parlo con rime strambe
alterne diseguali
che ambiscono all’olimpo
e grattano le strade.
ma sento con ali d’aquila,
eco a parole immense.
vibra al mio fondo un lascito,
vincolo a imprese eterne.
nella luce del verso
ha voce la mia tensione,
lungimirante eterea
anziana maledizione.
succede solo quando scrivi
che quando scrivi, scrivere è un’urgenza,
un’ossessione, una dipendenza.
succede che ti svegli la mattina
ed accendere il pc è il tuo primo gesto,
naturale come aprire la finestra
per far entrare l’aria del mattino.
succede che c’hai ansia di fermare
sulla pagina in maniera quasi urgente
ogni tuo pensiero o meditare
con voglia di dir l’ultima parola,
perché scrivere in fondo è un dialogare.
quando il caffè diventa secondario,
la malattia è al traguardo più avanzato.
il compagno della notte è stato un monitor
ed ora ancora lì… ti sei guardato????
prima del resto t’era già successo
che avevi rinunciato a guardar fuori,
alla doccia, alla marmellata...
anche se sai che al tuo primo getto
non vien bene proprio quasi niente,
hai la fretta rabbiosa del talento.
e così giù a rovesciare alla tastiera,
che ora ti sembra un calamaio,
il conato semi-indifferente
della tua disadatta ispirazione:
con quello ci fai cena e colazione.
a me per esempio è capitato
di scrivere scrivere senza fiato
seduta per terra nel salotto
avendo (crederesti?) obliato
persino d’indossare le mutande.
e di aver visto poi scendere sangue
a fiotti sulle parole spaventate.
inciampate sul nastro
di una riga avorio e oro
visioni incerte, vaganti
han risalito le correnti
guizzanti come pesci,
vispe come un graffio.
e potresti giudicare
siano andate perse a fondo
senza un senso accattivante,
senza un significante.
impressioni briganti,
senza fissa dimora,
rifugiate nel mio verso,
almeno per stasera.