Coniugato,con tre figlie, nato nel 1944 a S.Marco dei Cavoti (Benevento) – Residente in Milano.
Nel 1969 entra in Magistratura.
Dal 1986 al 1991 Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Milano.
Nel 1991 esce dalla Magistratura col grado di Consigliere di Cassazione e il 6.6.1991 si iscrive all’Ordine degli Avvocati di Milano; in pari data all’Albo Speciale presso la Corte di Cassazione.
Attualmente esercita l’attività di avvocato in Milano.
Iscritto all’albo dei pubblicisti presso l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dal 14 Febbraio 2000, oltre che con le proprie generalità, con lo pseudonimo ALGOR.
Nell’anno 1998 ha avuto una collaborazione saltuaria e un periodo di collaborazione continuativa con “L’Indipendente” di Milano;
nel 1999 una collaborazione con il quotidiano napoletano “Cronache di Napoli”;
dal 2001 al 2008 ha collaborato periodicamente con la rivista giuridica Diritto e Giustizia – Giuffré.
Scrive da sempre.
Ha pubblicato nel 1998 il romanzo “La Maschera del Tempo” con la Casa Editrice Maremmi di Firenze; trattasi di un thriller giudiziario, che trova genesi, in gran parte, in esperienze giudiziarie di vita vissuta.
Nell’Aprile del 2000 ha pubblicato con lo stesso Editore, una raccolta di poesie – titolo “RADICI”.
Nel Maggio 2001, con la Casa Editrice Alfredo Guida di Napoli, ha pubblicato il romanzo “Il Vecchio Teatro”.
Con lo pseudonimo “Algor” nel 2004 LE STAGIONI – racconti e poesie - con Maremmi di Firenze.
A tal proposito ha ottenuto il premio speciale “Sulle ali della memoria” e riconoscimento di “Poesia degna” di pubblicazione per la poesia “Days of the Angels” nell’ambito del Premio Artistico Letterario “Nicola Mirto” 2002 – Centro d’Arte Coreografica “Aglaia” – Alcamo (TP)
DIFFERENTI ISPIRAZIONI poesie 2002 Libroitaliano World RAGUSA
Nel 2003 “Le Stagioni” con la Casa Editrice Maremmi di Firenze, raccolta di racconti brevi e poesie, con lo pseudonimo Algor.
ESPLOSIVO raccolta di poesie visive o cerebroinformatiche 2004 LIBROITALIANOWORLD
A QUESTO PUNTO continuazione ideale della precedente raccolta nel 2007 – Libroitaliano World RAGUSA
Nel 2008 DVD di poesie proposte in forma recitata da attori professionisti, oltre che in forma grafica “gli spari del Destino” e altre poesie di Dalila Liguoro – Ed. ISMECA Bologna
Collocazione temporale: domani o forse è già avvenuto
collocazione spaziale: dovunque sia stato o sarà
Dov’era prima di tutti i tempi,
qui, sulla Terra,
abitata una volta da Dio
e da Lui abbandonata
dopo che, nei suoi confronti,
il primo tradimento
fu perpetrato,
essendo falsata la tradizione
della cacciata dall’Eden
degli amanti fedifraghi,
nei secoli tramandata
per imperdonabili errori
di interpretazione e comunicazione,
figli forse di cattiva coscienza,
forse di misteriosi prodigi,
doveva rinascere,
secondo un disegno imperscrutabile;
come è parimenti, nel fondo,
l’animo umano.
Dio proprio, allora,
prelevò l’intero genere umano
fino all’ultimo aborto e seme congelato,
tutte le specie animali e vegetali esistenti
fino all’ultimo batterio bombardato
e soffio di polline vagante,
ogni cosa fino all’ultimo grano di polvere
sollevato da un esausto topo del deserto,
o virus informatico
casualmente generato da un colpo di tosse
nei chips di un obsoleto computer
e, in un nanosecondo,
trasferì l’intero carico
su un pianeta gemello,
nella galassia cerniera dell’Infinito,
dove tutto era predisposto
affinché nessuno si accorgesse di nulla.
Stesso sistema solare,
pianeti, luna, stelle,
angolazioni trigonometriche
e asse rotatorio,
venti, mari, cimiteri,
porti e aeroporti,
canzoni, prostitute,
sfasciacarrozze, discariche, storie, diatribe,
stagioni e stazioni orbitanti,
religioni,dogmi, tabù, virtù, crimini,
pascoli, piantagioni,
tutte le contrastanti opinioni,
sul bene e sul male, coraggio e viltà,
lealtà e tradimento,
quali che esse fossero,
di un cattedratico o un premio nobel,
una badante, un tassista,
un portiere d’albergo o di un clown,
tutte le porzioni, nessuna esclusa,
di gloria, vergogna e indifferenza,
verità relative e relative menzogne,
promesse mantenute e mancate,
sogni, incubi e desideri,
vizi, abitudini, hobbies, bisogni, manie,
pubblicità e rimpianti,
luci ed ombre,
tutto il dolore e la gioia del mondo,
ogni altro sentimento, ragionamento o intuizione
non escludendo i grandi orrori,
e le mostruosità,
così come
i grandi e piccoli momenti
di commozione,
le lacrime, i sorrisi,
quelle espressioni
sui volti dei bambini
o, a volte, degli adulti.
Nessuno, infatti, si accorse di nulla,
e la vita
affannosamente, incredibilmente
(ogni altro avverbio voglia chi legge)
continuò come sempre.
La Terra, rimasta ignuda e silente,
lasciata così com’era
per diversi secoli
condensati in frazioni di un attimo,
affinché solo l’orecchio di Dio
potesse sentire
il sibilo lungo e continuo del vento
che non c’era,
e il fragore della risacca
di quelle stesse onde spumeggianti
artefici
dell’arcobaleno fantastico
che solo nei suoi occhi
poteva riflettersi
in un imponderabile oceano,
solo il suo olfatto cogliere
la fragranza di lontane foreste,
milioni, forse miliardi di anni luce,
o di un fiore nascosto
di lì ad un passo virtuale,
non bello, sublime
per il suo intatto profumo
lontano, questo sì
dall’indomita avidità
della presenza umana,
fu raccolta dall’universo
e, immersa nel mare dell’Eternità,
depurata da tutte le incrostazioni
dei tempi e delle scienze,
ritornò com’era
prima del soffio vitale sul fango
e la successiva scommessa di una costola;
solo bellezza e bontà
delle valli e dei monti,
tumultuose cascate, frutteti e serpenti,
delle acque, delle foreste,
della natura, colori, odori,
sconfinate praterie, cavalli dalle lunghe criniere,
bisonti impazziti per ore in fuga
a perdita d’occhio,
per sparire, nel balenare di un attimo,
in un ipotetico orizzonte,
violenza sì, ma armonia, legami, futuro,
i luoghi della sacralità e del mistero,
una montagna,
una sorgente, una cascata,
l’eco di nebbiose lontananze.
Che cosa mancava?
L’eterno elemento dolente… inutile dirlo.
Se Dio non ama giocare a dadi,
come sostenne qualcuno
ispirato da elevata ragione,
non disdegna, peraltro, scommettere;
fu così, può dirsi, che non esitò
a confermare il libero arbitrio,
prima ancora
che ogni altra decisione
divenisse realtà.
Quindi sottrasse all’ignara umanità,
scegliendo uno ad uno,
con certosina cura immediata,
tutti coloro che erano,
al suo indefettibile vaglio,
assolutamente,
irrimediabilmente,
inequivocabilmente,
definitivamente soli,
di tal che la loro assenza
passasse del tutto inosservata,
e con essi, come si può dire,
ripopolò la Terra.
Abolito l’isolamento
fu privilegiata la socialità;
alla staticità
si preferì la dinamicità.
C’era la morte, come la vecchiaia,
ma non la saggezza,
come ogni altra parola obsoleta
e così “libertà”, “pace”, “solidarietà”, “amore”, “verità”
ed altre,
per non parlare di “legge” e “giustizia”
lontane cugine, secondo un grande artista,
che si conoscono poco e,
in alcuni casi,
non si parlano neanche,
tutte sostituite
dal senso della bellezza e del mistero,
abrogata e sostituita
a sua volta
dalla visione d’insieme di ogni cosa
ciascuna in relazione alle altre
e tutte nel loro insieme.
In luogo dell’innocenza
fu profuso il senso della felicità;
in luogo di ordine, obbedienza, sacrificio,
si affermò
il rispetto per tutto ciò che era oltre se stesso
nel pensiero, nell’azione,
nel vivere.
Altro solo Dio sa;
quale fu, ad esempio,
la distribuzione
sul vecchio pianeta
ormai non più tale,
dei nuovi abitanti
pur ad esso appartenenti;
quale non fu la loro sorpresa
e la loro reazione
nelle nuove condizioni,
solo Dio sa,
come per ogni altra cosa,
sia così voluto,
senza altra argomentazione.
D’altronde chi se non…
nessuno potrebbe…
nessuno dovrebbe…
chi altri se non…
può sbagliare solo se vuole
e così non esistere.
Fu così che tutto ricominciò daccapo
o non ricominciò.
Non diversamente, del resto,
avrebbe potuto essere,
o… non essere.
Tutto questo è nella poesia
che, da sempre, con alterne vicende,
accompagna l’umanità.
Ma da allora, con maggior presa,
quale campione di essa,
attecchì nell’animo
degli abitanti del nuovo Eden.
Lo scarno, malinconico volto di Stefano era pallido, teso, quell’incredibile notte d’estate in cui l’aria era così tersa e fine che uno spicchio di luna, poco più di una falce, gli illuminava il volto in pieno, rendendolo ancora più bianco; un lenzuolo, un fantasma. Dolci colline marchigiane, degradanti verso il mare, si vedeva come se fosse giorno, dalla finestra, apparivano esse stesse onde verdi, prolungamenti della tremante, silenziosa striscia continua, dell’incontro dell’acqua con la terra, che, col suo biancore occhieggiava al mare nero, a sua volta striato di bianco lunare, sfumante all’orizzonte in vaghi, misteriosi luccichii.
Dal piccolo balcone con la balaustra in pietra viva, allineato, nella stessa stanza, entrava, facendosi largo a fatica attraverso due veli, più che tende, trasparenti, semiaperti, che un leggerissimo sbuffo di vento faceva ondeggiare, un altro raggio di luna. Ad esso era esposto il corpo di Myrian, la sua bellissima e fedele moglie addormentata, affidata, seminuda; solo qualcosa di azzurro addosso, nell’antico letto matrimoniale di ferro battuto, intrecciato come un groviglio di rovi, da cui spuntavano piccole, frequenti, foglie dorate. Color rosa chiaro erano i cuscini e le lenzuola, piccoli ninnoli colorati ricordavano allegri momenti, su una mensola che il raggio di luna sfiorava prima di arrivare a quel corpo stupendo, rendendo ora tutto uniformemente bianco o nascosto, grigio, nero, inesistente.
Erano gli ultimi giorni, come sempre, prima del rientro a Milano; stilettate di ricordi d’infanzia colpirono rapidi per svanire in un istante, ma era come se questa fosse la prima volta.
Importanti, decisivi momenti si apprestavano con urgenza e facevano fatica ad allinearsi nella sua mente.
Tutta la sua vita gli passò davanti neanche in un’ora, ma meno, forse molto meno; qua e là soffermandosi, crogiolandosi in altri momenti, di riposo questi, per quanto potessero essere ora tormentati, angosciosi, tenebrosi, ora solari, felici, allegri, rispetto a quelli insostenibili, pesanti come macigni che dovevano venire, perché appartenenti al passato,e quindi ad una dimensione che, comunque era respinta, superata, sconfitta, o irrimediabilmente perduta.
Ricordò l’incontro casuale, quasi una scommessa, con Myrian, anche quella fu una notte d’estate di dieci anni prima, ma sul morire della primavera, in uno di quei due o tre locali vip di Milano, luccicanti, inverosimilmente vetrificati, ma più bui che illuminati, tra zona Brera e Garibaldi, ridondanti di musica, frequentati da modelle, stilisti, persone di spettacolo, più o meno pseudointellettuali, che, molto di rado, a dire il vero, frequentava per andare a pescare nei fondali facili, occulti e senza vie di fuga.
Anche lei luccicante in quel poco di vestito, di profilo, voltata da un’altra parte, alta, capelli biondi, seno da coppa di champagne, sedere giustamente appuntito e in armonia con tutto il resto, il corpo, quelle gambe da capogiro e, quando si voltò dalla sua parte… poteva lui innamorarsi a prima vista di quei grandi e profondi occhi azzurri, delle labbra carnose, del naso sottile? No, non poteva, non uno come lui.
Forse degli sguardi, del sottile gioco di seduzione… ma neanche di quelli si innamorò.
Poteva avere ventidue, venticinque anni, forse quindici meno di lui. Una facile preda? Neanche per idea. Stava letteralmente per balzarle addosso come uno di quei pipistrelli dal largo mantello, di una volta, quando ecco che si spiegò come mai un così raro bocconcino vagava isolato e tranquillo, senza essere preso d’assalto da nessuno.
Apparve quella che si poteva definire la sua classica madre italiana; doveva essere stata anche lei avvenente in gioventù, traspariva la somiglianza, un po’ su di corporatura ma determinata, inattaccabile, senza grilli per la testa, come probabilmente in atto nella generazione discendente.
“Piccolo borghese ma d’autorità” soppesò fondatamente Stefano dall’alto dei suoi gruppi societari, partecipazioni incrociate, fondazioni e intrecci politico-finanziari, dell’altro capo della borghesia milanese.
In effetti modesti lasciti e un po’ di consistenza da pensione medio-dirigenziale, di suo padre, morto da qualche anno, unitamente ad oculatezza gestionale della vedova, permettevano una vita non eclatante ma di facile scorrimento.
Era andato buca un incontro, in teoria promettente, con un top manager dei vari Dolce & Gabbana, Gucci o giù di lì e ora la genitrice richiamava all’ordine per filarsela di corsa.
Solo un velo di disappunto sul suo volto. Potevano sì essere esplorate le possibilità di accesso di Myrian nel mondo dorato, ma senza ansia o dispetto.
Ci avevano saputo fare i genitori e, poi il coniuge superstite. Una laurea in Economia e Scienza delle Comunicazioni, la figliola, comunque, ce l’aveva e quindi, un futuro, bene o male poteva costruirselo.
Myrian aderì senza battere ciglio. Quando era da sola, era da sola, ma quando era con sua madre era quest’ultima che la comandava e senza discussioni.
Tra pochi istanti le avrebbe perse di vista, probabilmente per sempre; gli apparve d’improvviso insopportabile questa eventualità e non se le lasciò sfuggire.
“Chiedo scusa, posso presentarmi?”
Nel giro di un anno erano sposati.
Perché lui, dalla vita turbolenta e torbida, più che stravagante, alle spalle, lui che poteva averne quante ne voleva di donne avvenenti, lui che non aveva neanche mai pensato ad un matrimonio, nel marasma di nodi sciolti e intrecciati della sua vita, aveva poi finito per sposarsi e, per di più, così in fretta?
Non avrebbe mai saputo rispondere compiutamente a questa domanda. Non era innamorato di Myrian, che lo avrebbe meritato tanto, ma probabilmente perché aveva in sé l’incapacità di amare; era certamente affascinato, questo sì, da quel misto, dalla sua ingenuità o, meglio, finta ingenuità e sottile pianificazione, dolcezza e aggressività, generosità e latente avidità, anzi, per questo, trovava che fosse più bella delle altre. Esse appartenevano alla vita comune, Myrian invece, chi sa, avrebbe potuto quasi appartenere alla sua vita segreta. Lui che doveva provare tutto nella vita, doveva assolutamente provare anche ad essere sposato con quella donna; era incuriosito, voleva scoprire dove si andava a parare; o forse voleva ricondurre la sua vita ad un senso, ad un binario dritto; insperabilmente ritrovare il bandolo di una matassa che credeva definitivamente perduto; forse voleva un figlio, che però non venne per sua colpa. Anche in questo caso, Myrian non batté ciglio. O, più semplicemente, voleva solo sposarsi, ad una certa età…
Gli occhi lucidi (ma come mai? Uno come lui?) cercò di ricordare che cosa gli passò per la mente mentre la attendeva, quando la vide e la scrutò intensamente. Con elegante incedere si avvicinava, da sola, seguita da due paggetti che le reggevano il velo; lui impettito, alto, abito di rito, capelli scuri, vagamente brizzolati, accanto all’altare, secondo la volontà delle donne, che aveva indifferentemente assecondato; lei raggiante, nel suo abito nuziale da fiaba. I suoi occhi si specchiarono in quelli di lei, del suo stesso colore.
Pensò qualcosa del tipo “non credo che mi ami.” Non le toglieva lo sguardo di dosso, tanto da provocare che quasi inciampasse, giunta allo scalino dell’altare. La prese per mano “perché mi sposa? Per i miei soldi. Mah… si dice che i matrimoni d’interesse siano quelli meglio riusciti.”
Lei non lo avrebbe mai tradito perché non avrebbe mai corso il rischio di perdere quel nuovo mondo, non dorato, ma d’oro.
Stefano non poteva saperlo, ma il suo pensiero rifletteva la realtà nella sua prima parte, circa l’assenza di amore, ma non nella seconda parte. I soldi, il mondo dello splendore, erano nella testa di Myrian, ma non l’abbagliavano, non era per questo che lei lo sposava. C’era una morbosa curiosità che la attirava verso quell’uomo dal volto tenebroso, sottilmente perverso e sempre malinconico, la sua vita, il suo passato, il perché si era invaghito di lei, ed insieme una strisciante paura che accompagnava ogni cosa, non conoscere nulla, non sapere dove avrebbero abitato, per quanto tempo, l’incognita di un mondo che non le apparteneva; tutto intorno a lui, le sue parole, il timbro della sua voce, sapevano di mistero, di segreti forse inconfessabili, e derivava dall’insieme di ogni cosa una sensualità alla quale non poteva, né avrebbe per nulla al mondo, voluto, sottrarsi.
E poi? Stefano ricordò tutto quello che era nel suo diario segreto e, al centro di tutto, c’era la noia.
Non si era mai tirato indietro di fronte a nulla. All’inizio, diciamo intorno ai venti anni, allorché erano morti ambedue i suoi genitori, aveva mescolato ogni cosa. Erede di una discreta fortuna che aveva consistentemente ampliato, poteva lui definirsi “di prima generazione” nel club dei grandi dell’industria. Ma che cosa lo aveva spinto verso depravazioni e vizi sempre più oscuri e avvolgenti come ragnatele? La noia, la curiosità, una caparbietà e una intelligenza non tenute a freno? Mancanza di veri ideali, l’inutile cimento e poi il diniego amaro, cattivo, spossato della Fede? Come per il matrimonio, non lo avrebbe mai realizzato davvero. Quello che, però, aveva presto realizzato era che questo suo lato oscuro metteva in forte pericolo l’altro suo modo di essere, quello aperto, caldo, luminoso, e quindi era in gioco la sua stessa esistenza. Bisognava correre ai ripari, creare una separatezza, fare leva sulle doti manageriali che possedeva in grande dovizia. Con molta abilità scisse esattamente in due la sua vita, di modo che la parte segreta di essa non intaccasse mai e non interferisse con l’altra; c’erano parallelismi, sovrapposizioni, scantonamenti, che valorizzavano le sue capacità organizzative, ma mai incontri o, peggio, scontri.
In concomitanza con tutto ciò, contrasse una vera e propria mania, forte, radicata, irrinunciabile, una malattia alla fine, una perversione in più: annotava tutto quello che apparteneva alla sua vita segreta, su un libro dalla nera copertina, acquistato in un vecchio mercato, che lui stesso aveva definito “libro nero”. Assolutamente esclusivista, nulla di ciò che appariva sul “libro nero” proveniva dalla vita quotidiana e normale, solo episodi della sua vita segreta, ma con una precisione, una accuratezza, da far invidia ai copisti dei remoti conventi, una collocazione spazio-temporale definita nei minimi particolari, tanto da poter costituire di per sé un atto di accusa nei suoi confronti, agli occhi di chi avesse malauguratamente letto. Ma a parte l’improbabilità consolidata di un simile evento, per la collocazione inaccessibile che aveva il libro, non tanto con riferimento all’insospettabile vano che si apriva nella sua scrivania di lavoro, quanto con riferimento al rispetto, al timore, e, soprattutto, all’attaccamento al lavoro dei pochi frequentatori del suo studio riservato, se, per assurdo, fosse proprio accaduto, che cosa si sarebbe potuto pensare, alla luce di quello che appariva scritto? Ci sarebbe stato da rimanere a bocca aperta, ci sarebbe voluto, forse, più di qualche minuto per scuotersi, e poi concludere: “morbose fantasie! Impossibile! Incredibile che nella mente di un uomo ci sia tutto questo!”
E chi avrebbe mai avuto la balzana idea, il coraggio, o avrebbe potuto rivolgersi alla polizia? E quanto tempo dopo, il lavorio cerebrale, la riflessione più accurata, il tormento del sospetto avrebbero potuto indurre ad un simile passo?
Stefano poteva ritenersi più che al sicuro.
Un sorriso, quasi indesiderato, traditore, gli si abbozzò in volto. La sua giovane moglie era a pochi passi da lui, sentiva il respiro lento, vagamente intervallato da affanno, del sonno, ma lui neanche la guardava, immerso nei suoi pensieri e attratto, piuttosto, da una vecchia calibro 38 che, dopo essersi assicurato fosse carica, aveva appoggiato su un tavolino e, ogni tanto, toccava, accarezzava, tamburellava con le dita sul calcio.
Dopo il matrimonio con Myrian, per circa sette anni non aveva annotato più nulla sul “libro nero”. Era completamente inebriato della sua bellezza. Furono anni di ebbrezza e di gioia, tolto il dolore, pure pesante, debilitante, le copiose lacrime per la morte della madre di Myrian, intorno al quarto anno. Avevano viaggiato molto, avevano la loro vita, i loro amici, agli occhi dei quali erano la coppia più bella, felice e fortunata al mondo.
Myrian andava acquistando una bellezza sempre più solida, padronanza, sicurezza di sé; ma via via che ciò accadeva, Stefano cominciava ad avvertire sintomi di stanchezza, ricominciava a fare capolino quella noia nemica, ostile, che lo conduceva fino al punto di detestare la propria ricchezza, l’assoluta assenza di intoppi economici nel tran tran quotidiano.
Riprese a viaggiare da solo, motivi di lavoro. Era capitato altre volte, negli anni di matrimonio, di doversi recare in altre città o all’estero per lavoro; ma ora queste occasioni si erano improvvisamente moltiplicate, triplicate, quadruplicate.
Questi erano cambiamenti, ed era cambiata qualcosa anche nella loro splendida casa di piazza San Babila.
Al suo rientro a Milano, Stefano non avvertiva più il senso di un rinnovamento, di un ricominciare daccapo con Myrian, come in precedenza, ma curiosamente era come se la loro confidenza, la routine del parlare, stare insieme, il tedio quotidiano, si fossero accentuati e , alla fine, per Stefano era come se non fosse rimasto che questo: il rilassamento nei loro rapporti, la frequentazione pacifica, piatta, serena. Non era ben consapevole se anche per Myrian fosse così; certo è che la vedeva bene in questo ambito, doveva essere così anche per lei.
Tutta questa banalità, questo scorrere lento non provocava alcun sentimento in Stefano, le emozioni forti, la trasgressione, la gioia crudele del pericolo e del dominio sulle animi semplici le provava altrove. In casa poteva starsene in pantofole, l’unico suo cruccio, ma anche la sua soddisfazione, erano riferiti alla bellezza di Myrian, quanto essa fosse sprecata in quello stesso scorrere quotidiano.
E Myrian? Gli appariva, a sua volta, serena, appagata; ma quali erano, allora, i suoi crucci, le sue soddisfazioni? Che cosa c’era nella sua mente e nella sua vita al posto delle emozioni, delle trasgressioni, delle nefandezze che lui praticava altrove?
Era quando, in modo più intenso, gli si affacciavano questi pensieri, che aveva voglia di fare all’amore con lei. Ma era un amore di soggezione, senza libertà e senza picchi, scontato, mattutino. All’inizio c’erano stati ben altri momenti, ma anche quelli, come condizionati, intaccati da un che di freddo ed estraneo.
Aveva ripreso a scrivere il suo diario, sia pure non più con l’assiduità di una volta.
Si poteva, peraltro, percepire un attenuato rigore nella conservazione del “libro nero”, a voler giudicare dal fatto che metteva mano ad esso per nuove aggiunte o messe a punto di precedenti annotazioni, senza più curarsi che fosse solo in casa, o almeno fosse chiusa la porta dello studio, e capitò anche che se lo dimenticasse sul tavolo, in mezzo alle sue carte, per fortuna senza conseguenze. Una volta che Myrian, aprendo improvvisamente una porta, a momenti lo scopriva mentre stava per riporlo nella sua rientranza segreta, volle fare all’amore con lei; era uno di quei momenti, ma questa volta non ebbe freni, le fece male, le strinse delicatamente il collo mentre la possedeva, poi sempre più forte, più forte, lei si dibatteva, stava perdendo i sensi, mollò la presa. Un affastellamento di colpi di tosse scosse il petto e le guance della donna. Stefano si profuse in scuse, si inginocchiò ai suoi piedi, si assicurò che andasse tutto bene.
Non era accaduto nulla, in fondo; tutto proseguiva come sempre.
“Ora starà lontano da me per un mese!” Pensò Stefano, ma si sbagliava. Ancora una volta, l’indomani, Myrian, allegra, raggiante, aprì improvvisamente la porta che dava nel suo studio.
Era innamorata? Nel tempo, in pochi giorni, in pochi minuti, Myrian si era innamorata di lui, o si stava innamorando. Così concluse Stefano, ma questa scoperta, o, più aderentemente, questa ipotesi confortata da vistosi elementi, non gli diede nessuna emozione, né suscitò in lui alcun sentimento, se si escludono una superficiale sorpresa e, umanamente, un vago compiacimento che lo avrebbero messo, certo, anche di buon umore se non fosse stato per qualcosa davvero di imperdonabile.
Myrian aveva visto dove il “libro nero” era collocato e come fosse facile accedervi, solo azionando una piccola leva confusa tra le decorazioni del tavolo.
Non accadde nulla; nessuno dei due disse qualcosa. Come s’è detto, tutto proseguì come sempre.
Trascorse altro tempo.
Fu un giorno che Stefano si accingeva a partire. “Un viaggio di affari a Bangkok” aveva annunciato; sarebbe tornato di lì ad una settimana, che la convocò, con fare solenne, nel suo studio.
“Siamo così giunti agli ultimi due mesi” pensò. Strano come non ricordasse nulla o quasi, dell’amore con Myrian. Avevano fatto all’amore tante volte, anche dopo quel giorno del quasi soffocamento e l’improvvisa irruzione del giorno dopo, ma l’unica volta che ricordava con maniacale puntualità, che avrebbe potuto ricostruire istante per istante era quella. Ancora uno solo, un istante in più e, con l’orgasmo, l’avrebbe uccisa, avrebbe estratto la vita dal suo corpo, come definitivo orgasmo.
“Tieni tutto pronto” le aveva detto. “Al mio rientro andremo subito via.”
Lei aveva annuito.
Tentennò. Non era certo solo per questo che l’aveva chiamata.
Fece come per allontanarsi, ma provocatoriamente; sapeva che l’avrebbe fermata.
Infatti “Myrian… - si sentì apostrofare – ascoltami! Sai che nulla ti è inibito qui. Ma… vedi questo libro nero? – Glielo indicò. Quindi, molto lentamente lo prese dal tavolo e lo ripose nel suo nascondiglio. – E’ l’unico oggetto sul quale non dovrai mai mettere le mai. Ha un grande valore per me, un valore simbolico. Rappresenta il punto di separazione tra la mia vita e la vita di chiunque altro, anche la tua, per quanto io ti ami. – Fece scattare il meccanismo di chiusura, senza occultarlo minimamente all’altra, muta, attenta. – Sei l’unica a conoscere il mio segreto, per la prova che voglio darti della mia assoluta fiducia in te. Ma sappi che se non ci fosse più questo punto di separazione, e la tua vita, o quella di chiunque altro, si confondesse con la mia, per aver visionato il suo contenuto, sarebbe per me insopportabile come se d’improvviso mi fossi trasformato in un mostro con due teste, due cuori, due sessi, quattro gambe e braccia e… - indicò la pistola, quella stessa pistola con la quale ora giocherellava, negligentemente appoggiata su una pila di libri – non esiterei ad uccidere per questo. L’unico modo, forse, per poter recuperare la mia identità!”
Diceva il vero, Myrian non ebbe dubbi, sapeva osservare suo marito; tuttavia non batté ciglio, come era suo costume. Ancora una volta annuì debolmente; ancora una volta fece per allontanarsi, sperando, questa volta, di essere fermata, ma ciò non avvenne.
Di ritorno dal viaggio Stefano non lasciò trascorrere un attimo di tempo, e si precipitò letteralmente a visionare il suo “libro nero”.
Ma che cosa conteneva esso da giustificare tanta segretezza, da preannunciare tanto raccapriccio?
Può parlarsi di un ginepraio di orrori, dai quali era uscito indenne, almeno fino a quel momento, un po’ per abilità e fortuna, un po’ per oculatezza nelle scelte, tanto per intendersi.
Tutto non si può dire, e nel non detto c’è quanto più da temere, aborrire, negare ai sensi e all’intelletto.
Quello era il regno, il trionfo, il nucleo irradiante del vizio, nel senso puro e universale del termine.
Si può, qui, solo far cenno che erano, con certosina pazienza, annotati i più nefasti, orribili ed intollerabili episodi di depravazione erotica, pedofilia, omosessualità, che lo avevano visto protagonista, con le date, i luoghi, persino gli orari. I suoi viaggi erano alibi e, allo stesso tempo, collocazioni geografiche dove prevalevano l’Africa, l’Oriente dal vicino all’estremo, ma non mancavano le Americhe, l’Europa, compresa l’Italia, dove poteva maggiormente provare il piacere del rischio, nonché la Nuova Zelanda, l’Australia. Nessun luogo, come nulla, doveva essergli estraneo. E così non aveva disdegnato il sadismo, il masochismo, le orge rituali, fino all’omicidio. Snuff movies lo avevano visto partecipe, e quelle volte che si era reso necessario liberarsi di scomodi testimoni, non aveva esitato.
Se qualcuno avesse potuto fare un accurato controllo comparativo, avrebbe notato una singolare particolarità: quei periodi che maggiormente erano caratterizzati da vita tranquilla, serena, tra le quattro mura domestiche, senza considerevoli affaticamenti lavorativi, o eccessi nelle frequentazioni di società e nella vita notturna, maggiormente, al loro scadere, per un viaggio o per un buon ritiro, consentendogli tutto le sue condizioni economiche, vedevano accentuata la sua depravazione,e spinta al massimo ogni dissolutezza e violenza.
In realtà tutto questo era plastico ed evidente per la prima parte, quella precedente all’incontro con Myrian. La situazione era più fumosa nella seconda parte, quella successiva al lungo periodo idilliaco del matrimonio.
Non poteva (o forse non voleva) essere sicuro di nulla.
Aveva messo dei segni, ma, in assenza di prove evidenti, ci avrebbe giurato che quello spostamento di pochi millimetri, da come lui ricordava, non fosse una sua mera sensazione o il risultato di malaugurata concitazione nel mettere mano al libro? Il ripiego di quella fettuccia segnalibro era proprio tutto rivolto da un lato o, magari nell’aprire o richiudere, si era quasi allineato, senza che lui se ne accorgesse, alla rimanente parte, nella pagina? E così altre cose.
L’atteggiamento di Myrian? La sua persona? L’espressione del suo volto? Una ruga più marcata sulla sua fronte… forse, un certo riserbo accentuato… era lui ad avere la coda di paglia? E l’allegria? C’era ma… come se fosse forzata. Non rimaneva volentieri sola con lui? “Volentieri”? Che cosa vuol dire? Rimaneva sola con lui, ma… parlava poco. Del resto aveva sempre parlato poco. Ora ancora di più? Poteva trarre sicuri elementi dagli indizi che gli sembrava di cogliere?
Partirono subito per la villa in campagna e, per oltre un mese, non aveva fatto altro che osservarla e rimuginare.
Nell’amore era come sempre, ma forse sapeva anche ben fingere. Myrian non era una stupida, tanto meno una bigotta.
Ma perché poi avrebbe dovuto tradire quel suo unico imperativo desiderio? Curiosità femminile? O era proprio l’”amore”, la gelosia che le aveva giocato un brutto scherzo?
Dato per scontato che l’avesse fatto, ne aveva già parlato con qualcuno, magari credendo che si trattasse di morbose fantasie, tanto proibite quanto incredibili e incredibile che potessero essere attuate? In caso affermativo, ormai il danno era fatto perché, aperta la strada, prima o poi sarebbe venuto fuori che era tutta verità. Stefano, allora, doveva stare ben attento, altro che mettere in atto i suoi propositi vendicativi! Anzi qualsiasi cosa fosse capitata a Myrian, sarebbe stata, con forte probabilità, interpretata a suo ulteriore carico. In caso negativo, perché? O era… semplicemente perché non era accaduto nulla. Era, forse, lui che si crogiolava ora in fantasie, infondati sospetti.
Chiederglielo direttamente? Non ancora… non ancora. Prima o poi l’avrebbe fatto, ma ora sfidava se stesso. Possibile che non riuscisse a venire a capo dei suoi interrogativi da solo? Senza aiuti, senza lo squallore di un interrogatorio, semmai, serrato, sbirresco? E poi, simulare distacco, noncuranza, gli dava un indiscutibile vantaggio. Nel momento in cui avesse fugato ogni dubbio e ben compreso come stavano le cose, avrebbe potuto usufruire dell’elemento sorpresa nell’agire secondo le circostanze.
Questa era la situazione sul finire della stagione, ma, a questo punto della storia, c’è un buco nero che va oltre quello che Stefano credeva o non credeva, e precipita oltre le pareti della casa, le colline marchigiane, lo studio, le stanze, il terrazzo di piazza San Babila, il piccolo ripostiglio del “libro nero”, le pagine del libro, per giungere direttamente alla realtà dei fatti.
Myrian non aveva saputo resistere.
Un giorno che era sola in casa, con meticolosa delicatezza e attenzione si era accostata al nascondiglio, con religiosa cura, aveva prelevato il libro proibito e, quasi in un soffio, quasi toccasse codici di abissale antichità, pagina dopo pagina, aveva letto tutto, non tralasciando nulla, pur senza soffermarsi, e memorizzando ogni cosa, come se fosse Vangelo, un Credo, un esercizio esoterico.
Era ben consapevole della gravità di quello che stava facendo, quindi si impose l’imperativo categorico di non avere emozioni fin quando non avesse rimesso tutto come era prima, non trascurando possibili segnali.
Una volta uscita dallo studio, libera, si sentì invadere dalla follia. Corse per tutta la casa, ruppe varie suppellettili, stava per dare fiato alle corde vocali e urlare con quanto fiato aveva in corpo, ma… qui si trattenne. Che cosa potevano essere quelli se non incubi, tragici squarci nella ragione, ma pur sempre irreali? Stefano aveva bisogno di essere curato, niente di più.
Poi però ritornava alle descrizioni precise, le date, ricordava qualcosa; e poi ancora l’incredulità, la sensazione che stesse vaneggiando, che non aveva visto nulla di ciò che immaginava semplicemente; una inarrestabile altalena che le dava addirittura il capogiro; svenne, si riprese, forse il trillo del telefono. Ebbe la forza di rispondere a qualcuno con tutta tranquillità, come se nulla fosse accaduto. Questo allentò momentaneamente la tensione, si addormentò, ma presto si svegliò di soprassalto, sudava, aveva brividi di freddo, tutto fino a notte inoltrata, quando finalmente sfinita, cadde in deliquio dove ragionava e sragionava, prima che prendesse il sopravvento una sorta di coma da irresistibile stanchezza.
Il suo amore avrebbe potuto guarirlo? In parte, lo aveva, forse, già guarito? Interrogativi dell’indomani. Si sorprese addirittura a scrutare se non potesse ravvisare qualcosa di meno grave nelle annotazioni scritte dopo i sette, otto anni di distacco, rispetto alle precedenti; e probabilmente era così, ma questo non risolveva alcun problema.
Doveva parlarne con qualcuno? Ma con chi? Ah… se fosse stata ancora in vita sua madre! Se un brutto male non gliela avesse portata via, nonostante le migliori cure del caso! E poi… in che modo? Come si poteva parlare di quello che aveva visto? Andare alla polizia? Questo era il pensiero più insistente. Ma… se non le avessero creduto? Se avessero preteso di sentire prima suo marito? Se fosse in atto un diabolico trucco? Quello che aveva visto… un niente… una bolla di sapone? Se il suo misterioso e stravagante marito avesse impiantato tutta una messa in scena, semmai prendendo a prestito idee nascoste nella sua nutrita biblioteca, solo per metterla alla prova? Tutti avrebbero riso di lei. Insopportabile! Stefano avrebbe riso più di ogni altro; un riso segreto, carico di sottintesi e, per questo ancora più insopportabile.
Doveva pensarci, pensarci bene. Intanto il passare del tempo metteva polvere sulle valutazioni, le eventualità, le alternative.
Era al punto dove tutto era in discussione, il loro futuro insieme, il loro futuro separato, la sua vita, in se stessa, in relazione agli altri, e altrettanto quella di Stefano, le loro vite intrecciate… stava perdendo il bandolo della matassa, quando Stefano rientrò dal suo viaggio.
Due giorni dopo partirono insieme. Tutto era rimandato.
Da questo buco nero, emerse urlando Myrian, come da un’ apnea durata troppo, che già quasi l’avvinghiava e trascinava nel nulla, inerte, assuefatta, dopo un sonno agitato, mentre albeggiava: “Maledetto! Mostro! Assassino! Come hai potuto uccidere quei bambini! Come hai potuto fare… quelle cose! Devo dirlo a qualcuno… non posso… non posso! Andare alla polizia, appena rientriamo a Milano… No! No! Già qui…ora… domani… non posso! Non ce la faccio più a tacere! Costi quel che costi… andrò alla polizia… starò bene… non voglio più pensarci… “ ripiombò nel sonno.
Era accaduto il giorno prima. Una strana febbriciattola si era impossessata di lei, una febbre di testa, andava e veniva per poi dissolversi. Avevano trascorso una faticosa giornata, in giro fin dalle prime ore del mattino, per vallate e colline col veicolo ad energia solare, normalmente utilizzato da Stefano per percorrere in lungo e in largo la sua vasta tenuta, che si accingeva, ora, ad ampliare ulteriormente; c’era poi stato un invito a pranzo dei proprietari di un vicino podere, al quale non avevano potuto sottrarsi e, al ritorno, una interminabile discussione con una rappresentanza del personale che avanzava mille problemi e proposte.
Ora Stefano sapeva, in modo non più eludibile, ogni cosa. Myrian aveva letto il suo diario e non ne aveva ancora parlato con nessuno. Non c’era che da mettere in atto il suo proposito.
Al suo risveglio, intorno a mezzogiorno, Myrian non ricordava nulla, solo vagamente di aver sognato, e di aver sofferto, doveva essere stato un brutto sogno; chiese a Stefano se avesse parlato nel sonno, ebbe risposta negativa. Aveva un lancinante mal di testa, Stefano le diede qualcosa perché le passasse e un sedativo perché potesse gradualmente reinserirsi nella giornata, e non perderla, visto che mancava poco alla fine delle loro vacanze estive.
Myrian di nuovo si appisolò, questa volta serenamente e si risvegliò affamata intorno alle cinque del pomeriggio.
Qui assecondò senza eccessi e senza riluttanza la proposta di Stefano di recarsi a mangiare qualcosa in un ristorantino piccolo, ma di tono, appartato, a mezz’ora di macchina, che erano soliti frequentare all’inizio, dal quale mancavano da un bel po’ di tempo.
Fu una serata piacevole e intrigante. Il mare ci aveva messo del suo, il loro tavolo affacciava sulla tavola blu notte, poi sempre più notte, punteggiata di esili luci che proseguivano in rade, sbiadite stelle, tanto da far apparire il mondo, un grande lenzuolo ondeggiante senza orizzonte, e ne sentivano il respiro, quel venticello tiepido e frizzante causa e derivazione del leggero ondeggiare che li rapiva e li lasciava senza parole. Anche qui era come se fosse la prima volta. Avevano ascoltato carezzevoli musiche, avevano ballato anche, tra le coppie di amanti, senza una nota troppo su di giri, senza nulla di esagerato, quasi un perdersi tra note suadenti, complici. Vecchie canzoni e champagne… si finisce sempre con lo champagne.
Il tempo era volato, non se ne erano neanche accorti. Si era fatto molto tardi.
Al ritorno sorridevano, erano felici, c’erano piccole gioie che ciascuno provava dentro di sé, ma non c’era comunione. Decisamente non era quella una coppia che avesse tutta una vita da vivere per provare altre gioie, altri momenti come quelli.
Era questo il difetto, il tumore, l’irrimediabile guasto che inquinava la serata.
Myrian, moderata bevitrice, era andata un po’ oltre il solito, quella sera. Appena a letto cadde in un sonno profondo.
E da qui era iniziato, per Stefano, il riepilogo della sua vita.
Neanche un’ora era trascorsa, come si diceva, forse molti o pochi minuti, quello spicchio di luna si era alzato e, a poco a poco, illuminava tutto d’argento.
Ormai ogni cosa era chiara, semplice, non c’erano più contorcimenti cerebrali, dubbi, ingarbugliamento di fatti. Stefano sapeva esattamente quello che doveva fare. Quello che vedeva, che ricordava, che pensava, la sua stessa collocazione in quella stanza, erano di una semplicità pura, lineare, essenziale, senza fregi ed orpelli, solo linee, punti, tratti: lui – la sua calibro 38 – quel raggio di luna – la bellissima Myrian addormentata.
Impugnò la pistola, si avvicinò, la guardò con un’intensità che non aveva precedenti: il bel volto appena corrucciato, come se un latente male, una spina conficcata nella sua bellezza, nel momento stesso in cui l’insidiava, la esaltasse più che mai, il corpo semi rannicchiato, esposto e non esposto, le cosce, i seni, il sesso un po’ offerti, un po’ negati. Troppo tardi, troppo tardi era accaduto; ora non c’era più salvezza. Neanche prima c’era salvezza, realizzò, ma se si fosse accorto di avere un tumulto, quel tumulto nell’animo, avrebbe lasciato perdere tutto. Sarebbe stata, allora sì, salvezza. Sarebbe bastato, probabilmente, mettere tra loro due un lungo viaggio in qualche parte sperduta del Mondo. Non si era accorto di questo sentimento che era già penetrato dentro di lui, da tempo, ed era infine esploso, o forse era proprio lì, in quel momento che era sbocciato irradiandosi in tutte le sue vene ed arterie, il corpo, i muscoli, il cervello, il cuore, l’anima e la mente. Fatto sta che l’amava perdutamente. Troppo tardi, troppo tardi per ogni cosa. Tutto era perduto, non c’era che da mettere in atto quello che doveva fare, semplicemente e senza alcuna complicazione. Ma che cos’era, infine, che aveva fatto scoccare, in lui, il dardo della passione? Chi può dirlo in amore? Il sigillo finale, la fiamma, erano certo quei suoi occhi che, ora ne era ben conscio, tradivano la sua consapevolezza, come, senza averne intenzione, in qualche modo giocando con lei al crudele gioco del libro segreto, fosse riuscito a trasformarla, corromperla, fare di lei, non più la donna di rara bellezza della borghesia, e poi dell’alta società milanese, ma un’altra persona; insinuare in quel corpo, quel volto, quel modo di essere con se stessa e rapportarsi agli altri, carnificazione e idealizzazione della dostoevskijana bellezza, tutto il male, l’oscenità, il putrido di cui fosse capace, in modo da non salvare più il Mondo, ma distruggerlo, mortificarlo, annientarlo. Era questo il suo amore? Non lo avrebbe mai saputo. Ma chi avrebbe mai potuto mai sapere?
Due calde lacrime uscirono dai suoi occhi.
Prese con calma ed estrema accuratezza la mira, prima di premere il grilletto. Rimbombò l’esplosione di quell’unico colpo; nessun altro rumore. Il corpo di Stefano cadde bocconi sul soffice letto, mentre un fiotto violento di sangue si riversò sul volto, le braccia, le mani, le gambe rannicchiate nel sonno di Myrian.
Si svegliò trasalendo, ma non urlò. Gli occhi sbarrati, guardò quel corpo esanime ad un palmo di mano da lei. Le macchie rosse di sangue spiccavano sull’argento uniforme di ogni cosa ed ora, attraverso copiose, silenti lacrime che le rigavano il volto, le mani, il seno, e offuscavano la sua vista, tutto si confondeva in un caleidoscopio interrotto di macchie rosse ed argento, sullo sfondo di quel mare notturno, ultimo, indimenticabile, punto di incontro della loro unione, che, in lontananza già cominciava a riprendersi il blu terso benedetto dal cielo, di una nascente giornata di fine estate.
Cittadino
tu ti svegli al mattino
e
ti ritrovi già vecchio.
Ci resti perplesso
e pensi “ ma come...
l’altro ieri
ero ancora bambino!”
Era Ghirozzo, detto anche Ciuffolino, che per legge avrebbe dovuto passare la maggior parte del tempo a dormire
e non mancava mai di farlo, o meglio di tentare di farlo…. bzzzz…. bzzzz ….
Ma ogni volta che prendeva sonno, proprio sul più bello, qualcuno o qualcosa lo svegliava.
Bzzz… bzzz… bzzz… clang! clang! clang! Uaaaa! Cos’è?
Un bimbo in bicicletta che scorazza suonando il campanello.
Il sindaco, allora fece una legge: vietato suonare i campanelli di qualsiasi tipo per tutta la giornata.
E finalmente potette riprendere a dormire.
Bzzz… bzzz… bzzz… din.. don.. dan...! din.. don.. dan...! din.. don.. dan...! Uaaaa! Cos’è?
Il campanile della chiesa madre! Il solerte sacrestano suona le campane per richiamare i fedeli.
Ma Ciuffolino, così detto per la rada peluria che svettava sulla sua fronte, fece un’altra legge: vietato
suonare le campane per tutta la giornata; per richiamare i fedeli bastava sussurrare ad ognuno in un orecchio.
E finalmente, ancora una volta, contento e soddisfatto… bzzz… bzzz… bzzz…
Chicchirichììììì! Chicchirichììììì! Chicchirichììììì! Uaaaa! Cos’è?
Ah questo è Galeppo il galletto che fa il fusto nel cortile! Basta ora! Insomma!
Qui Ghirozzo ci andò giù duro facendo una legge che vietava a tutti gli animali di fare versi per almeno
quindici ore al giorno, anche se sapeva che ben pochi sarebbero stati a sentirlo e comunque non del tutto.
Però almeno, sereno e soddisfatto, potette riprendere il suo sonno.
Bzzz… bzzz… ed ecco... crà! crà! crà! craaaaa….. cra….. craaaa….! Cra cra cra…. Craaaaa !
Uaaaaaaaa ! Ma che altro c’è adesso? Filomena la cornacchia litigava con Tysk Tyskjo il corvo.
Ma insomma! Non si può proprio dormire in questo paese! Ora faccio una legge! Vietato a tutti fare qualsiasi rumore,
camminare con scarpe che non abbiano la suola di gomma, litigare, cantare, suonare, parlare a voce alta ecc. ecc...
detto fatto, ora sì! Si girò da una parte per riprendere il sonno.
A questo punto, non fu per la legge, ma per un senso di simpatia e di affetto per il loro sindaco, che tutti i cittadini
e gli animali domestici e selvatici del borgo di Dormiglionia, si riunirono in comitato e decisero che non bisognava
disturbare il sonno del beneamato Ciuffolino e quindi nessuno avrebbe fatto più alcun rumore. Fu qui che il silenzio
si impose e regnò sovrano su Dormiglionia e dintorni. Ma tutto quel silenzio… Ghirozzo Ciuffolino non ci era abituato.
Prese a girarsi e rigirarsi da un parte e dall’altra, ma non riusciva a prendere sonno.
Infine si alzò e abolì tutte le leggi contro i rumori che aveva emesso. Da quel momento sul serio… bzzz… bzzz… bzzz…
potette dormire felice e sereno per tutto il tempo desiderato.
Müller… Müller… Müller… Beckenbauer…
Eterogenesi dei fini
Il paradosso che chiude il cerchio
A Nando Martellini, il riabilitato Nicolò Carosio e il redivivo Bruno Pizzul
Chi non ricorda l’irripetibile Italia – Germania del 19 giugno 1970?