Credere è un atteggiamento mentale, una inclinazione, una predisposizione acquisita conservatrice o innovatrice in relazione ad un fatto certo, vero, possibile, impossibile,verosimile o inverosimile

materiale o spirituale. Spesso, il credere, ha a che fare con la religione o col mito, con una fede politica, una superstizione, un costume, una ideologia; può essere individuale o collettivo, riguardare il sacro o il profano, il razionale o l’irrazionale. Più propriamente, il credere è l’adesione esistenziale di un soggetto o di un gruppo a convinzioni per loro natura inverificabili da un punto di vista logico o empirico che copre più o meno l’arco delle manifestazioni umane. Spesso un’opinione, quando è statisticamente alta nella sua frequenza di rilevazione, assurge allo status di credo . “ L’opinione, fatto eminentemente sociale, è fonte di autorità” sosteneva Durkheim. Possiamo avere credi isolati o credi diffusi, locali o nazionali. Può essere rivolto a simboli, icone, oggetti e persone nei quali ci si identifichi o ci si riconosca. Nel caso religioso e non solo si fa: venerazione. Una credenza può essere tollerante o intollerante, ottimistica o pessimistica, esaltante o frustrante, conservatrice o innovatrice, neonata, pargolo o sepolta e relitto di una cultura, possono avere il ciclo di un anno o di una vita umana, riguardare il cielo, le anime, il soprannaturale, la fortuna o la sfortuna, possono affondare nell’alfabetismo o nella cultura, essere spontanee o inculcate. Quelle più universali attengono all’origine dell’uomo e alla sua fine, all’origine dell’universo e del suo scopo; a volte trasparenti alla ragione a volte limpide allo spirito, assurde o compatibili col buon senso. Non è infrequente che vadino a nozze con fanatismi e dogmi, culti religiosi o della persona. Fatto è che inondano il mondo dalla notte dei tempi. Abbiamo bisogno di un fulcro per trovare un equilibrio su cui sostenere la vita e ridurne la fatica quando dobbiamo affrontare l’inconoscibile e l’inafferrabile, orientare le nostre azioni nel labirinto delle possibilità di essere, qualcosa che ci orienti quando non sappiamo dove andare.

Dobbiamo distinguere il credere e ciò che è creduto. L’atto di credere è sempre lo stesso, cambiano solo i contenuti della credenza. Il fatto particolare che rende vero una credenza è: il suo obiettivo.

La relazione tra la credenza e il suo obiettivo è: il riferimento obiettivo della credenza.

La verità o la falsità della credenza si prova o si confuta analizzando la relazione che essa ha con l’obiettivo. Dal punto di vista mentale, ciò in cui si crede, per vero che sia, non è il fatto reale, che potrebbe anche non essere accaduto o accdibile, ma è quello che è nella mia mente, qualcosa che è in relazione con l’evento e che non va confuso con l’evento stesso. L’evento in me presente è il contenuto della credenza. Tra il contenuto e l’obiettivo vi è talvolta un vuoto. Non sappiamo nulla del mondo esterno, sappiamo solo ciò che è nel nostro pensiero. Il contenuto della credenza è sempre complesso e infinito è l’insieme di cose a cui possiamo credere.

Il contenuto di una credenza implica non solo una pluralità di elementi costituenti ma anche le relazioni che tra questi esistono e può essere costituito da parole soltanto, da immagini o di entrambi con la presenza di sensazioni. Guardo il cielo, penso a Dio, sento la mia appartenenza all’immanenza: credo. Una sensazione si trasforma e evolve in percezione.

Il contenuto di una credenza espresso verbalmente è una proposizione: la serie di parole o anche una singola esprime la cosa che si può affermare o negare. Noi possiamo assumere diverse attitudini o atteggiamenti difronte allo stesso contenuto, la conoscenza se ne fa interprete e crea diverse aspettative, ne fa suspense assenso o rifiuto o lo ignora.

La credenza è una specie di sentimento collegata più all’emozione che a qualsiasi altra cosa (James -Psicologia). A prova di questa affermazione che faccio mia, vi invito alla lettura della sottostante pagina estratta da ‘I lavoratori del mare’ di V. Hugo, nell’accezione religiosa e filosofica della credenza che qui vi è rappresentata.

SUB UMBRA

Siamo costretti alla fede, il risultato è credere per forza

A volte, Gilliatt apriva gli occhi e guardava le tenebre. Si sentiva stranamente commosso. L’occhio aperto nel buio. Situazione lugubre; ansia. La pressione dell’oscurità esiste. Un indefinibile soffitto di tenebre, una profonda oscurità nella quale è impossibile penetrare; una luce frammista a quell’oscurità, ma una non so quale luce smorzata e cupa. Chiarore ridotto in polvere. E’ seme? E’ cenere? Milioni di fiaccole senza la minima illuminazione; una vasta combustione che non svela il suo segreto; un diffondersi di fuoco polverizzato che sembra un volo di scintille arrestato; il disordine del turbine e la immobilità del sepolcro; il problema che offre uno spiraglio vertiginoso sull’abisso; l’enigma che mostra e cela il suo viso; l’infinito avvolto nel buio; ecco la notte. Tale sovrapposizione pesa sull’uomo. Quale amalgama di tutti i misteri, dal cosmico al fatale, opprime la mente umana. La pressione delle tenebre agisce in senso contrario sulle varie specie d’anima. Davanti alla notte, l’uomo si riconosce incompleto. Vede il buio e sente la propria debolezza, il cielo nero è l’uomo cieco. L’uomo a faccia a faccia con la notte, s’abbatte, si inginocchia, si prosterna, si distende bocconi, striscia verso un rifugio e cerca delle ali. Quasi sempre egli vuol fuggire l’informe presenza dell’ignoto. Si domanda che cosa sia, trema. si china, ignora e, talvolta anche, vuole andare incontro ad esso. Andare dove? Là! Là? Che cos’è? E che cosa c’è? Tale curiosità è evidentemente quella delle cose proibite perché da questo lato tutti i ponti sono rotti intorno all’uomo. Manca l’arco dell’infinito. Ma ciò che è proibito attira perché è abisso. Dove non va il piede, può giungere lo sguardo; dove lo sguardo si arresta, può proseguire lo spirito. Non vi è uomo che non tenti, per quanto debole e insufficiente sia. A seconda della sua natura, l’uomo è alla ricerca o pensoso davanti alla notte. Per alcuni è una compressione, per altri una dilatazione. Lo spettacolo è cupo. Vi si mischia l’indefinibile. La notte è serena? E’ un fondo d’ombra. E’ tempestosa? E’ un fondo di fumo. L’illimitato si offre e si rifiuta nel tempo stesso, chiuso all’esperimento, aperto all’ipotesi. Innumerevoli punteggiature di luci rendono più nera l’oscurità senza fondo: gemme, scintillii di astri, presenze accertate nell’ignorato, spaventose sfide ad andare a toccare quelle luci. Sono segnali di creazione nell’assoluto, limiti di distanza, là dove non vi sono più distanze, è un non so quale numerazione impossibile, e tuttavia reale, dei gradi della profondità. Un punto microscopico che brilla, poi un altro, poi ancora un altro: è l’impercettibile, è l’enorme.

Quella luce è un focolare, quel focolare è una stella, quella stella è un sole, quel sole è un universo, quell’universo non è nulla. Ogni numero è zero di fronte all’infinito. Quegli universi , che non sono nulla, esistono. Nell’osservarli si sente la differenza che passa tra l’essere nulla e il non essere. L’inaccessibile aggiunto all’impenetrabile, l’impenetrabile all’inesplicabile, l’inesplicabile all’incommensurabile: ecco che cosa è il cielo. Da tale contemplazione deriva un fenomeno sublime, l’ingrandimento dell’anima per mezzo dello stupore. Il sacro terrore è proprio dell’uomo. La bestia non lo conosce. L’intelligenza ha, in quell’augusta paura, la sua eclisse e la sua prova. L’oscurità è una; da ciò l’orrore. E, nel tempo medesimo, è complessa; da ciò lo spavento. La sua unità fa massa sul nostro spirito e toglie il desiderio di resistere. La sua complessità fa si che noi ci guardiamo d’intorno da tutti i lati e ci pare di dover temere bruschi assalti. Ci arrendiamo e ci guardiamo. Siamo in presenza del Tutto, da ciò la sottomissione; e dei Molti, da ciò la diffidenza. L’unità della tenebra contiene un multiplo. Multiplo misterioso, visibile nella materia, percepibile nel pensiero. Tace, motivo di più per stare in guardia. La notte è lo stato proprio e normale della creazione di cui facciamo parte. Il giorno, breve nella sua durata come nello spazio, non è che una prossimità di astro. Il prodigio notturno universale non si compie senza attriti, e tutti gli attriti di una macchina simile intaccano l’esistenza. E ciò che noi chiamiamo Male è l’attrito della macchina. In quell’oscurità sentiamo il Male, latente smentita all’ordine divino, bestemmia implicita del fatto ribelle all’ideale. Il male complica di una indefinibile teratologia dalle mille teste l’immenso complesso cosmico. Il male è presente a tutto per protestare. E’ uragano, e tormenta la rotta di una nave; è caos, e intralcia la nascita di un mondo. Il bene ha unità; il Male l’ubiquità. Il Male sconcerta la vita, che è una logica. Fa divorare la mosca dall’uccello e il pianeta dalla cometa. Il Male è una cancellazione sulla creazione.

L’oscurità notturna è piena di vertigine. Chi la approfondisce, si sommerge in essa e vi dibatte. Nessuna fatica è paragonabile all’esame delle tenebre. E’ come lo studio di una cosa svanita. Non vi è un posto definitivo sul quale appoggiare lo spirito. punti di partenza e non un punto di arrivo. L’incrociarsi delle soluzioni contraddittorie, tutte le ramificazioni del dubbio che si offrono contemporaneamente, tutta la molteplicità dei fenomeni che si svolgono senza limite sotto una spinta indefinibile, tutte le leggi che si confondono l’una con l’altra, una promiscuità insondabile, la quale fa sì che la mineralizzazione vegeti, che la vegetazione viva, che il pensiero pesi, che l’amore risplenda e che la gravitazione ami; l’immenso fronte di attacco di tutte le questioni che si sviluppano nell’oscurità illimitata; l’intravisto che abbozza l’ignorato, la simultaneità cosmica in piena apparizione, non per lo sguardo ma per l’intelligenza, nel grande spazio indistinto; l’invisibile divenuto visione. Ecco l’ombra. L’uomo è sotto di essa.

Non conosce i particolari ma sopporta, in quantità proporzionale al suo spirito, il peso mostruoso dell’insieme. Tale ossessione spingeva i pastori della Caldea verso l’astronomia. Dai pori della creazione escono rivelazioni involontarie; si forma, in certo modo, un trasudamento di scienza, che vince l’ignorante. Ogni solitario, per effetto di tale penetrazione misteriosa, diviene, spesso senza rendersene conto, un filosofo istintivo.

L’oscurità è invisibile. E’ abitata. Abitata senza spostamento da parte dell’assoluto; abitata con spostamento. Qualche cosa si muove in essa. Una formazione sacre vi compie le sue fasi. Premeditazioni, potenze, destinazioni volute vi elaborano in comune un’opera smisurata. Una vita terribile e orribile è lì dentro. Vi sono vaste evoluzioni di astri, la famiglia stellare, la famiglia planetaria, il polline zodiacale, il Quid divinum delle correnti, delle emanazioni, delle polarizzazioni e delle attrazioni; vi sono l’abbraccio e l’antagonismo, uno stupendo flusso e riflusso di antitesi universali, l’imponderabile in libertà in mezzo ai centri fissi; vi sono la linfa nei globi, la luce fuori dai globi, l’atomo errante, il germe sparso, curve di fecondazioni, incontri d’accoppiamento e di lotta, profusioni inaudite, distanze che somigliano a sogni, circolazioni vertiginose, sprofondamenti di mondi nell’incalcolabile, prodigi che si inseguono nelle tenebre, un meccanismo unico, soffi di sfere che fuggono, ruote che si sentono girare. Il dotto fa ipotesi, l’ignorante consente e trema. E’ una cosa che esiste e che sfugge: è l’inespugnabile; è fuori di portata, fuori di qualunque avvicinamento. Rimaniamo convinti fino all’oppressione. Non so quale nera evidenza ci sovrasti. non possiamo afferrare nulla. Siamo schiacciati dall’impalpabile. Dappertutto l’incomprensibile; l’inintelligibile in nessun luogo. Aggiungete a tutto ciò la temibile domanda :” E’ un Essere questa Immanenza? “. Siamo sotto l’ombra. Guardiamo. Ascoltiamo.

Intanto la cupa terra cammina e gira. i fiori hanno coscienza di questo movimento enorme: la silene si schiude alle undici di notte e l’emerocallide alle cinque del mattino. Regolarità impressionanti!

In altre profondità, la goccia d’acqua diviene un mondo, l’infusorio pullula, la fecondità gigantesca esce dall’animaletto infinitesimale, l’impercettibile fa mostra della sua grandezza, l’immensità si manifesta in senso inverso; una diatomea produce in un’ora milletrecento milioni di diatomee.

Che proporsi di tutti gli enigmi insieme!

E’ l’irriducibile. Siamo costretti alla fede, il risultato è credere per forza. Ma aver fede non basta per sentirsi tranquilli. La fede ha un non so quale bizzarro bisogno di forma. Da ciò le religioni. Niente opprime come una credenza priva di limiti. Comunque si pensi. qualunque cosa si voglia, qualunque sia la resistenza che possiamo trovare in noi stessi, guardare l’oscurità non è guardare, è contemplare. Che fare di quei fenomeni? Come muoversi sotto la loro convergenza? E’ impossibile distruggere quella pressione. Quale fantasticheria adottare a tutte quelle misteriose conclusioni? Quante rivelazioni astruse, simultanee, intermittenti, che si fanno oscure per il loro stesso gran numero, specie di balbettii del verbo! L’ombra è un silenzio, ma quel silenzio dice tutto.

Una risultante balza maestosa da essa: Dio. Nozione insopprimibile, essa è nell’uomo. I sillogismi, le dispute, le negazioni, i sistemi, le religioni le passano sopra senza diminuirla. E l’ombra tutta intera è lì per affermare quella nozione. Ma la confusione regna su tutto il resto. Immanenza formidabile. L’inesprimibile accordo delle forze si manifesta nel mantenere in equilibrio tutta quella tenebra. L’universo penzola e nulla cade. Lo spostamento incessante e smisurato si compie senza danni e senza sconquassi. L’uomo partecipa a quale movimento di traslazione e chiama destino la quantità di oscillazione che subisce. Dove comincia il destino? Dove finisce la natura? Quale differenza corre tra un avvenimento e una stagione, tra un dolore e una pioggia, tra una virtù e una stella? Un’ora non è forse un’onda? Gli ingranaggi in moto seguitano la loro rivoluzione impassibile senza rispondere all’uomo. Il cielo stellato è una visione di ruote, di bilancieri e di contrappesi. E’ la contemplazione suprema cui si aggiunge la suprema meditazione. E’ tutta la realtà più tutta l’astrazione. Più oltre, nulla. Ci sentiamo presi. Siamo in balia di quell’oscurità. Non c’è via di scampo. Ci vediamo nell’ingranaggio, siamo parte integrante di un Tutto ignorato, sentiamo l’ignoto che è in noi fraternizzare misteriosamente con un ignoto che è fuori di noi.

Questo è l’annunzio sublime della morte. Quale angoscia e, al tempo stesso, quale incanto!

Aderire all’infinito, essere indotti da quell’aderenza ad attribuire a se stessi un’immortalità necessaria, e chissà, una possibile eternità, sentire nel flusso prodigioso di quel diluvio di vita universale la tenacia irrefrenabile dell’Io.

Guardare gli astri e dire: ” Io sono un’anima come te! “.

Tali enormità formano la Notte. Tutto questo, accresciuto dalla solitudine, pesava su Gilliatt.

Lo comprendeva egli? No.

Lo sentiva? Si.

Gilliatt era un grande spirito confuso e un gran cuore selvaggio.

Condividi e pubblica su:

  • email
  • Facebook
  • MySpace
  • Live
  • RSS
  • Twitter
  • oknotizie