Posted by Peppino Fieni.
Posted by Peppino Fieni.
Credere (P. Fieni)
Associamolo a vedere se ci riusciamo, ma non ci riusciamo perché non crediamo, eppure quando ci alziamo al mattino crediamo che vivremo, quando andiamo a dormire crediamo che ci sveglieremo il giorno seguente. Poi, quando parliamo, crediamo a quello che diciamo e, se poi scriviamo qualsiasi cosa, legale o narrativa, crediamo.
Quando amiamo crediamo, se ci capita di avere un amico, crediamo che sia un amico, se siamo convinti di essere “ vinti” crediamo.
Adesso stiamo leggendo e crediamo di saper leggere.
Abbiamo voglia di pizza e crediamo che abbiamo voglia di pizza, educhiamo i nostro figli, se ce li abbiamo, e crediamo.
Respiriamo, non ci accorgiamo, ma crediamo, pensiamo e crediamo che sia pensiero. Preghiamo se abbiamo paura e crediamo, mangiamo se abbiamo fame e preghiamo. Ridiamo se ci raccontano una barzelletta e crediamo di ridere, leggiamo il giornale e crediamo di leggere il giornale.
Vediamo i nostri genitori, magari li amiamo perché ci hanno cresciuto e crediamo di amare.
Vediamo la televisione e crediamo che sia la televisione perché crediamo di saperlo, siamo abituati.
L’uomo della pietra vedeva la pietra e provava ad usarla, e credeva che lo poteva aiutare per l’istinto alla vita.
Facciamo una partita a poker perché crediamo che possiamo vincere.
E poi, scusate!
Viviamo perché crediamo che sia meglio vivere che non.
Crediamo al medico perché ci serve e crediamo che lui abbia studiato.
Vediamo oggetti e persone e crediamo che esistano veramente.
Crediamo di avere un’anima e quasi la tocchiamo, anche se non la vediamo.
Pensiamo che la vita finisce e crediamo che un giorno succederà, anche se quello che ci riguarda in questo frangente è lo spirito.
Diciamo che ognuno ha la propria filosofia e crediamo nella filosofia che è implicita alla nostra vita.
Pensate: crediamo a un sacco di cose e la nostra fede è quasi incrollabile, punti di riferimento in cui la parola mento è abolita.
Allora, in fondo crediamo e, senza credere, non c’è neanche un vedere, sappiamo.
Della Certezza di Wittgenstein dice, a modo suo questo.
Quando l’ho comprato nel 1969 edizioni Einaudi ho chiesto al libraio perché costava così tanto.
Il libraio, che mi conosceva, mi ha risposto che pochi comprano questo libro perché pochi credono.
Gli ho risposto che forse la gente non sa di credere anche se è l’unico infinito che usa e pensa sempre.
Al momento sulla filosofia ho da dire questo, voi dite che è mistica ? Può darsi, ne parleremo ancora. Se vi interessa leggete perché quando leggete è inevitabile che credete di leggere.
Il credere non ha misura comune col conoscere: quando si crede ci si immagina che sia, quando si conosce si è consapevoli che è, e anche che ciò che è deriva ed è contenuto in ciò che “non è”, e non è perché è causa dell’essere e, in quanto causa, non vi partecipa direttamente né da questi può essere modificata. Un esempio che chiarisce meglio ciò che intendo è dato dalle considerazioni che l’uomo fa attorno e dentro la sfera spirituale, la quale si riferisce alla trascendenza del principio unico dal quale discendono, a cascata e secondo un ordine gerarchico dipendente dalla prossimità a questo principio primo, gli altri principi che legiferano l’esistenza. Chi “crede” crede a una delle tante rivelazioni che si esprimono nelle religioni “non duali” del pianeta, mentre chi conosce sa che le religioni non duali sono, analogamente alle lingue, espressioni differenziate degli stessi principi universali che sono il riflesso irradiato dell’Assoluto senza nome. La vera consapevolezza non è di un ordine mentale, ma spirituale, ed è esperienza diretta e immediata frutto della volontà dell’Assoluto, il quale stabilisce la possibilità di comunicazione tra l’individuale e il proprio centro universale, uguale per tutti gli esseri, ma aperto solo in colui che possiede le qualificazioni per guardare la Verità senza impazzire. Verità che, in quest’ultimo caso, non è più relativa e discutibile, e nemmeno è un’idea o un’invenzione dell’individuo, il quale potrà solo vederla ma mai possederla, così come il meno non può possedere il più.
Grazie Walter e Massimo per aver raccolto questo invito per tentare, ognuno con la propria filosofia dell’esistenza un confronto. Avete, si capisce, inteso che, questa sezione del blog ha l’intento di far emergere, liberamente, tutte le spressioni personali su ciò che riguarda la nostra quotidianità e anche il nostro modo di rapportarci ai fondamenti del pensiero comune. Appunto come il credere e il prossimo dolore. L’aporia dei fondamenti di Massimo Donà è stata utile per chiarire, se ce n’era bisogno, che da sempre il pensiero rincorre se stesso, diventa spirito, anima, inconscio secondo Freud e ormai tutti, anche inconscio collettivo secondo Jung. insomma il non detto è quello che vorrei , essendomi stato concesso, in questa sezione, far emergere, perché spesso oggi è interdetto nei luoghi istituzionali oal massimo commediato come in televisione, insomma solo apparenza.
Grazie ancora, forse era ora di incontrarci sulla vita che è comunque poesia. Ho alcune copie del mio PARADOSSO che invierei per iniziare uno scambio reale tra di noi, scambio di scritti già editi, per chi lo volesse: peppinofieni@libero.it , ma anche l’altro sopra funziona.
Saluti
Forse il nostro credere da corpo e dimensione alle cose, è il nostro credere o meno nel cuore della gente che fa si che della gente si diventi il cuore.
Del resto senza il nostro “credere” in qualcosa, non avrebbe senso alcuna cosa. Peppino sei un filosofo sopraffino…
Collettivo è solo il modo di moltiplicare l’individuale e mai rappresenta un innalzamento qualitativo, perché la quantità non aumenta la qualità. Il pensiero non è lo spirito, ma solo il mezzo attraverso il quale la mente decodifica l’ispirazione spirituale, per adattarla alla consequenzialità della realtà relativa. Non sempre il pensiero rincorre se stesso, lo fa quando non chiude il cerchio del proprio vorticare, e non lo chiude quando il pensiero è il frutto del credere e non del conoscere, delle ipotesi individuali o delle idee personali, ma se il pensiero è costruito attorno all’ispirazione spirituale nella sua perfezione, e non solo nella sua ombra, allora conoscerà le leggi sovra-temporali alle quali è sottomessa la manifestazione dell’esistenza, e chiuderà il cerchio delle proprie possibilità di conoscere, questa volta ordinate dalla visione interiore totale e perfetta, frutto dalla centratura di un essere quando questo essere ha maturato tutte le sue potenzialità diventando, per questo, più che un essere.
Qualità e quanità dice Massimo nion hanno una corrispondenza biunivoca. Perchè? Se con due pensioni si vive meglio che con una sola, parafrasando una nota pubblicità di tempo fa? E ancora questa aporia de fondamento filosofico che data almeno da Platone, ce la vogliamo giocare così solo col calcolo delle probabilità che col pensiero non ci sta e neanche con le quantità. Insomma dice Parisi che il nostro credere dà corpo e dimensione alle cose, dice invece Massimo che il collettivo è solo il modo di moltiplicare l’individuale. Allora è tutto a posto? Credere chela moltiplicazione ci dia una definitiva spiegazione, c’entra con l’aporia dei fondamenti in filosofia? Metterò altri temi e scopriremo insieme il fondo della via o se la strada è chiusa, se volete.
Grazie
Interessante dibattito!
Non ho studiato filosofia, ma vorrei esprimere ugualmente un mio pensiero.
L’uomo ha l’esigenza di credere a valori ed ideali, ha necessità di riferimenti e di rassicurazioni.
Il nostro credere, come afferma Parisi, dà dimensioni a ciò che per noi è importante, prioritario.
In psicomotricità il rapporto corporeo procede così: io-io; io-oggetto; io-gli altri ( P. Vajer). Così il pensiero si evolve alla scoperta e al controllo della realtà che ci circonda. La necessità di controllo su ciò che è la dimensione della nostra vita, forse tende al controllo del pensiero, ma esso sfugge spesso vagando nell’irrazionale, nella fantasia e nell’immaginazione. Il rapporto tra ciò che è razionale e ciò che non lo è, può creare lo squilibrio di ciò in cui si crede. Così si dovrà cercare un nuovo equilibrio, quindi la strada è aperta a tutte le possibilità del credere e del non credere.
Non so se in filosofia tutto questo è stato espresso, ma è un mio pensiero.
Saluti!
Maristella
Maristella, non ha importanza che tu abbia o non abbia studiato filosofia. Hai espresso, quasi alla lettera, il pensiero di Piaget, proprio lo psicologo della epistemologia genetica i cui centri, a partire dalla Svizzera, ma in tutto il mondo, aiutano tanti bambini a uno sviluppo sempre equilibrato. L”affermazione della Parisi è un intuito eccellente, come il tuo, secondo me.
Grazie
Qualità e quantità sono i primi due principi universali che contraddistinguono la manifestazione della realtà relativa. Ognuno dei due contiene l’altro e non può dirsi, all’interno della realtà divisa e costituita da relazioni, che ognuno dei due principi non contenga l’embrione in potenza dell’altro. In questo modo nella qualità, quando è già manifestata, c’è il polo della quantità e nella quantità c’è quello qualitativo. Uno non esclude l’altro, ma lo compendia, e non potrebbe essere altrimenti a causa del fatto che tutti i poli stessa unità sono contenuti in potenza e generati in atto dall’unico principio dal quale entrambi provengono e dal quale sono contenuti, come nell’unità è compresa la molteplicità. Su un piano particolare della realtà qualità e quantità sono in relazione tra loro, in modo che all’aumento dall’una corrisponde una diminuzione dell’altra. Così funziona qualsiasi raffinazione che riduce la quantità a favore della qualità o viceversa, riduce la qualità per aumentare la quantità. Occorre sempre avere chiara la chiave interpretativa che si sta usando e che caratterizzerà il punto di vista dal quale si osserva qualcosa. La quantità è misurabile e, appunto, quantificabile, mentre la qualità è il frutto dell’orientamento che è senso e direzione spaziale, quando costituisce oggetti formali, mentre è costituita dall’intenzione quando è riferita alla sfera spirituale. È l’intenzione di chi l’ha messa in atto che stabilisce la direzione e il senso di un’azione, e si dà il caso di due volontà con intenzioni opposte tra loro che, pur ottenendo risultati analoghi, daranno a questi risultati valori diversi e corrispondenti alla qualità diversa delle intenzioni che li hanno determinati.
Tu dici che avere due pensioni migliorerebbe la vita di un pensionato? Perché allora il mondo del benessere e della comodità genera manichini depressi e stanchi di vivere? Perché il mondo si sta distruggendo? Dipende da cosa ci si immagina che sia la qualità, e su che piano la si intende vedere: se su quello dell’avere quantitativo o dell’essere qualitativo.
Se tu hai una sola scatola di biscotti li mangi con golosità, ma se in cantina hai diecimila di quelle scatole, quella che hai nella credenza non la apri neppure…
E’ con piacere che ti rileggo Massimo. Lo sforzo di esprimere agli altri il proprio punto di vista è sempre encomiabile, secondo me. Utile perchè è lo scopo di questa rubrica che tu, cortesemente, segui con grande attenzione, vedo. Sai che dalle diverse posizioni sono cresciute, per fortuna, tutte le teorie filosofiche, forse ancora prima dei presocratici in occidente. Se ci allarghiamo in oriente, constatiamo che teoria e pratica, empiristi e razionalisti per non dimenticare gli spiritualisti ,hanno costituito e costituiscono ancora il centro di osservazione della “realtà”. Sei qua, un compagno di viaggio. Alla fine, insieme ad altri, spero, scopriremo chi è il saggio. Certo che scherzo! Prevedo, naturalmente, un prossimo articolo e poi un prossimo e ancora un prossimo. Conversare non fa mai male con le parole. Ok, ti seguo e sarò attento anche se vorrai propormi tu spunti per costruire questa rubrica. Ti seguo.
La visuale che espongo non è di mia proprietà perché non è una mia invenzione o punto di vista. Essa costituisce la dottrina metafisica universale che è conoscenza sovra individuale che si riferisce all’universale che legifera l’esistenza. È questa appartenente alla centralità sovra temporale che è in tutte le realtà non occupando nessun luogo particolare. Le filosofie non possono comprendere la metafisica la quale non è un tipo di filosofia, ma costituisce la centralità dei principi universali che sono la ragione interiore d’essere delle religioni non duali, le quali esprimono l’esprimibile che può essere alla portata di comprensione delle masse. La metafisica è, invece, frutto e conseguenza della visione diretta spirituale che non è mediata dalla mente ed è comunicabile solo nella superficie dovendo escludere l’Essenza che non è relativa. Questo è opportuno specificarlo per evitare di essere fraintesi. L’unica parte che mi appartiene dell’esporre la dottrina, riferita ai vari ambiti di discussione del sito è inerente alla scelta dei modi di espressione e dei termini che devono essere il più rigorosamente aderenti al significato che devo mostrare. È anche l’unica imperfezione di ciò che espongo.
Peccato sig. Vaj, siamo rimasti soli, per il momento. Capisco quello che Lei dice e La ringrazio della Sua tempestività. Affronteremo un altro tema, facendo decantare questo. Ok
parto sempre da un pressupposto…..non credo se non vedo….eppure la vita mi ha insegnato a vedere proprio dove l’invisibile si manifesta…….credere vuol dire sperare che qualcosa accada,esista….la vita ruota intorno al credo….non quello religioso……anche…..ma non solo……..credere aiuta a vivere……..e’ un discorso complesso……..e’ un po’ come la legge d’attrazzione spiegata nel libro”the secret”……il succo di quel libro bellissimo altro non e’ che vivere per credere…….desiderare e avere………si desidera cio’ in cui crediamo possibile…..e dice che in fondo tutto e’ possibile…..basta crederci……….crederci….desiderare….ottenere………bello……proprio il segreto dell’esistenza…..credere e basta….non importa in cosa…….l’importante e sentirsi vivi.
San Tommaso è famoso per questo. E l’importante è sentirsi vivi, mi è piaciuta molto come chiusura.
E’ forse la radice del credere, e chi lo sa? A me è piaciuta.
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Credere per credere, o voler conoscere per poi credere? Meglio la seconda…