Posted by Simone Fieni.
Posted by Simone Fieni.
Parlando di possibile poesia
Il nostro Angelo Michele Cozza ci regala una conversazione sull’ essenza della poesia.
Stimato Michele, e’ naturale e doveroso ringraziarti per la generosità
di giudizio e l’abbondanza di lusinghe per quanto, goffamente, ma sempre
spinto dal cuore più che dalla velleità di far poesia, sono andato
elaborando nel corso di questi anni. Credo che da uno ’scugnizzo’ non si
potesse pretendere di più. Non ho voluto altro che dare sfogo alle ‘voci
di dentro’, quelle che spesso non si ascoltano o si mettono a tacere per
difettiva virilità’ interiore o ancora perché la riflessione e
l’introspezione sono distratti da altre occupazioni. Dai miei sgorbi
letterati traspare spesso un sottofondo di tristezze e io non ho voluto
eludere le pene del mio animo per apparire quello che non sono: un uomo
spesso assalito da crisi esistenziali fin dalla giovinezza. Il mondo in
cui viviamo ha le sue costrizioni scritte e non scritte a cui bisogna
obbedire per non proporre edizioni straordinarie di se stessi o altri
calchi dalla fisionomia inconsueta che mostrino un’autenticità
primitiva. Io non ho voluto controfigure! Ma ciò che in noi è, se non
riceve l’assenso permissivo degli schematismi comportamentali, deve
essere represso? Non si uccide il sé invisibile reprimendo l’essenza
più’ profonda della nostra coscienza, se i pensieri forziamo a
nascondersi ogni qualvolta temiamo che il loro nudo e schiamazzante
apparire possa far sobbalzare i dormienti o i rassegnati secolarizzati
chetati dai loro nirvana? Dispieghiamoci e lasciamo intravedere le
nostre venature e sfumature, gli strozzi che impediscono il fluire
scorrevole del nostro sangue, le estese chiazze di cattivo umore, le
tarmature e le trame che raffigurano con metaforiche rappresentazione le
idealità e i disinganni che ci sostennero o patimmo quando si andava
sviluppando la nostra vita lungo i gradienti del tempo che, ad ogni
tangenza significativa, ci provava e convinceva della nostra mera
apparenza, maschera che banale reclamava una centralità che non aveva,
né può’ avere. Si vive perché ci e’ dato vivere cosi’ come esiste il
sole e nessuna ragione definitiva o specifica può dirci perché esso sia
collocato in un punto privo di coordinate dell’adimensionale universo.
Ma abbiamo tuttavia bisogno, euclidei, di assegnarci uno spazio in cui
affermare la nostra esistenza, di crearci un convincimento che ci
allontani dall’inutilità di sapere di noi e degli altri poiché
incolmabile resterà sempre l’ancestrale ignoranza. Nella fluttuazione
dei sentimenti e nella casuale serpentina degli anni vividi è facile
declamarne le ascese e gli abbrivi ma il raccontare la delusione per il
loro reclinare più tardi è molto difficile, oserei dire ‘doloroso’.
Salvo qualche raro contro esempio nelle cronache del cuore che ho
editato, centrale sempre appariva il trauma doloroso e esistenziale del
distacco da ciò a cui avremmo sempre voluto rimanere attaccati:
l’affetto, l’amore con i suoi scrosci tante volte immaginato quando alto
era il fervore dell’animo, frizzante la giovinezza e i suoi brividi ci
attraversavano per un futuro in divenire, lo straripamento di
un’emozione fantastica improvvisatasi. Quando ’si smette di non sapere’
l’avanzare dello scavo che la vanga del logorio opera silenziosa e
prendiamo appunti sui nostri rinsecchimenti, soli e senza promesse
mantenibile di immortalità, si leva la disperazione contro l’inevitabile
decadenza e scomponimento della propria vita. Opposizione inutile,
disperata fallibile eppure sostenuta con tanta forza spirituale e
commovente! Si necessita di uno sfogo, si inventa una valvola di sfiato
che regoli la pressione delle siderali paure e ci consenta il non
esplodere con una deflagrazione che ci restituirebbe alla polvere da cui
siamo venuti. I momenti in cui si fa buio e le stelle vacillano si
immillano e conservare intatta l’abitudine di vivere, senza chiedercene
il perché, diventa sempre più problematico e allora si cede: trionfa e
si afferma il non senso. La maschera più non vuol stare sul volto e se
ci guardiamo allo specchio si mostrano le devastazioni che celammo agli
altri e a noi stessi. Nulla più può accadere per interrompere l’adagio
precipitare sullo scivolo vorticoso del nulla e così ci si illude che
forse, ancora, l’amore sia capace di distrarre la nostra attenzione
puntata sui tornanti discendenti che di volta in volta impegniamo. Non è
forse in Eros il principio della vita? Nelle cose che sono andato
scrivendo, pur se a volte spicca la secchezza di essere. sempre
rintracciabile e divampante, è il desiderio dell’altro: ora visibile,
ora rimpianto, rincorso, prossimo o remoto. Era in questa fantastica
ansia di raggiungere il possesso di un amore indefinito, brama che non
tace e non si assopisce, che si andava disegnando l’ordito
dell’epressione creativa: fili di tinte diverse presi a caso dalla
merceria della memoria e delle esperienze vissute per ottenere qualcosa
che evocasse una forma, un viso, un ricordo, un’emozione ormai
irreperibili nel presente e solo malinconicamente immaginabili. Io ho
scritto senza temi assegnati, senza tecnica o metodi propositivi, ho
messo le parole lì dove potevano stare, così come son venute, a caso in
uno sviluppo quasi selvaggio e indisciplinato e, spesso, in una
immediatezza istintiva ed emotiva più che cerebrale. Poche volte mi son
lasciato tiranneggiare dalla preoccupazione di dover rendere piacevole
ciò che gli altri avrebbero letto. Del mugolare e storcere il naso che
avrei raccolto poco importava: tanto era quello che sentivo e in quel
modo riuscivo ad esprimerlo. Non avrei potuto farlo secondo il ritmo e
gli accenti di quanti altri avrebbero approvato. Sovente si rintraccia
una sfacciata preminenza dell’io: egocentrismo da me non voluto e poi
mal sopportabile dal lettore occasionale che si fosse limitato ad un
testo specifico. Poesie ‘ stinte, intrise di atre cadenze esistenziali’
tratteggianti una psicologia mai arrendevole, pur se inclinata
dall’ineluttabilità di credere inutile ogni palpito di vita. Ma e’
possibile decretare inaccettabile quanto pur se in negativo si pensa?
Estravaganti elucubrazioni non hanno paritario diritto di proporsi
all’uditorio? Non va letta integralmente l’avventura del vivere, senza
omissioni, privata dell’usbergo di un ottimismo smoderato? Non devono
essere ascoltati coloro che cianciano nei lori silenzi disperati per un
vivo guardare analitico sotto la cutanea sostanza delle cose ultime, per
chi oramai la limpida notte è solo un ricordo e ha perso del giorno il
calore del sole? Figura solitaria la mia; ingegnoso intrigo
autobiografico di tristevoli accadimenti la mia antologia domani, ancora
meno leggibile in una stampa sbiadita.
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ma te lo immagini il pastore che abita qui vicino leggere e capire queste parole?
gli intellettuali!