Damiano Oberoffer vive a Vanzone con San Carlo, un piccolo paese ai piedi del Monte Rosa, in provincia di Verbania.
Nato nel 1990, da qualche anno coltiva grandi obiettivi e numerose passioni, tra cui la musica, la scrittura e la politica.
Dopo essersi diplomato a pieni voti, diventa docente in un istituto professionale alberghiero, continuando, nel frattempo, a praticare il proprio lavoro di tecnico dei servizi della ristorazione.
Il mistero della fede è il suo libro d’esordio.
Una cosa era certa: non avrebbe mai imparato ad usare il computer. Quel nuovo portatile, solevano ripetere i suoi collaboratori, gli avrebbe dato un grande aiuto a svolgere i suoi “doveri burocratici”, ma lui, forse un po’ per pigrizia, non era mai riuscito a trovare in quell’aggeggio una concreta utilità. Preferiva, da testardo, usare la vecchia e fedele macchina da scrivere. Ogni qualvolta che provava ad accendere quel computer, finiva nel novanta per cento dei casi col bloccarlo.
Da oltre tre ore, il vescovo Giovanni Bazzanchi stava incollato alla sedia della sua scrivania a firmare carte, leggere e scrivere documenti. Un “lavoraccio”, come si diceva spesso, ma assolutamente necessario. Per ogni uomo di Chiesa ai suoi livelli era richiesto anche il sacrificio di passare tra le mani carte di ogni colore, formato e tipo.
Appena finì la bottiglietta d’acqua che teneva sempre sul tavolo, il telefono cominciò a squillare. Si tolse gli occhiali e alzò la cornetta. «Bazzanchi… Sì, hai bisogno?... No, sono ancora in ufficio… Sì… Una lettera?... Da Roma?... Va bene, dammi solo un minuto.» E chiuse la comunicazione. Dopodiché si affrettò a riordinare tutti gli incartamenti che aveva sparso sulla scrivania e a riporli in un armadio a muro sul fondo del locale.
In pochi secondi scese i due piani di scale dell’edificio e uscì sul piazzale antistante.
Ad attenderlo c’era l’uomo della telefonata: il suo segretario, Massimo di Carlo. «Mi dispiace averla disturbata, ma si tratta di qualcosa di molto importante» si spiegò, aprendo la porta dell’auto. «Guido io, le dispiace?»
«Fa’ pure» rispose il vescovo.
Dopo che quest’ultimo fu salito, l’altro accese il motore e si avviò verso la strada principale, distante pochi metri.
«Sputa il rospo, Massimo. Dove stiamo andando, ma soprattutto, per quale inspiegato motivo? E poi così di fretta?»
«Ora le spiego. La lettera di cui le ho accennato al telefono è arrivata ieri mattina. L’ho letta: contiene notizie molto delicate.»
«Potrei vederla?»
Il segretario svoltò a sinistra, in direzione dell’autostrada. «E’ sul sedile dietro di lei.»
Bazzanchi allungò il braccio, afferrò la busta e l’aprì. Conteneva un semplice foglio, intestato a lui. Il testo diceva:
Sua Eccellenza Monsignor Giovanni Bazzanchi,
con la presente La informiamo che la Santa Sede, in seguito a notizie di un presunto miracolo in un paese di nome Nevanzo, sito nella sua diocesi, ha ferma intenzione di indagare sui fatti che si sono verificati in quella località e gradisce, pertanto, un suo attivo impegno per far fronte alle nostre esigenze.
Attendiamo notizie riguardo il caso. Non è nelle nostre intenzioni assistere a voci di “miracolo divino” senza che siano state riscontrate prove certe del suo reale verificarsi.
La ringraziamo fin d’ora per il minuzioso lavoro di ispezione che vorrà offrire alla Chiesa Cattolica.
Cordiali saluti,
Cardinale
Fabrizio Torvona
«Perbacco! Una vera e propria missione top-secret, allora! Un incarico di notevoli difficoltà!» Bazzanchi era più stupito che eccitato. Non aveva mai indagato su un miracolo.
«Ho telefonato a Roma e mi hanno autorizzato a seguirla in ogni passo della vicenda. Inoltre, mi sono informato per bene riguardo alla strada da percorrere per raggiungere questo paese, Nevanzo; in un paio d’ore saremo là.»
«Sai qualcosa di più su questo possibile miracolo?»
«Sì, ma non molto. Al telefono mi hanno spiegato che il caso su cui dovrà indagare riguarderebbe, pensi, la completa guarigione di una donna inferma da tempo, costretta da anni su una sedia a rotelle. Un evento quasi incredibile. Purtroppo, però, non so altro.»
«Interessante...»
«Già.» Massimo accese la radio.
«Indagheremo insieme. Non posso farcela da solo. Ormai sono diventato vecchio e rimbambito.»
L’altro sorrise. «Non pensavo gliene importasse più di miracoli alla Santa Sede. Credevo fossero passati ad altro.»
«Evidentemente» proseguì il vescovo «sono ancora attuali e vengono considerati aspetti di concreta espressione dell’infinito potere di Nostro Signore.»
da IL MISTERO DELLA FEDE (Boopen editore)
Marco Renzi era un ragazzo come tutti gli altri.
Vent’anni passati bene, con un diploma, una famiglia senza troppe pretese, una vita passata nella condizione di poter fare quasi tutto. Un’esistenza libera, insomma, e dignitosa.
Ciò che gli mancava era solo un posto di lavoro. Un miraggio.
Quello che aveva tra le mani era il terzo romanzo che leggeva, uno strano libro ambientato nelle foreste del centr’Africa, regalatogli da una ex compagna di classe.
Il sole era caldissimo. Poteva cuocersi benissimo delle uova sul vialetto asfaltato che aveva di fronte.
Dopo aver impiegato tutta la mattina a decidere cosa fare quel pomeriggio, si era diretto ai giardini pubblici e si era seduto su una panchina, piena di scritte inutili, tagli e incisioni. Ma non gli faceva ribrezzo: sedersi in panche così era la normalità.
Quindici pagine gli bastarono per fargli venire male alla testa. Non era abituato.
Appena un attimo e, alla sua sinistra, si mise a sedere un vecchio sulla settantina, con un bastone mal ridotto e il respiro affannoso.
Per un po’ fece come se non ci fosse; si mise a guardare in giro senza mai portare lo sguardo sull’anziano. Contemplò due ragazze in tuta da jogging, quattro giovincelli intenti a giocare al pallone, un cagnolino apparentemente senza padrone che faceva i suoi bisogni sotto il cartello “Tenere i cani al guinzaglio”.
Poi, raccolse il coraggio e si spostò sui pochissimi capelli bianchi del signore.
«Sto facendo chemioterapie. Per questo ho poco o niente sulla testa.»
Le parole del vecchio, inaspettate, lo fecero sobbalzare.
«Capisco.»
«Il problema, però, è che non ho mai avuto niente dentro la testa.» L’anziano si voltò verso di lui, mostrando i suoi occhi velati.
Fu in quel momento che Marco apprese che era cieco.
«Nella vita si compiono tanti sbagli, più o meno perdonabili o aggiustabili…»
“Cos’è, mi ha scambiato per un prete confessore?”
«Ma quando arrivi al punto di apprendere, in piena coscienza e lucidità, che la tua vita è stata un unico grosso sbaglio, capisci che è finita.»
Marco rimaneva zitto. E cosa doveva dire? Non sapeva neanche chi fosse.
«Per il mio solo divertimento ho perso la famiglia che amavo, ma forse non abbastanza. Per l’inquinamento che anch’io, in anni di menefreghismo ho contribuito ad alimentare, mi sono ammalato di cancro per quattro volte. Per la mia indifferenza verso la politica, mi ritrovo dopo anni di duro lavoro, con una pensione misera.»
«Che ingiustizie» si limitò a dire il ragazzo.
«Già. E’ ingiusto vedere il mondo in cui vivi andare in pezzi, ma è anche giusto che questo si ribelli contro di te, per fartela pagare…» Fece una breve pausa, per prendere fiato. «Quando ti accorgi di aver sempre sopravvalutato te stesso, di aver quotidianamente creduto di farla franca e vivere consumando e spremendo ogni ben di Dio; quando, nella tua condizione di benestante, non sei mai neanche lontanamente riuscito almeno una volta a pensare e soffrire per chi sta peggio di te, allora, in definitiva, puoi dichiararti fallito.»
«Non ha mai provato a fare qualcosa per cercare di ripianare i suoi errori?»
L’anziano si alzò a fatica e gli lanciò un ultimo sguardo prima di andarsene. «Ecco un altro sbaglio. L’ipocrisia.»
Passarono una dozzina di minuti finché Marco non si accorse di un piccolo particolare sulla panchina: un portafoglio, di pelle nera, lo stava osservando. “Caspita!”
Lo aprì per capire a chi potesse appartenere. In un battere di ciglia il suo dubbio venne confermato. Quell’oggetto era del signore che si era sfogato con lui: la foto sulla carta d’identità faceva emergere con chiarezza una somiglianza con l’anziano cieco.
Lesse i dati anagrafici. Si chiamava Marco Renzi.
Rimase a bocca aperta.
Non riusciva a crederci.
Aveva appena parlato con il suo futuro.