Pioggia Primaverile

Cheta plana la soave pioggia primaverile,
essa ammara linda, liliale,
alcunché potrebbe lederne o deturparne l’illibata sussistenza eterea;
tale eccelsa leggiadria ingenera un’edenistica eufonia
la cui idilliaca ambrosia permea qualsivoglia venustà siderea.
Apollineo riverbero traluce sublime asservendo brumose prostrazioni avverse:
ignea folgore brandisco gagliarda allorquando l’aggraziata coltre piovosa
soffonde ieratica laceranti cremisi rimpianti dei quali il vessatorio,
stentoreo gemito è tramutato in un’effimera, evanescente eco.
Madide, roride gocce nivee aspergono ed irrorano l’ecumenica natura
raggiando l’olimpica cristallina beltà maliarda.
Seppur euritmici firmamenti non sfoggino cerulei barlumi
ebbene il virgineo fluido che lacrima dalle sue mere, portentose volte
trascende ardimentoso e plasma ineffabile tersezza ovunque.
Inemendabile, inintelligibile virtù cagiona suddetta divina acqua:
aitante, fulgente albore circonfonde il viscerale, linfatico nucleo
dal quale sempiterna genesi ferve indefessa.
Afrodisiaca pioggia primaverile oggi procrei preternale, rutilante, vivida luminescenza.

Sublime reminescenza giovanile

Un incantevole blu oceano soffondeva
la venusta volta celeste ingagliardendo
purchessia zefiro primaverile,
l’endemica peculiarità di quell’edonistico cielo
librava assidua compenetrando nei reconditi precordi
assisi nel mio estasiato cuore.
Era una meravigliosa domenica di maggio inoltrato,
aprichi raggi frizionavano sitibonde gote carnicine,
leggiadri effluvi ammaliavano, rinvigorivano
l’icastica giovinezza della quale ero inconcussa protagonista,
un’indicibile euforia sublimava l’eccelsa pretta semplicità
che miracolava quel melodico, preternale albore diurno.
Respiravo impetuosamente l’eterea libidine
cagionata durante l’armonico alitar essudato
mediante epici fermenti pindarici:
tutto sarebbe stato fattibile, qualsivoglia irrazionale ardore
avrebbe plasmato una presagita realtà,
austere inibizioni sarebbero state trasmutate in emancipate,
propugnatrici libertà; persino le più venerande senilità
avrebbero assaporato l’afrodisiaca ambrosia circonfusa
addentro illibate puerizie innate.

Nostalgia

Una semplice, prodigiosamente sinfonica parola
la quale aleggia sovra l’effimera, assiomatica materialità umana
conquidendo le sempiterne emozioni prolificate durante versatili, plurime stagioni.
Essa tuttavia è gravida d’una integerrima pienezza
che ingagliardisce soavi zefiri primaverili
ove qualsivoglia aggraziata, aurea brezza
pervada l’edenistico illeggiadrire profuso
addentro ambenti, ignei cuor ardenti:
orsù tralucerebbe nefasto saggiar l’elisiriaco nepente
qualora langua emaciato l’asservito peregrinante
la cui riarsa mente aneli imbevere perspicue quintessenze
attingendo virtuose acque sorgive trasudate
mediante melodiose rimembranze giovanili?
Procreerebbe stolda, mordace stupefazione
allorquando il senile, vegliardo semente
brami mietere floridi, rubicondi
giorni azzimati con serafico lindore
ed invitta tersezza commensarurabile
ad un idillico oceano pervinca?
Onde diramerebbe l’auspicabile, eruttivo precetto
d’intridere, giubilare l’imperitura caducità
che la vita irroga solerte
irradiando ambrate, aurate ricordanze
enfiate ed inturgidite di rugiadose affezioni fanciullesche?
Oh incondizionata, imperante nostalgia
sorgi, traspari, fluisci ed irrompi rosea
sebbene ti respiri durante prosternati, melanconici frangenti.

Indicibile limpidezza

Sotto quest’indaco cielo
la cui adonistica tersità sembra effigiare
l’inestimabile tua ialina, virginea icona
sopravviene placido un nembo genuinamente inoffensivo,
privo di qualsivoglia sentore nefasto,
contemplo rilucente il suo tumido, olezzante nitore:
esso volteggia indefesso, pertinace
comparabile ad un perenne ritmo eufonico.
Cadenzo un’ineluttabile, insopprimibile interpellanza:
“Quale venusta, soave genesi può arrecarne la ninfatica, augusta fulgidezza?
Quale aggraziata brezza ne soffonde l’edulcorato stormire?”
Infatuata per via della venerabile parvenza
l’accolgo come un sublime dono, forgiando prospere, liete certezze:
”sia dunque una magnificente virtù propagatrice d’intense emozionalità
che debbono essere vissute profondamente!”
Prodigo fraterno fervore asperso mediante roride gocce giovanili
le quali imperleranno i nostri cammini affinché esaleremo congiuntamente
il medesimo ed inebriante respiro dai cui miti, benevoli sussurri
addurremo i pudichi, evangelizzati organi generativi
acciocché proselite, condiscendenti creature potranno catechizzare
l’inscindibile ed inestricabile amore, veridica, universale forza corporea umana.
Protendo la mia gracile mano indubbia dell’incipiente beltà cui ambisco tastare,
essa eromperà ieratica all’interno della mia inconfessata, indomita indole veemente;
effonderà voluttuose linfe fruttifere
frangendo tumultuosamente venefici vituperi, lepide protervie
in un olimpico, sericeo silenzio argentino.
Sia pertanto precipua sostanza vitale
l’inclita, ascetica egloga che trasumani rutilante
addentro codesto probo, intemerato romanzo esistenziale.

Fervida gioventà

Una parca, lisa lontananza umana tuttavia dall’edace ansito viscerale
sfocia inemendabile assurgendo frigide inerzie,
essa aggioga l’incanutito aere avulso e discosto
dalle virenti, ardite, pudibonde primavere giovanili…
Laddove germinavano fulgenti, inondanti, opime nature silvane
or ora si discerne la perlacea coltre mattutina
ispirata a seguir l’inane, disincantato crepuscolo serotino.
Senili fattezze plasmano il riarso, estenuato mio vetusto volto:
prolifera irrompente l’altisonante, melanconico riverbero
allorquando irraggiavo amena nell’ineffabile tuo turgido abbraccio,
riecheggio l’euritmica spensieratezza ch’irrorava l’estivo imbrunire
coltivato ad enumerare, alimentare i bramosi sogni
indubbi che sarebbero stati forgiati trascendendo
purchessia avversità, nonostante il loro aleatorio imperversare;
delibo la venerea ambrosia mediante cui sciorinavi
folgoranti sorrisi, gremivi i cerulei empirei siderali
e con naturale semplicità miracolavi
un verginale tersore sino agli obliati, ripudiati precordi.
Ancor più angustiata, velenifera mestizia languisce esiziale
allorché contemplo le rievocazioni delle nostre infervorate corse,
madide stille sudorifere grondavano aitanti
accorpando flautati sforzi in un’inscindibile sentimento amorevole.
Tutto ciò è stemperato, franto addentro l’egemonica evanescenza
dell’effimero, cagionevole soffio esistenziale:
quella funerea, reboante brezza contro cui alcun coriaceo, adamantino baluardo
possa ostentare prode ed ardita resistenza.
Un’opalina solitudine monocorde, imperturbabile compagna
veste, nutre i miei longevi, scipiti giorni:
talvolta riesco a scalfirla ridestando la nostra gloriosa, aurifera gioventù;
sei l’inestimabile passato che imbeve con benefica soavità l’attuale presente
ed erige l’incipiente futuro grazie ai nostri liberi, luminosi giorni trapassati.