo?
Ho uno specchio troppo alto
per riflettere il mio cuore.
Ti coloro in nettare di fantasie.
Ho smesso di credere alle coincidenze:
sono loro che credono in me.
Col pennello dei ricordi ti dipingo,
cos’altro potrei dire,
che sono io il tuo Prometeo
e tu il mio corvo azzurro?
Egocentrico, corrode l’entusiasmo.
Non ho diritto a respirarti
e anche se la mente parte
il fegato resiste
ed io con lui.
Tutte le nubi del mondo - quelle bianche e quelle grigie - vogliono strangolare il sole. Avevo un buco nello stomaco ed ho saziato tre me. Ora non fa nulla se un’idea ha sparato ai miei occhi: come vedi fa tutto il terzo. L’amore non è altro che necessità animale di sesso. Le parole sono state già scelte, mentre curiosi stratagemmi filtrano dalla mente al cervello. Abbiamo limiti che surclassano quelli lessicali. Oltrepassando l’orizzonte t’innamoreresti anche dei cani. Altre cose invece è meglio assopirle in un segreto. M’annoia abbassarmi a parlare con le mosche. Al diavolo poi musica e poesia, restassero mute. Nulla dicono di me e per me, sei tu che lo credi. Però anch’io, costretto a respirare aria marcita coi secoli, mi ritrovo a rubare. Ciononostante mi rispecchio solo quando mi penso, e quindi sono. Per vivere evito i poeti vivi, sono poveri di fantasie e non conoscono la morte. Chiunque prima o poi dovrà fare i conti con le proprie influenze. Il cadavere del mio cuore è rimasto chiuso giocando in ascensore. Non uso immagini, esprimo il nulla, ergo farei bene a tacere.
Ci sono cose che distolgono l’attenzione e non aiutano a riflettere.
Altre per cui non esistono le parole con cui se ne potrebbe parlare.
Bisogna dare base solo alla coerenza, il resto può seguire percorsi devianti e paranormali.
Mi ritrovo in uno spazio sovralivellato da cui è impossibile risponderti, nella fantasia, ma lo vorrei
sentire suoni e sembianze
di ciò che non sei
ma eri
eretta
seria in bricolage
assassino sermoni e danze
Se nevica la notte
d’argenteo
in stelline borotalco
dentro i bar
sulla costa in yacht
e poi il mare
d’estate bianchissimo
non temere
perché io ti risparmio
dal reo gelo
avvolgendoti in ali
e inalando
dai polmoni la brina
laddove tu
non saresti in un mai.
Le sole strade - 4 corsie -
congeniali
all'uomo
sono:
a) Mandare in tilt il sistema;
b) Comunque vada;
c) Lo dici tu;
d) ...
Sinuoso salvo ancora in volo
non perdo tempo a rac-contare
le tredici stelle soprate.
- Alla prossima messere!,
mi urla urlando il vermichiere
innaffiando d'oro e viola
il sapore lento che m'hai avuto.
10 dicembre 1982
Giuseppe Vespucci
Nota per un lettore curioso
Riguardo alla seconda strofa, parla sempre Giuseppe dal 10-12-82 della sua attuale condizione dovuta ad una storia d'amore finita. Volutamente (e inevitabilmente) ironica, ermetica e surrealista.
*'rac-contare' = rac + contare -> in realtà le stelle vengono poi enumerate: 13.
**vermichiere = parola che non esiste ma che mi sa di un incrocio fra vermicaio e locandiere.
***d'oro e viola = ricordi dolci e amari, 'innaffiati' sul 'sapore lento' che 'lei ha avuto a lui', espressione quest'ultima inventata, inutilizzata e inutilizzabile ma che mi è sembrata al momento quella più adatta per descrivere una condivisione fisico-mistica di stati, pensieri ed emozioni tra i due amanti.
**** ...
La mia memoria è fatta a fori e adesso
voglio chiederti suadente i respiri e gli odori
che avevano spesso i verdi fiori di settembre
quando fui intorpidito dal tuo vero lucente.
Chiudendo allora le mie palpebre e cadendo
in un sogno leggiadro, estatico, e proiettando
i miei fari addosso a te, la mia stella tra tutte
le comete e le conchiglie raccolte in un cosmo.
Ed oscillavo pesante dal quotidiano come pietra
gettata sull’acqua, ipnosi d'onde attorno a me.
È lo sterile sogno divenuto reale. Credimi come puoi
ma io non posso vuotare d’azzurro le tue pupille insolite.
Diventando un sottile pensiero
penetro lungo le cavità dei pori
della tua pelle fresca d’effluvi
per poi riuscirne più e più volte
così per sempre e di lì nuotare
mentre il tatto mescola memorie
e mi secerne sospiri in tempesta
io non stanco provo a percorrere
gli infiniti labirinti del corpo di dea
e dispiego dal velluto del tuo collo
i miei baci mai sazi del profumo.
Lei scende leggera ogni volta
gelida come pioggia
psicoradioattiva.
Poi s’insinua lenta dalle mie vene
alle ossa non più oscurate
dal colore nero del cuore.
Ho lasciato il futuro nello spazio,
Nonsense sei di colpo reale
e ti appioppi di tutto il vuoto cosmografico…
…mentre tutto è così attuale:
il Passato è maccheronico
ed il Presente sovraregna sul r/testo.
Però dicono che Lei ha la cura
fuori
dalla portata dei bambini.
In verità anche il Tempo sgocciola giù
dai rubinetti in marmo
che Dio ha su nel cielo,
poi tzunami diventa e cavalca
cavalli d’acqua in maree
sommergendo di stragi d’istanti
distanti celebri e danzanti
quando anarchico misconoscevo
il peso tirannico della Sua gravità.
Adesso in testa ho i rimbombi
di mie carcasse stese al suolo,
intorpidite dalle peste dei pallidi raggi ultrasolari.
Non amo dire, ascolto la follia
della hilarious people
e impazzisco.
Senza dubbio mi rabbuio:
Amore mio regalami
degli occhiali fendinebbia.
Stormi di coleotteri mnemonici
s’infiltrano in silenzio
dalla brandina semichiusa
sotto il trapianto di stelle
di un salotto pornografico.
[Io giacendo al centro]
Cristallizzo i sogni da tv
proiettando in 16 megapixel
mie visioni in rosso plasma
della di lei carne maciullata,
processo storico quanto pigro.
Normale è
la statistica dell’errore.
Niente di etico o morale
dunque.
La gente crede che
le parole siano immagini.
Ci si sfoggia di tutto
ciò che poi sfugge.
Trastullo lapalissiano
sono l’essere e il nulla.
Chissà cosa direbbe
il mare
di noi
non mai
asciugando il tempo
dalla riva irretito
pei grappoli di vento.
Dopotutto chi l’ha detto
che Peter Pan sa nuotare?
Tuttavia piccola Wendy
ti porterò lungo la scia
dove cadono le stelle.
Dappoi cauti a sorvolare
nelle nere notti di luna
navi di nuvole decadenti
e racchiusi senza un tetto
sogneremo nella polvere.
Sogni e remo, sorvoliamo
resto in me sicché ti amo.
Stanco le sere, stanco le notti,
vago e percorro
a stento
spesso i giorni
della mia intatta sognatura.
Ridevano in lei i miei occhi
brilli assopiti dispersi,
oh che valle d’incanto,
allora che il cielo miravo
irradiando di noi l’aurora.
Fantasmagorico collasso
addosso e all’interno
seguendo i versi di vita
nel castello della mente.
Oceani dai fossati
succhiati, se gli spettri
esistenti e i serpenti
galleggianti sovrastano
l’intero reame.
Confondo me e medesmo
meco, che poi
mi ergo e mento
alla gente
mentre
sinistri tuguri di morte
battono il tempo
e fracassano
le tenebre
incrostate ed eterne
donde io
marcio e marcisco
verso il vuoto
etereo.
Attizzerò inferni dagli alburni di cattedre,
masticherò professori incravattati e solenni,
cornuti più dei demòni e dei loro padri.
Aggredirò i secoli in lattiginose calunnie
e ammaccherò il loro chiodo sul mio cranio canuto.
A nulla serviranno i miei rantoli ribelli. Muto,
li sovrasterò come fa il sordo sul sermone,
come il vecchio e il pazzo estinguono l’illusione.
Studente ardente, con mani e pupille sprecate
inghiottirò spenti brividi di sorsate affiottate.
Infetterò la mia bocca di nozioni boriose,
di stuccanti concetti sputati in pagine vezzose
per poi risciacquarla con i veleni della notte
ribattezzando un olocausto per puttane malridotte.
È il tempo in cui il vento trangugia i raggi
trasformandoli in fiamme canore.
A luglio il vento trangugia i raggi di sole,
placando le ore in pensieri e parole,
schiantando domande agli scogli dove
vedo il mare sonoro se s’ode cullare.
A luglio il mare schiarito dai raggi di sole
e il vento mescolando pensieri in parole.
Non mi ritrovo ormai mai
se lei reputo necessaria.
Mi senti all’apice nell’aria
semmai le stelle assillerai.
Da un tempio intatto costruisce il sole
che fa campare queste assurde viole
su un giardino di già liquefatto
in cui assopisco il suo colore.
Passano ancora le ore, ora,
ma sono le stesse di adesso,
non importa, fa lo stesso,
mi importunerai anche se in aurora.
E la malinconia culla i dolci canti
di un cuore dipinto per lagnarsi
e i soli morenti in versi calanti
riversano aromi da cui estenuarsi.
Lei si corrode ma esiste ancora
nel mio lento spegnermi in un bluff,
conosce le stanze e ancora e ancora
ritornerà da me, modalità off.
A.G.A.
Pizza
eri bella
mozzarella
mi sei piaciuta
sei venuta
quella sera
eri vera
eri fredda
sul mio oro
eri morta
col pomodoro
non importa.
In fondo sto riuscendo
a cancellare le nuvole.
Oggi tutto ha un po’ colore,
tra i mobili di luce,
e le stanze piene
e le strade impantanate.
Interseco voli seri
a viaggi nell’oblio,
insensato sino a ieri
ne vedo il blu che a volte è nero.
In fondo sto riuscendo
a cancellare le nuvole.
I
Esiste un posto e io non esisto
se mi lascio bruciare
nei sentimenti spenti.
Ombraluce allo specchio
assicurami che lei esista
nei sentimenti spenti.
Qui costa poco spegnere,
costa poco
spegnersi.
II
Io sto danzando
con l’universo
intero.
Un mio io
parla al posto
mio.
Nel Limbo dei miei sogni
tremo e prego:
tu mi vedi.
III
Nessun viaggio è più fasullo
di quello quando io
mi sposto e sento lei
seppur resti distante.
Diversamente depressico
a 2.000 anni fa.
Niente ha senso
nel senso che
niente ha senso.
Eppure lei mi ingloba
e inglobandomi mi sbatacchia
di schianto
addosso alle stelle
affusolate e di pesi.
Che pallide che sono
oggi
le stelle.
E io mi schianto
involandomi arcuato
colorando le ellissi delle eclissi
di polvere e memorie
intergalattiche.
Potrei polverizzare il cosmo
in lei,
polverizzarmi.
IV
Un fantasma mi ha sorpreso questa notte
il volto e i capelli al vento noti
sillabava...
Sulla collina miravo splendido il paesaggio,
laggiù il mare sospeso, impassibile,
sulla costa anomalo
come un quadro
coperto
dal nero concavo del cielo.
Era chiaro che l’aria respirava con lei,
essenza per cui io stesso ero in vita.
Voltandomi - era bella - parlai:
“È un sogno, non sei reale, non lo eri”.
All'indietro così caddi per capriccio,
non persi un attimo della mia dolce visione.
Lo stupendo sterotipo osservava sbigottita
mentre io accennavo morendo
un malinconico sorriso.
Anestetizzato
movenze mistiche
in logorii e la carne
calcolando fossili
Stress d’attrattiva
proteggimi da noi
antipodi d’estasi
Arcadia dispersa
in sinonimi a pois
subentrano noie
se perdo di nuovo
Lei è l’essenza
il suo profumo è
congedato.
Vorrei leggerti negli occhi
per conoscere da quali
- fra miriadi di smeraldo, aurora e ranuncolo -
dei tuoi gusti fui rapito.
Non voglio essere più edera
erosa tra le rive del mattino,
mentre lenta recita la notte
nevralgiche albe in errore.
Inghiotte tutto la sua orma
sul mio cuore raggrinzito
velando vuoti multiformi
sorvolati dai miei sogni.
Luna in cielo, or salpa e adorna
il buio delle sue labbra scolorite,
dispiegherei io in parole povere
la polvere dei solchi, i baci andati.
René si innamora
di un colore e poi muore.
Luna di violino
pioviggina note,
conati di saliva.
Lei soffoca in gola
echi d’amore,
soffuse le gote
di lampade e l’ora
celata in bramosia
da labbra a cognomi.
Il vuoto, lei, brilla,
alle stelle l’affitto
dei cuori vola
reclusi in soffitta.
Un giorno impareremo a volare
come i bradipi.
Costruiremo una capanna
di polveri brillanti,
soffierò sulla tua pelle
per cancellare i buchi
neri come pece
ai bordi del cosmo.
Appenderemo in fila i panni
sui tram e sulle navette
coi maxi-televisori
dai mille colori,
dai pollici rotti.
E poi dire che non serve a niente
se i trucchi avvelenati
ti incensano gli occhi.
Ho solo voglia di rivederti
per riderti e i capelli,
le battaglie per averli,
i miei giorni sono morti.
La sua risata era colmi di rospi.
Eppure lei rideva lauta
come se la luce del giorno le penetrasse in gola.
Madame, lei è la donna
che ha saputo innaffiarsi della neve del gelo.
Il vento le gocciolava dai capelli
neri come tombe sepolte in alcove stagnanti.
Ridere, è così ch'è come vivere.
Non ci si lega mai in due
per la vita, scapole e ad ali
fonde come pozzi orgasmici
immensi mal celati da crepe
vitree blu cobalto.
[Oscillano i tuoni]
In un epica distanza, mistica
in conflitto nell’eterno
dettaglio cosmico,
comica au reverse,
le tue mani e le mie.
Si cade per rialzarsi,
si rialza per ci cadere,
la tecnologia congela l’attimo,
il freddo è selettivo.
Oh luna di violino,
eclissami in note
vuote di volume
e la voce,
rauca catarsi
isterica, estenuante impresa
quando io mi lego a te.