Non ho pazienza
perché l’attesa
toglie il fiato
e il rantolo di un fiore
che muore,
lentamente,
grida vendetta.
Recido il germoglio
prima che l’oscena gramigna
faccia scempio
della sua innocente fragilità
L’amore nato perdente
è sublime
per quel lampo sfolgorante
d’infinità brevità
Non solcherò il tempo, questa notte
ma nelle secche dell’inquietudine
incaglierò l’appiccicoso legno
e lì dissiperò i miei talenti insonni
Su rivoli di comete che svaporano in cielo
getterò, indolente, le mie reti
pescatore d’onde e di correnti polverose
e gusterò il silenzio che stride oltre il giaciglio
eco già lontana di palpebre socchiuse.
Dal fondo delle tue discese
di capelli a perpendicolo,
scruto altezze e sentieri
intrecciati o mossi da teneri sussurri
e sorrisi d’alisei.
Abbaglio arrampicate
e salite a sorpresa
su fenditure pulsanti di cuore,
o fra tornanti e rapide di arterie
come autostrade scagliate
verso il tuo cuore
e cammino chiari altopiani
di lucide ginocchia –
che Fida in visione estatica, sognò –
di rosa tinte o paonazze
da fiaccole d’alba
o accarezzamenti di rosai.
Su labbra di porpora,
come terrazze coralline
nel vuoto sospese
mi sollevo, e respiro
aria azzurra di cielo.
l’ultima scaglia di senno,
nel verde lago dei tuoi occhi
annego.
l’eco del mio amore,
dissennato,
mi torna appresso in cerchi perfetti.
Mi sono ucciso
cento volte,
disperando il mio imperfetto.
Il cappio è sempre pronto,
per la prossima esecuzione.
Accanto
appunti di vita
impiastricciati
per ricordarmi,
ogni volta,
chi nella vita fossi.
Vivo in clandestinità.
Sento il fiato sul collo
e quasi lo imploro
in questa bonaccia d’agosto
Volti di maschera,
attorno ed ovunque,
si incrinano già alla sera.
Pane e cipolle ancora per un po’
ed acqua lucida
di fonte senza nome.
Non ho fretta di tornare
Non ho risposto alle tue lettere
Osservo spesso
quelle buste ancora chiuse
sopra la mia scrivania
Mi viene da ridere
- perché non so piangere -
all’idea di quanto inchiostro sprecato;
Come il mio amore,
stanco e consumato,
che non sa nemmeno più leggere