Libertà, lavoro !

Hai alla luce libertà, lavoro!
Chiamato potrai essere a pensare,
alla man che proverai a slegare
dal filo che ti tien e porta oro,

a chi, formando realtà ad arte,
mantiene nello stato di gramezza
colui che solo sogna la bellezza
il cui diritto natura imparte.

Segno devi all’uomo sì plagiato
cosicché scosso attacchi il forte
che antepon la sua a quella scritta.

Trapela raggio nella trama fitta,
reclama dunque alla giusta corte:
mi si ridia quel che m’han rubato!

Onesto contraente

Attraversai in fretta il giorno
inseguendo la notte attraente.
Al tramonto interrogai la mente
rassegnata al perduto contorno.

Il centro di cui conscio centro sono
mi donò una vista speculare
disvelando l’identità morale
atta a chiedere il perso dono.

Per la serenità, la condizione:
cedi quel che solo a te non veli.
Mostrando desiderio qual bisogno

fendi ignaro il futuro sogno.
Un passo indietro fa che riveli
l’essere puro per la redenzione.

Orrore e memoria

E’ ancor troppo giovane lo Stato
che compensi chi per sua natura
subì pene, accuse di iattura
per il mondo che l’ebbe generato?

Se diversi sul rogo medievale
seguì l’uso ai tempi del Taigeto,
scienza nazista guardando al feto
attuò sterminio come naturale.

Lacrime acri, singulti strozzanti
forman corpi dalle mie viscere
segni e parole per ogni figlio:

l’una o l’altra parte è periglio
se l’uno può all’altro permettere
di portar paterni passi avanti.

La rosa e il libro ...

M’accende per te superba passione
festeggiata sì alla catalana
da un anno gradita tradizione
ora nostra da epoca lontana.

Quando Jordi per una principessa
affrontò un drago senza esitar,
gli squarciò il ventre con lama spessa
e ‘l sangue vide in rosa tramutar.

Io per te ne affronterei migliaia
e li trafiggerei perché nessuno
possa recarti simili spaventi

e lasciar l’uno all’altra attenti
ad aspettare quel che dona l’uno
all’altra che ricambia in vita gaia.

Chi mi porta al mare !

In quattro me lo donan per la vita.
Mio padre che domanda abbracci
a quel ventre che lo legò con lacci
troppo stretti perché fosse finita.

Mio zio resta nel movimento
di gambe, braccia per stare a galla,
ma su tutti lo stile a farfalla
m’impresse forza per andar nel vento.

Mia moglie risorgente dall’onde,
dopo anni, il suo volto raggiante
mi ridona tutto ‘l tempo perduto.

Martin Eden dagl’abissi in aiuto
rasserena ‘l mio corpo tremante
che, sì grato, in un tuffo risponde.

A Castel Tiziano

Ricompare chiaro il mio maniero
in guisa d’una remota regione
sita lì per divina concessione
di commenda a sacro condottiero.

I suoi quartier seguiron le stagioni,
in lor misura profumi passati
su quei fossati agresti selciati
furon riposo per lignei braccioni.

In gioiosi saltelli il fanciullo
lascia la sua, la riceve antica
di merli, armature, terra, foco

in gradita resurrezion pro loco
pe ‘l maturo signor che fa fatica
a rimirar quel che serba fanciullo.

Tu sai perché non ti posso amare ?

Tu sai perché non ti posso amare?
Io su un lato che non è il tuo
vesto abiti di un mondo fatuo
che con lo scettro sa dire e fare.

La mia forte fede è quella giusta,
la mia forte gente, sì, ti condanna
e pronto serba il colpo in canna
se vuoi scansare la sua frusta.

Oh! Vorrei urlarti parole nuove
ma sento il fiato fermo nel petto,
pur ferma rimane la mia morale

mia semplice arma contro il male
che, fosco, marcia mentre ti aspetto
ma qui rimango, non fuggo altrove!

Un antico calco

Ne avevamo uno preferito,
calzoni in velluto e camicia a quadri,
consunto un tempo dai nostri padri
che in quel cantuccio l’ebber sbiadito.
Quelle furono quindi le radici
che dieder per la vita nutrimento
al calco che unì in quel momento
Saverio e me nella parola amici.

Altri, simili, fin’alla ragione
scoccare fecero quella scintilla
dall’occhio che l’emana e la riflette.

Pur se innanzi altre mani strette
ti condurran oltre il sol che brilla
giammai eguaglieran natìa visione.

Verità, la mia

Io vi dico la verità, adesso.
Non sento più l’ardore dello scrivere,
la man pesante mi par sia di gesso
m’ispira l’ottava, sarebbe vivere
la penna non spazia, bianco riflesso
la mente non sa più perché crescere.
Da due anni verità insabbiate
comparse in denunce raccontate

non turbano dei rei calme giornate.
Può ancora un soffio del cervello
ridestar vibranti membra stremate.
L’opacità cala il suo mantello
e l’oblio cinge mete sognate,
nel buio brilla il mio pensier più bello.
Sento l’acre sapore della fine,
vi affido quindi adamantine

le mie parole perché sian mine.
Questa poesia un romanzo segue
il qual scrissi in lucide mattine
che alle notti non donavan tregue.
Se l’impianto mi carezzò il crine
e il mio corpo si mostrò esangue
quel fu presagio dell’emulazione
del gesto tramandato da Didone.